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Perché controlliamo il passaporto dieci volte prima di partire e fotografare tutto può farci ricordare meno? Ecco cosa succede al nostro cervello quando viaggiamo secondo le neuroscienze

28 October 2026 at 15:40

Il passaporto è nella tasca interna della borsa, dove lo abbiamo infilato pochi minuti fa. Eppure la mano torna a cercarlo prima di chiudere la porta, poi in taxi, poi nella coda dell’aeroporto. Apriamo la cerniera, controlliamo, richiudiamo. Anche un viaggio desiderato per mesi può cominciare con questa minuscola, ostinata richiesta di rassicurazione. Salvatore Sicuso dedica a quei gesti alcune delle pagine più riconoscibili di L’uomo non ha mai smesso di viaggiare, saggio pubblicato dall’autore (StreetLib, 158 pagine, 12,90 euro). Manager del turismo, settore nel quale lavora da oltre vent’anni, segue le partenze lungo un arco che va dalla preistoria all’esplorazione spaziale. Al racconto storico affianca una domanda più vicina alle nostre valigie: che cosa fanno l’attesa, la novità e il ricordo al modo in cui viviamo un viaggio?

«Si ricontrollano i documenti, si apre ancora una volta la valigia», scrive. Sicuso interpreta questi piccoli controlli come tentativi di ridurre l’incertezza: ci stiamo allontanando da un ambiente nel quale sappiamo muoverci e prepariamo il necessario per uno che conosciamo meno. Il suo ragionamento applica ai preparativi l’idea del cervello come sistema impegnato a formulare e aggiornare previsioni. Il documento al proprio posto offre una certezza concreta, mentre restano da affrontare una coincidenza, una lingua, un indirizzo mai raggiunto prima. L’inquietudine trova così qualcosa di verificabile a cui dedicarsi.

La vacanza che immaginiamo prima di partire

Del resto, quando arriviamo in aeroporto abbiamo già trascorso parecchio tempo in viaggio con l’immaginazione. Abbiamo studiato la distanza fra l’albergo e il centro, ingrandito la fotografia di una terrazza, discusso se valesse la pena aggiungere una notte. In quelle scene ci siamo già collocati: sappiamo come vorremmo occupare una mattina, che cosa speriamo di vedere dalla finestra. «In un certo senso, la mente parte sempre qualche giorno prima del corpo», osserva Sicuso. Il libro introduce la prospezione, cioè la capacità di rappresentarsi eventi futuri, e la riconduce a un’esperienza familiare a chiunque abbia organizzato una partenza.

La città che ci immaginiamo prima di partire prende forma anche attraverso luoghi ed esperienze che conosciamo già. Ricordare il passato e immaginare il futuro coinvolgono infatti in parte gli stessi sistemi cerebrali: lo osservarono Donna Rose Addis e i suoi colleghi in uno studio pubblicato su Neuropsychologia nel 2007. Fra le aree comuni figurava l’ippocampo, coinvolto nella memoria. Per costruire mentalmente una scena che deve ancora accadere possiamo attingere a elementi dell’esperienza e ricombinarli.

L’industria turistica lavora da tempo su questa disponibilità a immaginarsi altrove. Sicuso lo nota a proposito di cataloghi, fotografie e video: «Offrono al cervello il materiale con cui costruire una simulazione del futuro». Una camera vista mare suggerisce già un risveglio; la fotografia di una strada invita a figurarsi una passeggiata. Nella scelta entrano il prezzo e i collegamenti, insieme a un’idea di come potremmo sentirci durante quei giorni.

A questo discorso Sicuso collega la dopamina, un messaggero chimico coinvolto, fra le altre funzioni, nell’apprendimento legato alle ricompense. Gli esperimenti sui primati discussi da Wolfram Schultz, Peter Dayan e Read Montague su Science nel 1997 mostrarono che, dopo l’apprendimento, la risposta di determinati neuroni poteva spostarsi dalla ricompensa al segnale che la annunciava. Sicuso richiama questi meccanismi per interpretare il desiderio di partire: un’applicazione al viaggio di ricerche condotte sull’apprendimento e sulle ricompense.

Le partenze hanno anche una storia sociale

Nelle pagine storiche, Sicuso accosta le migrazioni preistoriche ai commerci, passa per Marco Polo e le esplorazioni oceaniche, arriva al Grand Tour e alle ferie del Novecento. Le ragioni degli spostamenti cambiano enormemente: trovare risorse, negoziare merci, raggiungere un luogo sacro, conquistare territori, riposare. La continuità che il libro cerca riguarda la necessità di orientarsi, interpretare un ambiente e fare i conti con ciò che si incontra. La libertà di scegliere una vacanza resta diversa dalla necessità di spostarsi per sopravvivere. Anche la Via della Seta acquista interesse se la si osserva come una rete di percorsi terrestri e marittimi, lungo i quali circolavano merci, conoscenze e credenze. È la prospettiva documentata dal programma dell’Unesco dedicato a quelle rotte. Il tessuto che dà loro il nome accompagna una storia di scambi assai più ampia: tecniche di produzione e abitudini passavano da una comunità all’altra attraverso commerci e incontri. Il viaggio poteva modificare la vita di persone che non avevano mai lasciato la propria città.

Con il Grand Tour, al quale il volume dedica un capitolo, il viaggio diventa anche una credenziale sociale. I giovani aristocratici attraversano l’Europa con precettori e servitori, frequentano collezioni, comprano opere d’arte, affinano il gusto. Tornare dall’Italia permette di esibire una formazione riconoscibile a chi appartiene allo stesso ambiente. Sicuso richiama il concetto di capitale simbolico di Pierre Bourdieu: il prestigio che deriva da esperienze, conoscenze e segni di appartenenza. Aver visto certi luoghi rende più facile entrare in determinate conversazioni. Un ritratto di Pompeo Batoni permette di osservare questa costruzione del prestigio nei dettagli: Sir Gregory Page-Turner, dipinto nel 1768-1769. Come spiega la National Gallery, il giovane si fa rappresentare con una marsina appena acquistata, bordata d’oro, assumendo una posa ispirata all’Apollo del Belvedere. Il dipinto rende visibili insieme il guardaroba e la cultura acquisiti durante il soggiorno. La cura con cui oggi scegliamo la fotografia da pubblicare può trovare qui un precedente da osservare: il desiderio che gli altri riconoscano, nell’immagine del nostro viaggio, qualcosa della persona che vogliamo essere.

L’accesso al viaggio si allarga poi attraverso innovazioni molto pratiche, e il capitolo su Thomas Cook restituisce una delle origini meno ricordate del turismo organizzato. Il 5 luglio 1841 Cook porta circa cinquecento persone da Leicester a Loughborough per un incontro del movimento della temperanza, impegnato contro il consumo di alcol. Il Leicester City Council documenta il prezzo di uno scellino a passeggero, le carrozze aperte e la banda al seguito. La giornata prevede discorsi, giochi e tè. Il primo viaggio commerciale di Cook, verso Liverpool, arriverà nel 1845. Nella storia delle vacanze organizzate trova dunque posto anche una campagna per la sobrietà. L’organizzazione offre qualcosa che rimane prezioso anche al viaggiatore contemporaneo: sapere come raggiungere una meta, dove dormire, a chi rivolgersi quando serve. Nel libro, la crescita dei servizi turistici permette di leggere il rapporto fra desiderio di novità e ricerca di sicurezza. La sorpresa piace più facilmente quando alcune incombenze sono risolte. Si può voler conoscere un paese lontano e, allo stesso tempo, preferire che qualcuno abbia già verificato il trasferimento dalla stazione all’albergo.

Le strade che impariamo a riconoscere

Una volta arrivati, anche le operazioni modeste chiedono attenzione. Bisogna capire da quale lato esce la metropolitana, riconoscere l’incrocio che porta all’albergo, leggere un menu con ingredienti sconosciuti. Sicuso insiste su questo lavoro poco spettacolare, attraverso il quale l’ambiente comincia a diventare familiare. Chi torna alla stessa piazza per la terza volta può riconoscerla dalla facciata di un palazzo o dall’insegna di un negozio: sta imparando a usare riferimenti che il giorno precedente non possedeva.

Il caso scientifico più noto richiamato nel volume riguarda i tassisti londinesi. Nel 2000 Eleanor Maguire e i suoi colleghi rilevarono in questi professionisti un maggiore volume della parte posteriore dell’ippocampo rispetto ai soggetti di confronto. Nel 2011 Katherine Woollett e Maguire aggiunsero un elemento decisivo seguendo aspiranti tassisti durante gli anni di preparazione: in chi otteneva la qualifica aumentava il volume di materia grigia nell’ippocampo posteriore; lo stesso cambiamento non emergeva in chi non si qualificava né nel gruppo di controllo. È un esempio concreto di plasticità cerebrale, la capacità del cervello di modificarsi in relazione all’esperienza. La ricerca riguarda però un apprendimento spaziale intenso, protratto per anni. Non permette di attribuire a un fine settimana fuori casa gli stessi effetti. Aiuta, piuttosto, a dare consistenza a una delle domande del libro: che cosa richiede imparare a muoversi in un ambiente? A rendere interessante un luogo nuovo possono essere anche le capacità che ci obbliga a esercitare, oltre a ciò che offre da visitare.

Fotografare e ricordare sono due attività diverse

Sul posto, intanto, c’è un’altra attività a contendersi la nostra attenzione: preparare il racconto per chi è rimasto a casa. «Significa che al viaggio si è aggiunto un secondo sguardo: quello di chi vive un momento e, nello stesso tempo, immagina già come potrà raccontarlo», scrive Sicuso. Il libro coglie una situazione ordinaria senza liquidarla come vanità: osserviamo un paesaggio, cerchiamo un’inquadratura, pensiamo a chi vedrà quell’immagine. L’esperienza e la sua rappresentazione procedono ormai spesso insieme.

Uno degli studi citati in bibliografia riguarda proprio ciò che ricordiamo dopo aver fotografato. Linda Henkel, della Fairfield University, pubblicò nel 2014 su Psychological Science due esperimenti condotti durante visite a un museo. Quando i partecipanti fotografavano gli oggetti per intero, ne ricordavano meno e conservavano meno dettagli rispetto a quando si limitavano a osservarli. Se invece usavano lo zoom per concentrarsi su un particolare, quello svantaggio non emergeva. Il risultato riguarda quei compiti sperimentali; suggerisce che anche il modo di fotografare, e l’attenzione che richiede, possa fare differenza. Il rapporto fra oggetti e memoria attraversa il libro anche attraverso i souvenir. Un biglietto ferroviario conservato fra le pagine di una guida, una ceramica, una spezia comprata al mercato possono diventare appigli per recuperare un episodio. Il valore economico spiega poco di quella capacità: un oggetto insignificante per chiunque altro può richiamare una conversazione o una persona. Sicuso segue il viaggio fino a questa sopravvivenza domestica, quando le cose riportate a casa entrano negli scaffali, nei cassetti, nelle abitudini.

Anche il racconto cambia. «Una giornata faticosa può trasformarsi, anni dopo, nell’episodio che raccontiamo con maggiore divertimento», osserva l’autore. Il treno perso, la pioggia, l’indirizzo sbagliato possono acquistare una fortuna narrativa che, mentre li affrontavamo, avremmo volentieri evitato. La memoria seleziona e rielabora; al ritorno abbiamo già cominciato a scegliere quali momenti riferire agli amici e quali lasciare fuori. Più avanti, un episodio può assumere un significato diverso perché è cambiata la nostra vita. Quanto tutto questo ci trasformi resta una questione aperta, e Sicuso lo riconosce nelle pagine finali: «Il viaggio, quindi, non ci trasforma automaticamente». Poco prima delle conclusioni ribadisce: «Viaggiare non ci rende necessariamente migliori». Si può tornare avendo imparato a interpretare un’abitudine, risolto un problema inatteso, riconsiderato una comodità di casa. Sono cambiamenti possibili, la cui importanza dipende dall’esperienza e da chi la vive. Il numero dei paesi visitati, da solo, dice poco.

Del viaggio programmato con tanta cura potrebbe restare soprattutto la strada imboccata per sbaglio. Quanto al passaporto, con ogni probabilità lo controlleremo di nuovo.

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Passaggi segreti tra i palazzi, botteghe della seta e una brasserie di 190 anni: un weekend alla scoperta di Lione, la città francese dove sono nati il cinema e la grande gastronomia

28 October 2026 at 15:25

Lione non è semplicemente una città: è un’esperienza sensoriale, una sinfonia di pietra, luce e sapori. Adagiata lungo la fluida convergenza del Rodano e della Saona, Lione è la capitale indiscutibile della gastronomia mondiale e culla del cinema – nel 1895 i fratelli Auguste e Louis Lumière inventarono il Cinématographe –, capace di ammaliare chiunque ne varchi i confini. Passeggiare per le sue vie significa compiere un viaggio nel tempo, dove l’eleganza rinascimentale dei vicoli si sposa perfettamente con la vitalità di un’avanguardia culturale frizzante ed ecosostenibile. Tra le luci dorate che accarezzano i suoi ponti al tramonto e i profumi invitanti che escono dalle cucine dei suoi storici locali, Lione incanta, accoglie e conquista al primo sguardo.

Arte urbana, sapori tradizionali e crociere sulla Saona

Il viaggio parte tra i colori e la creatività urbana con un suggestivo tour nel quartiere dei murales dedicato ai grandi personaggi di Lione. Lungo le facciate dei palazzi prende vita la storia della città attraverso le immagini dei suoi celebri cittadini, primo fra tutti il leggendario chef Paul Bocuse, icona indiscutibile della gastronomia mondiale. Dopo questa immersione nell’arte visiva, ci si sposta nel cuore della tradizione per un pranzo da Les Fines Gueules. Certificato come autentico “Bouchon Lyonnais”, questo accogliente ristorante situato nel centro storico di Vieux Lyon propone una cucina conviviale, preparata con prodotti freschi e specialità tipiche francesi.

Il pomeriggio regala una pausa di relax con una crociera verso l’Île Barbe. Navigando lungo le acque della Saona si possono ammirare da una prospettiva privilegiata le sponde cittadine e gli scorci più romantici di Lione, fino a raggiungere la piccola isola nota per il suo affascinante patrimonio storico.

Da vedere, unico in Francia e situato nel Vieux Lyon (Hôtel de Gadagne), il Musée des Arts de la Marionnette custodisce oltre 300 marionette da tutto il mondo, con un focus su Guignol, icona locale. Un viaggio interattivo e suggestivo nel teatro di figura per grandi e piccini.

La serata culmina con una cena da L’Atelier des Augustins, ristorante di alta cucina con una stella Michelin nel 1° arrondissement. Qui, lo chef propone menu degustazione a sorpresa focalizzati su creatività, stagionalità e sostenibilità a chilometro zero, valorizzando le eccellenze dei produttori locali.

Panoramica dalla Basilica e la magia di Vieux Lyon

La giornata successiva prosegue salendo sulla collina di Fourvière con la funicolare: il modo più iconico e tradizionale, a cui si accede direttamente all’interno della stazione della metropolitana di Vieux-Lyon. Prima di una visita guidata ai tetti della Basilica, è d’obbligo una sosta sulla spianata adiacente alla Basilica di Notre-Dame de Fourvière, che permette di ammirare uno straordinario panorama sull’intera città. Il tour è davvero unico: dalla terrazza di San Michele fino in cima alla Torre dell’Osservatorio, lo sguardo spazia su tutto il sito storico di Lione, tutelato dall’UNESCO.

Per il pranzo, il consiglio è Le Bœuf d’Argent (Vieux Lyon), che propone un’eccellente cucina franco-italiana fatta in casa. La chef Viviana Pisacane, tra i protagonisti dell’edizione 2026 di Top Chef, rielabora con estro e passione i prodotti locali, lasciandosi ispirare dalle sue origini italiane.

Nel pomeriggio ci si perde tra le meraviglie di Vieux Lyon: tra i vicoli ciottolati del quartiere Saint-Jean, attraversando le sue miraboules (cortili interni) e i celebri traboules, i passaggi pedonali coperti che collegano un palazzo all’altro. Con i suoi edifici del XV e XVI secolo in perfetto stile gotico e rinascimentale, questo quartiere è stato il primo in Francia a essere iscritto nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

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Vieux Lyon

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Teatro di Guignol

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Avanguardie industriali e convivialità contemporanea

Lione è anche capitale dell’arte contemporanea grazie alla celebre Biennale d’Art Contemporain. L’edizione 2026 trova la sua scenografia ideale in Les Grandes Locos, ex sito industriale ferroviario a La Mulatière. All’interno delle sue imponenti campate industriali prendono vita opere su grande scala sul tema “Moving from one dream to another”.

Per l’aperitivo e la cena ci si sposta nel quartiere Gerland a La Commune. Nato nel 1907 come laboratorio di falegnameria e diventato nel 2018 il primo food court di Lione, questo spazio polifunzionale è al tempo stesso un incubatore culinario, un centro culturale con un ricco calendario di eventi gratuiti e un accogliente bar focalizzato su bevande biologiche e francesi.

Il fascino della seta e i grandi simboli della città

Altra bellezza da scoprire a Lione è il Museo Soieries Brochier, uno spazio affascinante dedicato alla storia, ai tessuti e al saper fare della storica impresa familiare leader nella lavorazione della seta. A breve distanza sorge il Grand Hôtel-Dieu, monumentale edificio affacciato sul Rodano: un tempo antico ospedale cittadino, oggi sapientemente trasformato in un elegante polo che unisce boutique, ristoranti e spazi culturali.

A pranzo ci si ferma in una vera e propria istituzione: la Brasserie Georges a Perrache. Fondata nel 1836 dal mastro birraio alsaziano Georges Hoffherr, quest’anno festeggia ben 190 anni di storia. Famosa per il suo spettacolare arredamento Art Déco, serve i piatti della tradizione accompagnati da birre artigianali prodotte direttamente in loco.

Il pomeriggio è dedicato all’architettura d’avanguardia per scoprire il quartiere Confluence. Situato nel punto di incontro tra Rodano e Saona, questo ex sito industriale è stato convertito in un distretto moderno ed ecosostenibile, famoso per il suo design futuristico e per la presenza del Musée des Confluences.

Da non perdere è anche La Maison des Canuts, sulla collina della Croix-Rousse, un museo dedicato ai Canut, i tessitori di seta di Lione attivi nel XIX secolo. Vengono proposte visite guidate arricchite da vere dimostrazioni di tessitura nell’atelier a porte aperte, in cui è possibile osservare i procedimenti di lavoro del XIX secolo attraverso antiche macchine ancora funzionanti. Nel museo si ripercorre la storia dell’industria della seta a Lione, dal 1536 fino ai giorni nostri.

Un buon indirizzo per pranzare è la Brasserie Roseaux, dove gli chef Tabata e Ludovic Mey mettono in scena i grandi classici della cucina francese in un’atmosfera conviviale e raffinata, servendo le portate direttamente al tavolo di fronte agli ospiti. La dimora perfetta per il soggiorno è l’Hotel Phénix, una deliziosa struttura a quattro stelle adagiata sulle rive della Saona nel quartiere di Vieux Lyon. Ospitato all’interno di un elegante edificio d’epoca, l’hotel unisce il fascino d’altri tempi ai più moderni comfort. Attraversando semplicemente il ponte si raggiunge in pochi minuti a piedi la vivace Presqu’île, con i suoi teatri, le boutique e i famosi bouchons lionesi. Un punto di partenza strategico per vivere la città sia di giorno che di sera, rientrando poi nella quiete e nel calore di un’accoglienza raffinata.

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L’aereo EasyJet atterra a Berlino, ma in stiva non c’è neanche una valigia: “Tutti i bagagli lasciati a Napoli per carenza di carburante”. La scoperta choc dei passeggeri all’arrivo

28 October 2026 at 15:24

Il volo è arrivato a destinazione senza intoppi, ma quando i passeggeri si sono radunati davanti ai nastri di riconsegna, ad attenderli c’è stata un’amara sorpresa: l’aereo era completamente vuoto. Nessun bagaglio da stiva era stato caricato a bordo del volo Easyjet EJU5054 decollato giovedì della scorsa settimana dall’aeroporto di Napoli Capodichino e diretto a Berlino. La motivazione fornita dalla compagnia aerea britannica, riportata dal quotidiano tedesco Bild, ha dell’incredibile: un limite di peso imposto da una carenza di carburante.

La macchina è atterrata all’aeroporto di Berlino-Brandeburgo (BER) alle 23:19, rispettando sostanzialmente il ruolino di marcia. I problemi sono iniziati al terminal arrivi. Benjamin Hammerschmidt, un passeggero di Eichwalde intervistato dal quotidiano locale Märkische Oderzeitung (MOZ), ha raccontato che sul tabellone del nastro trasportatore è apparsa quasi subito la scritta “completed” (operazione conclusa), sebbene nessuna valigia fosse stata scaricata. Solo dopo un quarto d’ora di smarrimento collettivo, i viaggiatori hanno appreso la doccia fredda: le stive dell’aereo erano vuote.

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L’albergo che insegnò a Sorrento a guardare il mare

28 October 2026 at 03:45

C’è stato un tempo in cui a Sorrento si arrivava, si guardava il golfo e si ripartiva. I viaggiatori europei erano attratti dalla costa, dalla luce, dai luoghi legati a Torquato Tasso, ma la città restava una tappa, non una meta. Poi tutto è cambiato. Lo racconta la docente di Storia del turismo all’Università Federico II di Napoli Annunziata Berrino in Alle origini del turismo. Il Grand Hôtel Vittoria a Sorrento dei Rispoli Fiorentino, in libreria dal 6 novembre per il Mulino.

Tutto comincia con Aniello Rispoli, tra i primi a capire che Sorrento poteva essere un luogo in cui fermarsi, e non soltanto da visitare. La sua intuizione fu quella di dare al panorama un ruolo nuovo. L’albergo venne pensato per i viaggiatori e costruito in rapporto con il mare: posizione, luce, affacci e giardino facevano parte del progetto fin dall’inizio. Oggi scegliere una camera per la vista sembra scontato; mentre allora era una scelta lungimirante, che secondo Berrino anticipava persino la vicina Napoli, già ben inserita negli itinerari del viaggio europeo.

La stessa cura si estendeva a tutto ciò che accadeva fuori dalla camera. Gli ospiti potevano affidarsi all’albergo per organizzare carrozze, barche ed escursioni, accompagnati da persone conosciute e fidate. Cucina, servizio e cura degli spazi completavano un soggiorno pensato per vivere il territorio con agio e sicurezza. Era, in sostanza, un’ospitalità che andava già oltre il semplice pernottamento.

Attingendo a documenti d’archivio e pubblicazioni dell’epoca, Berrino segue poi il passaggio di quella visione alla famiglia Fiorentino, che ne raccolse l’eredità e ha guidato l’albergo attraverso le generazioni. Oggi, alla sesta, la famiglia continua a gestirlo, e l’Excelsior Vittoria resta uno dei rari grandi alberghi storici italiani rimasti nelle mani della stessa famiglia dal 1834.

Chi ci entra oggi trova un cinque stelle lusso, membro di The Leading Hotels of the World, arroccato sulla scogliera davanti al Golfo di Napoli e al Vesuvio. La tradizione vuole che sotto la proprietà si trovino i resti di una villa dell’imperatore Augusto, e il passato si mostra ovunque: nelle colonne settecentesche, nei soffitti affrescati, negli arredi d’epoca. Le ottanta camere, di cui quarantanove suite, si dividono tra tre edifici, La Vittoria, La Favorita e La Rivale, immersi in un parco di due ettari tra agrumi e ulivi. Un ascensore porta gli ospiti direttamente dal porto all’albergo, comodità che i viaggiatori dell’Ottocento non avrebbero potuto immaginare.

Courtesy of Grand Hotel Excelsior Vittoria

Eppure molti di loro sono passati di qui. Tra gli ospiti illustri ci sono stati Richard Wagner e Oscar Wilde, ma la storia più celebre è quella di Enrico Caruso, che vi soggiornò nel 1921, pochi mesi prima di morire. La sua suite è rimasta com’era, con il pianoforte, la lavagna, le lettere e le fotografie del tenore. Nel 1986 proprio in quella stanza dormì Lucio Dalla, che lì compose Caruso, una delle canzoni italiane più conosciute al mondo. Oggi anche il cantautore ha una suite a lui intitolata, e la Terrazza Vittoria, con il tramonto davanti al Vesuvio, è diventata il luogo simbolo di quella canzone.

L’attenzione all’accoglienza descritta nel libro si ritrova anche nel presente. La cucina è affidata all’Executive Chef Antonino Montefusco, che guida il ristorante stellato Terrazza Bosquet, l’Orangerie nell’aranceto accanto alla piscina e la Terrazza Vittoria, con ingredienti della Penisola Sorrentina e dell’orto dell’albergo. Nella serra ottocentesca è nata la spa La Serra, mentre lo champagne bar La Pergola si apre sulla piazza e sul mare sotto un glicine secolare.

E il legame con la storia del turismo non è soltanto un racconto: l’hotel ospita infatti una sala del Museo del Turismo e sostiene il FAI come Corporate Golden Donor. Il libro di Berrino restituisce la sua profondità, mostrando come l’attenzione al panorama, al servizio e al territorio fosse già scritta nel progetto originario, quando Sorrento stava ancora imparando a diventare una destinazione turistica.

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