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Sorrento, campagna per screditare il cronista del Fatto: quattro indagati per associazione a delinquere e diffamazione

29 October 2026 at 18:20

La Procura di Torre Annunziata lo scrive senza mezzi termini: la campagna diffamatoria contro un collega del Fatto non era un passatempo, ma un’organizzazione volta a screditarlo e silenziarlo. Il pm Marta Agostini ha chiuso le indagini su quattro persone, accusate di associazione per delinquere finalizzata alla diffamazione e agli atti persecutori ai danni di Vincenzo Iurillo, giornalista di questo giornale e persona offesa, e di altri soggetti “operanti nella vita istituzionale, amministrativa, professionale e imprenditoriale della penisola sorrentina“. L’avviso è del 7 ottobre.

Il capo, secondo l’atto, è Michelangelo Scannapieco. Coordinava le campagne, sceglieva i bersagli e distribuiva il materiale agli altri: post, reel, fotomontaggi, striscioni. Accanto a lui c’è Gaetano Milone, che la Procura descrive come direttore o comunque responsabile dei contenuti del sito “Lo Strillo della Penisola” e del settimanale “Sireon7/Sireneo”. Scannapieco e Luigi Vizioli sono, secondo l’atto, referenti territoriali dell’associazione “Mani Pulite”, il cui fondatore e presidente è Andrea Cretella.

L’associazione avrebbe prestato il proprio nome per accreditare il gruppo come impegnato nella legalità. Secondo l’atto, Scannapieco azionava le campagne diffamatorie “in coincidenza con controlli amministrativi, inchieste giornalistiche, denunce o iniziative giudiziarie delle persone offese, in particolare nei confronti dei soggetti che si occupavano delle sue vicende processuali o dei suoi abusi edilizi o ne contrastavano le sue iniziative”.

La parte più concreta riguarda i giornali. Il sito de “Lo Strillo”, scrive la Procura, usciva ogni giorno con firme, rubriche e fotografie, senza essere mai registrato al tribunale competente: un giornale vero nell’aspetto e finto nella sostanza. Poi c’è il settimanale Sireon 7. Dopo la diffida a non procedere, notificata il 16 luglio 2025, e la revoca dell’incarico di direttore, comunicata il 21 luglio, la testata avrebbe cambiato nome in “Sireneo” e dal primo agosto sarebbe uscita come “in attesa di registrazione”, al prezzo di un euro.

Poi vengono i post, e il linguaggio è quello che l’atto riporta. Il 3 maggio 2025 Milone, sul sito, definisce il giornalista “calunnioso e vigliacco” e “millantatore”. Vizioli lo chiama “cialtrone”, “psicopatico”, “menzognero”, e lo accusa di aver venduto il lavoro “in cambio di una pizza”. Il 28 aprile 2025 Scannapieco pubblica un reel sulla struttura “Gocce di Capri”, con la scritta “Gocce di Capri abusive” e un messaggio al “caro direttore”, prospettando di segnalare Iurillo ai vertici del giornale.

Il 7 luglio 2025 scrive una PEC alla presidente e amministratrice delegata della Società editoriale Il Fatto (Seif), Cinzia Monteverdi, e al direttore Marco Travaglio, accusando Iurillo di “stillicidio mediatico”. Da giugno al 20 luglio 2026, secondo l’atto, Scannapieco ha pubblicato almeno quattordici post contro di lui: “fallito di successo”, “rifiuto speciale”, “speculatore seriale”, con l’accusa di vivere con i soldi della camorra. Parole degli indagati, non fatti.

Il contesto è quello del “Sistema Sorrento”. L’ex sindaco Massimo Coppola è stato arrestato nel maggio 2025. La commissione d’accesso, insediata nel marzo 2026, ha proposto lo scioglimento del Comune per infiltrazioni camorristiche; il governo ha deciso per prescrizioni. Il 18 agosto 2025 il Fatto ha raccontato un rapporto della segretaria generale Candida Morgera: minacce web a lei e all’avvocato comunale Donatangelo Cancelmo, impegnati nei controlli anticorruzione e antibusivismo.

Il 30 giugno 2026 Iurillo firmava un articolo sui verbali del “Sistema Sorrento”: testimonianze rese ad aprile da Candida Morgera e Donatangelo Cancelmo, secondo cui l’ex sindaco e alcuni consiglieri avevano rapporti con un pregiudicato indicato con le iniziali “M.S.”, che l’articolo indicava come una delle concause della richiesta di scioglimento.. Sono dichiarazioni, non accertamenti.

Il bersaglio era anche la fonte. Secondo l’atto, dopo l’intervista di Iurillo a Sant’Agnello al procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il 3 luglio 2026, il gruppo pubblicava il messaggio “Gratteri ‘o sape”: “Gratteri, Conte e Travaglio verranno informati di tutta la verità”. Secondo la Procura serviva a dire che il giornalista non era credibile.

Poi c’è la scena di Amalfi. Il 7 luglio 2025, durante un evento della rassegna letteraria organizzata da Iurillo, Cretella dichiara di avere ricevuto le denunce di Iurillo “nella buca delle lettere”, e gli rivolge l’espressione “ti devo togliere la casa“. Secondo l’atto, era rivolto a Iurillo.

Le accuse toccavano anche i soldi. Scannapieco sosteneva che Iurillo chiedesse gratis sale e servizi a ristoranti, pizzerie e locali, e una sala e 8.000 euro alla Fondazione Sorrento per la presentazione di un libro. Diceva che un appartenente alle forze dell’ordine gli avesse riferito che Iurillo aveva promesso di “fargliela pagare” per l’esposto sul Gocce. L’atto invece non attribuisce a Iurillo alcun illecito: le accuse contro di lui restano affermazioni degli indagati.

Il metodo, secondo la Procura, era la ripetizione: le stesse accuse tornavano da più profili e passavano da una testata all’altra. La campagna prospettava anche l’esistenza di dossier sulla persona offesa, e pubblicava articoli che la presentavano come “figlio di un camorrista”. Secondo l’atto stesso, Iurillo ha dovuto modificare le proprie abitudini di vita: ridurre la vita sociale e le occasioni conviviali, tenere riservati i luoghi frequentati e le relazioni personali, per il timore di ritorsioni.ha colpito anche il lavoro del cronista.

Il giornalista ha rassegnato le dimissioni dall’incarico di direttore artistico del Festival internazionale del giornalismo e del libro d’inchiesta, l’8 agosto 2026, e che la sede del festival non è più individuata a Massa Lubrense. Le prime tre edizioni, dal 2021 al 2023, si tennero sulla terrazza del Gocce di Capri, a Massa Lubrense, la struttura presa di mira dalla campagna. Dal 2024 in poi, la rassegna si trasferì nelle piazze pubbliche della costiera, fino al 2025 anche a Massa Lubrense. Nel 2026 gli eventi “itineranti” sono stati undici. Tra gli ospiti: Ranucci, Gratteri, De Magistris, Orsini, Di Battista e Francesca Albanese. Iurillo teme che la rassegna chiuderà, proprio per le minacce subite.

Il 3 e il 4 ottobre 2026, alla vigilia dell’udienza del 9 ottobre del processo in cui Vizioli è già imputato di stalking contro Iurillo, Scannapieco pubblicava nuovi post con “false e tendenziose allusioni” alla persona offesa. A fine settembre 2026 Scannapieco scriveva che il giornalista “sarebbe cresciuto” con i soldi della malavita, e lo invitava a tacere.

Un altro processo è già arrivato a sentenza. Il 16 luglio 2026 il giudice di Torre Annunziata ha condannato a due anni e otto mesi Salvatore Langellotto, imprenditore con precedenti per camorra, per atti persecutori ai danni dello stesso Iurillo.

Che cosa dicono gli indagati? Al momento non risulta una replica pubblica dei quattro. Questi hanno venti giorni dalla notifica per presentare memorie, chiedere atti o farsi interrogare. Poi il pubblico ministero deciderà se chiedere il rinvio a giudizio.

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Querele bavaglio, Il Fatto Alimentare vince in appello e stavolta incassa: ma per i giudici chiedere 1,5 milioni e perdere non è abuso

29 October 2026 at 10:07

Stavolta il conto lo paga chi ha fatto causa. La Corte d’appello di Venezia ha respinto l’impugnazione di Acqua Minerale San Benedetto contro Il Fatto Alimentare e ha confermato che quella testata non ha diffamato nessuno scrivendo, nel 2022, che uno spot con Elisabetta Canalis poteva suggerire che una bottiglietta d’acqua compensasse la colazione saltata. Quarta sconfitta per l’azienda in quattro anni, dopo due procedimenti d’urgenza e il primo grado. Altre due le aveva rimediate nella causa parallela contro l’account Instagram Aestetica Sovietica, che della stessa pubblicità si era occupato.

Una precisazione necessaria, perché l’omonimia inganna: Il Fatto Alimentare non ha alcun rapporto con il Fatto Quotidiano, né societario né redazionale. È un quotidiano online indipendente nato nel 2010, si occupa di etichette, sicurezza alimentare e pubblicità ingannevole, e lo mandano avanti in tre. Della sua battaglia avevamo raccontato a settembre, quando l’appello doveva ancora essere discusso.

La notizia, per chi fa questo mestiere, sta nelle ultime pagine della sentenza. In primo grado il Tribunale aveva riconosciuto alla testata 10.860 euro di spese legali, calcolandole sullo scaglione delle cause di valore indeterminabile. Roberto La Pira, che Il Fatto Alimentare lo dirige, aveva impugnato quel capo, e la Corte gli ha dato ragione: se un’azienda quantifica la propria domanda in “non meno di un milione e mezzo”, è su quel valore che vanno liquidate le spese a carico di chi perde. Vale il criterio del disputatum, non del decisum, come hanno stabilito quest’anno le Sezioni unite della Cassazione.

Risultato: 37.951 euro di compensi per il primo grado, quasi quattro volte quelli di prima, più 24.064 per l’appello, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge. E il raddoppio del contributo unificato, la sanzione per chi impugna e perde. Chi chiede cifre fuori scala, quando perde, paga sulla scala che si è scelto.

Nel merito la Corte è netta. Lo spot – le fette di pane che si bruciano, l’uscita di casa con la sola bottiglietta, “ascolto il mio corpo e bevo un’acqua leggera con tanti nutrienti preziosi” – “aveva certamente generato delle criticità comunicative, percepite in quanto tali non solo dagli appellati”. Leggerci un messaggio “ambiguo o diseducativo” non significa inventare un fatto inesistente, scrivono i giudici, ma valutare il significato complessivo di una pubblicità. E la sospensione dello spot decisa poi dall’azienda, pur non essendo un’ammissione, va valorizzata come fatto “sintomatico della non eccentricità della lettura critica”. Quanto al linguaggio degli articoli: “pur netto, non eccede affatto in espressioni insultanti o gratuitamente offensive”.

Sul danno, il milione e mezzo si sgonfia. San Benedetto aveva messo nel conto 864.219,80 euro per rifare la campagna, più il cachet della testimonial, non quantificato per riservatezza. Per la Corte quei costi “non valgono a dimostrare che tali esborsi siano conseguenza immediata e diretta degli articoli contestati”, visto che il dibattito critico sullo spot correva sul web da agosto e la modifica è anteriore all’articolo del 4 ottobre. C’è di più: l’indice reputazionale prodotto dall’azienda per dimostrare il crollo scendeva già da settembre 2021, un anno prima che quegli articoli esistessero, e dipende – lo dice la stessa relazione – da molteplici fattori.

Tutto bene, dunque. Tranne il punto che riguarda chiunque scriva. Il Fatto Alimentare aveva chiesto di condannare l’azienda per lite temeraria, l’articolo 96 del codice di procedura civile. Negato, come in primo grado. La domanda e l’appello “sono risultati infondati”, scrive la Corte, ma non si può ritenere che l’iniziativa sia stata “connotata da mala fede, colpa grave o abuso dello strumento processuale”. E soprattutto: “La mera sproporzione dell’importo richiesto, pur rilevante ai fini della regolazione delle spese e della valutazione della prova del danno, non è sufficiente a fondare la sanzione processuale invocata”.Tradotto: chiedere un milione e mezzo a una testata che ne fattura 150mila, perdere sei volte in quattro anni e insistere fino all’appello pesa sul conto delle spese, ma non è abuso del processo. La sproporzione conta come tariffa, non come comportamento.

Nel frattempo la legge che dovrebbe occuparsene è arrivata. Il decreto che recepisce la direttiva europea contro le querele bavaglio, approvato in ritardo e sotto procedura d’infrazione, è in vigore: ma vale per le sole cause civili con implicazioni transfrontaliere, e lascia fuori il penale e le controversie tutte italiane, che secondo Case Italia sono almeno nove su dieci. Questa, Venezia contro Milano, è una di quelle: non sarebbe cambiato nulla.

Restano quattro anni di carte, avvocati e notti in bianco per una redazione di tre persone, e una raccolta fondi fra i lettori che ha fruttato 23.656 euro. “Un giornalista può essere convinto di avere fatto correttamente il proprio mestiere”, scrive La Pira, “ma quando arriva una richiesta da 1,5 milioni rischia di sobbarcarsi spese legali inimmaginabili per poi arrivare a una sentenza che conferma il suo comportamento corretto”. Questa volta le spese le paga l’azienda. È una buona notizia, ed è anche la misura di quanto sia rara.

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