❌

Normal view

Israele oltre Netanyahu. La sfida dell’unità nazionale e la partita con l’Iran secondo Molinari

29 October 2026 at 15:54

La democrazia israeliana è in trasformazione, dalle elezioni sono usciti più vincitori, il presidente Isaac Herzog lavora all’unità nazionale e i cambiamenti in corso possono avere impatto non solo in Medio Oriente: questa la lettura del voto nello Stato ebraico da parte di Maurizio Molinari, giornalista e scrittore, già corrispondente de La Stampa da Gerusalemme-Ramallah prima di diventare direttore de La Stampa, di Repubblica e, ora, direttore editoriale del gruppo SAE. Nel suo ultimo libro “Le mappe per capire il potere” (edito da Rizzoli) c’è un’attenta analisi dei cambiamenti in corso in Medio Oriente che aiutano a comprendere anche ciò che sta avvenendo in questi giorni.

Israele senza maggioranza: è la fine dell’era Netanyahu o la prova che resta il leader più abile nel gestire la frammentazione?

La chiave di lettura di questo voto è che hanno vinto in tre. Ha vinto Benjamin Netanyahu, perché il Likud resta il primo partito con 26 seggi e il suo blocco, 53 seggi, è il più numeroso. Ha vinto Gadi Eisenkot, perché Yashar, al debutto, è subito il secondo partito con 21 seggi e lui è il leader indiscusso del fronte del cambiamento. Hanno vinto i partiti arabi, che con 19 seggi ottengono un risultato storico, quasi il doppio della legislatura uscente. Non siamo davanti alla fine dell’era Netanyahu. Siamo davanti alla fine dell’era in cui Netanyahu poteva governare da solo con la destra radicale e i partiti religiosi. Il premier resta indispensabile ma non è più autosufficiente. Ed è proprio questo equilibrio tra vincitori, nessuno dei quali può governare da solo, a rendere l’unità nazionale l’esito più probabile.

Quali scenari di governo sono realistici? E cosa rischia Netanyahu, politicamente e giudiziariamente?

L’ipotesi più probabile, anche se la più difficile, è un governo di unità nazionale tra Likud e Yashar. I motivi sono cinque. L’aritmetica: Likud e Yashar insieme hanno 47 seggi e possono agilmente raggiungere la maggioranza di 61 con alleati di centro e di destra, senza dipendere né dagli arabi né dall’estrema destra. I veti incrociati che bloccano le alternative: Netanyahu esclude i partiti arabi, Liberman rifiuta un governo di minoranza o con arabi e haredi. Liberman, anzi, punta proprio su un’intesa Eisenkot-Netanyahu. L’inchiesta sulle interferenze straniere: è stata aperta un’indagine sul sospetto che Qatar e Turchia abbiano inviato ingenti fondi in Israele per mobilitare l’elettorato arabo e rendere il Parlamento ingovernabile. Il presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Noam Sohlberg, ha ordinato allo Shin Bet di indagare sul sospetto che entità straniere abbiano finanziato la mobilitazione degli elettori arabi. È un passo senza precedenti nella storia elettorale israeliana. Il sospetto riguarda fondi provenienti da Paesi vicini ai Fratelli Musulmani e la polizia ha già arrestato quattro persone nel sud per presunta corruzione elettorale. Finché l’indagine è aperta, un governo dell’opposizione con l’appoggio esterno arabo diventa politicamente ancora più costoso. Il costo del ritorno alle urne: nuove elezioni indebolirebbero un Paese ancora alle prese con Hamas a Gaza e la minaccia iraniana. Senza contare che molti in Israele ritengono che le cinque elezioni successive, fra il 2019 e il 2022, furono il momento nel quale Hamas maturò che c’erano le condizioni migliori per lanciare l’attacco del 7 ottobre. La pressione di Washington. È un fattore cruciale perché Trump ha bisogno di avere in Israele un alleato stabile in vista della ripresa delle operazioni militari contro l’Iran.

Quali sono gli ostacoli maggiori sull’unità nazionale?

L’ostacolo maggiore resta il rifiuto di Eisenkot di servire sotto Netanyahu, anche a rotazione. Ma in Israele le promesse elettorali sono assai spesso posizioni negoziali ed Eisenkot ha già fatto parte del gabinetto d’emergenza dopo il 7 ottobre. La trattativa ruoterà su tre nodi: chi guida per primo, la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e la leva degli ultraortodossi.

Sul piano giudiziario, l’unità nazionale offrirebbe a Netanyahu una via d’uscita. Herzog vuole un accordo tra le parti prima di valutare la grazia, e non esiste un precedente di grazia a processo in corso. Un patteggiamento legato a un passo indietro concordato potrebbe diventare parte dell’intesa di governo.

Dopo la riforma della giustizia, il 7 ottobre e la guerra, questo voto segna un cambiamento politico o un cambiamento della società?

Il voto descrive un cambiamento profondo della società e il segnale più forte arriva dagli arabi israeliani. L’affluenza nazionale ha toccato il 77,7%, la più alta dal 1999, e quella araba ha sfiorato l’80%. Per la prima volta, secondo le stime preliminari, gli arabi hanno votato in proporzione più degli ebrei.

Il dato più simbolico viene da Gerusalemme Est. Oltre 10.000 palestinesi con cittadinanza israeliana hanno votato, triplicando il dato precedente e rompendo un boicottaggio che durava dal 1967. Questo significa che sta cadendo, tra gli arabi, il tabù dello Stato sionista. Votare per la Knesset vuol dire riconoscere le istituzioni d’Israele come il luogo in cui difendere i propri diritti. È la smentita più netta della narrativa di Hamas e dell’Iran, che descrivono Israele come un’entità da cancellare.

Qui serve una distinzione netta fra il sospetto di ingerenze straniere e il voto popolare. Un conto sono gli eventuali finanziatori stranieri, che vanno perseguiti con rigore. Un altro sono gli elettori arabi, che hanno esercitato un diritto. La polizia ha respinto le accuse del Likud di elezioni “rubate”, affermando che non ci sono prove a sostegno. Eisenkot chiede di indagare a fondo ma avverte di non usare l’inchiesta per ritardare l’insediamento della Knesset. Se Doha e Ankara hanno cercato di sfruttare il voto arabo, è proprio perché quel voto ormai conta. La partecipazione resta una vittoria della democrazia israeliana; l’eventuale interferenza è un attacco contro di essa. Accanto agli arabi, gli altri due vincitori rappresentano Israele che chiede forza contro l’Iran, con Netanyahu, e quello che chiede responsabilità dopo il 7 ottobre, con Eisenkot. Nessuna delle tre identità può governare contro le altre, e l’unità nazionale può essere la risposta politica migliore.

Iran e Hezbollah: un nuovo governo può cambiare strategia senza apparire debole? Discontinuità politica o svolta militare?

Un governo di unità sarebbe la risposta più forte ai nemici di Israele. A Teheran e ai suoi alleati arriverebbe un messaggio chiaro: il Paese è diviso sulla politica, non sulla sicurezza. L’Iran esce dal conflitto iniziato con i raid israelo-americani del 28 febbraio, Hezbollah resta armato a nord e Hamas dentro Gaza. Con l’unità nazionale Netanyahu può incassare la continuità strategica e rafforzare il rapporto con Washington. Eisenkot, ex capo di stato maggiore e autore della dottrina della deterrenza contro Hezbollah, può invece rafforzare una credibilità militare che nessuno mette in dubbio. La dottrina della prevenzione non cambierebbe. Può invece cambiare il metodo: decisioni condivise con gli apparati di sicurezza, invece che dettate dalle esigenze di sopravvivenza di una coalizione. La discontinuità sarebbe politica, non militare.

Senza Netanyahu, Washington perderebbe un alleato privilegiato o guadagnerebbe spazio diplomatico?

Trump è il potenziale regista dell’unità nazionale. Ha sostenuto Netanyahu in campagna elettorale ma fonti a lui vicine riferiscono che vuole escludere Ben-Gvir, e probabilmente Smotrich, dal prossimo governo. Il motivo è strategico: i due hanno votato contro il suo accordo su Gaza e si oppongono alla sua linea sulla Cisgiordania, dove Trump ha detto che non permetterà l’annessione. Un governo con Eisenkot e senza l’estrema destra può servire a tre obiettivi americani: stabilizzare Gaza, allargare gli Accordi di Abramo e aprire la strada alla normalizzazione con l’Arabia Saudita. Nell’entourage di Trump si ipotizza perfino una rotazione con Netanyahu premier per primo ed Eisenkot a seguire. Anche l’ambasciatore israeliano a Washington ha detto che Netanyahu preferisce l’unità nazionale.

La Casa Bianca, ufficialmente, frena: definisce prematuri i resoconti su una preferenza per una specifica coalizione. E Netanyahu ha rassicurato Ben-Gvir e Smotrich. Ma è il gioco delle parti di ogni trattativa. Washington punta su un Netanyahu liberato dagli alleati più scomodi.

Gaza, insediamenti, partner arabi: un nuovo governo può cambiare rotta o il consenso sulla sicurezza lo impedisce?

Qui le novità del voto si incontrano. Un governo di unità senza Ben-Gvir e Smotrich può liberare Israele dal veto dell’estrema destra. E la partecipazione araba, compresa quella di Gerusalemme Est, porta nel sistema politico israeliano una voce che nessun governo potrà ignorare. Ra’am di Mansour Abbas ha accettato Israele come Stato ebraico e democratico, e rappresenta un ponte possibile. Non ci sarà uno Stato palestinese a breve, perché sulla sicurezza il consenso è trasversale e il 7 ottobre ha allontanato di molto nel tempo l’idea della convivenza fra due Stati e due popoli su cui si basavano gli Accordi di Oslo. Ma un governo di unità potrebbe agire in tre nuove direzioni: frenare gli insediamenti non autorizzati, attuare il piano americano per Gaza con Egitto, Giordania e Paesi del Golfo, tornare a dialogare con un’Autorità palestinese riformata.

Il nuovo quadro apre spazio all’Europa o Bruxelles resterà marginale rispetto agli Stati Uniti?

Un governo di unità nazionale può offrire all’Europa la migliore occasione degli ultimi anni. Bruxelles avrebbe di fronte un esecutivo meno ideologico, senza l’estrema destra e più disposto a discutere di Gaza e della Cisgiordania. Ma l’Europa deve prima superare le sue profonde divisioni sul Medio Oriente. Vi sono governi, partiti e leader per i quali le sanzioni contro Israele contano più della condanna del terrorismo di Hamas.

Per contare, l’Ue ha bisogno di strumenti concreti: fondi per la ricostruzione di Gaza, unanimità contro il terrorismo, sostegno alle riforme dell’Autorità palestinese e all’estensione dei Patti di Abramo, investimenti sul corridoio di infrastrutture Imec dall’India all’Europa. E serve riconoscere il valore della partecipazione arabo-israeliana come investimento sulla democrazia d’Israele. Senza coesione Ue, Israele guarderà sempre più a Washington e al Golfo.

Chi controlla gli abissi? Braw spiega le nuove vulnerabilità della sicurezza internazionale

29 October 2026 at 10:57

Ai tempi della Guerra fredda, l’unica vera minaccia subacquea era costituita dai sottomarini nucleari balistici e le infrastrutture presenti sui fondali erano ancora relativamente poche. Oggi, invece, i cavi sottomarini e le condotte energetiche sono diventati la spina dorsale della vita quotidiana, ma restano in gran parte fuori dalla giurisdizione degli Stati e difficili da proteggere, mentre gli abissi si popolano di nuove minacce. Dopo anni di incidenti e attacchi alle infrastrutture sottomarine, il tema è ormai una costante nell’agenda della sicurezza globale ed è al centro del libro “The Undersea War”, che spiega come i fondali sottomarini si stiano trasformando in un nuovo campo di battaglia. Per comprendere questa trasformazione e le sue conseguenze per la sicurezza degli Stati, Airpress ha parlato con Elisabeth Braw, senior fellow dell’Atlantic Council e autrice del libro.

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro, e perché proprio ora?

Con l’editore abbiamo deciso di farlo nell’estate del 2024. All’epoca avevamo già assistito a diversi incidenti ai cavi nel Baltico, nel Mare del Nord, al largo della Norvegia e vicino a Taiwan. Quello taiwanese, a cui dedico un capitolo, è stato particolarmente drammatico, ma all’epoca ha ricevuto poca attenzione. Si capiva che era in corso qualcosa di nuovo: navi che si comportavano in modo anomalo, cavi danneggiati e pochissimo che si potesse fare. Era tutto molto drammatico e misterioso, e lì ho capito che qualcosa era cambiato.

Parliamo infatti di uno scenario strategico nuovo rispetto al passato. Cosa è cambiato dai tempi della Guerra fredda?

Durante la Guerra fredda c’era un confronto strutturale tra Nato e Patto di Varsavia, anche tra le flotte di sottomarini, e si era sempre vicinissimi alla guerra nucleare. Ricordo la prima volta che ho letto un giornale, nel 1981: parlava dell’incidente del sottomarino sovietico incagliato al largo della Svezia. Ricordo la foto del comandante in piedi sullo scafo in attesa di soccorso. Gli svedesi non sapevano cosa fare, processarli o lasciarli andare? Eppure nessuno parlava di cavi o condotte, perché non c’erano ancora stati incidenti di quel tipo. Quelle infrastrutture continuavano a funzionare, anche se sarebbe stato possibile sabotarle, pur trovandosi a un passo dall’Armageddon nucleare. È un paradosso: potevano essere colpite e non lo furono.

Rispetto ad allora, però, oggi i fondali sono molto più affollati.

Esatto. Oggi ci sono più cavi per i dati, più cavi elettrici (rari negli anni Ottanta) e più condotte. Ma la vera differenza è la nostra dipendenza. Negli anni Ottanta, se qualcuno avesse danneggiato alcuni cavi, la gente comune se ne sarebbe accorta a malapena. Oggi invece ce ne accorgeremmo nel momento stesso in cui accade. I cavi funzionano così bene e trasportano così tanto traffico che sono diventati indispensabili.

Poniamo uno scenario: se oggi i cavi sottomarini venissero colpiti, cosa succederebbe alla vita di tutti i giorni?

Prendiamo l’Italia, che è collegata da numerosi cavi. Se ne fosse danneggiato uno, accadrebbe poco, perché un altro ne assorbirebbe il traffico. Con tre o quattro cavi fuori uso si noterebbe un rallentamento. Ma se fossero colpiti tutti i cavi che collegano il Paese, la vita quotidiana si fermerebbe. Si esce di casa, si vuole prendere l’autobus, ma la carta di credito non funziona e non si può comprare nulla. Il telefono è inutilizzabile, così come la televisione. Forse resta la radio, se ne avete una vecchia. Non si può contattare nessuno né navigare in rete. E non è solo un problema individuale: le aziende, essendo digitalmente dipendenti, dovrebbero sospendere le attività. Ospedali e governi hanno una connettività di riserva via satellite, ma i satelliti trasportano solo una minima parte di ciò che passa nei cavi, quindi basterebbe appena per i servizi più critici. Il settore finanziario, allo stesso modo, non dispone di alternative e si bloccherebbe del tutto. È uno scenario quasi troppo grande per essere immaginato.

Molti parlano della necessità di più ridondanza. Basterebbe quindi posare più cavi?

Molti lo dicono, ma chi dovrebbe farlo? Parliamo di investimenti enormi e di infrastrutture molto vaste. I cavi appartengono ad aziende private, che non si possono obbligare a posarne altri, se non con una legge. Esse decidono in base a logiche commerciali e riterranno che il rischio per ciascuna di loro non sia abbastanza alto da giustificare un nuovo investimento. Dovrebbero essere quasi certe che un proprio cavo verrà danneggiato. Certamente, dal punto di vista della sicurezza nazionale, averne di più sarebbe auspicabile, ma il settore privato ragiona con altri criteri.

Nel libro lei approfondisce anche le diverse problematiche normative e legali riguardo la tutela delle infrastrutture sottomarine

Sì. Gli oceani, a differenza della terraferma, sono un bene comune globale. Solo una fascia di 12 miglia nautiche appartiene allo Stato costiero. Oltre c’è la zona economica esclusiva, dove si hanno diritti sulle risorse ma non la giurisdizione, e poi le acque internazionali. È lì che corrono i cavi, tra un Paese e l’altro, e dunque dipendono dal fatto che tutti rispettino le regole, perché fuori dalle acque territoriali gli Stati costieri non hanno autorità. Questo sistema ha funzionato così bene che il mondo oggi dipende interamente dai cavi sottomarini. Ma cosa faremmo se qualcuno smettesse di rispettare le regole? Non siamo nella condizione di approvare nuovi trattati globali: non riusciamo ad accordarci su nulla, figuriamoci su un trattato per la protezione dei cavi. Esiste l’Unclos, che li tutela, ma resta la domanda su cosa fare con chi non se ne cura.

E cosa possono fare gli Stati per proteggere tali infrastrutture?

È molto difficile a dirsi, perché cavi e condotte funzionano e sono al sicuro solo se c’è pace, o almeno se i Paesi si comportano bene. Un nuovo trattato non si riuscirebbe a far approvare. I Paesi del Baltico stanno facendo il massimo possibile: pattugliano i cavi attraverso un’unità Nato, la Ctf Baltic, sperando che la sola presenza faccia la differenza. Sembra funzionare, ma non servirebbe contro chi è davvero deciso a danneggiare i cavi. Questo è l’aspetto più inquietante, gli Stati non possono fare molto più di quanto già fanno. I Paesi del Baltico sono più avanti degli altri nel ragionarci, ma nemmeno le menti migliori sanno cosa si potrebbe fare in più. 

Che ruolo avranno i fondali nelle crisi future?

La situazione è già difficile così. Non siamo in guerra, anche se c’è chi dice di sì: subiamo attacchi continui, contro le infrastrutture e non solo. È una guerra sporca, ma non una guerra vera. Cosa accadrebbe però in un conflitto cinetico? I cavi sarebbero un bersaglio ovvio. La cosa più preoccupante è che la Russia ha pochissimi cavi sottomarini: è il Paese più grande del mondo ed è collegato via terra, quindi non ne ha bisogno. Può minacciare i nostri cavi, mentre noi non potremmo minacciare i suoi, perché quasi non esistono.

Quindi manca la deterrenza.

Esatto. Non possiamo neppure dire “se danneggiate i nostri cavi, noi danneggeremo i vostri”. Anche volendo, ce ne sarebbero ben pochi da colpire.

Droni sottomarini e nuove tecnologie di monitoraggio possono ridurre questa vulnerabilità?

Oggi molte aziende cercano di vendere queste tecnologie alla Nato e ai governi nazionali, ed è il mercato. Ma dal mio punto di vista non serve più sorveglianza. Grazie ai sistemi di controllo degli oceani, soprattutto nel Baltico ma non solo, abbiamo già un’ottima comprensione di quando una nave sospetta si avvicina a un cavo. Il problema non è capire la minaccia, ma sapere cosa fare quando si è stabilito che sta per accadere qualcosa. Possiamo avere tutti i droni del mondo a monitorare i cavi, ma la domanda resta la stessa: che si fa se notiamo un comportamento sospetto? La guardia costiera può chiedere alla nave di allontanarsi. Se non lo fa, si può inviare la Marina, ma questa dovrebbe attaccare la nave, e lo Stato che sta dietro quella nave reagirebbe a sua volta. È molto complicato, e il monitoraggio non lo risolve. Se la tecnologia fosse la risposta, bene, ma si limita ad aggiungere chiarezza su cose che già sappiamo.

Un’ultima cosa. Nel libro lei riporta diverse esperienze individuali. Come mai?

Penso che questo libro sia una storia di persone. È un argomento affascinante e vorrei che i lettori lo capissero. In molti Paesi ci sono persone che lavorano duramente, ogni giorno, per vigilare sui fondali, nell’industria e nelle istituzioni. Sono eroi silenziosi, perché il loro compito è quasi impossibile, eppure lo svolgono. Non sappiamo quanto lavoro ci sia dietro ma dovremmo essere molto grati a chi protegge e difende i fondali ogni giorno.

❌