❌

Normal view

Sciopero generale, Usb: “Il governo non risponde nel merito delle proteste”. Rischio violenze? “Spostano l’attenzione sull’ordine pubblico”

29 October 2026 at 19:27

La sensazione dell’Unione sindacale di base, alla vigilia dello sciopero generale del 30 ottobre, è che le oltre 50 manifestazioni in programma in tutta Italia possano essere imponenti. E che sarà proprio la grande partecipazione delle persone a scoraggiare le possibili violenze. Allo stesso tempo, il livello di tensione sociale è molto alto. Costo della vita, prezzo dei carburanti, caro affitti, stipendi bassi, soldi pubblici spesi in riarmo, istruzione e sanità sottofinanziate. La popolazione è stanca e arrabbiata. Come dimostra lo sciame di mobilitazioni che da settimane attraversa il Paese. Cortei, presìdi e blocchi hanno coinvolto settori e attori diversi, uniti dalla volontà di chiedere un cambio di rotta al governo. Un clima di protesta costante, a cui l’esecutivo non riesce a dare risposte nel merito, se non cercando di dirottare l’attenzione verso il tema della sicurezza delle piazze, oscurando le ragioni e le richieste di chi manifesta. “Di tutte le cose dette o fatte nelle mobilitazioni delle ultime settimane, il governo ha visto solo gli scontri”, commenta Guido Lutrario, dell’esecutivo confederale dell’Usb. Il rischio, denuncia, è che il dibattito pubblico si concentri esclusivamente sugli eventuali episodi di violenza, lasciando in secondo piano le rivendicazioni dei manifestanti.

“La prima preoccupazione del governo dovrebbe essere che c’è una grande protesta, con delle ragioni precise. A cui dovrebbero rispondere a tono, non spostando l’attenzione sull’ordine pubblico”, spiega a ilfattoquotidiano.it. L’Usb, dal canto suo, si aspetta manifestazioni partecipate e pacifiche, senza alcuna volontà di alimentare scontri o tensioni. Ma, se ci fossero, come si prepara il sindacato a gestire la sicurezza delle manifestazioni? Visto che il rischio concreto è che la responsabilità sia attribuita agli organizzatori. “Abbiamo dei servizi d’ordine, ma hanno innanzitutto l’obiettivo di tutelare i manifestanti che partecipano al corteo del sindacato”, chiarisce Lutrario. Il loro compito, dunque, non è quello di sostituirsi alle forze dell’ordine, né di controllare il comportamento di decine di migliaia di persone. Come ha sintetizzato un delegato dell’Usb durante una conferenza stampa a Bologna, i sindacalisti non sono in piazza per fare “i poliziotti delle vetrine“. Non significa, però, che la mobilitazione sia lasciata all’improvvisazione. “Chiediamo che chi viene alla manifestazione si riconosca nelle ragioni e anche nelle modalità della manifestazione”, sottolinea Lutrario. Nelle settimane precedenti, spiega, sono state organizzate numerose assemblee territoriali, durante le quali le diverse realtà coinvolte hanno discusso le modalità di partecipazione. Una preparazione condivisa, con l’obiettivo di evitare comportamenti estranei alle ragioni della protesta.

Resta però il timore delle provocazioni. E su questo Lutrario è molto duro: “Le questure spesso hanno un po’ questo atteggiamento. Come se ci fosse il bisogno di evidenziare gli episodi di tensione per poter concentrare l’attenzione su questo e nascondere le ragioni della protesta – sostiene -. Mi sembra che ci sia fame di scontri. E non di rispondere alle richieste economiche e sociali. L’importante è che non si cerchino episodi anche lì dove non sono previsti”. Il sindacalista ribadisce, in ogni caso, che l’Usb non ha alcuna intenzione di favorire incidenti. Un precedente importante è quello del 22 settembre 2025, quando uno sciopero generale proclamato dall’Usb portò in piazza migliaia di persone in diverse città italiane. In quell’occasione, ricorda Lutrario, l’attenzione del governo si concentrò soprattutto sugli scontri avvenuti alla stazione di Milano, nonostante le altre manifestazioni si fossero svolte pacificamente. “Era strano che in una sola città ci fossero stati degli episodi di tensione”, osserva, sostenendo che sarebbe stato opportuno interrogarsi anche sulla gestione dell’ordine pubblico da parte della Questura. La speranza del sindacato è che non si ripeta lo stesso schema, per cui la protesta pacifica di decine di migliaia di persone finisce per essere raccontata esclusivamente attraverso gli incidenti avvenuti in una singola piazza.

L’Usb conta però che sia proprio la partecipazione di massa a scoraggiare eventuali comportamenti violenti. “C’è una crescente richiesta di informazioni da parte di lavoratori, anche di quelli che non appartengono al sindacato, o che non hanno mai scioperato. Poi ci saranno i giovani, protagonisti delle mobilitazioni delle ultime settimane, e agricoltori e autotrasportatori, reduci dalle proteste contro il caro carburanti. Questa lotta mette insieme molte anime. Persino cittadini che in passato hanno votato per Giorgia Meloni“, commenta. Nemmeno il nuovo pacchetto sicurezza e la precettazione dello sciopero dei trasporti sembrano aver scoraggiato la mobilitazione. “Le persone sono scese in piazza, soprattutto i giovani – ricorda – nonostante il clima di tensione delle ultime settimane”. Per questo, prevede che la protesta sia destinata a crescere: “Più il governo insiste con questa modalità e più si ficca in una situazione complicata”. Poi conclude: “In ogni caso siamo abituati alle provocazioni, in Italia il clima è questo da sempre, ma nulla ci distoglierà dal continuare la mobilitazione”.

L'articolo Sciopero generale, Usb: “Il governo non risponde nel merito delle proteste”. Rischio violenze? “Spostano l’attenzione sull’ordine pubblico” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il 30 ottobre scioperano anche i portuali di tutto il mondo contro il traffico di armi: “Scali al servizio dei popoli, non basi per la guerra”

29 October 2026 at 15:14

Bandiere, megafoni e striscioni sulle banchine del porto di Copenhagen. Come su quelle degli scali di Melbourne, Casablanca, San Francisco e nello scalo indiano di Mumbai. Il 30 ottobre i portuali si fermano in tutto il mondo contro il traffico di armi. Per ribadire che non lavorano per la guerra. Una giornata di mobilitazione internazionale lanciata da oltre 25 sindacati, che coinvolgerà 22 Paesi, distribuiti in cinque continenti. In tutto, 113 porti, tra i quali quelli italiani di Ancona, Civitavecchia, Genoa, Gioia Tauro, Carrara, Livorno, Bari, Ravenna e Trieste. “Una potente espressione di coordinamento internazionalista e di classe contro lo sfruttamento, l’aggressione imperialista e la guerra”, secondo i promotori della protesta internazionale. Nello stesso giorno in cui nel nostro Paese i lavoratori scendono in piazza per lo sciopero generale proclamato da Usb.

Il quadro politico della giornata di mobilitazione è stato definito nella Dichiarazione di Istanbul, firmata a maggio. Ogni organizzazione sindacale, in ciascun Paese, ha deciso le modalità si partecipazione. Come in Italia, anche in Francia, India, Grecia e Turchia sono stati proclamati scioperi di 24 ore. Mentre in Marocco, a Cipro e in altri porti sono state annunciate astensioni dal lavoro fino a due ore. I portuali in ogni caso non saranno soli. Lavoratori e sindacati di altri settori, insieme a studenti, attivisti e centri sociali, si uniranno a loro nella protesta.

“Gli scioperi e le mobilitazioni nei porti di tutto il mondo dimostrano la forza della lotta organizzata dei lavoratori, capace di ostacolare la macchina bellica, bloccando il trasporto di armi e attrezzature militari. La lotta contro la guerra e la militarizzazione dei porti e delle infrastrutture è inseparabile da quella per i diritti dei portuali“, si legge in una nota. Tra le richieste dei sindacati: la pianificazione di una strategia efficace contro la perdita di posti di lavoro causata dall’automazione, aumenti salariali, una riduzione dell’orario di lavoro e misure a tutela della salute e della sicurezza.

Il precedente risale al febbraio 2025, quando una prima mobilitazione internazionale aveva coinvolto 40 porti del Mediterraneo. A distanza di poco più di un anno e mezzo, la protesta assume dunque una dimensione mondiale. A sottolinearlo è anche Eurof, l’ufficio europeo della Federazione sindacale mondiale (Wftu), che invita tutti i lavoratori a sostenere i portuali e a partecipare alle manifestazioni. In diversi Paesi, sottolinea l’organizzazione, la giornata si è trasformata in una mobilitazione più ampia, contro le politiche di riarmo e per chiedere maggiori investimenti in istruzione, sanità, salari e pensioni. Risorse che, denunciano i sindacati, vengono invece destinate alla produzione e all’acquisto di armamenti.

Sul fondo ci sono le guerre in Ucraina e in Medio Oriente e il timore di un’ulteriore escalation dei conflitti. “I popoli del mondo non hanno nulla da guadagnare dalle rivalità imperialiste e non si macchieranno le mani del sangue di altri popoli per i profitti del capitalismo”, scrivono i sindacati. Condannano inoltre quelli che definiscono nuovi crimini commessi dallo Stato israeliano a Hebron, in Palestina, chiamando in causa il sostegno degli Stati Uniti, della Nato e dell’Unione europea. Da qui l’appello ai lavoratori e ai giovani di ogni Paese affinché sostengano concretamente le iniziative del 30 ottobre. E la richiesta che chiude la dichiarazione: “Porti di pace e al servizio dei popoli, non trampolini di lancio per la guerra e basi imperialiste”.

L'articolo Il 30 ottobre scioperano anche i portuali di tutto il mondo contro il traffico di armi: “Scali al servizio dei popoli, non basi per la guerra” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Ita Airways avvia procedura di licenziamento collettivo per 226 lavoratori: tra le cause guerra, costo carburante e AI

29 October 2026 at 13:34

Ita Airways comunica l’avvio di una procedura di licenziamento collettivo per 226 lavoratrici e lavoratori. Coinvolto sia personale di volo che di terra. Lo riporta Repubblica. Le motivazioni addotte dalla compagnia controllata per il 41% da Lufthansa sono plurime: l’impatto della guerra sul costo del carburante, la brusca frenata nei progetti di espansione, il rallentamento nella vendita dei biglietti, oltre alla trasformazione tecnologica dettata del sempre maggiore utilizzo dell’intelligenza artificiale. Tutte le ragioni sono riconducibili alla necessità di ridurre i costi. Al 15 ottobre 2026, Ita Airways conta 5.269 dipendenti: il licenziamento dei 226 lavoratori – 10 piloti, 90 assistenti di volo e 126 addetti d terra – equivarrebbe alla perdita del 4,3% del personale complessivo.

Non è ancora noto il numero effettivo di lavoratori che lasceranno la compagnia, dal momento che criteri di scelta ed eventuali alternative saranno oggetto di confronto tra sindacati; tuttavia, la società ha fatto sapere che gli esuberi sono “strutturali” e non temporanei, dunque i tagli ci saranno. Le prime lettere di licenziamento potrebbero essere recapitate già entro il 30 dicembre 2026. La compagnia, tra l’altro, non ha predisposto scivoli o incentivi economici aggiuntivi rispetto a quelli che stabiliscono la legge e i contratti collettivi di categoria: spetterà ai sindacati chiedere questo tipo di agevolazioni all’uscita durante la contrattazione con l’azienda.

La prima motivazione addotta dalla compagnia riguarda il costo del carburante: Ita Airways ricorda che, per effetto delle guerre in Ucraina e in Medioriente, il jet fuel è passato da 670 a 1.700 dollari per tonnellata. I conflitti, inoltre, hanno imposto la modifica delle rotte aeree, spesso allungate, comportando un incremento nei costi delle tratte, a cui è conseguentemente corrisposta una riduzione della vendita dei biglietti. Sono state dunque preferite scelte low cost, vicine e percepite come meno rischiose. Sempre sul tema carburante, viene anche ricordata la carenza che a luglio aveva inciso sull’operatività della compagnia.

I problemi sono stati rinvenuti anche nella componentistica degli aeromobili: i difetti sui motori Pratt & Whitney hanno tenuto a terra alcuni velivoli di nuova generazione, mentre il costruttore Airbus è stato costretto a rinviare diverse consegne. La flotta operativa di Ita Airways, dunque, si è rivelata più piccola del previsto, e ciò ha rallentato i piani di espansione sui collegamenti intercontinentali; e ciò proprio mentre all’aeroporto Milano Malpensa è stato deciso l’ampliamento dei “diritti di quinta libertà”, che comporta il permesso per vettori stranieri di aumentare i collegamenti internazionali tra Italia e Paesi stranieri.

Ci sono poi la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale a complicare ulteriormente il quadro lavorativo: alcune attività amministrative e organizzative saranno automatizzate, e parte dei programmi e delle strutture verranno messe a disposizione dalla casa madre Lufthansa, eliminando i doppioni che si verranno a creare. Ita Airways comunica inoltre che sarà ampiamente utilizzata l’intelligenza artificiale agentica, capace di svolgere autonomamente alcuni compiti, e perciò necessiterà l’assunzione di alcune figure specializzate nell’automazione e nel machine learning. Da qui il tema dei percorsi di formazione o riqualificazione annunciati dall’azienda, che presenterà ai sindacati un piano formativo per “ricollocare internamente, anche tra reparti diversi, una significativa parte di personale”.

L'articolo Ita Airways avvia procedura di licenziamento collettivo per 226 lavoratori: tra le cause guerra, costo carburante e AI proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌