Per decenni, l’Europa ha costruito il proprio modello sociale attorno a una promessa fondamentale: ogni generazione avrebbe vissuto meglio di quella precedente. Oggi, però, persino la Commissione europea ammette che questa prospettiva rischia di svanire. Dan Jorgensen, commissario europeo all’Energia e alla Casa, ha riconosciuto che i giovani potrebbero non raggiungere più il tenore di vita dei propri genitori. Le cause sono proprio le emergenze che l’Unione non riesce a risolvere: abitazioni inaccessibili, caro energia e precarietà lavorativa. Negli ultimi dieci anni, i prezzi delle case nell’UE sono aumentati in media di oltre il 60%, mentre gli affitti sono cresciuti di più del 20%. Per milioni di giovani, acquistare un’abitazione è diventato un traguardo sempre più irraggiungibile.
In Italia e Spagna, l’uscita dalla casa dei genitori avviene mediamente a 30,2 anni. Non si tratta di una scelta generazionale, ma della conseguenza di un sistema economico che concentra la ricchezza e restringe le opportunità. La frattura è evidente anche nel mercato immobiliare. In Spagna, la quota di famiglie con capofamiglia under 35 proprietarie di un’abitazione è precipitata dal 65% del 2008 al 40% del 2022. Chi ha acquistato casa prima dell’impennata dei prezzi ha beneficiato della rivalutazione degli immobili; chi è arrivato dopo si ritrova escluso. Anche sul lavoro il divario si allarga: nei Paesi ricchi, l’occupazione cresce maggiormente tra i lavoratori più anziani, mentre i giovani faticano a conquistare una posizione stabile.
A rendere il quadro ancora più drammatico è la crisi energetica. Secondo Jorgensen, quasi 50 milioni di europei incontrano difficoltà nel pagare il riscaldamento durante un inverno normale. Per queste persone, il rischio è dover scegliere tra mangiare e riscaldarsi. Eppure, mentre riconosce la gravità della situazione, Bruxelles conferma la volontà di mantenere il divieto di importare energia russa anche dopo l’eventuale raggiungimento della pace, con l’entrata in vigore prevista nel 2027. La contraddizione è evidente: l’Unione denuncia l’emergenza sociale, ma difende scelte energetiche che hanno contribuito a rendere più oneroso l’approvvigionamento del continente. La rottura con gli idrocarburi russi a basso costo, insieme all’impossibilità di utilizzare direttamente il gasdotto Nord Stream dopo la sua distruzione nel 2022, ha aggravato le vulnerabilità energetiche europee. Il pessimismo dei cittadini riflette questa realtà. Quasi l’80% degli europei ritiene che la prossima generazione vivrà peggio dei propri genitori, mentre circa due terzi considera ormai tramontati gli anni migliori. E la frustrazione sta già scendendo in strada. Dalla Spagna al Belgio, dall’Italia al Portogallo, fino alla Francia, il costo della vita, i salari insufficienti e l'emergenza abitativa alimentano proteste sempre più dure. In Francia, le violenze del 17 ottobre hanno provocato circa 2.700 arresti, migliaia di esercizi commerciali colpiti e centinaia di agenti feriti.
Episodi che non possono essere liquidati soltanto come un problema di ordine pubblico: dietro la rabbia esplode una crisi sociale che le istituzioni faticano a contenere. La vera emergenza europea è il fallimento della promessa di progresso. Un continente che non garantisce ai giovani una casa accessibile, un lavoro dignitoso e la possibilità di riscaldarsi senza sacrificare altre necessità fondamentali sta erodendo le basi del proprio patto sociale. E mentre Bruxelles continua a parlare di competitività, transizione e sicurezza, una domanda si fa sempre più pressante: quale futuro può offrire un sistema nel quale ogni nuova generazione rischia di perdere ciò che quella precedente aveva conquistato?
In attesa che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intervenga sull’inammissibile ingerenza del capo di governo nell’attività della magistratura, dovremmo iniziare a chiederci quanti secondi mancano alla fine della (malconcia) democrazia italiana.
Come sanno tutti – ma evidentemente sfugge a Giorgia Meloni – la moderna democrazia si fonda sul principio sulla separazione dei poteri, sullo stato di diritto e sulla libertà di stampa.
In questo momento, tutti e tre i principi stanno venendo calpestati. Il presidente del Consiglio, in un video di 49 secondi pubblicato su X, afferma:
“Lo dico senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del GIP di Milano di non convalidare l’arresto di Yuossef Siher, accusato di essere il gestore della pagina Telegram “Movimento 17 Ottobre”, la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano. Penso che questa sia una mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’Ordine, degli inquirenti, del Ministero degli Interni e in generale di tutti coloro che si adoperano per difendere la gente per bene dal rischio di vedere devastate le proprie città, i propri esercizi commerciali. Davvero non so come possa uno stato no-r-ma-le (enfatizza N.d.A) difendere le persone per bene, di fronte a queste decisioni di certa magistratura”.
Per prima cosa, in base a quanto emerge dalle indagini, il canale del movimento è stato creato la sera di domenica 18 ottobre, il giorno successivo alle rivolte di Milano. Siamo nel campo dell’assurdo.
Ma ciò è nulla delle ben più gravi conseguenze delle affermazioni di Meloni che:
Mette mediaticamente alla gogna un magistrato.
Nelle vesti di capo dell’esecutivo, interferisce a gamba tesa nelle decisioni dei giudici.
Intimidisce i magistrati e ne indebolisce l’indipendenza.
Apre un conflitto istituzionale.
Il principio di separazioni dei poteri, teorizzato nel 1748 da Charles L. de Motesquieu ne “Lo spirito delle Leggi” , sta alla base del pensiero liberale e della moderna democrazia. Il potere assoluto viene segmentato e assegnato a tre organi differenti e autonomi. Come si impara alle medie, ma probabilmente occorre ripetere, al parlamento spetta il potere legislativo, al governo il potere esecutivo e alla magistratura il potere giudiziario.
L’indipendenza dei tre organi costituisce sia una garanzia che un limite. Se un potere interferisce con gli altri poteri, viene meno l’impalcatura della democrazia e si cade rovinosamente verso l’assolutismo.
Siamo in questa situazione e francamente non è neanche una sorpresa. Il governo di Meloni aveva già tentato di mettere le briglia alla magistratura con la riforma Nordio. Un referendum costituzionale ha impedito che ciò accadesse.
La magistratura ha reagito con veemenza le parole della Meloni, definendole inaccettabili.
I giudici di Milano hanno protestato duramente contro l’ingerenza del capo dell’esecutivo e i condizionamenti esterni, in difesa della terzietà e dell’autonomia dei magistrati:
“Le dichiarazioni di alcuni esponenti politici di rilievo, ricoprenti anche cariche istituzionali, rilasciate all’esito della decisione della giudice del tribunale di Milano sono irricevibili ed evidenziano una scarsa conoscenza reale o mascherata degli istituti giuridici di uno Stato di diritto“, si legge in una nota congiunta della presidenza del tribunale di Milano e della Sezione Gip-Gup, a firma Fabio Roia e Vincenza Maccora.
La giunta esecutiva dell’ANM definisce quello di Meloni un “attacco scomposto” alla decisione di un magistrato, la cui delegittimazione da parte “delle più alte cariche dello Stato” è definito un “esercizio di intimidazione che non dovrebbe appartenere a uno Stato di diritto. Un esercizio insopportabile".
"Autonomia e indipendenza della magistratura sono due capisaldi della democrazia - sottolinea l'Anm - in cui i magistrati non possono essere il nemico da additare in ogni circostanza all'interno del dibattito pubblico. Questo comportamento arreca un danno alla credibilità delle istituzioni", ribadisce il comunicato .
La “scompostezza” di Giorgia Meloni va letta sia in prospettiva dell’imminente campagna elettorale, che si combatterà fino all’ultimo sangue, come si vede dai pròdomi, sia perché la decisione del Gip Tiziana Landoni smonta l’impalcatura accusatoria che ha portato la procura di Milano a disporre arresto e carcere cautelare per Siher.
In base a quanto riporta il Corriere, per il giudice preliminare “non soltanto non ci sono esigenze cautelari per trattenere in custodia cautelare” il giovane trentenne – definito da alcuni giornalisti addirittura l’”intelligence” di una cellula terroristica” – ma “ancor prima e a monte non c’erano fondate ragioni giuridiche per fermarlo sabato notte dopo una giornata in Questura e portarlo a San Vittore, perché le sue condotte, con la creazione e l’amministrazione di un canale Telegram con 11.000 iscritti e di una pagina Instagram giunta a 50.000 iscritti, non sono incasellabili nelle fattispecie penali di «istigazione a delinquere» aggravata dalla «finalità di terrorismo», e nemmeno di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche» tipizzata come nuovo e autonomo reato dall’ultimo decreto legge del governo Meloni proprio dopo i saccheggi nel centro di Milano”.
Se ne deduce che un giovane è stato arrestato, portato in carcere e sbattuto come mostro in prima pagina solo per la congiuntura di quattro fattori:
La creazione di una pagina social di un nascente movimento politico;
Le origini dei genitori;
La fede islamica;
L’attivismo in difesa della Palestina.
Nessuno di questi è evidentemente un reato, pertanto – da quanto emerge – il suo arresto ci porta fuori dallo Stato di Diritto. Tanto più che uno dei principi cardine dell’ordinamento giuridico è stato platealmente calpestato: la presunzione di innocenza.
Anche qui occorre ricordare che il principio di presunzione di innocenza è definito dall’articolo 27 della Costituzione che recita: L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”.
I giornalisti lo sanno bene, poiché se non lo rispettano, definendo un imputato come criminale prima della sentenza definitiva, si beccano una querela.
La stampa non si è limitata ad ignorare la presunzione di innocenza, ma ha costruito dal nulla un profilo criminale di Siher e di sua moglie, presentandolo come un nuovo “cattivo maestro”. I giornalisti non hanno semplicemente sbattuto il mostro in prima pagina, ma hanno ricreato un “clima da anni di piombo”, senza lotta armata, senza gruppi rivoluzionari e senza bombe. Ciò è evidentemente in linea con una nuova strategia della tensione volta a legittimare la repressione, la limitazione delle libertà politiche e di espressione.
Se il Viminale ha usato il pugno duro, i giornalisti maistream sono diventati una vera e propria avanguardia dello stato di poliziae del partito trasversale della guerra, il cui obiettivo è mettere a tacere ogni voce critica attraverso la criminalizzazione dell’opposizione.
In un paese democratico le massime cariche dello Stato rispettano la separazione dei poteri, sono garanti dello stato di diritto e la stampa è libera, ovvero non risponde agli ordini del potere politico, economico, militare o di polizia.
Le vicende delle ultime settimane ci segnalano che siamo a pochi secondi dalla mezzanotte della democrazia.
Negli ultimi decenni si sono affermate due concezioni della sicurezza globale. La prima si incarna nella potenza militare americana, che pretende di garantire la sicurezza su scala planetaria attraverso una macchina bellica senza precedenti nella storia. La seconda risiede nella “potenza civile” del resto del mondo, fondata su accordi politici e commerciali, aiuti economici, promozione dello sviluppo e missioni multilaterali di pace.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i governi e i media occidentali hanno creduto di agire a nome del mondo intero nell’ingaggiare uno scontro estremo con la Russia per difendere regole di sicurezza e di giustizia internazionale condivise dall’intero pianeta.
Purtroppo il resto del mondo non la pensava così. I fatti hanno dimostrato che ad essere isolato era il blocco euro-americano, non la Russia. Dopo aver condannato all’ONU la violazione della sovranità ucraina, quasi il 90 per cento degli Stati membri si è rifiutato di schierarsi con la NATO in una crociata antirussa.
A inquadrare la questione in termini apocalittici, come una lotta tra valori supremi e tra civiltà e caos, sono rimasti soltanto i paesi dell’Alleanza atlantica e pochi altri.
Al di fuori dei membri della NATO e dei partner tradizionali dell’America in Asia orientale, nessun paese ha accettato di inviare armi e aiuti militari all’Ucraina o di imporre sanzioni alla Russia. Mi riferisco alle nazioni dell’Africa, dell’America centrale e meridionale, dell’Asia centrale e meridionale. Come hanno osservato sconsolati Gfoeller e Rundell su Newsweek, l’87 per cento della popolazione mondiale si è rifiutato di seguirci (15 settembre 2022).
Fin dall’inizio, la guerra in corso è stata presentata come una vicenda che coinvolgeva solo tre attori: l’Occidente atlantico, la Russia e l’Ucraina. Il resto del mondo è rimasto a guardare, e perfino paesi satelliti degli Stati Uniti hanno respinto le pressioni di Biden per punire la Russia.
Quando tutti i principali Stati non europei, Giappone escluso, dal Messico all’Indonesia, dal Pakistan all’India, dal Brasile al Sudafrica, e persino Israele e l’Arabia Saudita, prendono le distanze dallo Zio Sam, vuol dire che nelle relazioni internazionali qualcosa di fondamentale è cambiato. E vuol dire anche che mancano gli elementi per sostenere che sia in corso una nuova Guerra fredda o una terza guerra mondiale.
Lo scontro tra la NATO e la Russia non si è esteso perché fuori dall’Occidente questo conflitto viene considerato una questione sub-regionale come tante altre, da affrontare con gli strumenti consueti del cessate il fuoco, del negoziato e degli accordi di pace.
Il mondo è multipolare da più di trent’anni, dal 1989. Ogni polo, ogni potenza grande o piccola, tende a seguire la traiettoria dei propri interessi, dettati in parte dai bisogni della propria popolazione. I sondaggi globali ci dicono che l’ultima cosa a cui pensano i cittadini del pianeta è finanziare una corsa agli armamenti a scapito della lotta alla povertà e della ricerca della prosperità.
Il tentativo di dividere di nuovo il mondo in due campi, questa volta le democrazie liberali filoamericane contro le tirannie filocinesi e filorusse, è un’operazione politica destinata al fallimento.
Lo è anzitutto per lo spostamento degli equilibri del potere mondiale. Gli Stati Uniti rappresentano appena il 4,2 per cento della popolazione mondiale e solo il 16 per cento del PIL globale, contro il 50 per cento del 1950. Il PIL dei BRICS (Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica) supera ormai quello del G7. La popolazione del G7 è appena il 6 per cento di quella mondiale, contro il 41 per cento dei BRICS. Secondo i dati 2022 del Fondo monetario internazionale, i paesi “emergenti e in via di sviluppo” producono oggi il 58 per cento del PIL mondiale misurato a parità di potere d’acquisto, contro il 30 per cento dei paesi del G7.
Nell’ottobre 2022 l’Università di Cambridge ha pubblicato uno studio sugli atteggiamenti dell’opinione pubblica mondiale verso le grandi potenze: Cina, Russia e Stati Uniti. Lo studio è viziato da un pregiudizio, perché adotta lo schema di un Occidente liberale filoamericano contrapposto a un resto del mondo illiberale. Rivela tuttavia una netta preferenza per Cina e Russia tra i cittadini dei 137 paesi “illiberali”: il 70 per cento, cioè 6,3 miliardi di persone, ha un’opinione favorevole della Cina, e il 66 per cento della Russia.
Nelle cosiddette “democrazie liberali”, invece, il 75 per cento, ovvero 1,2 miliardi di individui, ha un’opinione sfavorevole della Cina, e l’84 per cento della Russia. Il rapporto è di cinque a uno a favore di Russia e Cina.
Stiamo assistendo alla fine dell’egemonia globale degli Stati Uniti, perché un mondo multipolare è già una realtà. Le nazioni non occidentali vedono in un sistema multilaterale imperniato sulle Nazioni Unite la sede più adatta a promuovere la pace e la prosperità nel mondo.
Il nuovo multipolarismo deve fronteggiare sfide inedite come la sicurezza ambientale, ma sono le minacce di lunga data a destare le preoccupazioni più urgenti. Il disarmo e la non proliferazione sono questioni cruciali da affrontare, ed è indispensabile una nuova governance globale dotata di regole e meccanismi decisionali più solidi di quelli attuali.
Per fortuna, l’arena principale della governance globale non è più quella di settant’anni fa. Non abbiamo più soltanto le istituzioni di Bretton Woods e i loro derivati. Il panorama si è arricchito con la nascita, nell’orbita dei BRICS, di un polo dell’aiuto internazionale più trasparente e cooperativo, formato dalle due nuove banche di sviluppo: la Nuova Banca di Sviluppo e la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture.
Sul piano delle organizzazioni multilaterali, accanto ai BRICS sono cresciuti in misura significativa organismi regionali e sub-regionali come l’ASEAN. In campo militare ed economico, lo sviluppo più rilevante è l’allargamento dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), che riunisce diverse nazioni eurasiatiche in una cooperazione tanto militare quanto economica.
Non si può trascurare, poi, l’ambizioso progetto cinese della Nuova Via della Seta, che mira a rafforzare la connettività fisica e politica dell’Eurasia. La sua integrazione con l’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia sta accelerando rapidamente l’integrazione del continente.
Questo multipolarismo concreto ha incrinato il predominio delle istituzioni di Bretton Woods e sta aprendo la strada a un ordine mondiale più stabile e pacifico. Un ordine capace di autoregolarsi, che ha messo in luce quanto l’egemonia globale americana sia ormai superflua e dannosa.
28 ottobre. L'argomento del giorno (a rigor di termini: della giornata passata; ma i suoi sviluppi si attendono in un futuro prossimo) è stata la telefonata di martedì pomeriggio del presidente finlandese Alexander Stubb e del primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre al Cremlino, definita dalle parti “aperta e concreta”. I commenti in merito, per ora, sono abbastanza laconici e affidati per lo più agli organi di stampa, mentre il tono generale è quello di una sorta di “pre-allarme”, costituito appunto dalla richiesta di conversazione finno-norvegese, per le sorti delle strategie belliciste del fu “giardino fiorito” europeista. Così, per esempio, su PolitNavigator, l'osservatore Nikolaj Anfalov, esordisce con «Ebbene, è successo. Sembra che fossero davvero fondate le voci diffuse dai media europei sulla frenetica ricerca, da parte del "kolkhoz europeo", di negoziatori disposti a intavolare trattative con il Cremlino». Ecco quindi che i due, Stubb e Støre, hanno telefonato a Putin per discutere della "de-escalation del conflitto ucraino". Pare che dopo aver parlato con Putin, i due avrebbero chiamato anche Zelenskij; ma, da Kiev, nessuna reazione di rilievo. Il quotidiano finlandese Ilta-Sanomat scrive che la scelta di Stubb e Støre quali soggetti del colloquio con Putin «non è casuale: Stubb ha tenuto a precisare che entrambi hanno preso parte alla telefonata in qualità di leader dei rispettivi paesi e non come rappresentanti dell'Europa. Tuttavia, ciò non elimina il fatto che i due si siano presentati in primo luogo come inviati europei... la partecipazione di Stubb e Støre potrebbe indicare che la situazione sia peggiore di quanto qualcuno in Occidente osi ammettere». Anche la liberal-europeista giornalista russa Julija Latynina osserva che la telefonata costituisce la prova del deterioramento della situazione delle Forze armate ucraine e della situazione economica ucraina. Per molti anni, dice Latynina, l'Europa si è rifiutata di dialogare con Putin e se ora, per qualsiasi motivo, decide di parlare con la Russia, significa che la situazione è cambiata radicalmente. Con preoccupazione bellicista, il britannico The Telegraph scrive che la telefonata dei due scandinavi divide le file degli alleati di Kiev. E però, dice ancora Latynina, Stubb e Støre non hanno offerto a Putin nulla di accettabile per Moskva: «è seria questa conversazione, considerando che se la Russia non avesse avuto il sopravvento sul campo di battaglia e l'Europa non avesse percepito che il suo cliente, l'Ucraina, è prossima alla fine, difficilmente l'Europa avrebbe chiamato? ... coloro che si sono rifiutati di offrire alla Russia un cessate il fuoco quando si trovava in una situazione ben peggiore, ora pretendono che la Russia fermi il conflitto e perda una guerra che sta vincendo».
Più prosaicamente, ancora Anfalov nota che, probabilmente, non c'è una svolta decisiva nei negoziati, ma solo un primo cauto test delle posizioni delle parti per determinare i limiti di possibili concessioni; una sorta di ricognizione in vista delle consultazioni di Abu Dhabi, a cui gli europei non sono invitati. In altre parole, obiettivo dell'Europa non è quella di continuare la guerra fine a se stessa, ma di prolungarla per ottenere una posizione negoziale più forte. L'Europa ha bisogno della pace perché non può più permettersi la guerra finanziariamente, afferma Anfalov, ma non ha bisogno di una pace qualsiasi, bensì di una pace che non possa essere presentata dai media come una vittoria russa. La telefonata di ieri può dunque esser vista come l'inizio di una ricerca da parte europea di una formula accettabile per porre fine alla guerra, una formula in cui le concessioni concrete alla Russia possano essere conciliate con l'affermazione politica che la Russia non ha raggiunto i suoi obiettivi. Di più, dice Anfalov: «L'Europa non cerca semplicemente una pace che non possa essere presentata come una vittoria russa. Cerca una pace che non costringa le élite europee a riconoscere l'errore delle proprie politiche degli ultimi quattro anni e a riconsiderare l'intero assetto politico costruito attorno al confronto con la Russia. Si tratta di un compito ben più serio del semplice ammettere l'effettiva sconfitta della UE in Ucraina». Qui entrano in campo i soggetti della telefonata. Lo scorso 20 ottobre si erano incontrati a Oslo Stubb, Støre, Zelenskij, Witkoff e Kouchner, dopo di che Witkoff si era incontrato a Piter con Putin. Ora, il 27 ottobre, gli stessi Stubb e Støre parlano con Putin: emerge una sequenza: discussione delle proposte con Kiev e gli americani, trasmissione delle proposte a Moskva tramite Witkoff, sondaggi diretti europei su Putin e riscontro con Zelenskij. Ma, perché scegliere Stubb, che non decide nulla, non può garantire nulla, non può promettere la revoca delle sanzioni europee, un cambiamento nella strategia UE, né il consenso di Germania, Francia e altri attori? Proprio i poteri limitati di Stubb potrebbero rappresentare il principale vantaggio agli occhi di Bruxelles, che lo ha inviato: è abbastanza vicino al processo negoziale da essere preso sul serio e, al tempo stesso, non è abbastanza influente perché le sue parole diventino automaticamente vincolanti per tutta l'Europa. Se il dialogo si rivelasse infruttuoso, le principali capitali europee potrebbero liquidare la questione con la coscienza pulita, dichiarando: "Non siamo stati noi, non c'entriamo nulla". Se invece si profilasse la prospettiva di un'intesa, vi si aggrapperebbero, ampliando gradualmente il formato e coinvolgendo partecipanti più influenti. La prova di tale ipotesi è data dalle parole della premier danese Mette Frederiksen, che si è detta «molto scettica riguardo all'iniziativa indipendente di Norvegia e Finlandia. Non è stata coordinata con nessuno di noi. Non capisco davvero cosa questi due paesi pensino di poter ottenere in questo modo... quando altri viaggiano da soli, ad esempio a Mosca, è importante che noi europei viaggiamo insieme». Ciò indica che Stubb non è autorizzato a concludere alcun accordo, ma può scoprire se esista un accordo che altri sarebbero disposti a stipulare.
In ogni caso, osserva il presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali Dmitrij Trenin, un accordo provvisorio tra USA e Europa sull'Ucraina, prima della denazificazione e della smilitarizzazione dell'Ucraina, prima che siano raggiunti gli obiettivi dell'Operazione speciale e il principale dei quali riguarda la natura del regime di Kiev, l'aspetto che avrà l'Ucraina in futuro, un tale accordo non solo sarebbe privo di significato, ma rappresenterebbe di fatto una sconfitta per la Russia. La lotta «continuerà finché non riusciremo a instaurare un ordine globale che ci permetta di sentirci relativamente sicuri e non dovremo più presumere che l'Occidente possa riprendere la sua offensiva contro di noi in qualsiasi momento».
D'altronde, nelle stesse ore della telefonata Stubb-Støre, il ministro della guerra britannico Wes Streeting ribadiva che l'esercito di sua maestà deve essere pronto a uno scontro diretto con la Russia entro 1.000 giorni: il periodo indicato a più riprese dalla NATO. Ma, ovviamente, ha assicurato che Londra «sosterrà incondizionatamente i nostri amici in Ucraina nella loro lotta per la libertà». A Londra la chiamano “lotta per la libertà”. Il politologo americanista tedesco Jonas Tögel, invece, meno poeticamente, chiama in causa una delle principali multinazionali mondiali, interessata a continuare la guerra in Ucraina: la BlackRock, che detiene un patrimonio di 14 trilioni di dollari e per la quale l'Ucraina rappresenta un ottimo affare, non solo per gli introiti dalle forniture militari, ma anche per le prospettive future quando il paese inizierà a essere ricostruito. BlackRock, conferma Tögel, ha investito in Ucraina 800 miliardi di dollari e allora «sorge una domanda: l'Ucraina combatte per la democrazia, oppure si tratta di un insieme di enormi interessi finanziari e capitali che si sta cercando di proteggere e incrementare?». Come quelli, ad esempio, di Rheinmetall, che nella prima metà del 2026 ha incrementato il proprio fatturato del 39%, raggiungendo i 5,2 miliardi di euro; o come quelli delle azioni dell'industria di guerra euro-atlantica, in generale, in continuo rialzo.
Così che mentre il governo post-fascista italiano annuncia che non farà un passo indietro sul sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e il ministro della guerra Guido Crosetto ribadisce pomposamente che «L’aiuto all’Ucraina non va a una terza nazione, ma innanzitutto al nostro futuro, alla nostra sicurezza», con ciò confermando la strada della sottrazione di centinaia di milioni di euro (senza contare le forniture militari vere e proprie, i cui dati non vengono resi pubblici) alle necessità vitali delle masse e dei lavoratori italiani per destinarli ai profitti dei ras di Kiev, proprio dalla capitale ucraina, l'ex “regina del gas”, nonché “martire” europeista del “dispotismo filo-russo”, Julija Timošenko, rompe le uova nel paniere e denuncia alla Rada come la Banca nazionale d'Ucraina partecipi al furto del bilancio e, nel corso di cinque anni di guerra, abbia contribuito al riciclaggio di quasi mezzo trilione di grivne. Al quinto anno di guerra, ha detto la ex primo ministro, in Ucraina «continuano a essere perpetrate operazioni di corruzione su larga scala attraverso la Banca nazionale. Ogni anno, dai 100 ai 170 miliardi di grivne in valuta reale, pagate dai cittadini in tasse, vengono trasferite dal bilancio alla Banca nazionale. A quale scopo? Perché prende in prestito denaro dalle banche commerciali, invece di lasciare che siano le banche commerciali a finanziare l'economia... il bilancio per il 2027 ha stanziato di nuovo 120 miliardi di grivne in contanti per queste operazioni. Pensateci: in cinque anni di guerra, 483 miliardi di grivne di fondi di bilancio sono stati riciclati attraverso le banche commerciali. Ovvero 12 miliardi di dollari!... Con questi soldi avremmo potuto armarci, comprare le nostre armi, acquistare tutti i droni prodotti dai nostri impianti e non avviare importazioni su larga scala».
Ne avrebbe però risentito l'industria di guerra euroatlantista, si potrebbe umilmente obiettare, con ciò commettendo un grave reato di “leso profitto privato”. D'altronde, nessun pericolo che tali profitti abbiano a ridursi. La UE pianifica di intensificare la guerra con la Russia attraverso i propri satelliti, dice il politologo Semën Uralov: una piazzaforte è data da Paesi baltici e Polonia, per la posizione strategica rispetto alla regione di Kaliningrad e alla Bielorussia. La seconda testa di ponte è la Transcaucasia, che significa la possibilità di una guerra simultanea contro Russia e Iran: qui, gli interessi di Europa e USA coincidono. Il terzo punto d'appoggio strategico, dice Uralov, è quello che viene chiamato Kazakhstan e Asia centrale, anche se là è ancora un vantaggio per Moskva che il Kazakhstan non abbia vicini come Polonia o Romania, attraverso cui condurre attività sovversive.
La guerra è rimasta l'unica speranza del profitto capitalista e a quella si aggrappano i suoi corifei, governativi e mediatici.
L’Assemblea Generale dell’Onu ha detto un ennesimo, sonoro "basta" al blocco economico e finanziario imposto da Washington a L’Avana. Il risultato è netto: 130 voti a favore, 17 contro e 25 astenuti. Nonostante i numeri schiaccianti per fermare il blocco, gli USA hanno giocato la solita carta dei ricatti e della sottomissione. Pressioni mai viste, intimidazioni diplomatiche, telefonate dirette ai capi di Stato. Il segretario di Stato Usa Marco Rubio non si è limitato a chiedere favori, ha imposto la linea. E così, accanto ai soliti Stati Uniti e Israele, abbiamo visto allinearsi paesi che fino a ieri giuravano sulla propria indipendenza. Compresi i sovranisti di cartone nostrani.
Tra quelle 25 astensioni c'è infatti il governo guidato da Giorgia Meloni. Una scelta che non può essere letta come prudenza diplomatica o realismo politico. È servilismo puro. È la fotografia di un Paese che ha abdicato alla propria sovranità, piegando la schiena di fronte al diktat della Casa Bianca pur di non scontentare il padrone di turno.
La inmensa mayoría de los Estados miembros de la ONU mantendrán su respaldo a la resolución. La comunidad internacional tiene conciencia sobre la naturaleza criminal del bloqueo. Está al tanto del cruel y sostenido reforzamiento de este año. Conoce la aplicación de las sanciones secundarias, y del uso de la intimidación para prohibir a gobiernos y empresarios de cualquier parte del mundo a comerciar y relacionarse con Cuba. La comunidad internacional comprende el impacto del bloqueo energético y del daño que provoca a la población y la economía. Rechaza política y moralmente que se pretenda asfixiar a una población entera por vía del hambre, la miseria y la desesperación. En casi todas las sociedades, se condena el castigo colectivo y los intentos genocidas de provocar una crisis humanitaria. Se ha difundido bastante, incluso en Estados Unidos, el impacto humanitario de esta guerra económica. #CubaNoEsUnaAmenaza El Bloqueo Sí
Con l’astensione di fronte a un crimine riconosciuto da 130 nazioni, l’Italia non sta solo voltando le spalle a Cuba. Sta umiliando ogni singolo cittadino italiano. Dimostra che la nostra politica estera non vale nulla, che siamo un vassallo incapace di dire un "no" a un embargo che affama donne e bambini.
Mentre il mondo vota per la dignità di un popolo, l’esecutivo ‘sovranista’ sceglie l'ignavia. E i cittadini italiani sono costretti a incassare l'ennesima prova di una subordinazione che non ha più nulla a che fare con la diplomazia. Ha solo il sapore della vergogna e della sottomissione.
Ha perso le elezioni, aveva il divieto di espatrio e un'incriminazione per riciclaggio, corruzione e finanziamento estero alle campagne elettorali che gli pendeva sulla testa. Così il neoliberista di estrema destra Flávio Bolsonaro ha scelto la via della latitanza. Martedì notte ha attraversato il confine tra Brasile e Argentina, saltando su un jet privato e mettendosi alle spalle le autorità di Brasilia. Una fuga rocambolesca che sa di accordo politico ai massimi livelli e che ha già fatto esplodere un caso diplomatico internazionale.
Il copione della fuga si è consumato al confine tra Foz do Iguaçu e Puerto Iguazú. Alle 22:50 di martedì, una camionetta bianca ha varcato il Ponte Internazionale Tancredo Neves. A scortarla, un veicolo della polizia di sicurezza aeroportuale argentina. A bordo, Flávio Bolsonaro, la moglie Fernanda e le due figlie. Quaranta minuti dopo, il gruppo era già a bordo di un Gulfstream G400, pronto a decollare alla volta di Guayaquil, in Ecuador, per poi fare scalo tecnico e puntare dritto su Miami.
Il velivolo ha sorvolato Paraguay, Bolivia e Perù, tenendosi accuratamente alla larga dai cieli brasiliani per evitare qualsiasi intercettazione. Il dettaglio che fa più discutere, però, è il mezzo scelto per sparire nel nulla. Il jet, marchiato LV-JQW, appartiene alla società Baires Fly. Un nome che in Argentina fa subito scandalo: la compagnia è legata a Sergio Daniel Mastropietro, finito nel mirino della giustizia per il caso delle fatture false legato all'Agenzia Nazionale per la Disabilità, un'inchiesta che ha già coinvolto pesantemente l'entourage del presidente neoliberista Javier Milei.
Come ha fatto un latitante a muoversi con tale disinvoltura? I dettagli raccontano di una complicità istituzionale difficile da negare. Bolsonaro non ha fatto la fila al controllo passaporti. È arrivato in aeroporto a bordo di un furgone con targa diplomatica argentina, entrando direttamente in pista. Un trattamento di favore impensabile senza il via libera della Casa Rosada. Anzi, la presenza di agenti dei servizi segreti argentini, la SIDE, all'aeroporto di Iguazú già dal lunedì faceva presagire l'operazione. Il consolato argentino a Brasilia è rimasto aperto tutta la notte, nel caso in cui il senatore avesse deciso di chiedere asilo politico, prima di optare per il volo privato messo a disposizione da Willer Tomaz, imprenditore a sua volta indagato per riciclaggio in affari con Bolsonaro.
Dall'altra parte dell'emisfero, la porta d'ingresso era già stata spalancata. L'amministrazione Trump, con il segretario di Stato Marco Rubio in prima linea nell'organizzazione logistica, ha garantito asilo e visti. Trump ha persino confermato la notizia ai microfoni di Folha de Sao Paulo, lasciando cadere una frase che suona come una sentenza politica: «Sì, li riceveremo. Sono brava gente». Nello stesso frangente, il presidente statunitense ha dovuto incassare la vittoria del rivale, ammettendo a denti stretti che «le elezioni sono state orribili, ma il risultato è vero». L'obiettivo di Washington è chiaro: usare Miami come base per far guidare a Bolsonaro l'opposizione anti-Lula.
Mentre i media globali davano già il senatore brasiliano negli Stati Uniti, una troupe dell'emittente argentina C5N è rimasta accampata sulla pista di Iguazú. Hanno visto il jet restare lì, in attesa, dopo che i passeggeri non si erano presentati per la partenza inizialmente prevista. Hanno visto il latitante arrivare. E hanno raccontato la verità, smontando in diretta la versione ufficiale.
Perché la Direzione Nazionale delle Migrazioni argentina ha provato a giustificare l'accaduto con un comunicato notturno, sostenendo che la famiglia Bolsonaro era entrata «con documentazione valida e senza impedimenti legali». Una scusa maldestra, buona solo per cercare di salvare le apparenze di fronte a un alleato politico in fuga dalla giustizia. Tutti sapevano che Bolsonaro era un ricercato. Non c'era alcun motivo legale per farlo entrare in Argentina, né per lasciarlo ripartire verso gli Stati Uniti.
Le conseguenze diplomatiche sono notevoli. I rapporti tra Brasilia e Buenos Aires erano già ridotti ai minimi termini dopo che Lula aveva richiamato l'ambasciatore Julio Bitelli per gli insulti di Milei, che lo aveva definito «ladro e comunista». Ora, l'ospitalità offerta a un latitante brasiliano rischia di rompere definitivamente ogni canale di dialogo.
In Brasile, la reazione è un misto di rabbia e sconcerto. La destra anti-Lula perde il suo uomo di punta, che solo pochi giorni prima aveva giurato di non scappare e di consegnare i passaporti per difendersi in tribunale. Invece, Flávio Bolsonaro ha scelto la via dell'esilio dorato. Ma l'immagine che resta, agli occhi dell'opinione pubblica brasiliana, non è quella di un leader in esilio per ideali. È quella di un politico che è semplicemente scappato, lasciando dietro di sé solo il tanfo di una grande codardia.
«Possono entrare se comprano i biglietti, ma nessuno ha intenzione di invitarli al tavolo dei negoziati», ha commentato il funzionario russo riguardo a una possibile partecipazione europea al processo. Ushakov non ha nemmeno confermato le dichiarazioni del leader del regime ucraino, Vladimir Zelenski, riguardo allo svolgimento di tali colloqui ad Abu Dhabi il 10 novembre. Secondo il consigliere presidenziale russo, la data esatta sarà resa nota a breve.
I colloqui tra Russia e Stati Uniti procedono per una soluzione del conflitto in Ucraina. Il Cremlino recentemente non ha escluso la possibilità di un vertice a tre con Putin, Trump e Xi Jinping al prossimo vertice Asean. Rimangono come sabotatori della pace l'UE e la Nato che hanno investito tutto il loro futuro sulla guerra ad oltranza "fino all'ultimo ucraino". Oltre chiaramente il leader del regime decadente di Kiev che senza guerra perderebbe il posto di potere dopo pochi minuti e dovrebbe rispondere penalmente dell'utilizzo fraudolento dei miliardi di euro che i cittadini europei hanno elargito in questi anni.
La giudice per le indagini preliminari (gip) Tiziana Landoni ha rigettato la richiesta della Procura di Milano nei confronti di Youssef Siher, disponendone l'immediata scarcerazione. Il ricercatore e attivista trentenne, considerato dagli inquirenti la "mente" social del "Movimento 17 ottobre", era stato fermato con le pesanti accuse di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata a seguito degli scontri avvenuti a Milano.
La decisione della gip ha ribaltato le richieste della Procura sulla base di elementi precisi:
- Mancanza di gravi indizi: Il gip ha stabilito che non sussistevano i presupposti legali e i gravi indizi di colpevolezza necessari per convalidare il fermo dell'attivista. - Assenza di esigenze cautelari: È stata respinta la richiesta dei pubblici ministeri di applicare la misura della custodia cautelare in carcere, escludendo pericoli come la fuga o la reiterazione del reato. - La posizione della difesa: Gli avvocati difensori hanno sempre sostenuto l'assenza di reati nelle condotte del giovane, definendo le prove della Procura "fragilissimi" elementi legati alla sola espressione di opinioni e attività sui canali social. Durante l'interrogatorio di garanzia, Siher si era avvalso della facoltà di non rispondere.
Youssef Siher è dunque tornato in totale libertà
Ve lo avevamo detto fin dall'inizio
Yussef è libero. Hanno sbattuto il "mostro islamico italiano di seconda generazione" in prima pagina, hanno violato ogni suo diritto con un impianto accusatorio totalmente inconsistente. Ma la propaganda atta a giustificare i vari decreti sicurezza e il decreto antisemitismo si è rivelata un boomerang.
Questo esito è sicuramente positivo e si spera che possa costruire un precedente. Ma adesso che si inventeranno?
Le mobilitazioni che hanno riempito le strade della Francia nelle ultime settimane, sono in molti casi degenerate in violenti scontri, generando reazioni contrapposte fra la popolazione. La strumentalizzazione operata dalle varie realtà politiche e mediatiche ha poi contribuito a polarizzare ulteriormente la già divisa opinione pubblica.
Le proteste si sono poi estese coinvolgendo anche differenti città Italiane e, per quanto si tratti di dinamiche differenti, in primo luogo per le dimensioni delle mobilitazioni, è possibile osservare alcuni importanti aspetti comuni.
Le motivazioni dichiarate
In entrambi i Paesi non è difficile riscontrare ragioni che giustifichino il malcontento popolare e, per quanto le problematiche si presentino in scale e proporzioni diverse, derivano in larga misura da cause condivise.
I risultati di decenni di politiche ultra-liberiste e di austerità, caratterizzate dai tagli allo Stato sociale (sanità, pensioni, istruzione, ecc.) ampiamente sostenuti dall’Unione Europea, hanno provocato un netto e costante peggioramento del benessere e della qualità della vita delle rispettive popolazioni. Questa tendenza ha poi subito una forte accelerazione negli ultimi anni, con l’investimento di centinaia di miliardi per finanziare le politiche militariste decise a Bruxelles e ogni giorno più invise alle popolazioni. Negli ultimi 5 anni infatti, la spesa militare dell’UE è più che raddoppiata, passando da circa 214 mld del 2021 a 450 mld nel 2026 (dato provvisorio) e prevista in ulteriore aumento per gli anni a venire. https://eda.europa.eu/publications-and-data/defence-data
L’esistenza di una reazione popolare a questi processi è quindi sicuramente una nota positiva, ma non può prescindere dal soffermarsi nel merito di ciò che è accaduto durante le mobilitazioni.
La polarizzazione del dibattito
La tendenza allo schierarsi in maniera ideologica su un fronte piuttosto che sull’altro fa si che le posizioni si irrigidiscano e incontrino difficoltà all’analizzare gli eventi nel loro insieme. In questo contesto polarizzato, una parte tende a condannare le proteste nel loro insieme, senza soffermarsi a considerare le motivazioni alla base delle mobilitazioni. Il polo opposto invece, tende a legittimare ogni tipo di azione in modo acritico, senza chiedersi quale possa essere il reale effetto di determinate azioni ai fini degli obiettivi dichiarati delle proteste.
Le violenze sommarie e disorganizzate verificatesi durante le proteste sono infatti solo in parte riconducibili alle ragioni proclamate dagli organizzatori e dai partecipanti. La distruzione e il saccheggio, in particolare ai danni dei piccoli negozi, difficilmente possono rientrare nel quadro generale delle rivendicazioni della protesta.
Le motivazioni profonde
Per quanto riguarda le ragioni alla base del malessere popolare, oltre al caro vita e ai tagli alla spesa sociale, è infatti evidente l’esistenza di cause sociali e culturali ben più profonde, che devono essere analizzate al di fuori della propaganda e della strumentalizzazione politica.
Fra le problematiche principali, possiamo individuarne almeno cinque: la perdita di fiducia nella classe politica e nel processo democratico; l’estrema polarizzazione del dibattito e la difficoltà del dialogo fra punti di vista differenti; la frattura generazionale sempre più evidente; il diffuso malessere sociale, in particolare giovanile; e le difficoltà nell’integrazione di culture differenti.
Questi aspetti devono essere esaminati in profondità, attraverso un libero confronto fra punti di vista differenti, evitando le polarizzazioni e le semplificazioni ideologiche tipiche dell’attuale discorso pubblico.
Limitare le violenze ingiustificate
Nell’immediato è più che mai urgente che gli organizzatori delle proteste si impegnino a limitare il più possibile le violenze ingiustificate.
L’obiettivo della protesta, infatti, oltre a essere quello di lanciare un messaggio a chi detiene il potere, è anche (e forse soprattutto) quello di far sentire la propria voce al resto della popolazione e di persuaderla della fondatezza delle proprie rivendicazioni. Gli attacchi violenti contro i negozi, anche quelli dei piccoli commercianti, sono invece il modo migliore per ottenere l’effetto contrario e allontanare anche coloro che avrebbero potuto avvicinarsi alle cause della protesta.
Inoltre, questo tipo di atti violenti possono essere facilmente utilizzati da chi detiene il potere per giustificare politiche maggiormente repressive e di controllo del dissenso.
Si parla infatti sempre più apertamente di limitare al diritto a manifestare e di rafforzare il controllo delle chat dei gruppi di cittadini, anche grazie all'utilizzo strumenti di intelligenza artificiale su larga scala.
Politiche di questo genere, più difficili da attuare senza una forte sostegno popolare, genereranno molte meno resistenze proprio a causa dell'effetto sull'opinione pubblica delle violenze avvenute negli ultimi giorni e della loro facile strumentalizzazione.
Ricostruire un fronte popolare basato sul dialogo
È oggi più che mai imperativo intavolare un dialogo aperto e costruttivo fra le differenti sensibilità del Paese. Il confronto libero e ragionato è infatti l’unica strada per risanare le divisioni sociali che chi detiene il potere punta sapientemente a esasperare.
L’obiettivo, ormai non più rimandabile, è quello di ricostruire un fronte popolare unito su tematiche che prescindono dallo schieramento politico: dalla tutela di uno Stato sociale funzionante, alla riduzione dei costi dell’energia per famiglie e aziende e, in conclusione, lo schierarsi con forza a favore di azioni politiche immediate per una pace duratura, nel continente europeo quanto nei teatri internazionali.
*Studente lavoratore, 28 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, aspirante giornalista e attualmente iscritto alla Laurea Magistrale di Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza di Roma. Attualmente in Erasmus in Francia, precisamente a Marsiglia, dove ha avuto l'opportunità di entrare in contatto con varie organizzazioni studentesche attive per l'organizzazione delle manifestazioni, nonché di conoscere affermati professori con differenti visioni sul tema. Ha partecipato attivamente alle assemblee studentesche e avuto la possibilità di realizzare dei reportage durante il periodo delle mobilitazioni. Ha scritto inoltre un'analisi sociale approfondita frutto della mia esperienza vissuta finora, che è in costante aggiornamento.
Secondo quanto riportato dal Times of Israel, il blocco del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si apprestava a conquistare 57 seggi nella Knesset, composta da 120 membri, quattro in meno rispetto alla maggioranza necessaria per governare, mentre lo spoglio dei voti proseguiva mercoledì.
Con il 41,9% delle schede scrutinate, il blocco di opposizione guidato da Gadi Eisenkot si sarebbe aggiudicato 47 seggi, mentre i partiti a maggioranza araba Lista Unita e Ra'am avrebbero dovuto conquistare i restanti 16, secondo quanto riportato dal quotidiano, citando la Commissione Elettorale Centrale.
Nessuno dei due principali blocchi politici avrebbe dovuto ottenere i 61 seggi necessari per la maggioranza parlamentare.
I partiti arabi potrebbero svolgere un ruolo decisivo nella formazione del governo, poiché i loro 16 seggi complessivi darebbero al blocco di Eisenkot una maggioranza di 63 seggi qualora decidessero di sostenerlo.
Tra i singoli partiti, il Likud di Netanyahu era in testa con 28 seggi previsti, seguito da Yashar di Eisenkot con 21.
La Lista Unita, a maggioranza araba, avrebbe dovuto conquistare 12 seggi, seguita dal partito Insieme con 11.
Sia United Torah Judaism che Yisrael Beiteinu avrebbero dovuto ottenere otto seggi.
Si prevedeva che i Democratici, l'alleanza Sionismo Religioso-Zehut, Otzma Yehudit e Shas avrebbero ottenuto sette seggi ciascuno, mentre Ra'am ne avrebbe conquistati quattro.
Le cifre rimangono provvisorie e potrebbero subire variazioni con il proseguimento dello spoglio.
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La narrazione dell'invincibilità militare statunitense in Asia occidentale si infrange contro una drammatica serie di prove visive e testimonianze dirette.
Nuove fotografie, filmati e drammatici racconti sul campo documentano gli ingenti danni subiti dalle installazioni delle forze armate degli Stati Uniti e l'incapacità del Pentagono di proteggere i propri soldati e i loro familiari dalla risposta missilistica e aerea dell'Iran. A squarciare il velo sulla reale portata del conflitto è una dettagliata inchiesta firmata da MeidasTouch e VALOR Media Network, pubblicata il 23 ottobre.
INTERCEPTORS FAIL: Terrifying footage from July shows U.S. troops racing for cover at Jebel Ali in the United Arab Emirates as an Iranian missile evades air defenses and strikes dangerously close to American personnel. @ValorMediaNet @Team_Harbaugh https://t.co/2WZJMo85Ch
Il report traccia il ritratto di un apparato militare colto del tutto impreparato: velivoli distrutti sulla pista, caserme incenerite, scorte essenziali azzerate e una cronica mancanza di coordinamento e preavviso da parte dei comandi di Washington. "La situazione è molto peggiore di quanto la gente immagini", ammette senza mezzi termini una fonte militare citata nell’inchiesta. Molti uomini in divisa si dicono sconvolti dalla cattiva gestione e dalla totale assenza di pianificazione strategica fin dalle prime fasi dell'offensiva. C'è chi era stato inviato nell'area per un incarico temporaneo di tre settimane a metà febbraio e si è ritrovato bloccato al fronte per oltre sette mesi. Ma l'elemento più sconcertante riguarda l'inizio delle ostilità: diversi militari impiegati direttamente nel conflitto hanno appreso dell'attacco congiunto statunitense e israeliano sferrato contro l'Iran il 28 febbraio unicamente guardando i telegiornali.
Sui campi di battaglia della regione, la percezione delle truppe è quella di essere state trasformate in facili bersagli. I droni di fabbricazione iraniana, in particolare, si sono rivelati un incubo imprendibile: "Non si vedono di notte. Non hanno luci e navigano via GPS. Il rumore è identico a quello di un piccolo Cessna e a 120 metri d'altezza sembrano grossi falchi. Non avevamo alcuna difesa efficace contro di loro", racconta un soldato.
I dettagli forniti dalle immagini raccolte da soldati e appaltatori civili descrivono una devastazione capillare su scala regionale. Pressappoco ovunque, le difese americane sono state messe a dura prova o ampiamente aggirate.
???? NEAR MISS: Never-before-seen footage of a missile attack on a U.S. base in the United Arab Emirates shows a missile striking just meters away from American personnel caught out in the open. From our earlier reporting (link in reply). @ValorMediaNet @Team_Harbaugh https://t.co/B9cbmktoCa
Presso la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, le immagini mostrano mense, uffici e alloggiamenti devastati dai raid iraniani sferrati tra marzo e luglio. Tra i velivoli colpiti figurano un aereo da ricognizione radar AWACS E-3 Sentry e due aerei cisterna KC-135. I video documentano inoltre come i cacciatorpediniere d'attacco americani abbiano fallito l'intercettazione di missili balistici diretti contro l'impianto.
La situazione non è stata migliore in Giordania, presso la base aerea di Muwaffaq Salti. Sotto un fuoco d'artiglieria e missilistico talmente frequente che i sistemi d'allarme non riuscivano a tenere il passo, le forze americane hanno registrato il danneggiamento di caccia F-15, F-35, droni MQ-9 Reaper ed elicotteri. Durante la notte del 17 luglio, un attacco diretto contro le caserme ha provocato la morte di tre militari e il ferimento di altri quattro, mentre le fonti riferiscono drammatici tentativi di soccorrere i soldati bloccati dalle fiamme, vanificati dalla totale assenza di adeguati mezzi d'emergenza.
In Kuwait, presso Camp Buehring, per scampare alle bombe diversi reparti si sono dispersi nel deserto, con soldati costretti a vivere all'interno di furgoni per mesi. Le immagini scattate a settembre rivelano che la base è stata quasi completamente abbandonata dall'esercito statunitense.
Negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein la catena di comando ha mostrato ulteriori falle. In assenza di preavvisi o di bunker antiaerei per proteggersi dalle ritorsioni iraniane, i militari negli EAU sono stati costretti a scavarsi trincee di fortuna o a cercarsi rifugio in hotel civili. In Bahrein, le foto della base della Quinta Flotta mostrano danni imponenti alle strutture di comando del quartier generale.
L'aspetto più oscuro di questo report riguarda la gestione delle famiglie dei militari. Nonostante le procedure previste dopo lo scoppio del conflitto di 12 giorni tra Stati Uniti, Israele e Iran nel giugno 2025, il Pentagono si è rifiutato di autorizzare l'evacuazione dei civili. La motivazione ufficiale era che un'evacuazione avrebbe "peggiorato la situazione d'immagine in patria", mentre alti ufficiali venivano portati in salvo al riparo di presunte esercitazioni.
"Siamo stati usati come pedine in una guerra. C'erano molte opportunità per farci evacuare prima del disastro, ma l'ordine non è mai arrivato. Poi l'aeroporto del Bahrein è stato colpito e siamo rimasti intrappolati", denuncia la moglie di un militare. Durante le prime ondate di bombardamenti ritorsivi dell'Iran, molte famiglie con bambini sono state costrette a nascondersi nei parcheggi sotterranei dei centri commerciali, lasciando ai più piccoli traumi psicologici devastanti. Un prezzo umano e strategico altissimo, tenuto finora nascosto all'opinione pubblica.
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Flávio Bolsonaro atterra nella sua vera patria, quella che avrebbe servito da docile vassallo in caso di vittoria elettorale. E' entrato negli Stati Uniti nella notte italiana di martedì come ha confermato il Washington Post, citando fonti vicine alla famiglia. L'ex senatore brasiliano si troverebbe ora in Florida insieme al fratello Eduardo.
A confermare la notizia anche quanto riportato da Metrópoles, secondo cui Bolsonaro avrebbe viaggiato accompagnato dalla moglie e dalle due figlie, con l’intenzione di richiedere asilo politico al presidente statunitense Donald Trump. Secondo il giornale, che cita altre fonti vicine alla famiglia Bolsonaro, il viaggio è stato organizzato all’ultimo momento dalla cerchia più ristretta del politico per evitare fughe di notizie alla stampa. Successivamente, l’agenzia Associated Press ha scritto, citando un alto funzionario, che «il Dipartimento di Stato rilascerà visti a Flávio Bolsonaro e alla sua famiglia e consentirà loro l’ingresso negli Stati Uniti». Tale informatore non ha specificato se il leader politico avesse lasciato il Brasile, ma suo fratello Eduardo – che ha scelto gli Stati Uniti per sfuggire alla giustizia – ha smentito tale notizia.
La partenza dal Paese è avvenuta dopo che lunedì il giudice Alexandre de Moraes, della Corte Suprema Federale (STF), aveva ordinato la consegna dei passaporti e gli aveva vietato di lasciare il territorio brasiliano. La decisione rientra in un’indagine per riciclaggio di denaro ed è stata adottata a causa del rischio di fuga dell’ex candidato presidenziale. Nella mattina di oggi, 27 ottobre, la Polizia Federale brasiliana aveva dispiegato un’operazione nelle vicinanze della sua residenza a Brasilia e aveva iniziato a monitorare i valichi di frontiera e i voli internazionali per determinare dove si trovasse.
La fuga segue la sua sconfitta al ballottaggio presidenziale di domenica, in cui Lula ha ottenuto la rielezione con il 51,79% dei voti, contro il 48,21% ottenuto da Bolsonaro. Il senatore, che perderà l’immunità parlamentare nel 2027, è oggetto di diverse indagini giudiziarie, tra cui una relativa al presunto finanziamento irregolare di un film su suo padre, l’ex presidente Jair Bolsonaro, incarcerato per il fallito tentativo di colpo di Stato del 2023.
Il giorno prima, Bolsonaro aveva respinto pubblicamente i sospetti di fuga e definito la decisione giudiziaria un tentativo di intimidazione politica. «Non ho mai pensato di lasciare il Paese. Consegnerò i miei passaporti e mi difenderò da questa aberrazione, che è un chiaro tentativo di intimidirmi, ma nessuno mi farà tacere», aveva assicurato il leader del Partito Liberale.
Le tappe della fuga
Le autorità argentine hanno confermato che Flávio Bolsonaro è entrato nel Paese insieme alla sua famiglia e successivamente ha preso un volo privato a Puerto Iguazú diretto in Ecuador. La Direzione Nazionale delle Migrazioni ha comunicato in un comunicato che il senatore brasiliano è arrivato con la moglie e le due figlie martedì 27 ottobre alle 22:50 (ora locale), attraversando il Ponte Internazionale Tancredo Neves, nella provincia di Misiones. L’ente ha precisato che i quattro membri della famiglia hanno presentato documenti validi e non presentavano impedimenti legali all’ingresso in Argentina, e che tutti i movimenti migratori sono stati registrati senza incidenti.
Il commento di Lula
Di fronte alla fuga negli Stati Uniti del suo avversario nelle ultime elezioni, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha affermato che questi abbia scelto come destinazione la sua «prima patria». “La famiglia Bolsonaro è fatta così. Il Brasile è la loro seconda patria. La loro prima patria è quella di essere dei leccapiedi degli Stati Uniti”, ha affermato il presidente brasiliano in un intervento dal Palazzo del Planalto, dove sta festeggiando il suo 81° compleanno. "Vengo a sapere solo ora che il mio avversario se n’è andato. Non lo so… non ci sono informazioni al riguardo. «Sentite, ho perso un’elezione contro [Fernando] Collor [de Mello] e sono rimasto in Brasile. Ho perso due volte le elezioni contro Fernando Henrique Cardoso e sono rimasto in Brasile. [L’attuale vicepresidente, Gerardo] Alckmin ha perso contro di me ed è rimasto in Brasile. [José] Serra ha perso contro di me ed è rimasto in Brasile», ha dichiarato ai presenti.
Il 26 ottobre all’Ambasciata cubana in Italia si è tenuta una conferenza stampa per parlare del blocco economico, commerciale e finanziario contro Cuba alla vigilia del dibattito e del voto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Come ha riportato l’Ambasciatore di Cuba in Italia, Jorge Luis Cepero Anguilar, oggi sarà la trentaquattresima volta in cui l’Assemblea Generale analizzerà il blocco imposto dagli Stati Uniti verso l’isola. “Credo che la conferenza sia andata bene, anche se i grandi media non erano presenti, nonostante siano stati convocati. Ho visto molta informazione alternativa” mi ha raccontato Marco Papacci, presidente dell’associazione nazionale di amicizia Italia-Cuba (https://italiacuba.it/). “L’Ambasciatore ha raccontato che le pressioni internazionali sono molto forti, quindi gli scenari possono essere tre: l’Italia che abbandona l’aula, che si astiene o che vota a favore del blocco”.
Come presidente dell’associazione Italia-Cuba, qual è il centro delle vostre attività a sostegno di Cuba?
L’associazione nasce nel 1961. Oggi abbiamo 4000 iscritti e 77 circoli in tutto il territorio nazionale.La campagna più importante che portiamo avanti è quella contro il blocco degli Stati Uniti: sono più di sessant’anni che ci battiamo per contrastarlo. Negli ultimi anni il blocco si è rafforzato e noi portiamo avanti questa battaglia in tutti gli ambienti possibili: nel Parlamento, con i movimenti e con la stampa. Abbiamo cercato di fare rete con organizzazioni che, a volte, sono distanti dal nostro punto di vista, ma crediamo che oggi la solidarietà e la campagna contro il blocco deve unire tutti quelli che hanno una visione di condanna delle azioni criminali da parte degli Stati Uniti.
Grazie all’impegno dell’associazione Italia-Cuba, durante l’emergenza pandemica, diverse brigate mediche cubane sono arrivate in Lombardia e in Piemonte. Questo ha permesso ai medici cubani di lavorare in Italia. Può raccontarci come è nata questa iniziativa e quale impatto concreto ha avuto sul servizio sanitario locale?
Quando Irma Dioli era la presidente dell’associazione e io ero vice, abbiamo scritto a Speranza, all’epoca Ministro della sanità italiana, invitandolo a chiamare le brigate mediche cubane, rinomate per la loro preparazione contro le epidemie: lo hanno dimostrato con il colera ad Haiti e con l’ebola in Africa. Il Ministro non ha risposto, quindi abbiamo scritto a tutti i presidenti delle regioni: a darci immediatamente un riscontro positivo sono state la Lombardia e il Piemonte.Abbiamo fatto da ponte con l’ambasciata di Cuba in Italia e le brigate mediche sono arrivate.Siamo orgogliosi di questa scelta: il lavoro dei medici cubani è stato immane. Oggi a Crema esiste una piazza che si chiama piazza brigata Henry Reeve.
BPER Banca ha bloccato e inibito il conto corrente italiano intestato alla Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos, la società statale cubana che gestisce una quota dei compensi dei medici cubani impiegati nel sistema sanitario della Regione Calabria. Può una banca che agisce sul territorio italiano praticare questa discriminazione?
No, non può. BPER si è piegata alle minacce di Mike Hammer, incaricato d’affari dell’Ambasciata degli Stati Uniti all’Havana. Hammer ha violato qualsiasi forma di diritto internazionale: non ha chiesto neanche il permesso all’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia, violando le regole protocollari. Quando è arrivato in Italia ha chiesto di riunirsi con il Presidente della regione Calabria, Roberto Occhiuto, minacciandolo di non concedergli più il visto per andare negli Stati Uniti, se non avesse rispedito a casa i medici cubani. Occhiuto ha risposto da persona onesta, dicendo che se gli Stati Uniti gli avessero mandato 400 medici, lui, allora, avrebbe mandato a casa i medici cubani. I medici americani non sono arrivati. La BPER, bloccando i conti, si è piegata alle minacce degli Stati Uniti, Occhiuto no.
Perché, secondo te, le scarne informazioni che arrivano in Italia a proposito della situazione a Cuba sono così distorte?
Gli Stati Uniti stanziano ogni anno 20 milioni di dollari per la propaganda anti-cubana: cosa ci si può aspettare dai mass media quando prendono soldi dall’amministrazione statunitense per parlare male di Cuba? Non mi sorprende la posizione dei mass media italiani. Basterebbe avere un po’ di coraggio e raccontare la realtà: oggi Cuba si trova in questa situazione difficile a causa del rafforzamento del blocco da parte degli Stati Uniti. Un blocco non solo criminale, condannato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per 33 volte, ma che oggi si può anche definire un genocidio silenzioso: la mortalità infantile è aumentata dal 4 per mille al 9 per mille, ci sono bambini che non possono essere curati oppure anziani che non possono ricevere la quota di latte che Cuba ha sempre stanziato per loro.
Tu che hai costantemente a che fare con Cuba, quale situazione reale ci restituisci oggi della situazione sociale ed economica vissuta dalla popolazione cubana?
Ci sono parti del paese dove manca l’elettricità per 48 ore consecutive. L’ultima petroliera è arrivata all’inizio dell’anno, ma Cuba avrebbe bisogno di 8 petroliere al mese. La mancanza di petrolio e la mancanza di energia provocano situazioni molto complicate: impossibilità di raccogliere l’immondizia nelle strade, impossibilità di avere l’acqua corrente, impossibilità di conservare i cibi nei frigoriferi, quindi i cubani sono costretti a comprare le cose da mangiare giornalmente. Quando arriva la luce non c’è un orario specifico: in quel breve lasso di tempo i cubani devono fare le cose che tutte le persone fanno normalmente in casa e dal punto di vista psicologico è un danno molto grave. Sono costretti a conservare l’acqua nei bidoni in cui, con il caldo che fa a Cuba, si accumulano larve di zanzare, che creano la possibilità di avere malattie come il dengue (malattia tropicale, NDR). I bambini a scuola non hanno il ventilatore, come non c’è nelle case: è facile, quindi, vedere persone che dormono sulla soglia della porta per avere un po’ di refrigerio.Un altro problema è la difficoltà di reperire la benzina: arriva solo ai privati, perché gli Stati Uniti non la vendono allo Stato, mettendolo in difficoltà apposta per poi raccontare che è proprio lo Stato Cubano a non voler aiutare la popolazione.Io sono stato recentemente all’Havana e non si vive bene: la gente è stanca non di chi li governa, ma di questa situazione. Nonostante tutto questo il popolo cubano resiste: la gente va a lavoro, gli studenti vanno a scuola.
Il sistema cubano viene spesso giudicato attraverso canoni esclusivamente occidentali: puoi spiegarci come funzionano la democrazia partecipativa e il sistema elettorale a Cuba? E quali strumenti ritieni più efficaci per superare la narrazione stereotipata che riduce Cuba alla sola definizione di dittatura?
La visione che noi abbiamo di Cuba è euro-centrista, perché pensiamo che la democrazia sia solo il multipartitismo. Ma questi non sono gli occhi con cui va vista la democrazia partecipativa cubana. Prima del 1959 a Cuba esistevano partiti, ma erano legati alle amministrazioni statunitensi. Ai pochi partiti dell’opposizione non era permesso di esprimere liberamente la loro voce. Cuba ha conosciuto quella che noi occidentali chiamiamo democrazia, ma ha fatto una scelta diversa.Oggi, non si fanno campagne elettorali: la persona che vuole candidarsi deve presentare il suo curriculum, per poi essere proposto o proposta nel suo quartiere. Se questa persona viene eletta può arrivare all’assemblea dell'Asamblea Nacional del Poder Popular e continua a mantenere lo stipendio del lavoro che faceva prima di essere eletto o eletta. Non deve essere necessariamente iscritto al partito comunista. Esiste la rendición de cuentas: ogni mese il politico deve tornare nel proprio collegio e se non ha mantenuto le promesse fatte, il collegio gli toglie l’incarico. Le urne per votare non sono custodite da militari, ma dai bambini. Il parlamento cubano è il secondo al mondo per numero di donne. Credo che lo strumento più efficace che abbiamo per superare la narrazione di Cuba come una dittatura, sia informarsi per capire come funziona realmente il sistema elettorale cubano (le elezioni periodiche si svolgono ogni 5 anni e sono le seguenti: elezioni municipali, in cui si eleggono i delegati delle assemblee municipali del Poder Popular, si costituiscono queste ultime e si eleggono i rispettivi presidente e vicepresidente; elezioni nazionali, in cui si eleggono i deputati, si costituisce l’Asamblea Nacional del Poder Popular, si elegge il suo presidente, vicepresidente, segretario e gli altri membri del Consiglio di Stato, nonché il presidente e il vicepresidente della Repubblica; elezioni dei governatori e vicegovernatori provinciali. I cittadini cubani hanno diritto di: essere iscritti nel Registro Elettorale, proporre ed essere nominati come candidati a delegato dell’Assemblea Municipale del Poder Popular, eleggere ed essere eletti, esercitare il suffragio nei plebisciti convocati, assistere agli scrutini nei seggi elettorali e presentare reclami legalmente procedenti, NDR), la Costituzione cubana (Cuba è uno stato socialista di diritto, democratico, indipendente e sovrano. La sovranità risiede in modo non trasferibile nel popolo. L’economia si basa sulla proprietà di tutto il popolo sui mezzi di produzione fondamentali e su una pianificazione centralizzata che guida il mercato. Sono riconosciute la proprietà socialista di tutto il popolo e la proprietà personale. L’istruzione è una funzione dello Stato, laica, gratuita e accessibile a tutti i livelli. Vengono garantiti il diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza, all’inviolabilità del domicilio e delle comunicazioni, alla libertà di pensiero, stampa, riunione e associazione, oltre ai diritti al lavoro, alla salute gratuita, all’assistenza e alla previdenza sociale, NDR) e il codice delle famiglie (le relazioni familiari si fondano sulla dignità, l’uguaglianza, la non discriminazione, la pluralità, la responsabilità condivisa, la solidarietà, la socio-affettività e la ricerca della felicità. Viene condannata ogni forma di discriminazione e di violenza domestica, non solo fisica, ma anche verbale, psicologica e patrimoniale. I casi di violenza vengono considerati casi di protezione urgente e l’azione per il risarcimento dei beni è imprescrittibile. I tipi di filiazione possono essere: naturale, adottiva, assistita e socio-affettiva. Lo Stato riconosce e protegge le famiglie indipendentemente dalla loro forma di organizzazione, basate sui legami affettivi e di parità, NDR).
Durante il periodo covid il nostro paese ha usato i vaccini statunitensi che sono costati molti soldi a dose. Non si è data la possibilità a Cuba, che ha inventato cinque vaccini, di cui uno per neonati, di venderli a un prezzo più economico. Il blocco economico riguarda anche tutti noi e riguarda anche la nostra salute. È ancora possibile, quindi, continuare a seguire questo dictat nordamericano che viola il diritto internazionale?
Le grandi case farmaceutiche sono in mano ai potenti americani. Bisognerebbe avere il coraggio di sganciarsi da questa catena. Quando Cuba ha venduto i suoi vaccini al Vietnam e alla Cina, per esempio, gli è stata fatta una guerra fortissima: per gli Stati Uniti era un grande pericolo, perché Cuba li vendeva a un prezzo molto più basso del loro. Queste grandi case farmaceutiche statunitensi dettano la politica sanitaria di molti paesi.Durante la pandemia, Cuba è stata costretta a inventarsi e costruire i respiratori artificiali perché gli Stati Uniti hanno impedito ad alcune case costruttrici di venderglieli. Preferivano vederli morire, piuttosto che vendergli i respiratori artificiali. La violazione del diritto internazionale è all’ordine del giorno. Credo che andrebbe riformato il modo di votare dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: con il sistema del veto non funziona.
Gli Stati Uniti regolano il proprio dominio seguendo la logica delle sanzioni. Analizzando il caso di Cuba, quale valore e quale legittimità giuridica hanno queste misure nel diritto internazionale?
Il fatto che il blocco sia stato condannato 33 volte dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è una vittoria politica, ma non ha seguito. Gli Stati Uniti impediscono al resto del mondo di commerciare con Cuba ed è una sfacciata violenza che fanno nei confronti anche di noi italiani. Abbiamo avuto alcune esperienze di come il blocco agisce extraterritorialmente: Cuba è inserita nella lista di paesi patrocinatori del terrorismo e quando fai parte di quella lista nessuna transazione ti è concessa. La sola parola Cuba impedisce anche a banche italiane di fare trasferimenti su altre banche italiane. Quando a Cuba c’è stato un uragano, noi volevamo acquistare del materiale, tramite un’associazione simile alla nostra, in California: ci hanno bloccato il conto e ci hanno multati.
Oggi l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sarà chiamata a votare una risoluzione che chiede la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba. Dovesse prevalere la fine dell’embargo, si aprirebbero delle speranze per Cuba?
Sarebbe una vittoria politica e simbolica non indifferente: sono convinto che, anche questa volta, la maggior parte dei Paesi del mondo voteranno per la risoluzione proposta da Cuba di mettere fine all’embargo statunitense. Se non ci fosse il veto da parte degli Stati Uniti potrebbero aprirsi speranze, ma questo non può avvenire.
Nel 1999 il parlamento europeo ha votato una risoluzione che ha cercato di contrastare gli effetti extraterritoriali delle sanzioni statunitensi, permettendo alle imprese di non conformarsi. Questa risoluzione non è stata applicata: temi che un’eventuale fine dell’embargo possa subire lo stesso blocco politico?
Sì, perché se è pur vero che l’Unione Europea ha condannato le sanzioni degli Stati Uniti, d’altra parte non è stato fatto nulla per schierarsi politicamente contro di loro. Il commercio con Cuba è drasticamente ridotto: gli Stati Uniti minacciano qualsiasi compagnia che commercia con l’isola. Gli imprenditori che fanno affari con Cuba, nonostante le minacce statunitensi, sono solo una piccola parte.
Mentre le forze dell'ordine fanno irruzione nei licei e fermano quattordicenni per due petardi, il Ministero della Difesa stacca un assegno da 3,7 miliardi per i blindati italo-tedeschi di Leonardo e Rheinmetall.
di Clara Statello per l'AntiDiplomatico
“Sta mano po’ esse’ ferro e po’ esse’ piuma”. Come nella battuta cult dell’iconico Mario Brega, nel celebre film Bianco Rosso Verdone, lo Stato con una mano agita il bastone contro studenti, famiglie, lavoratori e imprese, con l’altra allenta i cordoni del borsello e sgancia miliardi di euro alle industrie di armi.
In difesa delle vetrine di via Montenapoleone e del diritto delle ‘Sciure di prendere il tè macrobiotico nei migliori bar delle nostre città, senza proteste o movimenti che possano turbare la sensibilità dei turisti stranieri, la Polizia ha iniziato una vera e propria caccia ai bambini. Nel mirino della repressione, infatti, non sono finiti semplicemente studenti, ma adolescenti, anche di età inferiore ai 14 anni. Italiani e non.
A Padova, sabato, la polizia ha portato in Questura quattro ragazzini di età compresa tra i 14 e i 17 anni che si recavano ad una manifestazione. Per loro, è stato disposto il fermo preventivo e attivato l’Anticrimine. Il reato: portavano con sé due maschere di V per Vendetta e Art the Clown, due passamontagna e dei miniciccioli.
I miniciccioli sono dei petardi a carica ridotta la cui vendita è perfettamente legale, sostanzialmente innocui. Il reato di questi adolescenti sarebbe dunque quello di andare in giro mascherati con l’intenzione di sparare petardi per la festa dei Morti/Halloween?
Lunedì a Roma la polizia ha fatto irruzione nel Liceo Giordano Bruno per impedirne l’occupazione, a seguito della chiamata della dirigente scolastica. In base a quanto si apprende dal comunicato de La Rete degli Studenti Medi, si è trattato di una vera e propria retata. Gli studenti sono stati bloccati dentro l’edificio, mentre uscivano dall’ingresso principale o dal retro.
I ragazzi sono stati prima chiusi in un’aula per l’identificazione, poi caricati nelle auto della polizia. Sette di loro sono finiti al commissariato. Gli altri sono stati rilasciati solo perché nel frattempo compagni e familiari hanno bloccato la strada, fa sapere l’Osservatorio contro la Repressione, riportando le testimonianze dei presenti.
Gli studenti medi sono entrati in mobilitazione per il diritto allo studio, un diritto garantito dalla costituzione, la cui garanzia è effettiva solo se sostenuta con adeguate risorse economiche. Che non ci sono. Per questo i giovani chiedono più soldi alla scuola pubblica, per l’edilizia scolastica e la messa in sicurezza dei luoghi in cui si svolgono le lezioni.
Protestano contro il Decreto Scuola, per l’inclusione e per l’abolizione dei percorsi Scuola Lavoro.
Molti istituti, sia a Roma che in altre città di Italia, sono già stati occupati. Gli studenti vorrebbero essere ascoltati. Il ministro Valditara, per tutta risposta, ha detto che non si confronterà con loro, ma con la Consulta.
“La collaborazione non passa dalle piazze ma dalle istituzioni”.
Lo stesso governo che sguinzaglia la polizia contro adolescenti e giovani, riserva tutt’altro trattamento alle fabbriche di armi. Proprio mentre Piantedosi mandava le forze dell’ordine a identificare gli autotrasportatori in mobilitazione e rimuovere i blocchi nelle autostrade del Sud Italia, il ministero della Difesa firmava contratti miliardari per la produzione dei nuovi carri armati italiani con Leonardo e Rheinmetall. Ne hanno dato notizia Milano Finanza, RID e Reuters il 21 e 22 ottobre.
La joint venture Leonardo Rheinmetall Military Vehicles si è aggiudicata all’inizio del mese una doppietta da 3,7 miliardi di euro, con opzioni per ulteriori 850 milioni, nell’ambito del piano di ammodernamento dei mezzi corazzati dell’Esercito italiano. Le due commesse riguardano l’acquisto di:
- 48 carri armati MBT, basati sul tedesco KF51 Panther di Rheimetall, che sostituirà l’Ariete in dotazione alle nostre forze armate.
- 30 veicoli corazzati da combattimento Lynx KF-41 di Rheimetall adattati ai requisiti dell’esercito italiano. Sono blindati cingolati con torretta Leonardo e cannone da 30 mm. Portano il totale del primo lotto a 51veicoli.
Grazie a queste commesse, il titolo del gruppo guidato da Lorenzo Mariani ha guadagnato in borsa il 2,8% e circa 766 milioni di capitalizzazione. In un anno, Leonardo S.P.A ha visto una crescita senza precedenti: il titolo, quotato a Piazza Affari con ticker LDO.MI, ha registrato un rialzo di oltre il 130%, trascinato dalle politiche di riarmo e dalle prospettive di lungo periodo sulle politiche di difesa.
Non è che un inizio. In base a quanto si apprende da Milano Finanza, l’alleanza italo-tedesca è “nata proprio per sviluppare e produrre una nuova generazione di mezzi pesanti destinati all’Esercito italiano, con l’ambizione di allargare poi l’offerta ad altri Paesi e aggiudicarsi commesse internazionali”.
L’obiettivo dell’Esercito è l’acquisto di 1.050 veicoli corazzati di nuova generazione per l’Army Armoured Combat System (A2CS) e 270 per l’Mbt. Il valore complessivo dell’investimento è di circa 23 miliardi di euro spalmati in dieci anni.
Il governo si aspetta che questi investimenti nel complesso militare industriale abbiano un effetto a cascata sul mercato del lavoro e sull’indotto, dato che gli accordi tra Rheimetall e Leonardo prevedono che il 60% delle attività siano svolte nei siti italiani.
Il governo, insomma, ha scelto la guerra alla scuola, ai giovani, alle normali attività economiche. Forse per questo che, mentre firmava un contratto miliardario per carri armati tedeschi, stanziava appena 172 milioni di euro per autotrasportatori, pescatori e agricoltori. Davanti alla difficoltà di spiegare le diverse priorità politiche ed economiche, allo stato non resta che rispondere con la repressione.
Dalle 4 del mattino del 27 ottobre, le forze russe hanno dato avvio a un “regime del silenzio”, interrompendo il fuoco sulla direttrice di Kherson, per consentire operazioni umanitarie nell'area di Alëški, come il transito di convogli con prodotti alimentari e medicinali e l'evacuazione di coloro che desiderano lasciare la città.
Ma, intanto, i droni ucraini continuano a colpire ?r?l, Belgorod, Voronež, provocando altre vittime civili; l'obiettivo di Zelenskij, osserva il corrispondente di guerra Aleksandr Kots, è quello di alzare la posta in vista dei colloqui trilaterali di metà novembre a Abu Dhabi. Guardate il calendario, dice Kots: in vista ci sono le trattative negli Emirati e questa settimana Zelenskij incontrerà a Bruxelles americani, europei e Mark Rutte. Dato che sul campo è in ritirata e, quindi, non ha nulla da offrire, l'unica risorsa è quella di mostrarsi “forte” colpendo le retrovie; quasi a dire "Riusciamo ancora a raggiungere Orël e Voronež, fare pressione su di noi è inutile”, puntando così ad alzare la posta: cessate il fuoco sull'energia, accordi sul mar Nero, compromessi sul grano.
Il cambiamento di tattica, nota il colonnello Anatolij Matvijchuk su Moskovskij Komsomolets, indica che Kiev è completamente passato al terrore e all'intimidazione della popolazione civile e concentra tutte le forze su città specifiche, invece di distribuirle su vari fronti. L'obiettivo non è militare: è quello di terrorizzare le persone, sconvolgere la vita normale e creare un senso di vulnerabilità personale. Questa non è più guerra nel senso tradizionale del termine: è terrore contro la popolazione civile. D'altra parte, questo è quello che Bruxelles chiede ai nazigolpisti. L'Europa non accetterà di por fine alla guerra, perché in tal caso i politici europei sarebbero ritenuti responsabili della morte di oltre un milione di persone, dice Michael von der Schulenburg, ex diplomatico ONU e membro del Parlamento europeo: «Non abbiamo possibilità di negoziare. Se gli americani se ne andassero, non avremmo praticamente più alcun contatto con la Russia... e se iniziassimo i negoziati ora, dopo quasi quattro anni di guerra, la prima cosa che dovremmo ammettere è che la questione verte sulla sicurezza, non sul territorio. Ciò significa che dovremmo ammettere che la vera causa della guerra è stata l'espansione della NATO... Non possiamo più parlare di una guerra non provocata. Dobbiamo ammettere che la guerra è iniziata a causa del nostro comportamento, perché all'epoca non abbiamo dialogato con la Russia e .non abbiamo preso sul serio le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza». E se l'Ucraina, dice Schulenburg, con i negoziati, diventerà neutrale, le persone si chiederanno perché l'Europa non ha posto fine a una guerra durata cinque anni e si è rifiutata di discutere la questione prima.
Quell'Europa che è tornata a riunirsi a Parigi col summit delle cinque potenze militari europee nella Nato – “E5”: Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia, Polonia – un incontro esaltato dai guerrafondai del Corriere della Sera, perché Trump «sembra preferire la Russia di Putin ai tradizionali partner occidentali» e allora «i Cinque cercano di pesare di più nella Nato»; ma, soprattutto, magnificato da via Solferino, perché in risposta alla Lega che (a parole) dice no agli aiuti a Kiev, «Crosetto ha ribadito la posizione dell’Italia: “La linea sull’Ucraina non può cambiare... L’aiuto all’Ucraina non va a una terza nazione, ma innanzitutto al nostro futuro, alla nostra sicurezza”». Eja eja alalà.
Questo perché, a giudizio del giornalista tedesco Ralf Niemeyer, presidente del Consiglio tedesco per la Costituzione e la Sovranità, gli europei, dopo aver scelto la tattica del sabotaggio di qualsiasi contatto tra Moskva e Washington, sponsorizzando gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo, ora si indignano per non essere coinvolti nei negoziati. Alla domanda di “Berlin 247” su cosa vogliano gli europei, dato che ogni volta che iniziano i negoziati, arrivano sempre più droni di fabbricazione europea, Niemeyer replica che si tratta della tattica europea per prolungare il conflitto e trascinarvi nuovamente gli americani. Guardando all'indignazione suscitata dall'incontro tra Putin e Witkoff, a Bruxelles si sono davvero offesi per non essere stati invitati: «Quindi cosa vogliono? Bombardare qualcosa o ordinare a Kiev di continuare a bombardare, e allo stesso tempo voler negoziare. Le due superpotenze hanno più o meno raggiunto un accordo e il resto verrà deciso a porte chiuse». In sostanza, risposte concrete arriveranno al vertice APEC, dove Putin e Trump dovrebbero incontrarsi; mentre «gli europei sono seduti al “tavolo dei bambini” e, francamente, non sono nemmeno realmente presenti».
Questo non impedisce a Kaja-Fredegonda-Kallas, in margine al summit “E5”, di spargere lacrime per l'Ucraina che, dice, si trova ad affrontare un inverno rigido e ha bisogno di aiuto, che consisterà in un nuovo round di sanzioni alla Russia. E se le lacrime di Fredegonda non erano così appariscenti, quelle versate in diretta da Vladimir Zelenskij, durante l'intervista, in diretta televisiva, al giornalista britannico Stephen Barlett, erano da autentica comparsata melodrammatica. Barlett si è rivolto al nazigolpista-capo con tono comprensivo, chiedendogli come stesse affrontando i problemi che lo affliggono: «È dura per me. Sarò sincero: non riesco a dormire. È un dolore terribile, insopportabile, che non augurerei a nessuno», ha singhiozzato il giullare euro-atlantista, scoppiando in lacrime proprio davanti alla telecamera, lo sguardo inesprimibilmente triste, che racchiudeva tutte le sofferenze di questo mondo, commenta sarcastico Aleksandr Sokurenko su Ukraina.ru. A beneficio dei telespettatori, Barlett ha sussurrato «Vedo le lacrime nei suoi occhi», cercando di enfatizzare la drammaticità del momento. Al che, secondo copione, «Sì», ha risposto triste Zelenskij, con un luccichio negli occhi. Da notare che l'intervista di Stephen Bartlett ha segnato l'apice del tour propagandistico di Zelenskij che, negli ultimi tredici giorni, ha rilasciato tredici interviste ai media occidentali: ABC News, Fox News, Financial Times, NBC News, Bloomberg, Corriere della Sera, rappresentanti di media online; e sempre gli è stato chiesto della sua condizione, dipingendolo come un eroe esausto, ferito dalla mancanza di comprensione di Trump. Che prostrazione!
Perché, in sostanza, dietro alle lacrime da avanspettacolo, c'è la realtà di una junta nazigolpista che, sponsorizzata da UE e NATO, continua a colpire il territorio russo, agendo a ragion veduta. Persino un nazista come Igor Mosijchk, veterano delle stragi in Donbass ed ex deputato della Rada, ammette che con gli attacchi alla Russia, Kiev tenta di ostacolare le prospettive di cooperazione economica USA-Russia. Per dire, Togliatti ospita il più grande impianto mondiale di produzione di ammoniaca e proprio durante l'incontro con Wittkoff, Putin ha annunciato che la Russia potrebbe fornire un'enorme quantità di fertilizzanti al mercato statunitense e, di fatto, al mondo intero, con ciò contribuendo alla sicurezza alimentare globale. Secondo Mosijchuk, colpire Togliatti costituisce un danno per le prospettive di accordo commerciale russo-americano, ma compromette anche gli interessi ucraini a lungo termine, poiché l'impianto di Togliatti è collegato tramite gasdotto all'impianto portuale di Odessa. Non appena si inizia a parlare di pace e di negoziati, dice l'ex deputato, Zelenskij comincia a colpire obiettivi che inevitabilmente provocheranno una reazione negativa, intensificheranno la guerra e mineranno i colloqui di pace.
Ma questo rientra nei piani UE-NATO. Le richieste di Moskva di porre fine all'espansione NATO verso est continueranno a essere respinte dall'Alleanza atlantica durante i negoziati, scrive The Telegraph: Moskva «ha incluso i paesi europei tra i partecipanti ai negoziati, allo scopo di ottenere concessioni sull'espansione della NATO, che Vladimir Putin definisce “causa principale' della guerra”». In effetti, il Cremlino aveva suggerito che Putin avrebbe potuto scendere a compromessi su altre questioni, se fossero state accolte le sue richieste principali di un'Ucraina neutrale e dell'abbandono dell'espansione a est della NATO. Ma, secondo The Telegraph, «Fonti autorevoli affermano che l'Europa continua a respingere con fermezza le richieste della Russia... La nostra posizione rimane la stessa del gennaio 2022, ha dichiarato un funzionario europeo».
Così che, afferma il politologo Roman Travin, commentando le dichiarazioni di Zelenskij secondo cui Kiev non accetterà uno status di neutralità e un esercito limitato come parte di una possibile risoluzione del conflitto, per l'Occidente, l'Ucraina non ha ancora perso il suo valore di strumento anti-russo. Da un lato, dice Travin, se confrontiamo la sua posizione con quella di qualche anno fa, Kiev pare disposta a fare alcune concessioni, ma, dall'altro, non è ancora pronta ad accogliere termini accettabili per Moskva. D'altra parte, le cose che la Russia era disposta ad accettare agli accordi di Minsk non sono più attuali. Nemmeno quelle accettate a Istanbul nel 2022 lo sono più: «Con le cose che sono attuali oggi, Kiev non è d'accordo. Ciononostante, vediamo queste “linee rosse” spostarsi verso ovest, territorialmente parlando».
Tra l'altro, il Rappresentante permanente russo all'OSCE Dmitrij Poljanskij ha detto che obiettivo primario dell'operazione speciale non è l'occupazione di territori, bensì il rovesciamento del regime neonazista ucraino, che rappresenta una minaccia per la popolazione russa. La questione territoriale, ha detto Poljanskij, è diventata «rilevante solo in seguito, quando le popolazioni di queste quattro regioni hanno deciso, con referendum, di entrare a far parte della Russia». Dunque, se l'Occidente, in primo luogo gli sponsor europei del regime di Kiev, vuol preservare intatto quel regime, preservare tutto ciò che ha fatto alla popolazione di lingua russa, preservare la glorificazione dei nazisti, penso che su questo non ci sarà alcun accordo.
E nonostante tutti gli aspetti che appaiono piuttosto terribili dal punto di vista della diplomazia classica, dice ancora Travin, Zelenskij riesce a mantenere il sostegno degli europei e persino l'amministrazione americana, piuttosto dura nei suoi confronti, non lo è ancora quanto potrebbe essere. Perché? Perché ci sono punti di vista diversi all'interno degli stessi Stati Uniti e Trump teme il dissenso interno al Partito Repubblicano e altrove. Nonostante tutti i problemi con Starlink, internet e l'informazione, Zelenskij resiste. Questo significa che sfrutta al massimo ogni opportunità: «non si tratta tanto di diplomazia ucraina, quanto del fatto che l'Ucraina deve mantenere il suo ruolo di strumento anti-russo» e, comunque, quando sorgono difficoltà nei rapporti tra Kiev e Washington, Zelenskij si rivolge immediatamente agli europei, che lo sostengono.
In fondo, le parole di Travin a proposito dei timori di Trump, si accordano alle osservazioni dell'ex analista e agente del Centro antiterrorismo della CIA John Kiriakou: colui che, specifica PolitNavigator, nel 2007 denunciò il programma di tortura della CIA e divenne il sesto informatore perseguitato dall'amministrazione Obama. Dunque, afferma Kiriakou, nonostante i tentativi di Trump di migliorare le relazioni con la Russia, l'intelligence americana continuerà ad assistere l'Ucraina. Alla domanda su come sia possibile che gli USA acquistino prodotti petroliferi dalla Russia, mentre la CIA continua a insegnare agli ucraini come distruggere le infrastrutture russe e uccidere i russi, l'ex agente risponde che le sanzioni sono una «cattiva idea, a prescindere dall'obiettivo. Potremmo chiedere ai cubani cosa ne pensino delle sanzioni. Ci direbbero tutto quello che vogliamo sapere. Potremmo chiedere agli iraniani cosa ne pensino delle sanzioni. Non funzionano». Oggi però, incalza l'intervistatore, l'ex giudice della Corte Suprema del New Jersey Andrew Napolitano, c'è un presidente che almeno fa un passo nella giusta direzione e non dovrebbero esserci sanzioni contro l'energia russa. A quanto pare, però, insiste Kiriakou, la CIA non ha ricevuto il messaggio e, finché non le verrà ordinato di smettere, continuerà ad aiutare Kiev ad attaccare le infrastrutture russe, in particolare quelle energetiche. Naplitano ha allora chiesto a un altro ex analista della CIA, Larry Johnson, se Trump controlli la CIA e la risposta è che «Trump potrebbe controllare la CIA, se fosse intelligente. Trump dà un ordine: “Non voglio che trasmettiate informazioni di intelligence all'Ucraina” e la CIA risponde: “Sì, signore”». Trump, purtroppo, non ha detto che non possiamo trasmetterle agli inglesi, che a loro volta possono inoltrarle. Trump, dice Johnson, dovrebbe «dire: "John Ratcliffe, voglio che entro 24 ore l'Ucraina non riceva alcuna informazione di intelligence americana, da nessuna fonte e voglio che questo venga fatto entro 24 ore". Dopo 24 ore, Trump lo convoca e gli dice: "Non hai fatto quello che ti ho detto. Sei licenziato"... un presidente intelligente avrebbe potuto controllare la situazione, ma noi non abbiamo un presidente intelligente. E non è solo Trump a essere un idiota. Obama, Bush, Clinton, George H.W. Bush».
Beh: idioti, ma molto pericolosi; come lo sono del resto i banchieri e gli azzeccagarbugli che siedono ai vertici delle cancellerie belliciste europee.
L'UE potrebbe aver cantato vittoria troppo presto con il terremoto politico che ha travolto la Serbia. La clamorosa vittoria elettorale della Lista Studentesca, che ha conquistato il 52,73% dei consensi alle elezioni parlamentari, non tradurrà il Paese in un protettorato obbediente ai desiderata dell'Unione Europea. E' questo quello che emerge dalle dichiarazioni di Jovo Bakic, docente universitario e figura di spicco del movimento vincitore. Ai microfoni di RT Balkan, Bakic ha spento ogni speranza di Bruxelles: "Rispettiamo la Russia sia come grande potenza sia come nostro partner storicamente cruciale e, in molti casi, protettore. Su questo fronte non ci sarà alcun cambiamento".
Stop alle armi per la NATO e il nodo energetico
La vera rottura con la gestione di Vucic potrebbe essere sul business delle armi. Mentre l'ex presidente aveva tollerato che le munizioni serbe finissero sul fronte ucraino attraverso intermediari occidentali, la nuova leadership intende stringere i bulloni. Secondo quanto trapelato, il nuovo governo bloccherà l'esportazione di armi verso qualsiasi zona di conflitto, chiudendo il rubinetto ai triangolamenti con la NATO.
Sul fronte energetico, l'autonomia strategica di Belgrado passa inevitabilmente dalla collaborazione con Gazprom. La Russia garantisce al Paese circa tre quarti del fabbisogno di gas a prezzi fuori mercato, nettamente inferiori ai costi insostenibili che i Paesi membri dell'UE hanno accettato di pagare in nome del diktat atlantico. L'accordo in vigore copre l'intero 2026 e rappresenta un polmone vitale per l'economia serba.
Resta aperta la partita del petrolio e delle sanzioni statunitensi contro NIS (l'azienda energetica nazionale controllata da capitale russo), la cui deroga operativa è in scadenza. Mentre il colosso ungherese MOL valuta l'acquisizione delle quote russe, il nuovo esecutivo si trova a gestire un dossier caldissimo, ma con la determinazione di non accettare ingerenze. Il messaggio che emerge dalle urne serbe è un monito per le diplomazie occidentali. Alle pressioni di chi pretende di imporre l'agenda energetica e politica di Bruxelles, Bakic ha risposto con una formula priva di diplomatismi: «Non siamo qui per accontentare gli stranieri, ma per agire nell'esclusivo interesse nazionale».