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Le dimissioni di Lagarde negano a Le Pen di scegliere il prossimo presidente della Bce

30 October 2026 at 03:45

Le dimissioni anticipate di Christine Lagarde dalla Banca centrale europea offrono a Emmanuel Macron un vantaggio politico prezioso: la possibilità di partecipare alla scelta del prossimo presidente della Bce prima che le elezioni francesi del 2027 portino eventualmente Marine Le Pen all’Eliseo. Lagarde lascerà Francoforte il 7 febbraio, quasi nove mesi prima della scadenza naturale del mandato, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha già avviato la procedura per la successione. I governi dell’eurozona puntano a raggiungere un accordo entro la fine dell’anno, forse già al vertice di Bruxelles del 17 e 18 dicembre. Macron, che non potrà ricandidarsi dopo due mandati consecutivi, avrà così voce in capitolo sulla nomina di chi guiderà la politica monetaria europea fino al 2035. Se Lagarde fosse rimasta fino al 31 ottobre 2027, quella scelta sarebbe spettata anche al suo successore all’Eliseo, potenzialmente la leader del Rassemblement National, in testa ai sondaggi.

Le prime avvisaglie erano arrivate a febbraio, quando François Villeroy de Galhau, governatore della Banque de France e membro del Consiglio direttivo della Bce, aveva annunciato le dimissioni con oltre un anno di anticipo, motivandole con ragioni personali e negando pressioni politiche. E già otto mesi fa il Financial Times aveva riferito che anche Lagarde stava valutando un’uscita anticipata per consentire a Macron e al cancelliere tedesco Friedrich Merz di orientare la scelta del suo successore prima delle presidenziali francesi. La Bce aveva allora precisato che nessuna decisione era stata presa nella più tradizionale delle smentite di rito. 

Macron avrà voce in capitolo, ma non l’ultima parola. A scegliere il presidente della Bce saranno i leader dei ventuno Paesi Ue che possiedono la moneta unica.. Non serve l’unanimità: bastano sedici Stati che rappresentino almeno il 65 per cento della popolazione. La Francia ha bisogno di una presidenza benevola perché è diventata una delle principali fonti di instabilità finanziaria dell’eurozona. Il 22 ottobre il rendimento dei titoli di Stato decennali francesi ha raggiunto il 5,14 per cento, il livello più alto dal luglio 2002. Lo spread rispetto ai Bund tedeschi ha superato i 170 punti base, tornando sui valori della crisi dei debiti sovrani del 2011. Le difficoltà nel contenere il deficit pubblico si accompagnano all’incertezza sulla tenuta politica del Paese. Per gli investitori è ormai un rischio concreto la prospettiva di un governo ostile alle regole europee. Tradotto: Le Pen.

Il prossimo presidente della Bce potrebbe quindi trovarsi a gestire una crisi del debito francese  con un bazooka di cui dispone dal 2022, il Transmission Protection Instrument, che consente di intervenire quando le tensioni sui mercati obbligazionari compromettono il funzionamento della politica monetaria. La sua attivazione è però subordinata a condizioni precise. Se un futuro governo francese entrasse in conflitto con Bruxelles sui conti pubblici, la Bce dovrebbe valutare quanto dell’aumento dei rendimenti dipenda da dinamiche di mercato ingiustificate e quanto dalle scelte di Parigi. Una decisione delicatissima, nella quale il peso del presidente conterebbe molto.

La successione a Lagarde si intreccia con altre due nomine. Il 3 gennaio 2027 Isabel Schnabel lascerà il Comitato esecutivo per trasferirsi al Fondo monetario internazionale, mentre il 31 maggio scadrà il mandato del capo economista Philip Lane. Tre incarichi da distribuire nel giro di pochi mesi, con la possibilità per i governi di negoziare un accordo complessivo. La corsa alla presidenza si concentra, per ora, su due nomi: l’olandese Klaas Knot, ex governatore della banca centrale dei Paesi Bassi, e lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, già alla guida del Banco de España e oggi direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali. Entrambi sostenuti dai rispettivi governi, hanno attirato l’attenzione del cancelliere tedesco Merz, che ha programmato incontri con i due candidati. Knot, un tempo tra i critici più severi delle politiche espansive di Mario Draghi, ha acquisito negli anni una reputazione di pragmatico. Hernández de Cos è considerato più moderato e particolarmente abile nel costruire consenso.

Secondo Reuters, Macron sarebbe disposto a sostenere Knot in cambio dell’incarico di capo economista per un candidato francese. Tra i nomi circolano Agnès Bénassy-Quéré, vicegovernatrice della Banque de France, e Laurence Boone, ex capo economista dell’Ocse. Berlino, invece, sembra aver ridimensionato le ambizioni del presidente della Bundesbank Joachim Nagel, inizialmente tra i favoriti, per puntare al posto lasciato da Schnabel. Resta la possibilità di un candidato di compromesso, come François Villeroy de Galhau, ex governatore della banca centrale francese, indicato dal centro studi monetario OMFIF come possibile soluzione in caso di stallo. L’Italia, almeno per ora, è fuori dalla corsa: il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha dichiarato che Roma non ha un proprio candidato. Nessuna possibilità, invece, di un ritorno di Mario Draghi, che ha già esaurito il mandato di otto anni, non rinnovabile per disposizione dei trattati europei.

Lagarde conosce bene questo terreno. Il risultato più importante dei suoi sette anni a Francoforte riguarda proprio la capacità di impedire che una crisi economica diventi una crisi di fiducia nell’euro. Durante la pandemia la Bce varò un programma straordinario di acquisti di titoli, il Pepp, la cui dotazione massima venne portata a 1.850 miliardi di euro. La flessibilità degli interventi contribuì a contenere le tensioni sui debiti pubblici, soprattutto nei Paesi più esposti come l’Italia.

Quel successo arrivò dopo uno degli errori più noti della sua presidenza. Il 12 marzo 2020, durante una conferenza stampa, Lagarde dichiarò che la Bce non era lì per «chiudere gli spread», provocando una brusca reazione dei mercati. Dopo gli anni del «whatever it takes» di Mario Draghi, quelle parole sembrarono mettere in discussione la disponibilità della banca centrale a difendere l’integrità dell’euro. Lagarde dovette correggere rapidamente il messaggio. Nei mesi successivi, gli interventi della Bce avrebbero smentito la sua prima dichiarazione.

Arrivata a Francoforte nel novembre 2019 senza precedenti esperienze alla guida di una banca centrale, Lagarde ha dimostrato soprattutto capacità di mediazione. L’ex ministra delle Finanze francese è riuscita a ricucire alcune delle divisioni interne al Consiglio direttivo, l’organo che decide la politica monetaria dell’eurozona e riunisce i sei membri del Comitato esecutivo della Bce e i governatori delle banche centrali dei ventuno Paesi che adottano l’euro. Un confronto spesso difficile, soprattutto tra i rappresentanti del Nord Europa, più rigorosi sull’inflazione, e quelli favorevoli a politiche monetarie più accomodanti. Lagarde ha saputo trovare compromessi e costruire consenso, una qualità che le ha permesso di guidare l’istituzione attraverso crisi eccezionali.

Più controverso è il bilancio sulla gestione dell’inflazione. La Bce ha tardato a riconoscere la persistenza delle pressioni sui prezzi emerse nel 2021 e ha aumentato i tassi per la prima volta soltanto nel luglio 2022, quando l’inflazione aveva già superato ampiamente l’obiettivo del 2 per cento previsto dai trattari Ue. Nell’ottobre successivo ha raggiunto il 10,6 per cento. L’invasione russa dell’Ucraina e l’impennata dei prezzi energetici erano fattori fuori dal controllo di Francoforte, ma il ritardo nella risposta ha costretto la banca centrale a una stretta particolarmente aggressiva.

In poco più di un anno la Bce ha alzato i tassi per dieci volte consecutive, portando quello sui depositi dal meno 0,50 al 4 per cento. Il credito è diventato rapidamente più caro per famiglie e imprese, mentre l’economia europea faticava a crescere. Con il rallentamento dell’inflazione, Francoforte ha avviato i tagli nel giugno 2024, riportando il tasso sui depositi al 2 per cento un anno dopo. Lagarde è riuscita a contenere l’aumento dei prezzi senza provocare una recessione generalizzata, ma il ritardo iniziale resta uno dei principali punti deboli della sua presidenza.

Gli ultimi mesi hanno riaperto il problema. Il nuovo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente ha spinto l’inflazione dell’eurozona al 3,8 per cento in settembre, mentre per il 2026 è prevista una crescita di appena lo 0,9 per cento. La Bce ha già riportato il tasso sui depositi al 2,50 per cento e si trova nuovamente a dover frenare i prezzi senza compromettere un’economia fragile. Lagarde si prepara così a lasciare un’istituzione più attrezzata ad affrontare le crisi finanziarie, ma ancora alle prese con il difficile equilibrio tra stabilità monetaria e crescita.

L’uscita anticipata potrebbe aprirle anche nuove prospettive. Secondo alcune indiscrezioni, il World Economic Forum sta valutando di affidarle la presidenza e potrebbe decidere già a novembre. Libera dai vincoli del suo incarico a Francoforte, Lagarde avrebbe maggiore spazio per intervenire nel dibattito politico francese ed europeo. Ha escluso una candidatura all’Eliseo, ma ha più volte rivendicato le proprie convinzioni europeiste. Sullo sfondo resta anche l’ipotesi, al momento fantapolitica, di una futura corsa alla presidenza della Commissione europea dopo le elezioni del 2029.

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