I ricchi americani vivono quanto i poveri europei
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Qualche anno fa, mio figlio adolescente aveva trovato un lavoro estivo nel Midwest degli Stati Uniti, più precisamente in Minnesota. Era un campo, che poi ho scoperto essere relativamente noto, chiamato «Concordia Language Village» in cui d’estate fin dagli anni Sessanta si organizzano corsi di lingue per giovani americani. Mio figlio era l’assistente di campo nella parte del villaggio in cui si insegnava italiano. Per noi italiani il Midwest è un luogo remoto, nel mezzo del nulla e lontano dalle città a cui siamo abituati. Immaginiamo grandi campi coltivati, distese verdi e boscose con più orsi che umani, poche case, magari qualche lago. E immaginiamo bene.
Una mattina, verso la fine della permanenza, mio figlio è svenuto, forse per un colpo di caldo, scarsa idratazione, poco sonno, qualche bagordo, vai a sapere. Nulla di grave. Per prudenza, però, e probabilmente anche per proteggersi da eventuali rischi legali, i responsabili del campo lo portarono in ospedale. Lo hanno tenuto lì dodici ore in osservazione, gli hanno somministrato un flacone di soluzione salina con una flebo, 600 milligrammi di ibuprofene, e gli hanno fatto una lastra all’addome perché aveva un po’ di mal di pancia. Insomma, una ipermedicazione per un malessere che da noi sarebbe stato risolto con una giornata di riposo all’ombra e un po’ di TV. Ma va bene, la prudenza non è mai troppa, di certo non mi sono lamentato.
Un paio di settimane dopo, a casa è arrivata la fattura dell’ospedale: 8000 dollari. Ottomila. Fortunatamente avevamo stipulato un’assicurazione. Ma, come tutti sanno, nelle assicurazioni esiste quasi sempre una franchigia, una somma minima che devi comunque pagare di tasca tua. In questo caso era del 20 per cento, quindi 600 milligrammi di ibuprofene, ovvero tre pastiglie da 200 – che poi è l’unica cosa sensata che ha ricevuto in quelle dodici ore, assieme presumibilmente alla visita di un medico che gli ha misurato la febbre che non aveva –, mi sono costati 1600 dollari.
Gli americani sono un popolo che vive così, sapendo che un problema di salute anche minore, anche risolvibile, anche privo di particolari angosce, porta con sé conseguenze finanziarie serie per chiunque abbia un lavoro normale e una famiglia normale, né ricca né povera. Invece, i problemi di salute che portano con sé angosce e preoccupazioni provocano vere e proprie rovine finanziarie. Le persone si trovano a dover decidere se morire senza curarsi, o curarsi per provare a sopravvivere ma con la famiglia al tracollo finanziario.
Perché comincio un capitolo sull’Europa parlando degli Stati Uniti? Una prima, ovvia, ragione è che se avessi iniziato con una testimonianza del nostro sistema sanitario che funziona, dove per «nostro» intendo quello di qualsiasi paese europeo, l’argomento che voglio trattare qui sarebbe stato meno efficace. Nessun sistema è immune da difetti, quello sanitario in Italia è certamente in una condizione di grande affaticamento e crisi, per molte ragioni tra cui l’enorme invecchiamento della popolazione. Tuttavia, è ancora largamente capace di curare e assistere, i social media sono pieni di storie positive e di gratitudine, e dodici ore al pronto soccorso per togliersi una preoccupazione non sono pagate dal malato, sono pagate dalla fiscalità generale, ossia dalle tasse di tutti. Detto altrimenti, la comprensione di quel che siamo è più evidente dal confronto.
Una seconda ragione per usare gli Stati Uniti come pietra di paragone sta nel fatto che recentemente è molto discussa l’idea che l’Unione europea sia indietreggiata rispetto agli Usa. Che sia meno avanzata e meno prospera, che la popolazione soffra particolarmente di tali differenze. L’idea esiste in buona fede, ma è anche in gran parte veicolata con scarsi argomenti e molta propaganda da macchine algoritmiche nei social media, nonché dai sostenitori di Trump e dai loro utili collaboratori e simpatizzanti.
Questa narrazione si appoggia a un dato di realtà indiscutibile e senza dubbio rilevante: la distanza evidente che esiste tra Stati Uniti ed Europa nei settori tecnologicamente avanzati del software e dell’intelligenza artificiale. Questo fatto, però, non è sufficiente a decretare la superiorità, financo temporanea, dell’economia e società americane.
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Tratto da “La fine del neoliberismo” (Mondadori), di Marco Simoni, 18,50 euro, 192 pagine.
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