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Albufeira recebe o futuro do Ténis de Mesa Português

28 October 2026 at 21:32

Albufeira recebeu, de 23 a 25 de outubro, jovens atletas de 13 associações do país para o Torneio Interassociações Regionais de Ténis de Mesa. A competição reuniu provas por equipas e de singulares nos escalões de sub-15 e sub-19 e contou com a presença do vice-presidente da Câmara Municipal de Albufeira, Jorge Carmo. Seleções do […]

Non c’è difesa senza Europa, non c’è Europa senza difesa. Scrive Nones

28 October 2026 at 16:14

Il quadro strategico internazionale è sempre più preoccupante, ma non sono molti a rendersene conto e ancora meno ad ammetterlo. Nelle autocrazie questo è scontato, ma anche nei Paesi democratici le numerose scadenze elettorali sembrano frenare ogni spinta ad ammettere i crescenti rischi e la necessità di accettare realisticamente i possibili rimedi.

Su molti di questi ultimi pesa l’imbarbarimento del dibattito politico sui temi interni e sul loro approccio alle relazioni internazionali. Ancora una volta gli Stati Uniti sono stati la guida, questa volta negativa, del mondo occidentale e hanno condizionato, direttamente e indirettamente, lo scenario europeo.

I Paesi europei, a loro volta, portano la responsabilità di essersi fatti cogliere impreparati di fronte a questo vero e proprio cataclisma che ha colpito il sistema internazionale. Inutile, ma non per questo meno necessario, sottolineare che con un minimo di lungimiranza avremmo dovuto e potuto costruire nel tempo la strumentazione necessaria per navigare anche in acque agitate oltre che in quelle calme. 

La nostra grande contraddizione è che per superare il vero grande male europeo, il nazionalismo tradizionale dei singoli Paesi, si sarebbe dovuto costruire un nazionalismo paneuropeo basato sulla prioritaria tutela degli interessi collettivi europei e non proporre un “salto nel vuoto” in nome di un’Unione europea che non è riuscita a conquistare il cuore dei suoi cittadini, contenti di utilizzarne i vantaggi ma poco disposti ad accettarne gli oneri. Un’Unione che i vertici politici degli Stati membri, indipendentemente dal colore politico, non hanno voluto si espandesse dal mercato alla governance istituzionale e alle relazioni internazionali (e conseguentemente alle politiche di difesa e sicurezza).

Oggi di fronte alla necessità di fare scelte difficili ed inevitabilmente impopolari, la carenza più grave è la mancanza della consapevolezza che non c’è difesa senza Europa e non c’è Europa senza difesa.

Pochi esempi lo dimostrano e dovrebbero essere utilizzati per contrastare la diffusa illusione che sia ancora possibile una risposta “nazionale” ai problemi che ogni giorno, sempre di più, devono affrontare governi e parlamenti nazionali e gli stessi cittadini europei.

Le sorti del mondo sono sempre più nelle mani di tre grandi potenze (a cui cercano di aggiungersene alcune medie) che sono tali sul piano politico, economico e militare. L’Europa non c’è perché lo è solo su quello economico. Non tutti la riconoscono sul piano politico e nessuno su quello militare.

In questi settant’anni dalla firma dei Trattati di Roma l’Unione è stata presentata come un nuovo “animale istituzionale”: una costruzione giuridica e politica unica nella storia perché non è uno Stato sovrano federale, come gli Stati Uniti, ma non è nemmeno una semplice organizzazione internazionale o confederazione di Stati. Allegoricamente è stata spesso definita come un “ircocervo” (un animale mitologico metà becco e metà capra), proprio per sottolineare la sua natura ibrida e senza precedenti. Questo pregio oggi rischia di metterne a repentaglio la sopravvivenza perché si è aperta la caccia e le uniche due categorie sono i “predatori” e le “prede”.

L’ironia della sorte vuole che il primo Paese a non riconoscere un ruolo all’Europa sia proprio il suo principale alleato, gli Stati Uniti. Negli ultimi due anni non si contano le occasioni in cui ha dovuto subire la prepotenza dell’amministrazione Trump e pagare i costi delle sue scelte, dai dazi ai danni provocati dalle sue avventure politiche e militari (come la gestione della crisi israelo-palestinese e la richiesta di pagamento europeo delle forniture militari americane all’Ucraina e, da ultimo, l’attacco all’Iran con la chiusura dello Stretto di Hormuz e la conseguente impennata del prezzo del gas e del petrolio).

Non ci sono alternative per l’Europa: cominciare seriamente a diventare una “potenza” come le altre o diventare un loro terreno di conquista. La responsabilità della scelta spetta ai principali Paesi europei perché sono gli unici a disporre, insieme delle risorse necessarie, ma che devono trovare il coraggio per andare avanti sulla strada del riconoscimento del prevalente interesse comune. L’avvenuto allargamento dell’Unione (per altro non ancora concluso) impone la Cooperazione Strutturata Permanente come unico strumento disponibile nell’Unione per integrare non solo le loro politiche di difesa, ma, anche e prima, quelle internazionali. E, forse, per arrivarci più velocemente, la strada migliore potrebbe essere quella di un preliminare accordo intergovernativo fra i Paesi “willing and able” (compreso il Regno Unito), al di fuori ma non contro l’Unione.

Qualsiasi passo avanti in questa direzione espliciterebbe agli occhi dei cittadini europei che l’integrazione europea non è una scelta, ma una necessità.

La maggiore minaccia militare (tradizionale, ibrida, terroristica) è oggi rappresentata da quella proveniente dall’aria, come chiaramente dimostrato dall’esperienza della guerra condotta dalla Russia contro l’Ucraina e dei ripetuti e variegati scontri militari in Medio Oriente. Con l’avvento dei droni e delle nuove tipologie di missili, insieme al loro maggiore utilizzo anche da piattaforme aree, nonché l’interazione fra queste tre categorie di armamenti, è diventato prioritario lo sviluppo di una capacità di difesa in grado di contrastare ogni possibile forma di attacco dall’aria. Non va, inoltre, sottovalutato il rischio che, nell’attuale spirale di progressivo mancato rispetto di impegni e accordi internazionali e di indebolimento degli strumenti faticosamente costruiti negli ultimi ottanta anni per cercare di gestire la governance del sistema internazionale, possa venire coinvolto direttamente (e non solo indirettamente) il dominio spaziale.

La forza intrinseca di questa minaccia è che può arrivare da qualsiasi direzione e da qualsiasi quota (dallo spazio extra-atmosferico a pochi metri di altezza) con armamenti che possono raggiungere velocità elevatissime. Per difendersi serve quindi un sistema in grado di tenere sotto costante controllo vastissime aree del pianeta e dello spazio e di contrastare ogni tipologia di vettore il più lontano possibile dai presumibili obiettivi, assumendo tempestivamente ogni decisione operativa.

Non a caso si fa riferimento ad una cupola di difesa la cui circonferenza di base deve necessariamente includere tutti i Paesi che vi rientrano. L’unico Paese che fino ad ora lo ha sviluppato, su scala ridotta, è Israele (con l’aiuto americano), mentre gli Stati Uniti sono attualmente impegnati in un gigantesco sforzo per realizzarlo. L’Europa, invece, è ancora una volta molto indietro e sta marciando in ordine sparso. Non occorre essere fini esperti di strategia, ma semplici conoscitori elementari di geografia, per comprendere che una vera cupola di difesa dell’Europa deve comprendere una pluralità di Paesi dove collocare i sistemi di avvistamento e di contrasto avanzato, prevedendo anche un consistente impiego anche di mezzi navali e assetti spaziali per completare efficacemente la cintura di protezione sulla frontiera marittima e spaziale. E, ovviamente, serve anche un sistema avanzatissimo di comunicazione e di comando e controllo, nonché un accordo politico per gestire l’intera cupola.

Quindi un sistema molto costoso che richiede un grande sforzo tecnologico e industriale e una base solida e condivisa sul piano giuridico, istituzionale, militare: nessun Paese europeo, nemmeno i più grandi e ricchi, può seriamente pensare di arrivarci da solo e nemmeno con un semplice programma comune.

Una cupola di difesa europea dimostrerebbe concretamente ai cittadini europei quanto è importante l’Europa non solo per continuare a beneficiare dei vantaggi attuali, ma anche e soprattutto per metterli al riparo dalle crescenti minacce e assicurare la loro protezione e libertà e quella dei loro figli.

Nell’ultimo quindicennio uno dei principali problemi politici e sociali dell’Europa è stato quello dell’immigrazione, troppo spesso irregolare. Complici i conflitti più o meno dichiarati e la maggiore instabilità internazionale, ma anche le esigenze di una popolazione sempre più vecchia e restia a svolgere le mansioni più semplici e, infine, la sua conformazione e collocazione geografica, l’Europa (compreso il Regno Unito) è diventata la meta di circa 25-30 milioni di persone. Nel solo 2024 si stima l’arrivo di più di 4 milioni di immigrati extra-europei. La libera circolazione dei cittadini europei ha comportato due problemi: Le diverse politiche nazionali di riconoscimento della cittadinanza hanno favorito il movimento interno all’Unione degli immigrati regolarizzati. L’abolizione dei sistematici controlli alle frontiere interne dell’Unione ha favorito il movimento anche degli immigrati irregolari.

Questo quadro già complicato è stato aggravato dall’immigrazione irregolare via mare che ha coinvolto alcuni Stati membri e, in particolare, quelli che si affacciano sul Mediterraneo, fra cui l’Italia. Qui, infatti, qualsiasi “respingimento” sui confini marittimi dell’Unione comporta il rischio di mettere a repentaglio la vita di immigrati e loro famiglie. Ma una volta entrati nel territorio dell’Unione, è necessario individuare quanti devono essere riconosciuti come “profughi” e solo per gli altri può essere organizzato il ritrasferimento verso i Paesi di origine (a condizione che vi siano specifici accordi). Quanto ai “profughi”, la loro equa distribuzione fra gli Stati membri continua ad essere disattesa.

Nel complesso una situazione caotica che potrebbe essere gestita decentemente solo a livello europeo con criteri comuni sui criteri per la selezione e regolarizzazione degli immigrati, ma anche con sforzi comuni per limitare al massimo l’arrivo di immigrati irregolari. In quest’ottica solo l’Unione europea potrebbe avere la forza politica, economica ed operativa per realizzare propri campi profughi in alcuni Paesi della sponda sud del Mediterraneo (da cui per altro partono, compresi quelli che vi sono arrivati irregolarmente). In questi campi europei potrebbero essere concentrati gli immigrati intercettati in mare per poi procedere alla individuazione degli aventi diritto. I Paesi ospitanti potrebbero beneficiare dell’investimento europeo in termini di servizi (cibo, acqua, energia), di ospitalità del personale europeo impiegato per i controlli e per il mantenimento dell’ordine all’interno dei campi e di sorveglianza svolta dalle loro forze di sicurezza all’esterno, nonché di gestione del ritorno ai Paesi di origine di quanti respinti.

Questa soluzione avrebbe anche un forte effetto deterrente nei confronti dei flussi migratori irregolari e del traffico di esseri umani perché evidenzierebbe meglio la volontà europea di contrastare l’immigrazione irregolare e consentirebbe di conciliare i principi etici che caratterizzano il Vecchio Continente con una gestione dell’immigrazione che limiti l’allarme sociale che rischia di minare le basi della società europea e di quelle nazionali.

Anche in questo caso solo l’Europa potrebbe collettivamente farci uscire dall’attuale spirale perversa con cui tutti gli Stati membri si stanno misurando e dimostrare ai suoi cittadini la validità di una sua maggiore, e non minore, integrazione.

La Liaoning attraversa le Filippine. Il messaggio strategico della Cina

28 October 2026 at 15:16

La portaerei cinese Liaoning, accompagnata da tre unità di scorta, ha attraversato il 22 ottobre le acque dell’arcipelago filippino, sta raggiungendo lo Stretto di Basilan prima di dirigersi verso il Mare delle Filippine. Il movimento, monitorato dalle forze navali di Manila, rappresenta un nuovo episodio della crescente proiezione militare cinese nell’Indo-Pacifico, con implicazioni che superano le controversie territoriali nel Mar Cinese Meridionale.

Secondo un’analisi dell’Institute for the Study of War e dell’American Enterprise Institute, la manovra potrebbe aver simulato l’attraversamento della first island chain, la cintura geografica che collega Giappone, Taiwan e Filippine e costituisce un elemento centrale della pianificazione strategica americana nella regione. La capacità di operare oltre questa barriera consentirebbe alla marina cinese di esercitare pressione sulle linee di comunicazione marittima e, in uno scenario di conflitto, contribuire all’isolamento di Taiwan o delle stesse Filippine.

La navigazione della Liaoning assume particolare rilevanza nel contesto delle pressioni esercitate da Pechino su Manila per le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale. Non si tratta necessariamente di una preparazione operativa immediata: le autorità militari filippine hanno descritto il transito come parte delle periodiche esercitazioni cinesi, escludendo motivi di allarme. Tuttavia, la dimostrazione di capacità navali contribuisce a modificare il quadro strategico entro cui si sviluppa la competizione regionale.

È in questo contesto che acquista significato la posizione espressa dalla ministra degli Esteri filippina Maria Theresa Lazaro in una recente intervista a Formiche.net. Lazaro ha sottolineato l’importanza della maritime domain awareness, ossia della capacità di monitorare e comprendere le attività negli spazi marittimi, indicando nella cooperazione con i partner europei, Italia compresa, uno strumento per rafforzare la sicurezza regionale. Una prospettiva che combina maggiore capacità di sorveglianza, diversificazione dei partenariati e mantenimento del dialogo diplomatico con Pechino.

Il movimento della Liaoning si inserisce inoltre in una competizione militare sempre più multidominio. Mentre la Cina accusa Washington di alimentare una possibile corsa agli armamenti spaziali, continua a sviluppare capacità satellitari, dual-use e controspaziali potenzialmente utilizzabili contro i sistemi americani e alleati. La superiorità navale dipende infatti sempre più dall’integrazione tra piattaforme marittime, intelligence, comunicazioni e infrastrutture orbitali.

La questione strategica non riguarda dunque soltanto dove possano arrivare le portaerei cinesi, ma quanto Pechino sia in grado di trasformare questa mobilità in capacità di condizionamento regionale, mettendo alla prova la resilienza delle Filippine e la credibilità della presenza americana nell’Indo-Pacifico.

La guerra sotto il mare è già iniziata. La sfida della sicurezza nei fondali

28 October 2026 at 14:21

Il 25 dicembre 2024 la petroliera Eagle S trascinò l’ancora nel Golfo di Finlandia, danneggiando un interconnettore elettrico e quattro cavi per le telecomunicazioni. La vicenda, arrivata davanti ai giudici di Helsinki, mostra quanto sia complesso attribuire le responsabilità. È uno dei casi raccontati da Elisabeth Braw in The Undersea War, volume presentato all’Associazione della Stampa Estera di Roma durante un incontro organizzato da Formiche e Airpress, con la moderazione di Flavia Giacobbe.

Conoscere per proteggere

Ad aprire i lavori è stato l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, capo di Stato maggiore della Marina militare, che ha richiamato il cambiamento delle condizioni di sicurezza dei fondali. Per lungo tempo la profondità del mare è stata considerata una protezione naturale, ma lo sviluppo tecnologico ha reso accessibili aree un tempo difficilmente raggiungibili, aumentando l’esposizione delle infrastrutture sottomarine. Da qui la necessità di rafforzare le capacità di sorveglianza. “Non possiamo proteggere quello che non conosciamo”, ha osservato, richiamando l’operazione Fondali sicuri, il coordinamento con la Nato e il ruolo del Polo nazionale della dimensione subacquea. Per Berutti Bergotto, “la cooperazione è la prima forma di deterrenza”, fondata sulla condivisione delle informazioni e su procedure comuni.

Tra sabotaggio e diritto del mare

Per oltre un secolo i fondali hanno garantito collegamenti affidabili proprio grazie alla loro relativa inaccessibilità. Una condizione ormai superata, come ha spiegato Elisabeth Braw, secondo cui “non possiamo più dare per scontato che i fondali marini siano sicuri”. Vi operano flotte sottomarine in espansione, sistemi autonomi e nuove attività estrattive. La competizione riguarda anche chi costruisce i cavi e autorizza il loro passaggio, fra rivalità sino-americane e controversie nel Mediterraneo orientale. Resta soprattutto la difficoltà di distinguere un incidente da un’azione deliberata, come dimostrato dalla vicenda della Eagle S, nella quale “le autorità finlandesi hanno dovuto decidere che cosa fare”, ha ricordato l’autrice.

Sul versante giuridico, Francesco Paolo Bello, managing partner di Deloitte Legal, ha richiamato proprio il caso Eagle S e i limiti della giurisdizione nelle zone economiche esclusive. Individuare la nave responsabile di un danneggiamento non basta a dimostrare un sabotaggio né a ottenere una condanna. Bello ha proposto un riconoscimento specifico delle infrastrutture sottomarine critiche, maggiori obblighi per gli Stati di bandiera e accordi che rafforzino la protezione nelle Zee. Tra autorità e operatori vanno inoltre chiariti compiti investigativi e costi delle riparazioni.

Le tecnologie e la filiera italiana

La tecnologia ha contribuito a rendere accessibili profondità prima considerate sicure, ma offre anche gli strumenti per proteggerle. È la prospettiva illustrata da Gabriele Maria Cafaro, executive vice president Underwater di Fincantieri, che ha sottolineato la necessità di sviluppare soluzioni interoperabili, integrando robotica, intelligenza artificiale e sensori, dalla manutenzione alla protezione. In questa direzione va anche l’acquisizione di Next Geosolutions, specializzata nelle ispezioni dei fondali, considerate essenziali per migliorarne la conoscenza.

Il monitoraggio dei cavi può diventare esso stesso uno strumento di sicurezza. Roberto Candela, amministratore delegato di Electrical and Optical Sensing Solutions di Prysmian, ha spiegato come variazioni di temperatura e altri segnali, un tempo destinati alla manutenzione, possano rivelare possibili intrusioni. Un guasto può essere localizzato in tempo reale con precisione di un metro, riducendo le riparazioni da mesi a poche settimane. Resta da stabilire come gestire e condividere la crescente quantità di dati raccolti.

Investimenti e capacità operative

Nelle conclusioni, il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago ha richiamato il vantaggio dell’Italia per posizione geografica e competenze industriali, insistendo sulla necessità di facilitare l’accesso ai capitali delle imprese più piccole. “Il nostro sistema Paese deve avere maggiore accesso ai capitali per poter crescere”, ha affermato, invitando anche i fondi di investimento a guardare con maggiore attenzione al comparto della difesa. Nei nuovi domini, ha sostenuto, “il meccanismo è invertito”, con un ruolo crescente dell’iniziativa privata in quella che ha definito una “partnership privato-pubblico”. Fra le prospettive indicate, sciami di droni per la sorveglianza continua delle infrastrutture e data center sottomarini raffreddati naturalmente dall’acqua. Un’evoluzione che, per il sottosegretario, richiederà di valorizzare la filiera nazionale e il contributo della Marina militare e del Polo nazionale della dimensione subacquea.

RTVE suspende la emisión de Valle Salvaje y La Promesa en La 1 este miércoles 28 de octubre

28 October 2026 at 11:21

La 1 no emitirá nuevos capítulos de las series diarias Valle Salvaje y La Promesa este miércoles 28 de octubre. El motivo no es otro que el accidente ferroviario entre Urda y Los Yébenes en Toledo, confirma el departamento de comunicación de RTVE a través de X. De esta manera, el primer canal de TVE pospone el estreno del capítulo 513 de Valle Salvaje y el capítulo 936 de La Promesa, que La 1 habría programado para este miércoles 28 de octubre a las 17.45 y 18.35 horas respectivamente. No es el único cambio significativo en la programación de La 1 con motivo del accidente ferroviario.

Además de la supresión de los seriales de época Valle Salvaje y La Promesa, La 1 tampoco emitirá Malas lenguas ni Aquí la Tierra este miércoles 28 de octubre. En su lugar, Directo al grano cogerá el relevo de la primera edición del Telediario con Alejandra Herranz. El magacín que presentan Marta Flich y Martín Barreiro ampliará su emisión desde las 16.00 hasta las 18.30 horas. Le seguirá un especial informativo hasta las 21.00 horas, momento en que empezará la segunda edición del Telediario con Pepa Bueno. La 1 tampoco emitirá el espacio de humor y entrevistas La revuelta, ni el concurso El túnel.

Valle Salvaje, avance del capítulo 513, que La 1 pospone 'sine die'

La preocupación por Bárbara pasa a mayores y Atanasio le hace una petición a la Salcedo que le va a costar más de lo que imagina. Mientras, tras la visita de Rafael, Luisa acude a Rosalía y le pide que use su influencia sobre el duque para salvar a Alejo… ¿aceptará ayudarla?

La Promesa, avance del capítulo 936, que La 1 pospone 'sine die'

Lorenzo convence a Ciro de no echarse atrás con las estafas. Si reculan, resultará incluso más sospechoso. Tomasa felicita a Candela por plantarse ante Simona, y le azuza para que no baje su hostilidad. Ricardo y Cristóbal se muestran rabiosos por que Julio haya salido indemne del sabotaje de la boda, Teresa, testigo, calla. Julieta intenta hablar con Manuel de un cobro irregular de los manuales, pero él la esquiva.

Curro dice que vigilará a Beni para dar con Pía, y Manuel se ofrece a ayudar. Máximo cuenta a Leocadia que Ángela rechazó su palacio; ella está orgullosa de la integridad de su hija. Casilda sorprende a Jacobo discutiendo con Adriano y Martina. Quiere pasear con ella, pero ésta declina la oferta y la pone en su sitio cuando juzga su personalidad. Jacobo tiene un plan para que su padre acepte su boda: contarle que está embarazada. Martina lo está valorando cuando llega Adriano.

Endesa mejora sus beneficios un 14,7% hasta septiembre: 1.962 millones de euros

28 October 2026 at 09:55
Sede de Endesa

La compañía Endesa ha presentado hoy el balance de resultados durante los nueve primeros meses del año. El beneficio neto logrado alcanza los 1.962 millones entre enero y septiembre, lo que supone una mejora del 14,7 % respecto al mismo periodo de 2025. De esta manera, Endesa se acerca al objetivo que la energética se había marcado para todo el ejercicio de superar los 2.400 millones de beneficio neto durante este año.

Si se observa el beneficio neto ordinario hasta septiembre, este creció un 22 % hasta los 2.125 millones de euros, mientras que los ingresos repuntaron un 9 % hasta los 17.389 millones. Según los resultados presentados a la Comisión Nacional del Mercado de Valores (CNMV), el resultado bruto de explotación o ebitda aumentó hasta septiembre un 8,4 % respecto al mismo periodo de 2025, hasta alcanzar 4.577 millones de euros.

Endesa señala que acelera su esfuerzo inversor para "capturar las oportunidades de la electrificación": las inversiones brutas crecen un 19% hasta 1.622 millones de euros, con la red de distribución como principal vector con un alza interanual del 42 %.

Los negocios regulados, fundamentalmente redes y generación extrapeninsular, aportan ya el cerca del 50 % del ebitda frente a un 40 % el año anterior, lo que, según explica la empresa, mejora la visibilidad y predictibilidad de la compañía.

El negocio de distribución registró un beneficio operativo de 1.747 millones de euros, un 24,8 % más y su margen bruto aumentó un 20,2 %, hasta los 2.196 millones, impulsado por el nuevo marco regulatorio en vigor desde el 1 de enero de 2026 y las regularizaciones correspondientes a ejercicios anteriores. El ebitda conjunto de generación y comercialización creció un 3 %, hasta 2.889 millones de euros.

Reducción de costes

Por su parte, los costes fijos ajustados, excluida una provisión de 202 millones de euros asociada a la reestructuración de la plantilla, disminuyeron un 8 % hasta los 1.481 millones de euros.

Asimismo, la compañía generó un flujo de caja de 3.500 millones hasta septiembre de 2026, que permitió financiar en gran medida las inversiones y destinar 2.600 millones de euros a remunerar a los accionistas, incluyendo el pago de dividendos y alrededor de 900 millones del programa de recompra de acciones.

La deuda financiera neta fue de 11.187 millones de euros, 1.100 millones más que al cierre de 2025, aunque la ratio de deuda financiera sobre ebitda se mantuvo estable en 1,8 veces y dispone de 6.900 millones de euros de liquidez, suficientes para 17 meses de vencimiento de deuda.

Crecimiento de la demanda y centros de datos

Endesa señala que la demanda peninsular aumentó un 3,3 % durante los nueve primeros meses de 2026 y un 1,6 % si se ajustan los efectos de temperatura, laboralidad y de la interrupción del suministro en el apagón de 2025.

La energética estima que esta evolución confirma la tendencia estructural hacia una mayor electrificación.

Endesa identifica los centros de datos como uno de los vectores principales de nueva demanda, aunque para convertir esta oportunidad en inversión efectiva será necesario disponer de suficiente capacidad de red y de un marco regulatorio proporcionado que preserve las ventajas competitivas de España. Las inversiones en redes, explica la empresa, buscan reforzar, modernizar y ampliar la red de distribución para atender el incremento de la demanda eléctrica, facilitar nuevas conexiones en un contexto de creciente electrificación. Endesa señala que "el refuerzo de las redes resulta esencial para que la nueva demanda pueda materializarse".

La energía distribuida por las redes de Endesa aumentó hasta 114 TWh, frente a los 109 TWh del mismo periodo del ejercicio anterior. Además, las pérdidas de red mejoraron desde el 9,5 % hasta el 9 %.

La energética valora "positivamente" la mayor visibilidad regulatoria por el aumento de límites de inversión en redes para 2027-2030, con 10.200 millones de euros adicionales en distribución y 7.700 millones adicionales en transporte, esto junto con el impulso al acceso flexible, contribuirá a atender nueva demanda en zonas con capacidad disponible limitada.

Producción electricidad

La producción de electricidad de Endesa aumentó un 6 %, hasta 49.296 GWh, mientras que la producción renovable creció un 8%, hasta 14.944 GWh. La producción solar destacó con un avance del 30 %, hasta 3.759 GWh, y la eólica aumentó un 7 %, hasta 4.407 GWh. En total, las tecnologías libres de emisiones, renovables y nuclear, representaron el 85 % de la producción peninsular de la compañía.

Precisamente, tras la ampliación de la vida útil de Almaraz, Endesa destaca que "valora positivamente" los avances en este ámbito, así como la aprobación del marco regulatorio del mercado de capacidad y el inicio del proceso de asignación de nueva capacidad en los territorios no peninsulares.

Negocio de clientes

El margen bruto del negocio de clientes creció un 16,3 %, hasta 1.579 millones de euros, 221 millones más que en los nueve primeros meses de 2025 apoyado en la resiliencia del negocio minorista de gas y en la mejora del margen del suministro eléctrico, favorecida por las estrategias de actualización de precios, aprovisionamiento y coberturas.

En concreto, de los 9,45 millones de clientes de electricidad que tiene Endesa, 3,2 millones están acogidos a una tarifa regulada; mientras que 6,15 se encuentran en el mercado libre. La compañía presentará en febrero de 2027 una actualización de su plan estratégico. 

Cuando estudiar y seguir jugando es compatible

By: A. M.
28 October 2026 at 10:56
De izquierda a derecha, Eva Aznar, Vega Laborda, Daniela Gamarra, Camino de León y Sheila de la Cruz, jugadoras del CB Zaragoza.

Inés Francisco (Zaragoza, 16 años) andaba dándole vueltas: ¿tendré que dejar el baloncesto? Las ganas seguían intactas, ella disfruta jugando en el CB Zaragoza. Pero un miedo lícito empujaba en dirección contraria: quiere estudiar Medicina, el curso próximo afronta la Prueba de Acceso a la Universidad (PAU) y la nota media que necesita es altísima. ¿No interferirán las horas de entrenamiento con el tiempo de estudio?

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Inés Francisco, que cursa primero de bachillerato, estudiando en la nueva sala de estudio del pabellón zaragozano.Imagen del acto de inauguración del pasado martes de la nueva sala en el pabellón CDM Mudéjar.Entrenamiento de las jugadoras del CB Zaragoza.Jugadoras en la sala de estudio del pabellón de Vic.

Bombardieri al centro della guerra aria-aria. La scommessa dell’Air Force

28 October 2026 at 08:38

Sin dalla loro nascita nelle prime fasi di vita dell’aviazione militare, agli inizi del secolo scorso, i bombardieri hanno sempre svolto funzioni legate all’attacco di obiettivi terrestri (o, in alcuni casi, navali), delegando in maniera quasi assoluta ai caccia, eccezion fatta per i mezzi di autodifesa, il compito di intrattenere combattimenti aerei per ottenere e mantenere la superiorità nei cieli. Ma questa suddivisione sembra destinata a divenire sempre meno netta con l’avanzamento tecnologico di questi anni.

L’US Air Force ha infatti affermato di star esplorando alcune opzioni di impiego in ottica air-to-air dei bombardieri di nuova generazione B-21 Raider attualmente in via di sviluppo, opzioni che passerebbero dall’impiego dei Collaborative Combat Aircraft (Cca), anche noti in Italia con il nomignolo di “droni gregari”.

L’ipotesi compare nel nuovo rapporto sulla struttura della flotta caccia trasmesso al Congresso, che tra le opzioni allo studio cita esplicitamente lo “sviluppo di capacità aria-aria sui bombardieri”. Il documento non entra nei dettagli, ma dalle caratteristiche note del Raider come l’autonomia estrema, l’elevata quota operativa, la bassa osservabilità e i sensori avanzati è possibile immaginarne alcuni, come fatto dall’analista Joseph Trevithick su TheWarZone.

Il primo è quello di piattaforma di lancio per missili aria-aria a lunghissimo raggio, troppo ingombranti per i caccia tattici, o per grandi quantità di missili convenzionali. In questa veste velivoli come il B-21 (ma anche il B-52, che i vertici militari vogliono mantenere in servizio il più a lungo possibile) potrebbero agire come “navi arsenale” volanti, colpendo su richiesta dalle retrovie bersagli individuati da altre piattaforme in prima linea. Una prospettiva resa concreta dalla nuova generazione di missili come l’Aim-174B e l’Aim-424, e dalla richiesta dell’aeronautica di un vettore con portata di almeno mille miglia nautiche.

Il secondo è il ruolo di “nodo” di comando e controllo. Grazie alla capacità di penetrare spazi aerei fortemente difesi, il bombardiere potrebbe coordinare i Cca, ricevendo da questi i dati di puntamento e, in prospettiva, lanciandoli direttamente. Sulla stessa linea si muove il programma LongShot della Darpa, che punta a sviluppare droni armati di missili aria-aria sganciabili da caccia e bombardieri. A questi si aggiungono il contributo alla soppressione delle difese aeree nemiche, componente essenziale della superiorità aerea, e una dimensione difensiva. Northrop Grumman ha infatti brevettato un sistema di intercettori hard-kill capace di creare una “bolla” protettiva attorno al singolo velivolo.

Non è ancora chiaro dunque di che portata sarà questa trasformazione, ma quel che è certo è che le dinamiche della guerra del prossimo futuro vedranno venir meno un altro degli assiomi che fino ad ora rappresentavano una certezza del dominio bellico.

FSSPX. Come si fa a scomunicare gli unici che professano la Fede Cattolica? P. Joachim Heimerl.

28 October 2026 at 08:13
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Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, padre Joachim Heimerl, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sui reapporti fra il Vaticano e la FSSPX. Buona lettura e condivisione.
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“Je suis Pie X.” ovvero: Perché dobbiamo mostrare solidarietà alla “Società di San Pio X”.
Di P. Joachim Heimerl von Heimthal

Forse anche voi la pensate come me? Non appartengo alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, ma ne seguo da vicino l’operato e le sono grato. Senza la Fraternità, la Messa tradizionale sarebbe oggi dimenticata e io stesso non l’avrei mai conosciuta. Certamente esistono molte comunità tradizionaliste che praticano la Messa “antica”, ma nessuna di esse sarebbe nata senza la Fraternità Sacerdotale San Pio X; è la prima comunità ad aver preservato la fede tradizionale della Chiesa e l’unica che la difende senza compromessi, anche quando altre comunità tradizionaliste tacciono.

Ricevo regolarmente una newsletter dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X e la leggo con grande interesse. Non vi ho mai trovato nulla che contraddica o oscuri la fede cattolica, a differenza di quanto accade costantemente nei testi ufficiali della Chiesa e del Papa. Non c’è dubbio sul cattolicesimo della Fraternità; di recente ha pubblicato un’impressionante “Critica della Fede” che riassume quei principi fondamentali che la Chiesa ha sempre insegnato ma che oggi difficilmente condivide.

Questa “Critica della Fede” mette in luce, come un punto esclamativo, la gravità dell’apostasia che sta attualmente colpendo la Chiesa. Due esempi lo illustrano:

I Vangeli testimoniano che il Signore ha stabilito una nuova ed eterna alleanza con il suo sangue, e ciò è confermato dalle parole di consacrazione pronunciate dal sacerdote durante la Santa Messa. La Chiesa ha sempre affermato, sulla base della testimonianza della Sacra Scrittura, che questa alleanza ha sostituito l’alleanza di Dio con il popolo d’Israele. Oggi, essa considera questa affermazione offensiva e monopolistica, e accusa maliziosamente di “antisemitismo” coloro che insistono sulla sua precedente dottrina.

Purtroppo, ciò vale anche per la verità rivelata che non c’è salvezza al di fuori della Nuova Alleanza e che solo la Chiesa Cattolica amministra questa salvezza attraverso i sacramenti. Questo è particolarmente vero per la Santa Messa, di cui la Fraternità Sacerdotale San Pio X professa: «La Santa Messa è la continuazione nel tempo del Sacrificio della Croce, offerto per molti e rinnovato sull’altare. Sebbene offerto in modo incruento, il Santo Sacrificio della Messa è per sua stessa natura espiatorio e riconciliatore. Nessun altro culto produce un’adorazione perfetta. Nessun altro culto, slegato da esso, è gradito a Dio. Nessun altro mezzo è sufficiente per la santificazione delle anime. Di conseguenza, il Santo Sacrificio della Messa non può in alcun modo essere ridotto a un mero memoriale, a un pasto spirituale o a una santa assemblea celebrata dal popolo; né può essere ridotto a una celebrazione del Mistero Pasquale senza sacrificio, senza soddisfazione della giustizia divina, senza espiazione dei peccati, senza riconciliazione e senza la Croce».

Gli insegnamenti della Chiesa non potrebbero essere espressi con maggiore chiarezza, e non ricordo di aver mai sentito nulla di simile, né dalla stragrande maggioranza dei vescovi né dai papi del nostro tempo. Al contrario: sono nato dopo il Concilio Vaticano II e ho vissuto la mia educazione cattolica – perdonate il linguaggio – con una menzogna oltraggiosa, che, come molte altre, non ho riconosciuto come tale per lungo tempo e che oggi mi inorridisce ancor di più.

Intendo la menzogna della presunta continuità, la menzogna che afferma che la Chiesa sia rimasta la stessa dopo il Concilio e non abbia cambiato radicalmente la sua dottrina e la sua liturgia. Chiunque legga il “Credo” della Fraternità Sacerdotale San Pio X vede, come in uno specchio, che non è così, e la “nuova” Messa, con il suo orientamento fondamentale non cattolico, lo sottolinea proprio. Sembra quasi che la Chiesa di oggi assomigli a un paesaggio di rovine e che la sua fede appaia come una rovina.

Che la Fraternità Sacerdotale San Pio X abbia deciso di consacrare i propri vescovi in ​​questa situazione è comprensibile, e mi rallegro che lo stia facendo. Tuttavia, se ciò avviene senza un mandato papale, non fa che illustrare lo stato desolante della Chiesa. Ciò significa anche che comporterà la scomunica.

La questione in gioco non è più la “scomunica”. Piuttosto, la domanda dovrebbe essere se sia effettivamente possibile scomunicare coloro che sono gli unici a professare la fede cattolica, mentre i papi proclamano eresie e si inginocchiano davanti a falsi idoli. Credo che una simile “scomunica” non reggerebbe di fronte a Dio e, per questa sola ragione, nessuno è obbligato ad adottarla. Ciò è tanto più vero in quanto, in generale, oggi nessuno viene scomunicato, nemmeno per eresia o apostasia, neanche i vescovi in ​​Germania, Austria e Svizzera.

Con l’attesa “scomunica” della “Società di San Pio X”, tuttavia, crolla un altro edificio di menzogne: la Chiesa, che si presenta come “la beniamina di tutti” attraverso il suo approccio “sinodale” ed “ecumenico”, si rivela internamente divisa e acerrima nemica della propria tradizione. In definitiva, si è allontanata dalla rivelazione di Dio e lo dimostra quotidianamente.

Per questo motivo, la questione delle consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X è una questione che ci poniamo noi stessi: da che parte stiamo? Dalla parte della nuova fede pseudo-cattolica della Chiesa post-conciliare, e quindi dalla parte della “nuova” Messa? O dalla parte della fede tradizionale, che si esprime solo nella Messa tradizionale e in nessun altro luogo? Non esiste una via di mezzo facile, e persino le comunità tradizionaliste che nominalmente riconoscono il Concilio Vaticano II sono in definitiva escluse dal rispondere a questa domanda; è tutto o niente.

Pertanto, non dovrebbe importare se il nostro sostegno alla Fraternità Sacerdotale San Pio X comporti la nostra scomunica. Piuttosto, è una questione di solidarietà e sincerità prendere una posizione chiara. Per tutti coloro che professano la tradizione, ciò significa prendere le distanze dagli errori che si diffondono nella Chiesa e cessare di finanziarli, ad esempio attraverso le tasse ecclesiastiche.

Inoltre, è importante dare una testimonianza personale della fede cattolica, che oggi può essere solo: “Io sono San Pio X!”.

Ringraziamo Dio per l’esistenza della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché senza di essa la tradizione andrebbe perduta. Certamente, la Fraternità San Pio X non è una società perfetta (quale comunità lo è?), ma sono convinto che non solo preservi la fede della Chiesa, ma che la Chiesa si rinnovi attraverso di essa. È innegabile: ovunque si celebri la Messa tradizionale, la Chiesa fiorisce, e senza la Fraternità San Pio X questo non sarebbe mai accaduto.

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L'articolo FSSPX. Come si fa a scomunicare gli unici che professano la Fede Cattolica? P. Joachim Heimerl. proviene da Blondet & Friends.

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