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Disagio sociale e sicurezza nazionale, la rivoluzione che Caligiuri aveva visto arrivare

29 October 2026 at 15:49

Nel dicembre del 2019, quando l’intelligenza artificiale generativa non aveva ancora raggiunto il grande pubblico e il dibattito sulla sicurezza nazionale continuava a privilegiare le minacce convenzionali, Mario Caligiuri aveva già individuato una vulnerabilità destinata ad assumere crescente rilevanza strategica. Nel saggio “La rivoluzione dietro l’angolo. Come il disagio sociale digitale minaccia la sicurezza nazionale”, pubblicato sulla rivista cartacea Formiche nel dicembre 2019, il professore dell’Università della Calabria e presidente della Società italiana di intelligence proponeva una riflessione che andava oltre i confini della sicurezza informatica. La sua tesi era che le trasformazioni tecnologiche, interagendo con le disuguaglianze economiche, la crisi della rappresentanza politica e il progressivo indebolimento delle capacità critiche dei cittadini, potessero compromettere la stabilità delle istituzioni democratiche.

A distanza di quasi sette anni, il testo merita di essere riletto soprattutto per la capacità di individuare un nesso che oggi occupa una posizione centrale nelle valutazioni degli apparati di sicurezza occidentali: quello tra vulnerabilità sociali, manipolazione dell’informazione e tutela dell’interesse nazionale. Caligiuri non si limitava a descrivere le conseguenze politiche della diffusione dei social media. Si interrogava sulla possibilità che il disagio, amplificato dalle piattaforme digitali e alimentato dalla progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni, potesse trasformarsi da questione sociale e di ordine pubblico in un problema di sicurezza nazionale. Un’intuizione che anticipava, sul piano interpretativo, alcuni dei principali interrogativi posti oggi dalla competizione nel dominio cognitivo.

Nel 2019, Caligiuri propose di spostare l’attenzione dalla singola informazione falsa ai meccanismi che ne rendevano possibile la diffusione e l’efficacia. La disinformazione, nella sua ricostruzione, non costituiva un fenomeno isolato, ma il prodotto di un ambiente comunicativo nel quale gli algoritmi influenzavano la percezione della realtà, la formazione del consenso e i comportamenti collettivi. Il problema riguardava quindi la crescente capacità delle piattaforme di incidere sulle dinamiche democratiche, mentre gli Stati faticavano a comprenderne pienamente le implicazioni.

È proprio questa chiave di lettura a risultare particolarmente attuale. La Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026, intitolata “Governare il cambiamento”, riconosce nella trasformazione tecnologica uno dei principali fattori di ridefinizione delle minacce alla Repubblica. Il documento dell’intelligence italiana attribuisce particolare rilevanza ai processi di manipolazione informativa capaci di incidere sulla fiducia dei cittadini, sulla stabilità istituzionale e sulla capacità decisionale dello Stato. La minaccia, in questa prospettiva, non coincide necessariamente con un attacco informatico o con un episodio di interferenza direttamente riconoscibile. Può svilupparsi attraverso dinamiche cumulative, sfruttando vulnerabilità preesistenti e producendo effetti politici e sociali nel medio periodo.

Il parallelismo con il saggio di Caligiuri appare significativo. Già nel 2019, infatti, l’autore aveva osservato che la separazione tra dimensione fisica e virtuale stava progressivamente perdendo rilevanza, mentre il cyberspazio assumeva una posizione determinante nella competizione economica, politica e culturale. La sicurezza informatica rappresentava soltanto uno degli aspetti di un problema più esteso, che coinvolgeva la capacità delle società democratiche di conservare coesione, autonomia decisionale e consapevolezza collettiva. Non si trattava ancora di una sistematizzazione delle odierne minacce cognitive, ma di una riflessione che ne riconosceva alcuni presupposti fondamentali.

Gli sviluppi degli ultimi anni hanno conferito a questa intuizione una concretezza difficilmente immaginabile nel 2019. Il quarto rapporto del Servizio europeo per l’azione esterna sulle interferenze e manipolazioni informative straniere, pubblicato nel marzo 2026, descrive campagne sempre più articolate nelle quali gli attori ostili sfruttano le divisioni politiche e sociali dei Paesi bersaglio, impiegando strumenti tecnologici capaci di amplificarne gli effetti. Secondo il rapporto, il 27% degli episodi di manipolazione informativa individuati nel 2025 comprendeva tecniche riconducibili all’intelligenza artificiale. Le operazioni attribuite ad attori russi e cinesi dimostrano come la produzione automatizzata di contenuti e la loro distribuzione coordinata possano sostenere strategie di influenza orientate a indebolire la fiducia nelle istituzioni e ad accentuare le fratture interne alle società europee.

Nel saggio il disagio sociale non nasce dalla tecnologia, ma trova nell’ambiente digitale un moltiplicatore della propria intensità e una nuova possibilità di mobilitazione. Precarizzazione del lavoro, disuguaglianze economiche, difficoltà delle giovani generazioni e crisi della rappresentanza politica costituiscono, nella sua analisi, fattori di instabilità che possono convergere e rafforzarsi reciprocamente. Una lettura che conserva particolare interesse perché individua nelle condizioni strutturali della società, prima ancora che negli strumenti utilizzati dagli attori ostili, alcune delle principali vulnerabilità delle democrazie.

Anche il riferimento all’intelligenza artificiale assume oggi un significato diverso. Caligiuri ne esaminava le possibili conseguenze sull’occupazione, sulla distribuzione della ricchezza e sulla concentrazione del potere economico, interrogandosi sulla capacità delle istituzioni di governare una trasformazione potenzialmente più rapida dei processi di adattamento sociale. Non tutte le previsioni formulate nel 2019 hanno trovato una conferma definitiva, né sarebbe corretto attribuire al saggio l’anticipazione di ogni successiva evoluzione tecnologica. Resta tuttavia rilevante l’aver collegato la questione dell’automazione alla tenuta del patto sociale, riconoscendo che gli effetti politici dell’innovazione dipendono anche dalla distribuzione delle opportunità e dalla capacità dei cittadini di partecipare ai cambiamenti in corso.

La pertinenza di questa interpretazione emerge anche dal Global Risks Report 2026 del World Economic Forum, che colloca disinformazione e manipolazione informativa al secondo posto tra i principali rischi globali nell’orizzonte biennale, evidenziando contemporaneamente le conseguenze della polarizzazione sociale e dell’erosione della fiducia pubblica. Si tratta di valutazioni che non dimostrano un rapporto causale automatico tra digitalizzazione e instabilità politica, ma confermano la necessità di considerare congiuntamente la dimensione tecnologica e quella sociale.

Un ulteriore elemento di lungimiranza riguarda il ruolo attribuito all’intelligence. Caligiuri insisteva sulla necessità di superare un’impostazione prevalentemente reattiva, sostenendo l’importanza di individuare i segnali deboli attraverso i quali riconoscere l’evoluzione di fenomeni ancora lontani dal manifestarsi come minacce conclamate. Un approccio nel quale l’attività informativa non si esaurisce nella raccolta di dati o nell’identificazione di attori ostili, ma comprende l’interpretazione dei cambiamenti sociali e la capacità di anticiparne le possibili conseguenze sulla sicurezza dello Stato.

A quasi sette anni dalla pubblicazione sulla rivista cartacea Formiche, la riflessione di Mario Caligiuri merita una rilettura. Il motivo? La sua attualità, e la capacità di anticipare i pericoli, comprendendo le vulnerabilità interne di una società di ieri, oggi e domani.

Poveri, sfiduciati e manipolabili. La guerra politica secondo De Longis

29 October 2026 at 08:42

Nessun confronto militare, attacco cinetico o compromissione delle capacità militari. Le democrazie liberali possono essere attaccate attraverso l’erosione – nel tempo – di ciò che ne rende possibile il funzionamento: le filiere produttive, la dipendenza tecnologica, l’informazione, le infrastrutture cognitive e, soprattutto, il rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni. E proprio dentro questa progressiva dilatazione del perimetro della sicurezza si colloca “Democrazie, capitalismo e libertà al collasso. La guerra politica per l’attacco economico-cognitivo ai giovani”, il volume di Fabrizio De Longis, esperto di Difesa e Sicurezza, già consulente di Relazioni internazionali, Comunicazioni e Affari strategici, edito da Rubbettino con prefazione di Mario Caligiuri.

La guerra politica

L’assunto centrale del libro è che la guerra ibrida, così come viene generalmente interpretata, non esaurisca più la complessità del confronto contemporaneo. De Longis preferisce ricorrere alla categoria di “guerra politica”, intesa come modalità di competizione nella quale strumenti economici, cognitivi, tecnologici e sociali concorrono a modificare sia le capacità materiali di uno Stato, sia la qualità del rapporto che esso intrattiene con la propria società.

Il volume va oltre letture semplicistiche, seppur veritiere e necessarie, che si concentano in particolar modo sulla dimensione militare: occorrono misure che riescano a preservare, oltre allo strumento difensivo tout court, quelle condizioni – benessere, libertà, sicurezza e fiducia – dalle quali dipende la stessa legittimità di un ordinamento democratico.

De Longis costruisce da qui il proprio ragionamento attorno a due direttrici, sicurezza economica e sicurezza cognitiva, trattandole non come settori separati ma come dimensioni reciprocamente dipendenti.

Sul versante economico, il libro insiste sulla crescente vulnerabilità prodotta dall’interdipendenza. Catene del valore, dipendenze tecnologiche, approvvigionamenti critici e struttura produttiva non rappresentano soltanto questioni di efficienza o competitività. Possono diventare strumenti di coercizione quando incidono sulla capacità di uno Stato di mantenere autonomia decisionale.

Il passaggio dalla globalizzazione fondata sulla massimizzazione dell’efficienza a una globalizzazione sempre più condizionata dal rischio geopolitico viene letto attraverso il concetto di weaponizzazione: ciò che in una fase precedente veniva considerato principalmente un vantaggio economico può acquisire una funzione strategica quando la dipendenza diventa leva politica.

Da questo punto di vista, il libro intercetta una trasformazione ormai centrale nel dibattito europeo: la sicurezza economica non coincide con il protezionismo, ma con la capacità di comprendere quali dipendenze possano tradursi in vulnerabilità sistemiche. La questione riguarda il tessuto produttivo, ma anche qualcosa di più profondo. Quando la perdita di capacità economica si traduce in impoverimento, precarietà e riduzione delle aspettative, l’effetto non rimane confinato all’economia e può erodere la fiducia nelle istituzioni e modificare il rapporto tra cittadino e Stato.

La seconda direttrice riguarda poi la dimensione cognitiva. De Longis estende il ragionamento oltre il terreno, ormai consolidato, della disinformazione. La sicurezza cognitiva viene interpretata come capacità di preservare gli strumenti con cui gli individui elaborano la realtà, costruiscono giudizi, riconoscono appartenenze e definiscono aspettative di futuro. La mente non viene quindi considerata soltanto destinataria di propaganda, ma parte integrante dell’infrastruttura strategica di una collettività, una società, uno Stato.

Le nuove generazioni

I giovani rappresentano il segmento più esposto alla comunicazione digitale. L’ambiente digitale è dove una parte crescente dei processi di costruzione dell’identità, di socializzazione politica e di interpretazione della realtà prende forma. Ma è altresì il luogo nel quale la soglia di attenzione viene abbassata e dove pululano manipolazione delle percezioni, disinformazione, polarizzazione ed erosione del pensiero critico.

Nel volume, isolamento, perdita di fiducia, difficoltà a progettare il futuro e progressivo disinteresse verso la partecipazione politica vengono letti come segnali di una frattura che può acquisire rilevanza per la sicurezza nazionale. Da qui, una delle proposte del testo: la sicurezza cognitiva non può essere applicata al solo contrasto delle fake news. Essa riguarda la qualità del rapporto che una società mantiene con la conoscenza, con il futuro e con le proprie istituzioni. Una democrazia può conservare formalmente tutti i propri meccanismi costituzionali ed essere al tempo stesso progressivamente indebolita se una parte significativa dei cittadini perde fiducia nella capacità dello Stato di rappresentarne gli interessi e di offrire una prospettiva credibile.

La formula più provocatoria utilizzata nel volume – “brutti, poveri e stupidi” – prova a condensare proprio questa dinamica. La guerra economica impoverisce, quella cognitiva riduce la capacità critica, quella politica normalizza un progressivo deterioramento degli standard culturali e civici. E dietro un lessico volutamente forte si trova, tuttavia, un tentativo preciso: quello di ricondurre fenomeni spesso studiati separatamente – come impoverimento, polarizzazione, sfiducia, disinformazione, solitudine e perdita di partecipazione – all’interno di una medesima geometria epistemica e analitica sulla resilienza delle società democratiche.

Il carattere sistemico

Le democrazie fondano la propria legittimità su elementi che costituiscono al tempo stesso la loro principale forza: apertura, pluralismo, competizione politica, libertà di espressione, alternanza e responsabilità verso l’opinione pubblica. Gli stessi meccanismi che possono diventare superfici di vulnerabilità quando un attore esterno riesce a incidere sul costo politico delle decisioni.

La questione riguarda soprattutto la diversa temporalità che separa democrazie e regimi autoritari. Un governo democratico è chiamato a rendere conto delle proprie scelte entro orizzonti elettorali relativamente brevi. Misure necessarie sul piano strategico – diversificazione delle filiere, investimenti in resilienza, riduzione delle dipendenze critiche, protezione delle infrastrutture cognitive – possono produrre costi immediati e benefici visibili soltanto nel medio o lungo periodo. Un attore ostile può quindi tentare di sfruttare precisamente questa asimmetria, amplificando il costo sociale e politico delle scelte necessarie alla sicurezza.

La vulnerabilità delle democrazie risiede, secondo De Longis, nella tensione strutturale tra responsività elettorale e razionalità strategica: i governi devono internalizzare costi politici immediati per decisioni i cui benefici emergono spesso soltanto nel lungo periodo. I regimi autoritari, meno esposti alla verifica periodica del consenso, dispongono invece di maggiore continuità decisionale e tolleranza ai costi concentrati. La competizione ibrida sfrutta questa asimmetria temporale amplificando il prezzo interno di misure strategicamente necessarie. Ne deriva uno spazio di coercizione nel quale l’obiettivo non è imporre direttamente una scelta, ma renderla politicamente insostenibile.

Il volume di Fabrizio De Longis formula una concezione della sicurezza che supera la sola capacità di prevenire o assorbire un attacco, concentrandosi sulla tenuta politica e sociale del sistema nel tempo. Il rischio più profondo emerge quando vulnerabilità economiche, cognitive e generazionali cessano di essere fenomeni settoriali e convergono in un processo cumulativo di erosione della fiducia, della coesione e della legittimità istituzionale.

La tesi del libro analizza l’impoverimento, l’indebolimento del tessuto produttivo e il progressivo distacco delle nuove generazioni dalla politica come possibili vettori di una fragilità sistemica capace di incidere sulla resilienza stessa dell’ordinamento democratico, sottolineando, ancora una volta, che nessuna democrazia può essere militarmente forte e, al tempo stesso, strategicamente vulnerabile se non riesce più a convincere i propri cittadini che valga la pena difendere il modello politico, economico e sociale su cui essa stessa si fonda.

 

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