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Netanyahu non perde. Pelanda spiega cosa cambia per Iran, Golfo e Ue

28 October 2026 at 15:11

Queste elezioni, celebrate durante una guerra, hanno dimostrato che Israele è una democrazia vera, vivace e aperta a tutti, per cui se in Ue c’è qualche Stato illuminato dovrebbe capire come stare un po’ più tranquilli sull’antisionismo. Lo dice a Formiche.net uno degli analisti di geopolitica più autorevoli del panorama continentale, il prof. Carlo Pelanda, economista, accademico e autore de “L’Italia globale” per Rubbettino. “L’aspetto che mi preoccupa di più è che il mondo europeo e anche in parte quello statunitense, non capisce proprio alcunché di che cosa sia Israele. E quindi Israele reagisce in una maniera violenta”.

Carlo Pelanda

Netanyahu non perde le elezioni e resta premier ad interim: sarà stallo per la formazione del governo. Quale il primo effetto geopolitico sulla guerra in Iran?

Se l’America decide una mossa, Israele segue, anche se non sarà una decisione israeliana. Però se l’America parte, senza il supporto di Israele gli Stati Uniti potrebbero fare fatica a decidere. Quindi lo scenario di deterrenza nei confronti dell’Iran è piuttosto puntuto e ciò permette di sceneggiare soluzioni. Washington non ha intenzione di fare un conflitto aperto, ma solo selettivo per ottenere dall’Iran delle condizioni per cui fondamentalmente si riapre lo Stretto di Hormuz: in quel caso Israele diventerebbe strumento.

Netanyahu è in grado di spingere gli Stati Uniti a fare un’azione bellica in questo momento?

No, lui è una variabile più dipendente che indipendente.

Vede in questo voto anche un elemento conservativo rispetto a pericoli oggettivi, come l’antisemitismo e la pressione di Hamas su settori strategici come energia e difesa?

La preoccupazione dei cittadini è molto ampia, nel senso che il linguaggio di Netanyahu che tocca il rischio esistenziale di Israele ha funzionato, perché la maggioranza degli elettori di religione ebraica in Israele lo percepisce. Tutte le analisi giornalistiche in qualche modo non dico che lo neghino, ma attutiscono il rischio di antisionismo, senza dimenticare che Israele è una potenza nucleare. Per cui Netanyahu ha incassato questo allarme perché percepito dalla maggioranza dei votanti, che si sono divisi tra i due schieramenti, i quali però sono molto simili sulla politica estera.

Quindi?

Quindi è prevalso lui, cioè meglio “il vecchio bastardo” che conosciamo, ma che però quando serve fa la guerra, piuttosto che una figura nuova con punto interrogativo.

Il buon risultato dei partiti arabi che segnale rappresenta, anche in ottica di equilibri futuri?

È irrilevante. Sinceramente non so perché i giornalisti si siano oggi tanto concentrati su questo dato: quel 18% non conta nulla, a meno che non ci sia qualche partito tradizionale che voglia utilizzarlo. Inoltre, avendo un minimo di conoscenza della materia, anche per ragioni etniche, osservo che i due partiti cosiddetti arabi sono molto diversi fra loro, perché uno è fatto da beduini che non sono poi così amorevoli nei confronti dei palestinesi o di Hamas, mentre l’altro è fatto da filopalestinesi. Da un lato è molto bello che questo tipo di diversità etnica, politica e religiosa sia inclusa nel voto democratico e dimostra che Israele è una democrazia vera e non finta. Ma dall’altro è un elemento che non conta molto, perché il primo partito israeliano che vorrà in qualche modo includere un partito arabo verrà massacrato mediaticamente. In molti stanno facendo analisi su Israele senza conoscerla bene, circostanza di cui sono rimasto esterrefatto.

Medio Oriente, Golfo, Europa: come potrebbe cambiare (o non cambiare) il rapporto fra queste tre aree dopo il voto?

Dipenderà da quanto le nazioni arabe più importanti, cioè Emirati e Arabia Saudita, avranno bisogno dell’aiuto di Israele per uscire dalla crisi. E quindi dipenderà da quale mossa saggia potrà fare Netanyahu, in particolare per dare un aiuto ancora maggiore di quello che sta dando l’Arabia Saudita contro gli Houthi. Si tratta però di fattori che verranno decisi nello scenario mediorientale, ma se mi è permesso di dare dei suggerimenti ai leader europei consiglierei loro di stare un po’ più tranquilli sull’antisionismo. Il fatto che siano molto condizionati da una presenza islamica enorme nelle loro nazioni, non rende credibile questa postura. Penso ad esempio agli inglesi: non è conveniente per loro e per l’Unione europea questo atteggiamento. Per cui potrebbero attutire, oppure addirittura abolire, il divieto della partecipazione di aziende israeliane nel programma Horizon.

Israele in queste elezioni cosa ha dimostrato?

Di essere una democrazia vera che in una situazione di guerra ha celebrato le elezioni e resta aperta alla più ampia varietà del consenso. Ovviamente dentro Israele c’è una percezione che fa dire: “Tutto il mondo è contro di noi e quindi combattiamo”. Ma l’aspetto che mi preoccupa di più è che il mondo europeo e anche in parte quello statunitense, non capisce proprio alcunché di che cosa sia Israele. E quindi Israele reagisce in una maniera violenta. Se uno spettatore israeliano vedesse ad esempio tutte le manifestazioni che si sono svolte in Italia, che è un Paese in una posizione più equilibrata rispetto ad altri, cosa dovrebbe pensare dinanzi a chi invoca un nuovo olocausto? Queste elezioni mostrano la realtà di Israele, di una democrazia molto vivace, attiva e dove prevale la percezione di essere circondata da tutto il mondo e quindi è disposta a lottare per la propria sopravvivenza.

Cosa dovrebbe fare l’Ue?

Se c’è fra gli Stati membri qualche nazione europea illuminata, le direi di attutire la polemica nei confronti di Israele, al netto del fatto che è giusto criticare gli eccessi dei coloni in Cisgiordania che sono inaccettabili per le modalità. Al contempo però bisognerebbe allungare una mano a Israele per mostrare comprensione, ricordandole di stare dentro le regole della democrazia: e soprattutto non escludere Israele. Credo sia stato un errore da dilettanti da parte delle nazioni europee.

Lobito Corridor, così il Piano Mattei rafforza la filiera dei minerali critici

28 October 2026 at 11:59

Collegare, bypassando la Cina, le terre rare dall’Africa alle fabbriche di magneti in Ue e Usa. Con la nomina di Webuild come preferred bidder per il Lotto 1B del Lobito Railway Corridor in Zambia, progetto promosso dal Piano Mattei, l’Italia di fatto si trova a guidare una delle infrastrutture più strategiche del continente africano. Infatti la decisione da parte di Africa Finance Corporation di affidare l’opera al player italiano apre uno squarcio significativo all’interno dell’economia complessiva dell’interlocuzione italo-africana, mettendo la ciliegina sulla torta al Piano Mattei: ovvero cooperazione, interazione, progettazione che si traduce in un asse assolutamente strategico per i minerali critici. Non solo è oggettivamente prioritario per l’Ue ma anche in chiave G7. A questo punto la joint venture per uno dei progetti infrastrutturali più ambiziosi oggi in Africa è pienamente operativa.

Il progetto

Si tratta, entrando nello specifico, di 517 km di nuova ferrovia tra Copperbelt e Atlantico, composta da 22 ponti e viadotti, 8 stazioni e 3 depositi di manutenzione progettati per sostenere grandi volumi di traffico merci. All’interno del consorzio a guida Webuild ci sono anche altri soggetti, come la turca İçtaş (30%) e la portoghese Mota-Engil (30%). La selezione del preferred bidder è subordinata alla conclusione delle negoziazioni tecniche, commerciali e legali, il cui avvio è previsto per novembre 2026. Il Lotto 1B appartiene alla cosiddetta tratta zambiana del progetto Zambia Lobito Railway, che in tutto sarà lungo 831 km e offrirà una nuova linea tra Zambia e Angola. Attraverso la nuova tratta si raccorderà a Luacano alla ferrovia di Benguela, parte del Lobito Corridor esistente, già operativo e destinatario di investimenti significativi.

La chiave geopolitica dell’opera

Il Piano Mattei fortemente voluto dal governo Meloni non vive di solo perimetro africano e la dimostrazione di questo assunto si ritrova proprio nell’opera in questione: un asse assolutamente strategico per i minerali critici. Quindi per l’Ue e paesi del G7 rappresenta una grande occasione. La Repubblica democratica del Congo e Zambia, infatti, detengono un notevole potenziale alla voce minerali critici: come il rame, essenziale per l’elettrificazione e le reti elettriche; come il cobalto, imprescindibile per produrre le batterie per veicoli elettrici; come il neodimio e il praseodimio, essenziali per magneti permanenti utilizzati nei veicoli elettrici e nelle turbine eoliche.

Non va sottaciuto che il predominio della Cina nelle catene di approvvigionamento delle terre rare è oggettivo e rappresenta un elemento geopolitico che impatta sulle economie e sulle strategie dei singoli Paesi. Infatti Pechino controlla circa il 60% dell’estrazione delle terre rare, il 90% della loro lavorazione e il 92% della produzione di magneti a base di terre rare. Significa che difesa e automotive di vari paesi sono soggetti a tali dati.

La posizione dell’Occidente

Sul punto si segnalano due iniziative ad hoc: il Critical Raw Materials Act dell’Ue e l’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti. Entrambe mirano alla diversificazione della catena di approvvigionamento delle terre rare per affrontare il prossimo decennio con una visione maggiormente lungimirante rispetto al passato. Per cui la cornice del Piano Mattei vede proprio nella direttrice legata all’infrastrutturazione una leva fondamentale per sottolineare il nesso tra Africa e occidente.

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