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Censura, sequestri e arresti. Così il Cremlino è riuscito a soffocare Novaya Gazeta

30 October 2026 at 16:20

“Abbiamo resistito finché abbiamo potuto”. Così si conclude il comunicato con cui lo storico quotidiano Novaya Gazeta annuncia che il prossimo 9 novembre chiuderà in modo definitivo dopo 33 anni dalla sua fondazione, in uno sviluppo che rappresenta un punto di svolta (purtroppo in senso negativo) per la storia del giornalismo russo. Una notizia che non arriva come un fulmine a ciel sereno, ma al contrario come il facilmente prevedibile esito di una lunga campagna di pressione condotta nei confronti della testata d’inchiesta più celebre della Federazione Russa.

La morsa si era stretta con l’invasione su larga scala dell’Ucraina. Le norme introdotte nel 2022, che puniscono con lunghe pene detentive il “discredito” delle forze armate e la diffusione di quelle che le autorità considerano notizie false, hanno reso di fatto impossibile raccontare la guerra. Il 28 marzo di quell’anno, dopo il secondo avvertimento di Roskomnadzor per non aver indicato lo status di “agente straniero” di alcune organizzazioni citate, il giornale aveva sospeso le pubblicazioni. A settembre le autorità gli avevano revocato la licenza di stampa e a novembre avevano bloccato anche il sito. La redazione rimasta a Mosca ha comunque continuato a lavorare online, attenendosi alle regole della censura militare, senza però riuscire a sottrarsi alla pressione delle autorità.

Nel 2023 erano state sequestrate pure le rotative, con la nazionalizzazione delle tipografie in cui il giornale veniva stampato. Nello stesso anno lo storico direttore Dmitry Muratov, premio Nobel per la pace nel 2021, era stato dichiarato “agente straniero” e aveva lasciato la guida del giornale a Sergei Sokolov. Il nuovo direttore era stato a sua volta multato nel febbraio 2024 per aver “screditato” le forze armate.

E quest’anno, la situazione è diventata ancora più complessa per la testata. Ad aprile i servizi di sicurezza hanno perquisito gli uffici di Potapovsky Pereulok numero 3 e arrestato uno dei redattori, Oleg Roldugin, con l’accusa di uso illecito di dati personali, un reato punibile in Russia fino a dieci anni di carcere. Oggi Roldugin è agli arresti domiciliari in attesa di processo. Secondo il giurista Vitaly Maryasov, è il primo giornalista perseguito per l’uso di dati personali nel proprio lavoro d’inchiesta, un’accusa finora rivolta a chi gestisce banche dati trafugate o ai funzionari che le fanno trapelare. L’ultimo tassello risale a inizio settembre, quando il giornale è stato inserito nella lista degli “agenti stranieri”, un’etichetta che in Russia comporta isolamento economico e reputazionale.

L’esperienza di Novaya Gazeta non viene però completamente meno. Molti giornalisti hanno lasciato il Paese nel 2022, e una parte di loro ha fondato in Lettonia Novaya Gazeta Europe, che continuerà a uscire nonostante le autorità russe l’abbiano dichiarata “organizzazione indesiderata”, de facto mettendola al bando in patria. Il testimone passa così definitivamente a chi ha scelto l’esilio, ma raccontare la Russia da Riga non è la stessa cosa che farlo da Mosca. E dal prossimo 9 novembre, il racconto della Russia sarà sicuramente meno chiaro.

Non provocate Mosca. Cosa significa il non fate rumore di Washington

30 October 2026 at 11:52

Basta ricorrere a una retorica dura contro Mosca. L’altolà è arrivato da Washington nel corso delle ultime settimane, e rappresenta un segnale evidente di come stiano mutando drasticamente le logiche che regolano i rapporti nel triangolo Stati Uniti-Europa-Russia. Secondo la Reuters, che ha ottenuto la notizia da funzionari statunitensi ed europei con una conoscenza diretta della questione, la richiesta sarebbe stata avanzata da Washington in una serie di colloqui bilaterali con diversi Paesi europei. Tra questi, le fonti menzionano con certezza Estonia, Lettonia e Lituania, ma non escludono che un simile messaggio sia stato convogliato anche ad altri Paesi.

E oltre al cosa, è interessante soffermarsi anche sul chi, poiché a trasmettere questo messaggio agli alleati del Vecchio Continente nel corso dei suddetti colloqui bilaterali sarebbe stato il sottosegretario alla Difesa con delega alla policy Elbridge Colby, figura di un certo rilievo nell’amministrazione Trump già nota per essere un fervente sostenitore del disengagement statunitense dall’Europa.

Alcuni dettagli contribuiscono a stemperare la tensione. Queste richieste, come sottolineano le stesse fonti, non sarebbero state trasmesse con aggressività e “in modo conflittuale”, e da parte statunitense il riferimento non sarebbe stato alla retorica generale, ma all’uso di specifiche espressioni impiegate dalle figure istituzionali europee, come ad esempio quella del “topo costretto all’angolo” impiegata poche settimane fa dal primo ministro estone Kristen Michal in riferimento al leader russo Vladimir Putin, espressione usata per contestualizzare il crescente ricorso ad azioni di sabotaggio in Europa come diretta conseguenza dello stallo registrato sul campo di battaglia ucraino. Inoltre, uno dei funzionari europei a conoscenza dei fatti ha riportato anche altre espressioni impiegate dai partner statunitensi nel corso dei colloqui: “Vi stiamo aiutando. Gli americani sono lì. Basta che non facciate troppo rumore. Non date nell’occhio”.

Ma a rendere particolarmente rilevante la faccenda è la tempistica. Le pressioni del Pentagono sono infatti arrivate nelle stesse settimane in cui tra Washington e Mosca si è registrato un riavvicinamento sempre più concreto. A inizio ottobre il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato un’intesa con Putin per riportare sul mercato il gasolio russo e ha allentato le sanzioni sui carburanti, mentre in contemporanea i rapporti con Kyiv toccavano il punto più basso degli ultimi mesi. Poche settimane dopo, l’inviato speciale Steve Witkoff è stato ricevuto da Putin a San Pietroburgo, con il quale avrebbe portato avanti una discussione su possibili cooperazioni in ambito economico tra Stati Uniti e Russia, da joint venture energetiche al Nord Stream, e dall’affaire Lukoil alla gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Dossier che toccano direttamente gli interessi europei, ma che non sono stati discussi con questi ultimi. In questa cornice, l’invito a non “fare rumore” assume un valore completamente diverso. Che potrebbe causare malumori, se non spingere a qualcosa di più.

Dalle colonne corazzate agli assalti a ondate. Come cambia la guerra russa

30 October 2026 at 07:31

L’esercito russo che combatte oggi in Ucraina ha poco a che vedere con quello che varcò il confine nel febbraio 2022. Le colonne corazzate lanciate in profondità sono sparite. Al loro posto c’è una pressione continua su un fronte ampio, esercitata da piccoli gruppi d’assalto di quattro-otto uomini che avanzano a ondate successive contro lo stesso obiettivo. È il quadro tracciato da Hlib Parfonov in un’analisi pubblicata dalla Jamestown Foundation, in cui l’autore prova anche a tradurre l’esperienza del conflitto in indicazioni operative per i Paesi baltici.

Il primo elemento su cui si concentra Parfonov nella sua analisi è il carattere “sacrificabile” della prima ondata degli attacchi, impiegata in funzione di “ricognizione col fuoco”, con il compito di costringere il difensore a rivelare le proprie postazioni, che vengono poi colpite da successive ondate più pesantemente armate e coordinate con droni e artiglieria. A questo fenomeno si affiancano quelli di frequenti azioni diversive su un fianco per attirare le riserve, così come quelli di cicli di addestramento di due-tre settimane su riproduzioni a grandezza naturale delle località da conquistare.

Il secondo elemento centrale nell’analisi di Parfonov riguarda l’impiego dei droni first person-view. Secondo l’esperto, questa tipologia di sistemi unmanned costituisce oltre il 90% dei sistemi senza pilota impiegati nella zona di combattimento, ed è responsabile di quasi il 70% delle distruzioni di mezzi corazzati russi.  E anche all’interno della categoria si sta assistendo ad una transizione: già a metà 2025 i droni guidati in fibra ottica superavano il 20% dell’impiego totale di droni Fpv, riducendo drasticamente l’efficacia della guerra elettronica.

L’autore valorizza anche l’autocritica russa. I quaderni di sintesi dell’esperienza di combattimento distribuiti alle truppe riconoscono il degrado dell’organico tradizionale, e lo stesso fa il segmento analitico dei canali Telegram filo-bellici. Le squadre di fanteria motorizzata hanno smesso di funzionare come elementi dell’ordine di battaglia e la fanteria si divide ormai tra unità “di tenuta” e “d’assalto”. Inoltre, mantenere una posizione impreparata per più di un giorno costa più perdite dell’attacco.

Come applicare dunque queste lezioni al teatro baltico? Parfonov riprende un’ipotesi operativa su un’eventuale offensiva contro la Lettonia, in cui l’attacco non punterebbe alle grandi città, ma seguirebbe invece l’asse Daugavpils-Rēzekne-Jēkabpils-Jelgava fino a Tukums, per spezzare il Paese, isolare Riga e imporre un “negoziato” alle condizioni di Mosca. Uno scenario plausibile, ma non con i numeri attuali: delle circa 17 divisioni previste per il 2025, infatti, la Russia ne ha costituite appena quattro, mentre il reclutamento di circa 400mila contrattisti basta a malapena a compensare le perdite. Cifre non sufficienti, conclude l’autore dell’analisi, per permettere la messa in atto di una simile operazione.

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