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Normal view

Il mondo libero ha ancora bisogno dell’America

30 October 2026 at 03:45

Ci vuole molto coraggio per essere ottimisti oggi sull’America devastata da Donald Trump e presa in ostaggio dagli oligarchi dell’intelligenza artificiale. Ci vuole molto coraggio, ma bisogna fare di tutto per cercarlo e trovarlo, in modo da restare aggrappati all’idea dell’America come faro di libertà e democrazia e progresso e prosperità, come è sempre stata al netto delle immense contraddizioni e ingiustizie, particolarmente evidenti proprio negli Stati Uniti, ancora di più che nei Paesi, come il nostro, che dopo la Seconda guerra mondiale sono stati protetti dagli americani e con una maggiore copertura sociale hanno contribuito a costruire il cosiddetto mondo libero e pacifico guidato da Washington.

Sì, il modello di vita occidentale è molto lontano dall’essere perfetto ma, a parte che la perfezione non esiste, avete presente le alternative? Le alternative al modello americano sono l’autoritarismo russo, la dittatura cinese, la teocrazia sciita, il fondamentalismo islamico, per non parlare del nazifascismo e del comunismo.

Quel mondo americano che abbiamo conosciuto oggi è in crisi, spesso vittima del suo stesso successo: la crescita impetuosa della Cina e dell’Asia e la liberazione dell’Europa orientale dal comunismo che, insieme, hanno piegato il sistema industriale e il mercato del lavoro occidentale creando il discontento diffuso dove prima si concentrava la ricchezza, cosa altro sono se non il trionfo del modello americano esportato con la globalizzazione che ha sottratto miliardi di persone ai quattro angoli del pianeta dalla povertà estrema?

Questo modello è stato messo in discussione innanzitutto dall’America, e già prima di Trump. È cominciato tutto alla fine della presidenza di George W. Bush, anche come conseguenza degli interventi militari e democratici post 11 settembre in Medio Oriente che non sono riusciti a centrare l’obiettivo di promuovere in pieno libertà e stato di diritto (eppure gli afghani, e soprattutto le afghane, stavano meglio proprio in quegli anni di febbricitante promozione armata della democrazia, piuttosto che prima o dopo, sotto la sciabola talebana).

Alla fine degli anni di Bush (2000-2008), in reazione al “conservatorismo solidale” di quel tanto bistrattato presidente, sono nati i movimenti bipopulisti che ancora oggi infestano il mondo occidentale: i Tea party a destra, Occupy Wall Street a sinistra. Vent’anni dopo, il nazionalismo becero e ignorante dei Tea Party ha conquistato il Partito Repubblicano e la Casa Bianca, e i movimenti anticapitalisti hanno a poco a poco spostato l’asse politico dei democratici americani a sinistra, fino alla recente fiammata socialista che scalda l’attuale Partito Democratico.

Barack Obama, un po’ per reazione alle campagne mediorientali di Bush un po’ per formazione ideologica, ha assunto il ruolo di amministratore globale del declino americano nei rapporti con il resto del mondo, ma il declino americano non è una condizione dettata dal destino, è una scelta politica ben precisa, uguale e contraria a quella, come si diceva una volta, dell’America che fa il poliziotto del mondo. Obama ha cominciato a ritirare l’America da molti quadranti internazionali, in particolare dall’Europa e dal Medio Oriente, si è messo a guidare il mondo dal sedile del passeggero («leading from behind») e ha cominciato a limitare la propensione americana alla promozione della democrazia che aveva caratterizzato gli anni di Reagan, Clinton e Bush. Dalla Georgia alla Siria, dalla Libia alla Crimea, l’America ha smesso di fare l’America e ha preparato il terreno alla tragedia di Trump, il quale senza avere la grazia di Obama non solo ha cominciato a considerare nemici gli alleati e a intrattenere rapporti fraterni con i peggiori aguzzini del pianeta, ma ha anche cominciato a smantellare quel geniale reticolo di alleanze fatto di organizzazioni multilaterali e internazionali che nel secondo dopoguerra il genio americano ha costruito per guidare il mondo in condivisione con gli alleati.

Trump ovviamente ha fatto molto di più e di peggio, perché è mosso esclusivamente dall’interesse personale, suo e del suo brand, ed è un analfabeta della democrazia che non appartiene a nessuna famiglia politica tradizionale.

Il risultato è che oggi l’America non è più quella «città illuminata sulla collina» che indica la strada verso una società migliore e più giusta.

Le parole dell’Antico Testamento di cui si era appropriato il puritano John Winthrop nel Seicento, e poi soprattutto Ronald Reagan, ma anche Barack Obama proprio per segnare la differenza tra l’America che abbiamo sempre conosciuto e quella di Trump, oggi non hanno più senso.

L’America non è più un modello illuminato cui guardare per costruire un mondo migliore, al contrario è fonte di oscurità e genera tenebre.

Trump, con Xi Jinping e Putin, ha demolito l’ordine mondiale successivo alla Seconda guerra mondiale per far precipitare il mondo nel caos del modello anteguerra.

Prima della catastrofe Trump, con il caro e vecchio ordine internazionale post bellico, le grandi potenze avevano smesso di conquistare e annettere Paesi vicini.

Il sistema di commercio internazionale si basava sulla reciprocità, con dazi bassi e mercati prevalentemente aperti. Non è più così, e Russia e Cina ne hanno approfittato. Dall’inizio del secondo mandato, Trump ha scatenato il potere americano contro gli alleati e i partner, considerati vassalli e scrocconi; ha minacciato di annettersi il Canada e la Groenlandia; e ha cambiato i nomi ai golfi e ai laghi per umiliare ulteriormente i Paesi amici.

Trump ha imposto i dazi più alti su Canada, Giappone, Corea del Sud, India e Unione Europea, e si era dimenticato di imporli alla Russia; e ha abbandonato l’Ucraina, provando pure a saccheggiare la sua ricchezza mineraria per ragioni occulte, a parte la sua palese e gigantesca stupidità, che prima o poi qualcuno riuscirà a spiegare.

Oggi l’America di Trump non è più il garante di un sistema di alleanze tra democrazie e società aperte che la pensano allo stesso modo sui diritti fondamentali, come la libertà, ma è un potere ostile che facilita l’ascesa di tutti i movimenti antidemocratici e illiberali, e che esercita la sua influenza a maggior gloria di un leader che si percepisce imperatore e del suo tornaconto personale.

Non sarà facile restaurare l’America, una volta che il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti uscirà dalla Casa Bianca, ammesso e non concesso, visto il precedente assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, che Trump accetterà di lasciarla democraticamente.

Le elezioni di metà mandato sono il primo test di controllo della democrazia americana, poi ci saranno le elezioni del 2028 a decidere il futuro. Non sono così certo che tutto si svolgerà democraticamente e senza scossoni sociali e costituzionali. Ma anche se tutto andasse per il verso giusto, il prossimo presidente degli Stati Uniti, chiunque egli o ella sarà, dovrà ricostruire l’America e il mondo libero dalle macerie, dovrà riconquistare la fiducia degli alleati e immaginare un nuovo mondo come quello che i predecessori architettarono dopo la Seconda guerra mondiale, possibilmente evitandone una terza. Sarà dura, durissima, ma l’America ha ancora gli uomini, le donne, la forza, il dinamismo, lo spazio, l’innovazione, l’ingegno, e istituzioni solide da 250 anni per poter superare la calamità Trump e tornare di nuovo grande.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 03/26 – “Ritorno al futuro”, in edicola da sabato 31 ottobre ma gia ordinabile qui.

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