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Il manifatturiero italiano è il tallone d’Achille della cybersicurezza

30 October 2026 at 03:45

Il manifatturiero italiano è il settore più colpito dagli attacchi informatici nel nostro Paese. Non è soltanto una questione di frequenza: il dato assume un significato particolare se confrontato con la distribuzione globale degli incidenti, dove l’industria manifatturiera pesa molto meno. È uno dei segnali che emergono dall’ultimo rapporto Clusit sulla cybersecurity, dedicato al primo semestre del 2026: mentre il cybercrime cambia bersagli e metodi, la sicurezza informatica diventa sempre più una questione di continuità produttiva e di tenuta del sistema economico.

In sei mesi il Clusit ha censito 4.911 incidenti informatici gravi nel mondo, il numero più alto mai registrato in un singolo semestre. Sono il 105 per cento in più rispetto alla seconda metà del 2025 e il 71 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La media è salita a 819 incidenti al mese, contro i 439 del 2025 e i 171 del 2021. Tra gennaio e giugno è stato raggiunto il 93 per cento del totale degli incidenti censiti nell’intero anno scorso.

Il dato richiede però una precisazione. La crescita si concentra negli episodi per i quali non è stato possibile identificare la tecnica utilizzata: gli incidenti classificati come undisclosed sono passati dai 943 del primo semestre 2025 ai 3.321 del 2026, circa due terzi del campione. Al contrario, gli incidenti per cui la tecnica è nota sono diminuiti da 1.930 a 1.590. Il Clusit parla di un «paradosso della trasparenza»: aumentano le informazioni sugli incidenti, anche per effetto degli obblighi di notifica, ma spesso non emergono dettagli sufficienti per ricostruire le modalità dell’attacco. Il record, dunque, fotografa una crescita reale degli eventi noti, ma non permette di misurare con la stessa precisione l’evoluzione delle tecniche impiegate.

A livello globale il cybercrime è all’origine del 95,4 per cento degli incidenti, pari a 4.683 casi. L’hacktivism, invece, scende a 62 episodi, il 73 per cento in meno rispetto al primo semestre 2025. Tra i settori più colpiti, quello governativo, militare e delle forze dell’ordine è al primo posto con 751 incidenti; il commercio all’ingrosso e al dettaglio sale al terzo, con 467 casi, oltre quattro volte quelli registrati un anno prima.

In Italia la minaccia cambia forma, ma non scompare. Gli incidenti censiti sono 245: meno dei 280 del primo semestre 2025, ma in aumento dell’8 per cento rispetto al semestre precedente. Il peso italiano sul campione globale scende dal 9,5 al 5 per cento. A cambiare soprattutto è la distribuzione degli attacchi. L’hacktivism, che nel 2025 rappresentava il 38,7 per cento degli episodi italiani, scende al 17 per cento; il cybercrime torna a essere la causa prevalente, con circa l’82 per cento dei casi.

Si ridimensionano anche gli attacchi dimostrativi contro le istituzioni. Gli incidenti che riguardano il settore governativo, militare e delle forze dell’ordine passano dal 28,4 all’11 per cento del totale italiano, mentre l’incidenza degli attacchi DDoS scende dal 38,5 al 17 per cento. Il Clusit indica tra le possibili spiegazioni il rafforzamento delle procedure e delle difese, anche in seguito alla legge 90 del 2024 e alla direttiva NIS2, il ripristino più rapido dei servizi e una minore attenzione mediatica. È una tendenza da confermare con i dati dell’intero anno.

Il quadro più preoccupante riguarda però le imprese produttive. Il manifatturiero rappresenta il 18,4 per cento degli incidenti italiani, contro il 5,4 per cento a livello mondiale. Nel primo semestre sono stati censiti 45 episodi nel comparto. Le vittime italiane costituiscono così il 17 per cento di quelle manifatturiere registrate a livello globale, una quota sproporzionata rispetto al peso dell’Italia sul totale degli incidenti. Il dato non dimostra da solo una maggiore vulnerabilità delle aziende italiane: incidono anche la struttura produttiva nazionale, la composizione del campione e la visibilità degli attacchi. Mostra però quanto il settore industriale sia esposto nel panorama cyber del Paese.

Anche le tecniche utilizzate raccontano questo cambiamento. Il malware è tornato a essere la più frequente in Italia, passando dal 22,7 per cento degli incidenti nel 2025 al 43 per cento nel primo semestre 2026. La minaccia non riguarda soltanto la sottrazione di dati: un attacco può interrompere i processi produttivi, bloccare i servizi e propagarsi lungo le catene di fornitura. Per questo il rapporto richiama l’attenzione sul rischio sistemico che coinvolge manifatturiero, amministrazioni pubbliche, infrastrutture critiche e fornitori di servizi informatici.

L’intelligenza artificiale non viene indicata dal Clusit come la causa principale dell’impennata registrata nel semestre. Può però amplificare le capacità degli attaccanti e abbassare la soglia di competenze necessarie per condurre operazioni complesse. Il rapporto segnala inoltre i primi indizi di agentic hacking: sistemi di agenti autonomi capaci, in prospettiva, di coordinarsi, adattare le strategie e concatenare tecniche e vulnerabilità.

La conclusione è meno tecnologica di quanto possa sembrare. Se gli attacchi diventano continui e più accessibili, la sicurezza non può ridursi all’adempimento degli obblighi normativi. Per le imprese, soprattutto quelle manifatturiere, proteggere reti e sistemi significa anche garantire la continuità operativa. E, per un Paese in cui l’industria occupa un ruolo centrale, significa proteggere una parte della propria sicurezza economica.

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Il Pentagono ha rivelato uno spazioplano cinese grazie a un satellite privato

30 October 2026 at 03:45

Un satellite commerciale americano ha fotografato in orbita uno dei programmi spaziali più opachi della Cina. L’immagine, acquisita nel 2024 da un satellite di Maxar Technologies, oggi Vantor, è stata pubblicata dalla Defense Intelligence Agency (Dia), l’agenzia d’intelligence del Pentagono, nel suo nuovo rapporto “Challenges to Security in Space 2026”. Mostra uno spazioplano cinese sperimentale con ali, portellone del vano di carico e un modulo posteriore dotato di pannelli solari. È la più nitida immagine del velivolo resa pubblica finora, e offre uno sguardo raro su una capacità di cui Pechino divulga pochissimi dettagli. Una versione meno definita era già apparsa in una presentazione militare americana nel 2024.

La fotografia è significativa anche per chi l’ha scattata. WorldView-3, il satellite di osservazione della Terra di Maxar, è stato utilizzato per osservare un oggetto nello spazio, anziché una porzione della superficie terrestre. È un esempio di non-Earth imaging, la tecnica che permette ai satelliti commerciali di riprendere altri veicoli in orbita. Un’attività che può aiutare a raccogliere informazioni su sistemi spaziali altrimenti difficili da osservare, soprattutto quando i loro proprietari mantengono riservati caratteristiche e obiettivi.

La Dia non attribuisce al velivolo un nome nel rapporto, ma l’immagine viene associata al programma cinese comunemente noto come Shenlong. La sua sagoma ricorda quella dell’X-37B americano, lo spazioplano senza equipaggio utilizzato dalla Space Force per missioni sperimentali. La somiglianza, da sola, non dimostra che i due sistemi abbiano capacità o compiti identici.

La Cina ha condotto quattro missioni orbitali del suo veicolo sperimentale dal settembre 2020. La seconda, lanciata nell’agosto 2022, è durata 276 giorni; la terza, partita nel dicembre 2023, è rimasta in orbita per circa nove mesi. Una quarta missione è iniziata il 7 febbraio 2026. Durante le missioni precedenti, secondo le ricostruzioni disponibili, il veicolo avrebbe anche effettuato manovre di avvicinamento e interagito con altri oggetti nello spazio. Non sono però noti tutti i dettagli delle operazioni né il carico trasportato.

Gli spazioplani possono raggiungere l’orbita a bordo di un razzo, trasportare oggetti o apparecchiature da sperimentare e poi rientrare sulla Terra. La possibilità di recuperare il veicolo e riutilizzarlo li distingue dai satelliti tradizionali e li rende adatti a una varietà di attività sperimentali. Il rapporto della Dia osserva che, grazie alla loro maggiore manovrabilità, questi sistemi possono risultare più adatti dei satelliti convenzionali ad alcune missioni. Washington è ancora l’unico Paese con un programma operativo di veicoli di lancio riutilizzabili, secondo il documento, mentre Pechino punta a diventare il secondo.

Lo spazioplano, tuttavia, è soltanto uno degli elementi di un rapporto che descrive uno spazio sempre più affollato e conteso. Secondo la Dia, la flotta cinese di satelliti per intelligence, sorveglianza e ricognizione è cresciuta rapidamente: a luglio 2026 Pechino ne disponeva di oltre 510. Questi sistemi possono raccogliere immagini ottiche e radar, intercettare segnali e contribuire a individuare e seguire forze militari avversarie. Le informazioni raccolte possono sostenere operazioni a grande distanza, soprattutto nell’Indo-Pacifico.

La crescita delle capacità spaziali cinesi si accompagna allo sviluppo di strumenti per contrastare quelle degli avversari. Il rapporto esamina missili antisatellite, sistemi laser capaci di disturbare o danneggiare sensori ottici e tecnologie che potrebbero consentire a un veicolo di avvicinarsi ad altri satelliti. Alcuni sistemi hanno anche impieghi civili, per esempio nella manutenzione orbitale o nella rimozione dei detriti: proprio questa natura duale rende difficile stabilire, in ogni caso, dove finisca la sperimentazione e dove inizi una possibile applicazione militare.

La guerra in Ucraina ha mostrato quanto queste capacità contino già sul campo. Le comunicazioni satellitari e i servizi di navigazione hanno sostenuto le operazioni militari, mentre la Russia ha fatto ricorso a disturbi elettronici e attacchi informatici contro sistemi utilizzati dall’Ucraina. Nei primi giorni dell’invasione, un attacco informatico ha colpito il servizio satellitare di comunicazione di Viasat. La diffusione di servizi commerciali ha aumentato la resilienza delle comunicazioni ucraine, ma ha anche reso le infrastrutture private parte integrante del confronto militare.

Il documento dedica spazio anche alla Russia, che secondo l’intelligence americana sta sviluppando un satellite destinato a trasportare un’arma nucleare. Un’esplosione nucleare in orbita potrebbe danneggiare o rendere inutilizzabili migliaia di satelliti, compromettendo servizi di comunicazione, navigazione, meteorologia e sicurezza nazionale. La Dia sottolinea inoltre che Mosca ha cercato sostegno da soggetti cinesi per compensare le difficoltà di accesso a tecnologie spaziali occidentali dopo le sanzioni.

Il quadro comprende infine i programmi spaziali di Iran e Corea del Nord e la crescente diffusione di capacità in grado di interferire con i sistemi orbitali. La previsione americana è che la competizione aumenterà nel prossimo decennio, con più satelliti, più attori e maggiori rischi per le infrastrutture da cui dipendono le economie e gli apparati militari.

In questo scenario, la fotografia dello spazioplano cinese racconta due trasformazioni. Pechino sta ampliando le proprie capacità nello spazio, mentre Washington può contare anche su società commerciali per osservare programmi che restano in larga parte segreti. La competizione orbitale si gioca ormai non soltanto tra governi e forze armate, ma anche attraverso sensori e servizi privati capaci di trasformare un’immagine ripresa a decine di chilometri di distanza in una nuova fonte d’intelligence.

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