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Gli antidoti democratici di Israele funzionano. Sarà il dopo Netanyahu? La lettura dell’amb. Mattiolo

28 October 2026 at 16:20

Le urne non hanno consegnato a Israele il verdetto definitivo su Benjamin Netanyahu. Gli hanno però presentato il conto di una stagione politica consumata tra guerre, tensioni interne e un Paese costretto a misurarsi con troppe emergenze contemporaneamente. L’affluenza oltre il 70%, insieme alla mobilitazione degli elettori arabi, racconta una democrazia tutt’altro che rassegnata. Ma la tenuta del Likud dimostra che archiviare Netanyahu è un’operazione molto più complessa del previsto. Ora il pallino passa alle alleanze: il blocco del cambiamento guidato da Gadi Eisenkot cerca i numeri per costruire un’alternativa, mentre sul tavolo restano i dossier più esplosivi, dagli insediamenti in Cisgiordania al servizio militare degli ultraortodossi, fino al futuro del rapporto con Washington e alla minaccia iraniana.

A leggere gli equilibri usciti dalle urne è Luigi Mattiolo, ambasciatore e profondo conoscitore delle dinamiche internazionali. Perché la partita israeliana non si esaurisce nella sfida tra un premier e i suoi avversari: riguarda la capacità di un Paese sotto pressione di cambiare direzione senza perdere di vista la propria sicurezza.

Ambasciatore, partiamo dal dato più evidente: un’affluenza superiore al 70%. Che cosa ci racconta questa partecipazione in un Paese sottoposto a una pressione securitaria straordinaria?

È un dato che colpisce e che merita di essere sottolineato. La partecipazione al voto è un segnale di vitalità democratica, tanto più significativo in un Paese come Israele, che attraversa una fase di forte tensione e deve confrontarsi con minacce su più fronti. È altrettanto importante la partecipazione della popolazione araba israeliana, che ha dimostrato di credere nella democrazia parlamentare del proprio Paese. Non dimentichiamo che Netanyahu aveva cercato di escludere i partiti arabi dalla competizione, ma la Corte suprema ha annullato quella decisione. È un elemento che invita a guardare alla realtà israeliana con maggiore complessità, senza appiattirla sulla narrazione di uno Stato irrimediabilmente antidemocratico.

Eppure chi pronosticava una bocciatura netta di Netanyahu è rimasto deluso. Il Likud ha tenuto e ha sottratto consensi anche alla destra più radicale. È ancora lui il baricentro della politica israeliana?

Il risultato dimostra che Netanyahu conserva una forza politica considerevole. Il Likud ha recuperato voti anche a scapito di altri partiti alla sua destra, un elemento di cui il premier potrà certamente vantarsi. Ma sarebbe sbagliato confondere la tenuta del suo partito con la possibilità di governare senza difficoltà. Il sistema elettorale israeliano, con la sua soglia di accesso alla Knesset, favorisce una rappresentanza articolata e rende indispensabili le coalizioni. Nessuno può governare da solo: la capacità di costruire una maggioranza parlamentare sarà decisiva.

Il blocco del cambiamento guidato da Gadi Eisenkot può davvero contendere il governo a Netanyahu? E quale margine ha per costruire una maggioranza alternativa?

La possibilità esiste, ma dipende dalla capacità di aggregare forze politiche diverse attorno a un progetto comune. Il blocco del cambiamento deve dimostrare di poter andare oltre la contrapposizione a Netanyahu e trovare una sintesi sulle questioni decisive per il futuro del Paese. In questa fase, la costruzione di una maggioranza è più importante del risultato del singolo partito. Il presidente Isaac Herzog dovrà valutare chi abbia le maggiori possibilità di raccogliere almeno 61 deputati su 120. L’incarico potrebbe essere affidato a più di un leader politico: la vera discriminante sarà la capacità di costruire una coalizione sostenibile.

I partiti arabi possono diventare gli arbitri della prossima maggioranza?

È una possibilità concreta. Se il blocco del cambiamento riuscisse a ottenere un sostegno esterno dai partiti arabi, potrebbe aprirsi una strada per la formazione di un governo. Resta anche l’ipotesi di un esecutivo di unità nazionale. L’incertezza è inevitabile, perché il sistema israeliano produce coalizioni composite, spesso fragili. La tenuta degli accordi sarà quindi fondamentale: una maggioranza numericamente sufficiente non è necessariamente una maggioranza in grado di governare con stabilità.

Al di là dei numeri, il voto può segnare una discontinuità rispetto alla stagione politica di Netanyahu?

Il segnale di una domanda di cambiamento esiste, anche se non si è tradotto in una bocciatura inequivocabile del premier. Una parte consistente della società israeliana ritiene che il Paese non possa continuare a essere impegnato contemporaneamente su tutti i fronti. Le questioni della sicurezza restano centrali, ma cresce la consapevolezza che occorra trovare un equilibrio diverso tra esigenze militari, tenuta interna e prospettive politiche. La vera incognita è se questa domanda riuscirà a trovare uno sbocco in una maggioranza parlamentare coerente.

Uno dei dossier più divisivi è quello degli insediamenti in Cisgiordania. Un eventuale governo del cambiamento potrebbe invertire la rotta?

È uno dei terreni sui quali potremmo assistere a una discontinuità. La politica degli insediamenti è stata uno degli elementi caratterizzanti dell’esecutivo Netanyahu e ha alimentato tensioni sia sul piano interno sia nei rapporti con la comunità internazionale. Un governo con una diversa composizione potrebbe quantomeno rimettere in discussione alcune scelte. Ma bisognerà capire quali forze entreranno nella coalizione e quale sarà il loro peso effettivo. Non basta evocare il cambiamento: occorre verificare se esistano le condizioni politiche per tradurlo in decisioni concrete.

C’è poi la questione dell’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare. Perché può diventare una linea di frattura decisiva?

Perché tocca un nervo scoperto della società israeliana: la distribuzione degli oneri della sicurezza. In un Paese che ha affrontato una lunga fase di conflitto, il tema del servizio militare non è soltanto una questione amministrativa, ma riguarda il principio di equità tra i cittadini. Eisenkot ha costruito una parte importante della propria campagna proprio su questo nodo. Un eventuale governo alternativo potrebbe provare a intervenire, ma si troverebbe davanti a resistenze politiche e sociali significative. È una delle questioni sulle quali si misurerà la capacità di un nuovo esecutivo di rispondere alle aspettative dei propri elettori.

Sul fronte palestinese, invece, esiste davvero uno spazio per riprendere un processo politico? O la sicurezza continuerà a dettare l’agenda?

La sicurezza rimane una precondizione imprescindibile. In Israele c’è una convergenza ampia sulla necessità del disarmo di Hamas, considerato un passaggio fondamentale per qualsiasi prospettiva politica credibile. Ma sicurezza e iniziativa diplomatica non dovrebbero essere considerate alternative. La sfida consiste nel creare le condizioni per superare la fase attuale e riaprire uno spazio di confronto tra israeliani e palestinesi. Il disarmo di Hamas, da solo, non risolve tutte le questioni del conflitto: è necessario capire quale assetto possa garantire stabilità e prospettive politiche nel lungo periodo.

Quanto ha pesato l’endorsement di Donald Trump a Netanyahu? E quanto conterà Washington nella fase che si apre?

Non credo che il sostegno di Trump abbia modificato in maniera determinante gli orientamenti dell’elettorato. È possibile che una parte dei votanti che in precedenza guardavano ai partiti ultraortodossi abbia finito per convergere sul Likud, ma sarebbe riduttivo attribuire l’esito del voto a un singolo fattore. Il rapporto con gli Stati Uniti sarà comunque decisivo. Un eventuale governo diverso da quello di Netanyahu potrebbe avere margini differenti nel dialogo con Washington, mentre una sua riconferma non farebbe prevedere cambiamenti sostanziali nell’impostazione dei rapporti bilaterali. Le elezioni di metà mandato americane aggiungeranno un ulteriore elemento di incertezza, anche se il presidente manterrà ampi poteri in materia di politica estera e difesa pure nell’eventualità di una perdita della maggioranza al Congresso.

Se Netanyahu dovesse restare al potere, quale dossier rischierebbe di tornare in cima all’agenda internazionale?

La minaccia nucleare iraniana potrebbe tornare a occupare una posizione ancora più centrale. Se non dovesse aprirsi una nuova stagione politica in Israele, è plausibile che la questione iraniana continui a rappresentare uno dei principali punti di convergenza tra Netanyahu e Trump. Il tema non riguarda soltanto la sicurezza israeliana, ma investe l’intero equilibrio mediorientale e il ruolo degli Stati Uniti nella regione.

Chiudiamo tornando al dato democratico. Il voto può essere letto come una risposta a chi descrive Israele come una democrazia ormai compromessa?

I segnali vanno letti con attenzione, senza trarre conclusioni assolute. L’affluenza, la partecipazione della componente araba e il ruolo di una diaspora israeliana particolarmente sensibile al tema dell’antisemitismo mostrano una società mobilitata e consapevole della posta in gioco. Anche il confronto tra forze politiche profondamente divise testimonia che gli strumenti democratici continuano a funzionare. Questo non significa ignorare le contraddizioni, le tensioni istituzionali o le criticità del rapporto con i palestinesi. Significa riconoscere che la realtà israeliana è più complessa di qualsiasi rappresentazione univoca. La prova decisiva, adesso, sarà trasformare la partecipazione elettorale in una soluzione politica capace di dare stabilità al Paese.

Netanyahu non perde. Pelanda spiega cosa cambia per Iran, Golfo e Ue

28 October 2026 at 15:11

Queste elezioni, celebrate durante una guerra, hanno dimostrato che Israele è una democrazia vera, vivace e aperta a tutti, per cui se in Ue c’è qualche Stato illuminato dovrebbe capire come stare un po’ più tranquilli sull’antisionismo. Lo dice a Formiche.net uno degli analisti di geopolitica più autorevoli del panorama continentale, il prof. Carlo Pelanda, economista, accademico e autore de “L’Italia globale” per Rubbettino. “L’aspetto che mi preoccupa di più è che il mondo europeo e anche in parte quello statunitense, non capisce proprio alcunché di che cosa sia Israele. E quindi Israele reagisce in una maniera violenta”.

Carlo Pelanda

Netanyahu non perde le elezioni e resta premier ad interim: sarà stallo per la formazione del governo. Quale il primo effetto geopolitico sulla guerra in Iran?

Se l’America decide una mossa, Israele segue, anche se non sarà una decisione israeliana. Però se l’America parte, senza il supporto di Israele gli Stati Uniti potrebbero fare fatica a decidere. Quindi lo scenario di deterrenza nei confronti dell’Iran è piuttosto puntuto e ciò permette di sceneggiare soluzioni. Washington non ha intenzione di fare un conflitto aperto, ma solo selettivo per ottenere dall’Iran delle condizioni per cui fondamentalmente si riapre lo Stretto di Hormuz: in quel caso Israele diventerebbe strumento.

Netanyahu è in grado di spingere gli Stati Uniti a fare un’azione bellica in questo momento?

No, lui è una variabile più dipendente che indipendente.

Vede in questo voto anche un elemento conservativo rispetto a pericoli oggettivi, come l’antisemitismo e la pressione di Hamas su settori strategici come energia e difesa?

La preoccupazione dei cittadini è molto ampia, nel senso che il linguaggio di Netanyahu che tocca il rischio esistenziale di Israele ha funzionato, perché la maggioranza degli elettori di religione ebraica in Israele lo percepisce. Tutte le analisi giornalistiche in qualche modo non dico che lo neghino, ma attutiscono il rischio di antisionismo, senza dimenticare che Israele è una potenza nucleare. Per cui Netanyahu ha incassato questo allarme perché percepito dalla maggioranza dei votanti, che si sono divisi tra i due schieramenti, i quali però sono molto simili sulla politica estera.

Quindi?

Quindi è prevalso lui, cioè meglio “il vecchio bastardo” che conosciamo, ma che però quando serve fa la guerra, piuttosto che una figura nuova con punto interrogativo.

Il buon risultato dei partiti arabi che segnale rappresenta, anche in ottica di equilibri futuri?

È irrilevante. Sinceramente non so perché i giornalisti si siano oggi tanto concentrati su questo dato: quel 18% non conta nulla, a meno che non ci sia qualche partito tradizionale che voglia utilizzarlo. Inoltre, avendo un minimo di conoscenza della materia, anche per ragioni etniche, osservo che i due partiti cosiddetti arabi sono molto diversi fra loro, perché uno è fatto da beduini che non sono poi così amorevoli nei confronti dei palestinesi o di Hamas, mentre l’altro è fatto da filopalestinesi. Da un lato è molto bello che questo tipo di diversità etnica, politica e religiosa sia inclusa nel voto democratico e dimostra che Israele è una democrazia vera e non finta. Ma dall’altro è un elemento che non conta molto, perché il primo partito israeliano che vorrà in qualche modo includere un partito arabo verrà massacrato mediaticamente. In molti stanno facendo analisi su Israele senza conoscerla bene, circostanza di cui sono rimasto esterrefatto.

Medio Oriente, Golfo, Europa: come potrebbe cambiare (o non cambiare) il rapporto fra queste tre aree dopo il voto?

Dipenderà da quanto le nazioni arabe più importanti, cioè Emirati e Arabia Saudita, avranno bisogno dell’aiuto di Israele per uscire dalla crisi. E quindi dipenderà da quale mossa saggia potrà fare Netanyahu, in particolare per dare un aiuto ancora maggiore di quello che sta dando l’Arabia Saudita contro gli Houthi. Si tratta però di fattori che verranno decisi nello scenario mediorientale, ma se mi è permesso di dare dei suggerimenti ai leader europei consiglierei loro di stare un po’ più tranquilli sull’antisionismo. Il fatto che siano molto condizionati da una presenza islamica enorme nelle loro nazioni, non rende credibile questa postura. Penso ad esempio agli inglesi: non è conveniente per loro e per l’Unione europea questo atteggiamento. Per cui potrebbero attutire, oppure addirittura abolire, il divieto della partecipazione di aziende israeliane nel programma Horizon.

Israele in queste elezioni cosa ha dimostrato?

Di essere una democrazia vera che in una situazione di guerra ha celebrato le elezioni e resta aperta alla più ampia varietà del consenso. Ovviamente dentro Israele c’è una percezione che fa dire: “Tutto il mondo è contro di noi e quindi combattiamo”. Ma l’aspetto che mi preoccupa di più è che il mondo europeo e anche in parte quello statunitense, non capisce proprio alcunché di che cosa sia Israele. E quindi Israele reagisce in una maniera violenta. Se uno spettatore israeliano vedesse ad esempio tutte le manifestazioni che si sono svolte in Italia, che è un Paese in una posizione più equilibrata rispetto ad altri, cosa dovrebbe pensare dinanzi a chi invoca un nuovo olocausto? Queste elezioni mostrano la realtà di Israele, di una democrazia molto vivace, attiva e dove prevale la percezione di essere circondata da tutto il mondo e quindi è disposta a lottare per la propria sopravvivenza.

Cosa dovrebbe fare l’Ue?

Se c’è fra gli Stati membri qualche nazione europea illuminata, le direi di attutire la polemica nei confronti di Israele, al netto del fatto che è giusto criticare gli eccessi dei coloni in Cisgiordania che sono inaccettabili per le modalità. Al contempo però bisognerebbe allungare una mano a Israele per mostrare comprensione, ricordandole di stare dentro le regole della democrazia: e soprattutto non escludere Israele. Credo sia stato un errore da dilettanti da parte delle nazioni europee.

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