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Acciaierie Venete, condannato in appello il presidente Banzato per la morte di due operai. Attesa la sua nomina a capo di Federacciai

28 October 2026 at 18:16

Alessandro Banzato, presidente di Acciaierie Venete, è stato condannato anche in Corte d’Appello per la morte di due operai avvenuta nel 2018 a seguito di un incidente in uno degli stabilimenti del gruppo, alla periferia di Padova. Una colata di metallo liquido li aveva investiti per il cedimento di un grande contenitore trasportato sopra le loro teste. I giudici hanno confermato la pena di 2 anni e 6 mesi per l’imprenditore, mentre hanno ridotto a due anni (sei mesi in meno) la condanna di Giorgio Zuccaro, direttore dello stabilimento all’epoca dell’incidente. È stato assolto per non aver commesso il fatto Giancarlo Tonoli, che in primo grado si era visto infliggere 4 anni e 6 mesi, in quanto consigliere incaricato dei collaudi della società friulana Danieli Centro Cranes. Il Tribunale aveva fissato una sanzione pecuniaria di 100mila euro a carico di Acciaierie Venete, nonché di 229mila euro per Danieli&C e di 94mila euro per Danieli Centro Cranes. Soltanto al prima è stata confermata, assieme al divieto a contrarre con la pubblica amministrazione per 8 mesi. Revocate le sanzioni a carico della Danieli, che non è stata ritenuta responsabile del cedimento della siviera che aveva realizzato.

La conferma della condanna per Banzato avviene a poche settimane dall’assemblea di Federacciai che dovrebbe nominarlo presidente nazionale, in base a una designazione ufficiale del consiglio generale di qualche mese fa. Prevista per fine ottobre, l’assise imprenditoriale è stata rinviata a seguito della morte sul lavoro di un operaio di 47 anni, avvenuta il 20 ottobre nello stabilimento di Acciaierie Venete a Sarezzo, in provincia di Brescia. Federacciai aveva motivato il rinvio quale “segno di rispetto e partecipazione al dolore per quanto accaduto”.

L’incidente nello stabilimento di Padova si era verificato il 13 maggio 2018. Il cedimento di un perno aveva fatto crollare una siviera contenente 90 tonnellate di acciaio fuso. Gli effetti erano stati disastrosi per due dipendenti: Sergiu Todita di 39 anni era morto dopo un mese di agonia, Marian Bratu di 44 anni dopo sette mesi nel Centro Grandi Ustionati di Padova. Due operai erano rimasti feriti. Un altro grave incidente si è verificato nell’ottobre 2023 nello stesso stabilimento, con quattro operai finiti all’ospedale per la fuoriuscita di metallo fuso.

La sentenza di primo grado a carico di Banzato aveva censurato l’organizzazione delle lavorazioni, “una procedura orientata ad una maggiore efficienza del ciclo produttivo a scapito della sicurezza dei propri lavoratori”. Infatti, durante lo spostamento delle siviere i lavoratori dovrebbero allontanarsi dall’area, in modo da ridurre il rischio in caso di malfunzionamenti. Un tecnico Spisal aveva calcolato che tale tempo di sicurezza avrebbe aumentato “di circa il 23 per cento le ore lavorate”. Il giudice aveva scritto: “E’ innegabile che un risparmio non modesto sia stato conseguito per la mancata implementazione della norma. Al risparmio sul costo del lavoro va aggiunto quello relativo ai mancati investimenti per implementare la procedura di sicurezza”. Per questo le condanne (ora confermate) avevano riguardato non solo il direttore dello stabilimento, ma anche il presidente della società.

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Padova, l’antenna telefonica vince contro l’oratorio vincolato con gli affreschi del Mille. La Sovrintendenza: “Forte impatto, ma basta verniciarla di azzurro”

28 October 2026 at 14:33

L’antenna telefonica sconfigge l’antico campanile. E l’oratorio con gli affreschi precedenti perfino a Giotto. “Di continuo spuntano piccoli campanili romanici”. Così lo scrittore trevigiano Giovanni Comisso ha descritto la sua pianura veneta. Quel susseguirsi di campanili, appuntiti nel paesaggio dolce e piatto. In fondo è uno dei segreti del Veneto e dell’Italia: i grandi tesori delle città e quelli più discreti quasi dimenticati, disseminati ovunque. Ma oggi, ecco cosa ci racconta questa storia, all’antico patrimonio sembriamo preferire le antenne telefoniche. Parliamo dell’antico oratorio di San Michele Arcangelo a Pozzoveggiani (nella frazione di Salboro che è ancora comune di Padova). I volontari dell’associazione SalboroIncontra, che ogni settimana dedicano il loro tempo a tenere aperto e vivo l’oratorio, raccontano con passione del tempietto romano che era nato proprio qui. E dell’oratorio dove decine e decine di generazioni di padovani hanno pregato da quando l’edificio fu costruito nel V-VI secolo in epoca longobarda (fu ampliato nel XII secolo). Ma soprattutto raccontano dei due cicli di affreschi precedenti perfino al maestro Giotto. Il primo, che risale circa all’anno 1000, raffigura gli apostoli tra gli archi di un colonnato. Il secondo, un piccolo anonimo capolavoro, ritrae un Cristo Pantocratore. Nel registro inferiore una teoria di apostoli con san Prosdocimo e, nella fascia inferiore, un torneo di due cavalieri con intorno un bestiario medievale.

Oggi, però, il campanile, che per secoli è stato un punto di riferimento per viandanti e fedeli, è sovrastato da un’antenna telefonica azzurrina. Tutto comincia, come racconta l’ex sindaco di Padova, Ivo Rossi, quando una società telefonica presenta la domanda per installare un enorme ripetitore proprio accanto all’oratorio. Il Comune, come poi è stato dichiarato in giudizio, sostiene “che l’oratorio non risulta nemmeno classificato tra i beni di interesse culturale”. Come se soltanto ciò che è tutelato dalle norme meritasse di essere protetto. Ma non sarebbe nemmeno così, come riferisce qualcuno: il Ministero della Cultura – Commissione Regionale per il patrimonio culturale infatti ha accertato “la sussistenza dell’interesse culturale nell’immobile” per il quale l’oratorio doveva essere sottoposto a disposizioni di tutela. Ma intanto arriva la prima sorpresa: il comune di Padova dà il via libera al ripetitore. Tocca, come spesso succede in Italia, alle associazioni e ai comitati degli abitanti, provare a difendere quel patrimonio che le istituzioni sembrano non curare. Viene così presentato un ricorso amministrativo. Alla fine il Consiglio di Stato dà ragione ai comitati: “Con una sentenza del giugno 2026”, ricorda Rossi, “viene annullata l’autorizzazione, rendendo l’antenna priva di titolo”.

Anche il Comune, tardivamente, si accorge del guaio. Qualcuno storce il naso e ammette l’errore. Peccato che l’impianto sia già stato realizzato. Ma la parabola del campanile non è ancora finita. Nei giorni scorsi ecco arrivare la decisione della Sovrintendenza. Piuttosto sorprendente: si “riconosce… l’effettivo impatto percettivo determinato dalla realizzazione dell’opera”. Un’espressione burocratica per dire che l’antenna non ci sta proprio bene, accanto all’oratorio millenario. Dunque l’impianto dovrà essere rimosso? No, arriva la soluzione, per così dire, all’italiana. Dipingere il palo. Si può procedere, scrive la Sovrintendenza, alla “colorazione dell’impianto in tutto il suo spiccato fuori terra […] sulla scorta di idonee campionature da produrre in opera. La cromìa dovrà essere individuata nella gamma dell’azzurro e del grigio ceruleo, in modo da ridurre la complessiva percettibilità del palo rispetto allo sfondo in essere”. Vincono i cellulari, per farla breve. Anche se l’assessore alla Cultura di Padova, Andrea Colasio, cerca di correre ai ripari: “La prima autorizzazione, a nostro avviso, è arrivata in assenza di vincolo. Oggi il vincolo c’è”. Quindi? “Ho chiesto la rimozione dell’antenna o, almeno, il suo spostamento centocinquanta metri più in là”.

E pensare che non era la prima volta che l’oratorio di San Michele veniva minacciato. Nel 1866 il Veneto era stato infatti annesso al Regno d’Italia. Appena un anno dopo, con una legge del 15 agosto 1867, insieme con altri abbattimenti e acquisizioni al demanio, era stata prevista la demolizione dell’oratorio di San Michele. Ma il combattivo parroco di Salboro, don Giovanni Rizzo, si era ribellato alla decisione del Regno e aveva scritto addirittura al sindaco di Padova, Andrea Meneghini. A quei tempi, però, la decisione del primo cittadino era stata diversa da oggi: con una nota del 7 agosto 1869, il Comune annunciò che la “Direzione Compartimentale del demanio e Tasse di Venezia ha dichiarato l’oratorio di San Michele in Pozzoveggiani debba ritenersi immune dalla devoluzione al Demanio”. L’oratorio era salvo. Un’altra epoca. Allora, verrebbe da dire, il nostro patrimonio artistico era più curato di oggi. Proprio Rossi ricorda la storia da molti dimenticata della Cappella degli Scrovegni; proprio quella con il ciclo di Giotto che è diventata il simbolo della città e uno dei più noti tesori artistici italiani (ogni anno attira oltre 320mila visitatori). Un secolo fa abbiamo rischiato di perderla e di venderla all’Inghilterra. Era il 1880 quando i proprietari della Cappella, la potente famiglia Gradenigo-Baglioni, decise di venderla agli inglesi che avrebbero trasferito probabilmente i dipinti a Londra. “Per fortuna – conclude Rossi – la città poteva allora contare su un assessore di rara sensibilità e determinazione, quell’Antonio Tolomei che sarebbe diventato sindaco nel 1881, il quale si oppose alla vendita e aprì un durissimo contenzioso con i conti Gradenigo-Baglioni. Il Comune di Padova alla fine acquistò la cappella e la lasciò alla città”.

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