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La Cia al servizio della competitività americana? Il caso dello spionaggio economico

27 October 2026 at 16:02

Per decenni Washington ha tracciato una linea piuttosto netta. Le agenzie di intelligence possono raccogliere informazioni sulle imprese straniere quando vi è un interesse per la sicurezza nazionale, ma non possono farlo con l’obiettivo di assicurare un vantaggio commerciale alle aziende americane. David S. Cohen, due volte vicedirettore della Cia, sostiene su Foreign Affairs che quella distinzione abbia perso buona parte della propria ragion d’essere.

L’analisi

Il punto di Cohen non consiste semplicemente nel sostenere che gli Stati Uniti dovrebbero comportarsi come i propri avversari. Riguarda, piuttosto, il cambiamento intervenuto nel rapporto tra sicurezza economica e sicurezza nazionale. Intelligenza artificiale, semiconduttori, tecnologie quantistiche, bioingegneria, energia avanzata e spazio si sviluppano oggi in larga misura nel settore privato. Tecnologie concepite per il mercato civile possono determinare contemporaneamente capacità militari, autonomia industriale e posizione di uno Stato nella competizione internazionale.

Il presupposto su cui si fondava la tradizionale cautela americana, secondo Cohen, si è quindi progressivamente indebolito. Quando gli Stati Uniti disponevano di un vantaggio tecnologico difficilmente contendibile, legittimare lo spionaggio commerciale avrebbe significato soprattutto esporre le proprie aziende a un rischio maggiore. Oggi lo scenario è diverso. La competizione con la Cina ha ridotto il margine americano in diversi comparti tecnologici e, contemporaneamente, Washington ha riportato la politica industriale all’interno del perimetro della sicurezza nazionale.

Non era solo percezione: un censimento del Center for Strategic & International Studies ha raccolto 224 episodi pubblicamente noti di spionaggio cinese diretti contro gli Stati Uniti dal 2000, precisando che il 54% riguardava l’acquisizione di tecnologie commerciali. Lo stesso Csis avverte che la natura clandestina di queste attività rende inevitabilmente incompleto il dato.

Qui Cohen individua quella che considera un’asimmetria strategica. Stati rivali, e in alcuni momenti anche Paesi alleati, hanno utilizzato gli strumenti dell’intelligence per acquisire conoscenze industriali e tecnologiche americane, mentre Washington ha continuato a vietare alle proprie agenzie di raccogliere informazioni commerciali straniere con lo specifico scopo di migliorare la posizione competitiva delle aziende nazionali.

La scelta americana non nasceva soltanto da considerazioni etiche. Rispondeva anche a una precisa concezione del rapporto tra Stato e mercato. Se il governo decidesse quali aziende debbano beneficiare di informazioni clandestine ottenute all’estero, finirebbe inevitabilmente per intervenire nella competizione tra soggetti privati.

Nel 2014 l’amministrazione Obama rese esplicito questo principio nella Presidential Policy Directive sulle attività di signals intelligence. La raccolta di informazioni commerciali private straniere e di segreti industriali poteva essere autorizzata per ragioni di sicurezza nazionale, ma non per conferire un vantaggio competitivo alle aziende o ai settori economici statunitensi.

La superiorità tecnologica

La ragione sta nella crescente difficoltà di stabilire dove termina l’interesse commerciale e dove comincia quello strategico. Un algoritmo, una nuova architettura per semiconduttori o una tecnologia quantistica può rappresentare contemporaneamente una proprietà intellettuale privata, un vantaggio industriale e una capacità decisiva per la sicurezza dello Stato. Se la superiorità tecnologica diventa una componente della deterrenza e della potenza nazionale, sostiene in sostanza Cohen, anche il confine tradizionale entro cui opera l’intelligence deve essere riesaminato.

Intervistato da Npr dopo la pubblicazione dell’articolo, Cohen ha insistito sulla necessità di criteri “rigorosi, oggettivi e neutrali” per individuare sia i settori strategici sia le imprese destinatarie dell’intelligence. Presidente e Congresso dovrebbero definire preventivamente il perimetro, mentre le commissioni parlamentari competenti e gli ispettori generali della comunità di intelligence dovrebbero controllarne l’applicazione. L’obiettivo sarebbe impedire che uno strumento concepito in nome della sicurezza nazionale si trasformi in un meccanismo di favore verso aziende politicamente vicine all’amministrazione.

Una cosa è acquisire informazioni su una tecnologia sviluppata da un concorrente strategico; altra cosa è decidere quale impresa nazionale debba poterne beneficiare. La prima decisione appartiene alla tradizionale definizione delle priorità informative. La seconda introduce direttamente lo Stato all’interno della competizione tra aziende.

Cohen ne riconosce certamente il rischio, valutando però ancor più pericoloso lasciare che la vecchia norma venga progressivamente erosa senza una decisione formale e senza un sistema di controllo. Il suo timore, spiegato alla Npr, è che il cambiamento possa già procedere in maniera informale, producendo una zona grigia nella quale le vecchie restrizioni vengono indebolite senza che siano state costruite nuove garanzie.

Negli ultimi anni concetti come economic security, de-risking, controllo degli investimenti, protezione delle supply chain, export control e tutela delle tecnologie critiche hanno progressivamente avvicinato politica economica e sicurezza nazionale. L’interrogativo sollevato da Cohen rappresenta, sotto questo profilo, il passo successivo: se lo Stato identifica alcune tecnologie private come essenziali alla propria sicurezza, fino a che punto può utilizzare gli strumenti normalmente riservati alla sicurezza nazionale per garantirne la competitività?

Per gli Stati Uniti la risposta proposta dall’ex vicedirettore della Cia è chiara: il vecchio divieto assoluto non riflette più la struttura della competizione internazionale. Ma rimuoverlo significherebbe anche accettare una trasformazione non marginale della funzione dell’intelligence, chiamata non soltanto a conoscere le capacità dell’avversario o a proteggere quelle nazionali, ma potenzialmente anche a contribuire alla costruzione del vantaggio economico e tecnologico del Paese.

Conflitti senza centro, la sicurezza nazionale alla prova delle nuove reti

27 October 2026 at 14:29

Le violenze di Milano, gli scontri di Roma e le mobilitazioni in varie città occidentali sono il precipitato metropolitano di una trasformazione globale della conflittualità. La tecnica riorganizza gli spazi in cui si formano percezioni, appartenenze e comportamenti. Come si assottiglia il confine fra guerra e non guerra, interno ed esterno, così fratture sociali, reti digitali, culture antagoniste e operazioni di influenza possono interagire senza una regia comune. Di fronte a questa complessità si invoca l’abusato «approccio olistico» oppure si parla di “caos”. Comprenderla richiede invece una revisione rigorosa delle categorie interpretative.

Tale revisione presuppone due distinzioni: fra spiegazione e giustificazione della violenza e fra paradigma giudiziario e strategico. Sono categorie con oggetti e criteri di validità differenti.

Il giustificazionismo pseudosociologico degli anni passati ha provocato un comprensibile rigetto. Ma negare ogni giustificazione non rende irrilevanti le cause sociali. Ignorarle significa trascurare vulnerabilità sfruttabili da organizzazioni estremiste e apparati stranieri. La spiegazione sociale non attenua la responsabilità penale: chiarisce le condizioni in cui possono svilupparsi minacce alla sicurezza nazionale.

Carovita, difficoltà abitative e mobilità sociale bloccata erodono, soprattutto fra i giovani, la fiducia di migliorare rispetto alla generazione precedente. Fratture interne possono così acquistare rilevanza oltre i confini nazionali. L’articolo 3, secondo comma, della Costituzione, sulla rimozione degli ostacoli economici e sociali all’eguaglianza effettiva, investe la credibilità dell’ordinamento e la sua sicurezza.

Quanto alla seconda distinzione, i paradigmi giudiziario e strategico differiscono per oggetto, metodo e criteri di validità: il primo ricostruisce fatti e responsabilità secondo regole probatorie; il secondo interpreta processi e possibili evoluzioni. Confonderli significa attribuire valore probatorio a ipotesi strategiche o ridurre un fenomeno ai suoi responsabili.

Consideriamo Milano. Dopo i saccheggi del 17 e 18 ottobre, il 24 non si sono ripetute devastazioni, mentre a Roma si sono registrate tensioni. L’individuazione del presunto amministratore dei canali del Movimento 17 ottobre, che secondo gli inquirenti avrebbe cercato di sfruttare i disordini precedenti, costituisce un importante risultato investigativo, ferme restando le verifiche giudiziarie. Chiarisce uno specifico livello organizzativo, non una regia unitaria dell’intero fenomeno.

Veniamo alle categorie interpretative. Una prima chiave di accesso riguarda la morfologia della conflittualità. La distinzione fra spontaneità e organizzazione centralizzata non spiega iniziative autonome che convergono senza direzione unitaria. Il concetto di bebelarchia, sviluppato a partire da un’analisi dei movimenti No Global, distingue l’assenza di un centro dall’assenza di un ordine. I nodi della rete selezionano e trasformano impulsi, generando effetti non interamente controllabili. Gerarchie e centri decisionali permangono, ma entro relazioni mutevoli.

Circolano pratiche, non soltanto messaggi. Anarchism in Action: Methods, Tactics, Skills, and Ideas (2001), raccolta curata da Shawn Ewald, documenta la diffusione transnazionale di repertori militanti. Nell’inchiesta milanese è comparso Rivoluzione, istruzioni per l’uso, ispirato alle proteste egiziane del 2011. Tecniche e linguaggi possono attraversare gruppi senza che siano necessari legami organizzativi diretti.

La categoria dell’«integrazione antagonista», elaborata con riferimento all’ibridazione politica fra radicalismo islamista e antagonismo occidentale, descrive gruppi ideologicamente distanti che riconoscono avversari comuni, condividono mobilitazioni e adottano reciproci repertori d’azione. Queste interazioni possono trasformarne identità e strategie senza un’organizzazione unitaria.

Le interferenze straniere attraversano reti transnazionali, intermediari, piattaforme e, in alcuni casi, segmenti di comunità diasporiche. Il fenomeno precede Internet: durante la guerra fredda le «misure attive» sovietiche impiegavano falsificazioni e disinformazione. Un documento americano del 1983 ricordava falsi telegrammi attribuiti all’ambasciata statunitense a Roma. Oggi algoritmi e intelligenza artificiale propagano narrazioni attraverso nodi distanti, senza catene lineari. Il rapporto europeo del marzo 2026 esamina campagne contemporanee di manipolazione estera. L’influenza può modificare tensioni che non ha originato.

La minaccia strategica emerge quando tensioni sociali circoscritte diventano terreno di convergenza fra gruppi violenti, reti di radicalizzazione e operazioni di influenza estera. La circolazione di tecniche insurrezionali, il sabotaggio di infrastrutture sensibili e la manipolazione informativa possono rafforzarsi reciprocamente senza una regia comune. Il rischio non è soltanto l’estensione dei disordini, ma la trasformazione di conflitti locali in fattori di instabilità nazionale. Di qui l’esigenza di rivedere le categorie tradizionali e integrare l’analisi delle fratture sociali, delle reti digitali, dei gruppi violenti e delle interferenze esterne. La questione decisiva è comprendere quando e come queste dinamiche, pur conservando una propria autonomia, possano concorrere alla formazione di minacce che nessuno dei soggetti coinvolti ha interamente progettato o controllato.

Le navi che l’algoritmo non vedeva. Così l’IA può negare la realtà

27 October 2026 at 11:28

Lunedì 5 ottobre, intorno alle 10.30 del mattino, il centro di coordinamento del soccorso marittimo di Costanza riceve una richiesta d’aiuto: un mercantile carico di mais ucraino, partito da Izmail e diretto a Ravenna, è in fiamme a una trentina di miglia da Sfântu Gheorghe, nella zona economica esclusiva romena. Si chiama Royad Mammadov, batte bandiera di Saint Kitts e Nevis, ha armatori e gestori turchi e un equipaggio azero e indiano. Affonderà poche ore dopo, con due morti a bordo, tra cui il comandante. All’alba del giorno successivo tocca alla Bulgaria: droni aerei e di superficie colpiscono due mercantili nella sua zona economica esclusiva. La Alfa Watan cola a picco e del suo equipaggio non si troverà traccia; la Able, battente bandiera di Palau e carica di grano, resta in fiamme con la sala macchine allagata. Una settimana più tardi, nella notte tra il 12 e il 13 ottobre, lo schema si ripete al largo di Krapets, con un’altra nave affondata, undici marinai dispersi e la Chelsea 3 condotta a Varna con l’equipaggio salvo.

Nelle prime ore di questa sequenza ho fatto una prova semplice. Ho sottoposto a un assistente di intelligenza artificiale generativa le informazioni che cominciavano a circolare, con i nomi delle navi coinvolte, chiedendo di verificarle. La risposta è stata secca: si tratta di una bufala, la notizia è inventata. Mentre il governo di Sofia convocava una riunione d’urgenza e Bruxelles esprimeva preoccupazione, la macchina a cui un numero crescente di persone si affida per orientarsi negava che tutto ciò fosse accaduto.

Un errore senza bisogno di inganno

Ricostruendo i fatti a mente fredda, emerge un dettaglio che rende l’episodio ancora più istruttivo. I nomi che avevo fornito non erano storpiati. Royad Mammadov, Alfa Watan e Able sono le navi effettivamente colpite, identificate dalle autorità romene e bulgare e riportate dalle principali agenzie internazionali. Il modello non è stato ingannato da un dettaglio falso: ha dichiarato falso un dettaglio vero.

Le cause probabili sono banali, e proprio per questo inquietanti. Un modello linguistico conosce il mondo fino a una certa data; ciò che accade dopo può raggiungerlo solo attraverso una ricerca in rete, che non sempre viene attivata e che, nelle prime ore di una crisi, restituisce poco o nulla. Non trovando riscontri, il sistema non ha detto “non lo so”, né “non posso ancora verificarlo”. Ha trasformato l’assenza di prove in prova dell’assenza, e l’ha consegnata con il tono perentorio di un verdetto. L’errore non sta nella mancanza di informazioni, che è inevitabile, ma nella sicurezza con cui la lacuna è stata colmata.

C’è poi una seconda fragilità, che riguarda le fonti stesse. Nelle prime ore le informazioni erano contraddittorie anche nei circuiti professionali: per la nave affondata il 13 ottobre alcune testate hanno indicato la Azov Concord, altre la Dignity, registrata in Guinea-Bissau. Le banche dati marittime pubbliche, che un sistema automatico potrebbe interrogare, non sono un registro notarile: per la stessa Royad Mammadov, che in passato navigava con un altro nome, alcuni servizi riportano la bandiera di Saint Kitts e Nevis e altri quella liberiana, con posizioni incompatibili tra loro. Un algoritmo che tratta la corrispondenza esatta come criterio di verità, in un ambiente informativo strutturalmente rumoroso, è destinato a produrre falsi negativi proprio quando la posta in gioco è più alta.

La vulnerabilità che interessa a Mosca

Non ho elementi per sostenere che questo specifico errore sia stato provocato da un’operazione ostile, e sarebbe scorretto suggerirlo. Ma l’episodio illumina con precisione il terreno su cui si muovono gli apparati di guerra informativa del Cremlino, che da tempo hanno capito come l’intelligenza artificiale sia diventata uno snodo dell’ecosistema informativo occidentale.

Il caso più documentato è la rete nota come Portal Kombat o “Pravda”, individuata nel febbraio 2024 dall’agenzia francese Viginum e ricondotta a una società informatica con sede nella Crimea occupata. Non produce contenuti originali: ricicla in decine di lingue materiali dei media di Stato russi e di canali filo-Cremlino, attraverso centinaia di domini automatizzati. Nel 2024 ha pubblicato circa 3,6 milioni di articoli, con una diffusione umana trascurabile. Il pubblico, infatti, non sono le persone ma i sistemi che indicizzano la rete. NewsGuard ha verificato che dieci dei principali assistenti di IA riproponevano le narrazioni della rete in circa un terzo dei casi, citandone talvolta gli articoli come fonti; l’American Sunlight Project ha definito questa tecnica LLM grooming, adescamento dei modelli linguistici. A questo si aggiungono le campagne di tipo Doppelgänger, fondate sulla clonazione di testate autorevoli, documentate dal 2022 e oggetto di sanzioni europee.

Il punto, però, è che il nostro episodio mostra la faccia speculare della stessa medaglia. Le operazioni di grooming puntano a far affermare il falso alle macchine. Qui la macchina ha negato il vero da sola, senza che nessuno dovesse spendere un rublo. Per un avversario interessato a erodere la fiducia, un sistema che liquida come bufala un attacco reale contro la navigazione civile in acque di un Paese della Nato è un alleato involontario: abbassa la percezione della minaccia, confonde il quadro nelle ore decisive e offre materiale pronto a chi vuole sostenere che le accuse a Mosca sono costruite ad arte. Si può persino immaginare un uso deliberato della debolezza: immettere in rete versioni leggermente alterate di un fatto vero, con nomi o luoghi sbagliati, per indurre i sistemi automatici a classificare l’intero evento come falso. È un’ipotesi da verificare, non un fatto accertato, ma è coerente con un repertorio che fa della saturazione e dell’ambiguità la propria cifra.

Quanto conta davvero

Occorre misura anche nel valutare la portata del fenomeno. Non è vero che la maggioranza delle persone abbia già sostituito i motori di ricerca con gli assistenti di IA. Secondo il Digital News Report 2026 del Reuters Institute, l’uso settimanale dei chatbot per informarsi è salito dal 7 al 10 per cento a livello globale e solo l’1 per cento li considera la propria fonte principale; tra i 18 e i 24 anni la quota arriva al 17 per cento. Sono numeri ancora contenuti, ma il dato che dovrebbe preoccupare è un altro: appena il 4 per cento degli utenti dichiara di cliccare spesso sulle fonti originali indicate dall’assistente. La risposta sintetica tende a sostituire la verifica, non a guidarla. Inoltre, circa un terzo di chi usa questi strumenti per le notizie chiede loro proprio di valutare l’affidabilità di una fonte o di una voce. È esattamente l’uso che ho fatto io, ed è esattamente quello in cui l’errore produce più danni.

La crescita è rapida, è concentrata tra i giovani e tra chi ha posizioni politiche più radicali, e procede insieme all’integrazione dell’IA nei motori di ricerca, che espone a risposte sintetiche anche chi non le ha cercate. La vulnerabilità che oggi riguarda una minoranza riguarderà domani la maggioranza: conviene affrontarla adesso, mentre i comportamenti si stanno formando.

Il dividendo del dubbio

Robert Chesney e Danielle Citron hanno chiamato liar’s dividend, il dividendo del bugiardo, il vantaggio che un ambiente saturo di falsi offre a chi vuole negare il vero: se tutto può essere contraffatto, ogni prova scomoda può essere liquidata come contraffazione. L’intelligenza artificiale aggiunge un elemento nuovo. Non è più soltanto l’attore interessato a gridare al falso; è un sistema percepito come neutrale e competente, consultato proprio per sciogliere i dubbi, che può produrre lo stesso effetto per difetto di progettazione.

Qui sta il nucleo della questione per chi si occupa di guerra cognitiva. La propaganda russa contemporanea, che gli analisti della Rand hanno descritto come un “idrante di falsità” ad alto volume e bassa coerenza, non mira a convincere di una tesi precisa. Mira a rendere costosa la distinzione tra vero e falso, finché il cittadino rinuncia a farla. Peter Pomerantsev ha condensato questa condizione nel titolo di un libro dedicato alla Russia di Putin, Nothing Is True and Everything Is Possible. Un assistente che nega un fatto vero, e che magari il giorno dopo lo conferma, non fa che alimentare la stessa sfiducia generalizzata: se nemmeno la macchina sa, perché dovrei credere a qualcuno?

Che cosa fare

Le contromisure non sono misteriose, ma richiedono di essere pretese. Ai produttori di sistemi di IA va chiesto di trattare le notizie recenti come una categoria a rischio: quando un evento cade oltre l’orizzonte delle conoscenze del modello o non trova riscontri immediati, la risposta corretta è dichiarare l’incertezza, non emettere una sentenza. L’assenza di risultati non è una smentita, e un sistema che si propone come strumento di verifica dovrebbe saperlo distinguere. Allo stesso modo, la tracciabilità delle fonti e la resistenza ai circuiti di riciclaggio come la rete Pravda dovrebbero diventare requisiti verificabili, nell’ambito degli obblighi che il quadro europeo già impone ai fornitori di modelli di uso generale.

Alle istituzioni spetta un compito di comunicazione tempestiva e strutturata. Nelle prime ore di una crisi la versione ufficiale, con nomi, coordinate e identificativi delle navi, dovrebbe essere pubblicata in formati facilmente leggibili anche dalle macchine, così da ridurre lo spazio che il rumore e la manipolazione occupano. Ai cittadini, infine, va restituita un’abitudine antica: risalire alle fonti, confrontarle, diffidare delle risposte troppo nette su fatti troppo recenti. L’alfabetizzazione all’IA non è un capitolo della formazione tecnologica, ma della sicurezza nazionale.

Hannah Arendt scriveva che il suddito ideale dei regimi totalitari non è il convinto, ma chi non sa più distinguere tra fatto e finzione. Nel Mar Nero sono affondate navi vere e sono morti marinai veri. Il fatto che uno strumento consultato da milioni di persone potesse dichiararlo inventato, senza alcun bisogno di essere ingannato, ci dice quanto sia fragile la linea che separa una società informata da una società disorientata. Difenderla è parte della difesa, a pieno titolo.

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