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L’Europa ha bisogno di uno psichiatra

26 October 2026 at 07:50

L’Europa ha bisogno di uno psichiatra. Ma di uno bravo. Da lungo tempo, ormai, soffre di mania di persecuzione e di altre malattie connesse, si sente sotto attacco, vede ombre russe dappertutto, e nei casi più gravi anche iraniane. Diciamo Europa per capirci, che forse dovremmo chiamare Neuropa, visti i suoi evidenti disturbi neurologici; in realtà parliamo della cupola che guida l’Unione Europea e alcuni dei principali stati e governi, compresi alcuni ministri della difesa. Se non volete chiamarla oligarchia o eurocrazia chiamatela governance europea. A cominciare dalla signora Ursula che la guida, è tutto un gridare All’orso! All’orso! Variante russofoba di Al lupo! Al lupo! L’ultimo attacco di psicosi e paranoia è stato quello di attribuire pure la vandalica e demente rivolta dei ragazzini nelle vie di Milano, Torino, Bologna a quella che ormai definiscono guerra ibrida; i mandanti di quegli sfasci sarebbero in Russia o nel Golfo Persico. Guerra ibrida è diventato lo slogan e il passepartout per attribuire ogni malessere, disguido, hackeraggio, rivolta che accade in Europa, al Nemico, l’ineffabile e onnipresente russo, in un remake della guerra fredda anni sessanta. L’Unione europea e i suoi tentacoli locali si sentono ormai in guerra con la Russia, vedono droni nel salotto di casa e spie russe nel proprio frigo. Certo, la mania dà buoni profitti agli impresari dell’industria bellica e ai loro terminali politici: guerra a parte, il riarmo, soprattutto per i tedeschi, è un bel business, rimette in piedi il suo settore industriale. Chi trova un nemico trova un tesoro. E se non esiste, bisogna inventarselo.

Ma il concetto di guerra ibrida e il suo uso patologico fa acqua da tutte le parti. Se si vuol dire che ci sono sommovimenti tellurici ad opera di intelligence, servizi segreti, tramite fake news, passaparola o notizie pilotate, esse appartengono al sommerso della realtà quotidiana non da oggi. E riguardano non solo i regimi autocratici ma anche quelli democratici: la manipolazione è trasversale e universale, è il retrobottega della politica, la cantina degli stati, oltre che territorio di hacker privati e di manipolazioni social. Se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, vale anche il contrario, e comunque c’è sempre, anche in tempo di pace, quel torrente sotterraneo e malmostoso in cui si muovono agenti manipolatori e provocatori e tanto altro. Vogliamo definirla guerra ibrida? Beh, allora è permanente e non riguarda solo il Cattivo di Turno.

(…)

Attribuire ai russi (e agli iraniani) l’esplosione di violenza vandalica nostrana o parigina, spagnola o albanese, mi pare davvero un esercizio di fantasia, malafede o paranoia.

Mai la Russia, zarista, comunista, postocominista, putiniana, ha pensato di invadere l’Europa, non rientra nella sua strategia, nei suoi interessi. E noi, anziché approfittare del disgelo di Trump con Putin e della sua revoca delle sanzioni per riattivare i rapporti commerciali e la fornitura energetica per ristabilire relazioni che a noi sono ancora più utili, necessarie, oggi più di ieri, dopo quel che è successo grazie a Trump e Netanhyau nello stretto di Hormuz, stiamo al contrario armandoci contro i russi. Siamo a un passo dalla pace, ma l’Europa accelera il passo verso la guerra. Assistiamo a una seduta terapeutica di gruppo in cui l’uno convince l’altro che siamo già in guerra con la Russia, siamo sotto attacco di Putin, vetrine incluse. Riesco a capire i timori delle repubbliche baltiche, che derivano dalla storia passata e dall’oppressione sovietica di lunghi anni; riesco a capire nei paesi confinanti con la Russia le tracce di riflessi condizionati alimentate da timori atavici. Ma quando senti la von der Leyen, alcuni leader europei occidentali, i nostri governanti, e da ultimo il prode Crosetto, attribuire tutto quel che succede di negativo in Italia, persino l’ennesima violenza di piazza (che da noi si abbatte periodicamente da sessant’anni con ciclicità scontata) alla regia russa e alla guerra spuria, allora hai solo un dubbio: che si debba chiamare lo psichiatra per certificare la grave alterazione mentale dei suddetti o se si debba chiamare la talpa per scavare quali interessi loschi si nascondono dietro e sotto una così insensata denuncia. Qualcuno ci guadagna da queste idiozie. Lucrose demenze.

In tema di Ucraina ho una domanda ingenua: ma quando l’Unione Sovietica invadeva l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia, che poi erano Europa, come mai i nostri padri costituenti, i governanti di allora, gli statisti occidentali erano cauti a indignarsi, non rompevano le relazioni, non si dichiaravano in guerra con la Russia, non pensavano di mandare armi agli insorti e ai popoli schiacciati dai carri armati sovietici? Come mai nessuno allora si sognava di dire che oggi invadono Praga, Stettino o Budapest e domani saranno a Roma, Vienna o a Parigi, quindi dobbiamo armarci? Ci fidavamo più del regime totalitario sovietico che di Putin, nutrivamo più fiducia nella dittatura comunista rispetto all’autocrazia di Putin, o non c’importava niente delle popolazioni schiacciate e delle tante vittime? O quei predecessori nostrani erano realisti e sapevano che il mondo era stato spartito in aree e nessuno poteva cambiare gli assetti disegnati dalle potenze con le loro aree di influenza e di pertinenza? Come mai nessuno invocava il riarmo dell’Europa quando i carri armati russi erano quasi ai nostri confini, e oggi invece dobbiamo riarmarci e sfidare i russi pur sapendo di non essere competitivi sul piano militare? Era realismo geopolitico.

Anzi, visto che ci siamo, ci chiediamo cosa ha fatto l’Europa in questi ultimi anni davanti ai massacri di Gaza e alle aggressioni dei coloni, davanti alle follie di Trump in Iran e in Venezuela e un po’ ovunque? E di fatto quali sono stati i risultati del grande sostegno europeo in favore dell’Ucraina e dei suoi armamenti? In tutti questi casi l’Europa è stata irrilevante, non pervenuta, come davanti al tema dell’immigrazione o ai grandi temi geostrategici, energetici, tecnologici del nostro tempo. Quest’Europa ibrida, cioè bastarda, cosa rappresenta sullo scenario mondiale se non la caricatura di se stessa, la parodia di un continente che nulla conta in sede diplomatica e strategica?  E allora vai con la guerra ibrida, bombe e cotillons, armi nucleari e assalto ai negozi griffati, aggressioni alle centrali nucleari e alle gioiellerie, manovre di guerra e saccheggi di negozi e librerie, tutta una stessa pasta. Un élite di psicopatici in divisa di guerra, di eurocoglioni armati fino ai denti.

Marcello Veneziani estratto La verità

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Chesterton, sesso e proprietà

26 October 2026 at 07:47

 

Juan Manuel de Prada
In questi giorni in cui i demagoghi cercano di trasformare il problema dell’abitazione in
affitto nella panacea per tutti i mali che affliggono i giovani, mi è tornato in mente un
articolo preveggente di Chesterton, intitolato Sesso e proprietà, in cui avvertiva che "lo
spirito stesso del male ha maledetto le due grandi forze che hanno reso la vita poesia". Due
forze – sesso e proprietà – che sono i pilastri su cui si fonda una vita dignitosa e che erano
intimamente legate "finché l'umanità era umana, anche se pagana. Ma il fetore del
paganesimo decadente non era così forte come il fetore del cristianesimo decadente".
Entrambe le forze implicavano effettivamente la partecipazione di ogni persona a un
processo creativo che la includeva e insieme la trascendeva. In mezzo al “fetore del
cristianesimo decadente", entrambe sono state furiosamente adulterate, con il proposito di
un'ingegneria sociale il cui obiettivo finale è ciò che Clive Stapleton Lewis chiamava
l'abolizione dell'uomo.
Per citare ancora Chesterton, è stata proclamata una “religione erotica” che esalta la
lussuria e al tempo stesso proibisce la fertilità; contemporaneamente, è stato imposto un
concetto perverso di proprietà, confuso con “qualcosa che viene immediatamente
consumato, goduto e utilizzato, qualcosa che procura un piacere momentaneo e poi
scompare”. In questo modo, i due pilastri su cui si fondava una vita dignitosa vengono
contemporaneamente distrutti; l'uomo si trasforma in mero consumatore senza radici,
bulimico, alla ricerca di una gratificazione immediata dei suoi appetiti e bisogni,
rassegnandosi a un'esistenza errante, senza una casa propria e senza legami. L'affitto, che i
demagoghi propinano ai giovani come una nuova forma di redenzione, non è altro che
l'esatto equivalente di quel sesso fugace e sterile che è stato elevato a religione erotica del
capitalismo. In una società non immersa nel "fetore del cristianesimo decadente", l'affitto
sarebbe una realtà residuale, utilizzata – a parte turisti e stranieri di passaggio – solo da
persone il cui lavoro richiede continui spostamenti. Il lavoratore medio, legato a un’attività
che lo vincola alla propria terra, non desidera affittare una casa, ma piuttosto godersi la
propria abitazione con la famiglia; affittare una casa non è altro che consumarla,
partecipare a un piacere privo di prospettive future.
In questo senso, l'affitto "indefinito" (che è quello che i demagoghi offrono ai giovani che
lasciano senza casa) è una caramella doppiamente avvelenata. Perché, se da un lato
propone una vita senza radici autentiche, dall'altro cerca anche di perpetuarla. L'affitto
svuota la proprietà del suo carattere sacro e la degrada a mero bene di consumo fungibile;
è l'habitat naturale richiesto dalla religione erotica intronizzata dal capitalismo. "Mobilità
lavorativa", "flessibilità residenziale", "economia della condivisione", insomma, tutti quegli
eufemismi aberranti che il capitalismo ha inventato per mascherare la vita sterile e senza
radici che offre a una gioventù stordita, alla quale fa credere di trovarsi di fronte al
paradiso. In definitiva, sotto la maschera di una presunta emancipazione, l'affitto cela un
disegno di sterilità che impedisce la costruzione di un'eredità vitale.
Perché la proprietà, come sottolinea anche Chesterton, costruisce qualcosa di permanente:
chi possiede un campo o un giardino non solo mangia i frutti della sua terra, ma decide
anche chi li erediterà. L'affitto impone un turismo esistenziale elevato a condizione

metafisica: l'individuo attraversa la vita come un ospite perenne di un albergo
impersonale. Una vita senza proprietà non potrà mai essere un'autentica vita di comunità.
In realtà, l'affitto che i demagoghi offrono alla gioventù cretinizzata non è altro che la
proposta di sradicamento strutturale indispensabile al funzionamento del mercato
globalizzato: un lavoratore senza proprietà è un soggetto sottomesso, infinitamente
mobile, disposto a trasferirsi a seconda delle esigenze del mercato del lavoro. Chesterton
affermava nel già citato articolo, con lucida franchezza, che "il sesso diventerà per lo
schiavo un mero piacere, affinché non diventi mai potere". Lo stesso vale per la casa.
Privando i giovani della proprietà immobiliare, li si priva della loro cittadella, del loro
piccolo regno di resistenza contro il capitalismo. Alla fine, il giovane, intrappolato tra sesso
sterile e affitto perpetuo, crede di essere libero perché cambia spesso partner e codice
postale, senza rendersi conto di aver accettato la più docile condizione di servitù: quella di
chi non lascia alcuna traccia sulla terra.
( fonte www. Noticiasholisticas.com.ar – trad.

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