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Omonimi spioni. Jensen Huang sorvegliato da un’altra Huang per conto di Pechino

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Israele oltre Netanyahu. La sfida dell’unità nazionale e la partita con l’Iran secondo Molinari

La democrazia israeliana è in trasformazione, dalle elezioni sono usciti più vincitori, il presidente Isaac Herzog lavora all’unità nazionale e i cambiamenti in corso possono avere impatto non solo in Medio Oriente: questa la lettura del voto nello Stato ebraico da parte di Maurizio Molinari, giornalista e scrittore, già corrispondente de La Stampa da Gerusalemme-Ramallah prima di diventare direttore de La Stampa, di Repubblica e, ora, direttore editoriale del gruppo SAE. Nel suo ultimo libro “Le mappe per capire il potere” (edito da Rizzoli) c’è un’attenta analisi dei cambiamenti in corso in Medio Oriente che aiutano a comprendere anche ciò che sta avvenendo in questi giorni.

Israele senza maggioranza: è la fine dell’era Netanyahu o la prova che resta il leader più abile nel gestire la frammentazione?

La chiave di lettura di questo voto è che hanno vinto in tre. Ha vinto Benjamin Netanyahu, perché il Likud resta il primo partito con 26 seggi e il suo blocco, 53 seggi, è il più numeroso. Ha vinto Gadi Eisenkot, perché Yashar, al debutto, è subito il secondo partito con 21 seggi e lui è il leader indiscusso del fronte del cambiamento. Hanno vinto i partiti arabi, che con 19 seggi ottengono un risultato storico, quasi il doppio della legislatura uscente. Non siamo davanti alla fine dell’era Netanyahu. Siamo davanti alla fine dell’era in cui Netanyahu poteva governare da solo con la destra radicale e i partiti religiosi. Il premier resta indispensabile ma non è più autosufficiente. Ed è proprio questo equilibrio tra vincitori, nessuno dei quali può governare da solo, a rendere l’unità nazionale l’esito più probabile.

Quali scenari di governo sono realistici? E cosa rischia Netanyahu, politicamente e giudiziariamente?

L’ipotesi più probabile, anche se la più difficile, è un governo di unità nazionale tra Likud e Yashar. I motivi sono cinque. L’aritmetica: Likud e Yashar insieme hanno 47 seggi e possono agilmente raggiungere la maggioranza di 61 con alleati di centro e di destra, senza dipendere né dagli arabi né dall’estrema destra. I veti incrociati che bloccano le alternative: Netanyahu esclude i partiti arabi, Liberman rifiuta un governo di minoranza o con arabi e haredi. Liberman, anzi, punta proprio su un’intesa Eisenkot-Netanyahu. L’inchiesta sulle interferenze straniere: è stata aperta un’indagine sul sospetto che Qatar e Turchia abbiano inviato ingenti fondi in Israele per mobilitare l’elettorato arabo e rendere il Parlamento ingovernabile. Il presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Noam Sohlberg, ha ordinato allo Shin Bet di indagare sul sospetto che entità straniere abbiano finanziato la mobilitazione degli elettori arabi. È un passo senza precedenti nella storia elettorale israeliana. Il sospetto riguarda fondi provenienti da Paesi vicini ai Fratelli Musulmani e la polizia ha già arrestato quattro persone nel sud per presunta corruzione elettorale. Finché l’indagine è aperta, un governo dell’opposizione con l’appoggio esterno arabo diventa politicamente ancora più costoso. Il costo del ritorno alle urne: nuove elezioni indebolirebbero un Paese ancora alle prese con Hamas a Gaza e la minaccia iraniana. Senza contare che molti in Israele ritengono che le cinque elezioni successive, fra il 2019 e il 2022, furono il momento nel quale Hamas maturò che c’erano le condizioni migliori per lanciare l’attacco del 7 ottobre. La pressione di Washington. È un fattore cruciale perché Trump ha bisogno di avere in Israele un alleato stabile in vista della ripresa delle operazioni militari contro l’Iran.

Quali sono gli ostacoli maggiori sull’unità nazionale?

L’ostacolo maggiore resta il rifiuto di Eisenkot di servire sotto Netanyahu, anche a rotazione. Ma in Israele le promesse elettorali sono assai spesso posizioni negoziali ed Eisenkot ha già fatto parte del gabinetto d’emergenza dopo il 7 ottobre. La trattativa ruoterà su tre nodi: chi guida per primo, la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e la leva degli ultraortodossi.

Sul piano giudiziario, l’unità nazionale offrirebbe a Netanyahu una via d’uscita. Herzog vuole un accordo tra le parti prima di valutare la grazia, e non esiste un precedente di grazia a processo in corso. Un patteggiamento legato a un passo indietro concordato potrebbe diventare parte dell’intesa di governo.

Dopo la riforma della giustizia, il 7 ottobre e la guerra, questo voto segna un cambiamento politico o un cambiamento della società?

Il voto descrive un cambiamento profondo della società e il segnale più forte arriva dagli arabi israeliani. L’affluenza nazionale ha toccato il 77,7%, la più alta dal 1999, e quella araba ha sfiorato l’80%. Per la prima volta, secondo le stime preliminari, gli arabi hanno votato in proporzione più degli ebrei.

Il dato più simbolico viene da Gerusalemme Est. Oltre 10.000 palestinesi con cittadinanza israeliana hanno votato, triplicando il dato precedente e rompendo un boicottaggio che durava dal 1967. Questo significa che sta cadendo, tra gli arabi, il tabù dello Stato sionista. Votare per la Knesset vuol dire riconoscere le istituzioni d’Israele come il luogo in cui difendere i propri diritti. È la smentita più netta della narrativa di Hamas e dell’Iran, che descrivono Israele come un’entità da cancellare.

Qui serve una distinzione netta fra il sospetto di ingerenze straniere e il voto popolare. Un conto sono gli eventuali finanziatori stranieri, che vanno perseguiti con rigore. Un altro sono gli elettori arabi, che hanno esercitato un diritto. La polizia ha respinto le accuse del Likud di elezioni “rubate”, affermando che non ci sono prove a sostegno. Eisenkot chiede di indagare a fondo ma avverte di non usare l’inchiesta per ritardare l’insediamento della Knesset. Se Doha e Ankara hanno cercato di sfruttare il voto arabo, è proprio perché quel voto ormai conta. La partecipazione resta una vittoria della democrazia israeliana; l’eventuale interferenza è un attacco contro di essa. Accanto agli arabi, gli altri due vincitori rappresentano Israele che chiede forza contro l’Iran, con Netanyahu, e quello che chiede responsabilità dopo il 7 ottobre, con Eisenkot. Nessuna delle tre identità può governare contro le altre, e l’unità nazionale può essere la risposta politica migliore.

Iran e Hezbollah: un nuovo governo può cambiare strategia senza apparire debole? Discontinuità politica o svolta militare?

Un governo di unità sarebbe la risposta più forte ai nemici di Israele. A Teheran e ai suoi alleati arriverebbe un messaggio chiaro: il Paese è diviso sulla politica, non sulla sicurezza. L’Iran esce dal conflitto iniziato con i raid israelo-americani del 28 febbraio, Hezbollah resta armato a nord e Hamas dentro Gaza. Con l’unità nazionale Netanyahu può incassare la continuità strategica e rafforzare il rapporto con Washington. Eisenkot, ex capo di stato maggiore e autore della dottrina della deterrenza contro Hezbollah, può invece rafforzare una credibilità militare che nessuno mette in dubbio. La dottrina della prevenzione non cambierebbe. Può invece cambiare il metodo: decisioni condivise con gli apparati di sicurezza, invece che dettate dalle esigenze di sopravvivenza di una coalizione. La discontinuità sarebbe politica, non militare.

Senza Netanyahu, Washington perderebbe un alleato privilegiato o guadagnerebbe spazio diplomatico?

Trump è il potenziale regista dell’unità nazionale. Ha sostenuto Netanyahu in campagna elettorale ma fonti a lui vicine riferiscono che vuole escludere Ben-Gvir, e probabilmente Smotrich, dal prossimo governo. Il motivo è strategico: i due hanno votato contro il suo accordo su Gaza e si oppongono alla sua linea sulla Cisgiordania, dove Trump ha detto che non permetterà l’annessione. Un governo con Eisenkot e senza l’estrema destra può servire a tre obiettivi americani: stabilizzare Gaza, allargare gli Accordi di Abramo e aprire la strada alla normalizzazione con l’Arabia Saudita. Nell’entourage di Trump si ipotizza perfino una rotazione con Netanyahu premier per primo ed Eisenkot a seguire. Anche l’ambasciatore israeliano a Washington ha detto che Netanyahu preferisce l’unità nazionale.

La Casa Bianca, ufficialmente, frena: definisce prematuri i resoconti su una preferenza per una specifica coalizione. E Netanyahu ha rassicurato Ben-Gvir e Smotrich. Ma è il gioco delle parti di ogni trattativa. Washington punta su un Netanyahu liberato dagli alleati più scomodi.

Gaza, insediamenti, partner arabi: un nuovo governo può cambiare rotta o il consenso sulla sicurezza lo impedisce?

Qui le novità del voto si incontrano. Un governo di unità senza Ben-Gvir e Smotrich può liberare Israele dal veto dell’estrema destra. E la partecipazione araba, compresa quella di Gerusalemme Est, porta nel sistema politico israeliano una voce che nessun governo potrà ignorare. Ra’am di Mansour Abbas ha accettato Israele come Stato ebraico e democratico, e rappresenta un ponte possibile. Non ci sarà uno Stato palestinese a breve, perché sulla sicurezza il consenso è trasversale e il 7 ottobre ha allontanato di molto nel tempo l’idea della convivenza fra due Stati e due popoli su cui si basavano gli Accordi di Oslo. Ma un governo di unità potrebbe agire in tre nuove direzioni: frenare gli insediamenti non autorizzati, attuare il piano americano per Gaza con Egitto, Giordania e Paesi del Golfo, tornare a dialogare con un’Autorità palestinese riformata.

Il nuovo quadro apre spazio all’Europa o Bruxelles resterà marginale rispetto agli Stati Uniti?

Un governo di unità nazionale può offrire all’Europa la migliore occasione degli ultimi anni. Bruxelles avrebbe di fronte un esecutivo meno ideologico, senza l’estrema destra e più disposto a discutere di Gaza e della Cisgiordania. Ma l’Europa deve prima superare le sue profonde divisioni sul Medio Oriente. Vi sono governi, partiti e leader per i quali le sanzioni contro Israele contano più della condanna del terrorismo di Hamas.

Per contare, l’Ue ha bisogno di strumenti concreti: fondi per la ricostruzione di Gaza, unanimità contro il terrorismo, sostegno alle riforme dell’Autorità palestinese e all’estensione dei Patti di Abramo, investimenti sul corridoio di infrastrutture Imec dall’India all’Europa. E serve riconoscere il valore della partecipazione arabo-israeliana come investimento sulla democrazia d’Israele. Senza coesione Ue, Israele guarderà sempre più a Washington e al Golfo.

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Difesa, rotte commerciali e ricerca. L’Italia rafforza l’attenzione ai poli

La centralità del Mediterraneo per l’Italia potrebbe essere messa alla prova da una rotta che attraversa l’Artico. Se i collegamenti settentrionali diventassero un’alternativa stabile a Suez, cambierebbe anche la geografia dei traffici commerciali verso l’Europa. Una prospettiva che si intreccia con la crescente competizione militare nel Grande Nord e con la sicurezza delle rotte atlantiche. È uno dei temi emersi dalla seconda Conferenza nazionale della Difesa dedicata ad Artico e Antartide, promossa dalla sottosegretaria Isabella Rauti e ospitata dal Centro alti studi per la Difesa.

Il Nord visto dal Mediterraneo

Di ritorno da Norvegia e Finlandia, il ministro della Difesa Guido Crosetto, ha richiamato le preoccupazioni dei Paesi nordici per la presenza militare russa e le conseguenze della progressiva accessibilità delle rotte artiche. Il loro sviluppo potrebbe modificare i commerci fra Asia ed Europa nei prossimi decenni, con ricadute sui porti mediterranei. Per l’Italia diventa quindi necessario rafforzare i rapporti con gli alleati settentrionali e la capacità delle rispettive Forze armate di operare insieme.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha collegato l’apertura di nuove rotte alle opportunità per l’export e alla diversificazione degli approvvigionamenti di materie prime critiche. Una lettura condivisa dal sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, che ha ricordato la presenza della Marina militare nell’Artico attraverso le campagne scientifiche High North di nave Alliance. Un impegno che si affianca alla protezione della libertà di navigazione lungo le rotte commerciali più frequentate.

Una strategia di lungo periodo

La crescente attenzione italiana alle regioni polari ha assunto anche una dimensione istituzionale. Con un decreto firmato a luglio, Crosetto ha reso annuale la Conferenza nazionale della Difesa, trasformandola in un appuntamento permanente di approfondimento e coordinamento. A ricordarlo è stata Isabella Rauti, sottosegretario alla Difesa, titolare della delega alle regioni polari, che ha sottolineato la volontà di integrare le competenze della Difesa con quelle della diplomazia e della ricerca.

L’estensione del programma all’Antartide riflette questa impostazione. Due regioni profondamente differenti, come ha osservato il presidente del Casd Stefano Mannino, nelle quali la cooperazione scientifica e la tutela degli interessi nazionali richiedono strumenti specifici, ma una visione condivisa.

La deterrenza passa anche dai poli

Le distanze geografiche, del resto, non corrispondono più necessariamente a distanze strategiche. Il capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano ha utilizzato l’esempio dei collegamenti sottomarini delle Svalbard, essenziali anche per la trasmissione dei dati satellitari, per mostrare quanto le infrastrutture artiche incidano sulla sicurezza europea.

A rendere il Grande Nord particolarmente rilevante è anche la presenza della Flotta del Nord russa nella penisola di Kola. Le sue unità possono raggiungere l’Atlantico attraverso un’area decisiva per il transito dei rinforzi alleati. Le tensioni in quel quadrante possono quindi assorbire risorse militari necessarie altrove, compreso il Mediterraneo. Portolano ha richiamato inoltre l’importanza dell’addestramento in condizioni estreme e della capacità di riconoscere forme di competizione che avanzano gradualmente, senza assumere necessariamente la forma di un conflitto aperto.

La ricerca e la presenza italiana

Se nell’Artico cresce la dimensione della deterrenza, in Antartide la presenza italiana continua a fondarsi soprattutto sulla cooperazione scientifica. La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini ha ricordato il contributo del Programma nazionale di ricerche in Antartide, della nave rompighiaccio Laura Bassi e del supporto logistico delle Forze armate alle spedizioni.

Le attività scientifiche permettono di mantenere una presenza continuativa in ambienti difficili, sviluppando conoscenze utili anche sul piano tecnologico. Una collaborazione che Rauti ha collegato al ruolo delle basi Mario Zucchelli e Concordia e che, nell’Artico, trova un ulteriore esempio nelle campagne della Marina militare.

La continuità degli investimenti e della presenza operativa diventa così una condizione per dare seguito agli obiettivi della strategia nazionale. Per un Paese mediterraneo come l’Italia, guardare ai poli significa anche comprendere come potranno cambiare gli equilibri economici e di sicurezza nelle aree da cui dipendono più direttamente i suoi interessi.

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Disagio sociale e sicurezza nazionale, la rivoluzione che Caligiuri aveva visto arrivare

Nel dicembre del 2019, quando l’intelligenza artificiale generativa non aveva ancora raggiunto il grande pubblico e il dibattito sulla sicurezza nazionale continuava a privilegiare le minacce convenzionali, Mario Caligiuri aveva già individuato una vulnerabilità destinata ad assumere crescente rilevanza strategica. Nel saggio “La rivoluzione dietro l’angolo. Come il disagio sociale digitale minaccia la sicurezza nazionale”, pubblicato sulla rivista cartacea Formiche nel dicembre 2019, il professore dell’Università della Calabria e presidente della Società italiana di intelligence proponeva una riflessione che andava oltre i confini della sicurezza informatica. La sua tesi era che le trasformazioni tecnologiche, interagendo con le disuguaglianze economiche, la crisi della rappresentanza politica e il progressivo indebolimento delle capacità critiche dei cittadini, potessero compromettere la stabilità delle istituzioni democratiche.

A distanza di quasi sette anni, il testo merita di essere riletto soprattutto per la capacità di individuare un nesso che oggi occupa una posizione centrale nelle valutazioni degli apparati di sicurezza occidentali: quello tra vulnerabilità sociali, manipolazione dell’informazione e tutela dell’interesse nazionale. Caligiuri non si limitava a descrivere le conseguenze politiche della diffusione dei social media. Si interrogava sulla possibilità che il disagio, amplificato dalle piattaforme digitali e alimentato dalla progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni, potesse trasformarsi da questione sociale e di ordine pubblico in un problema di sicurezza nazionale. Un’intuizione che anticipava, sul piano interpretativo, alcuni dei principali interrogativi posti oggi dalla competizione nel dominio cognitivo.

Nel 2019, Caligiuri propose di spostare l’attenzione dalla singola informazione falsa ai meccanismi che ne rendevano possibile la diffusione e l’efficacia. La disinformazione, nella sua ricostruzione, non costituiva un fenomeno isolato, ma il prodotto di un ambiente comunicativo nel quale gli algoritmi influenzavano la percezione della realtà, la formazione del consenso e i comportamenti collettivi. Il problema riguardava quindi la crescente capacità delle piattaforme di incidere sulle dinamiche democratiche, mentre gli Stati faticavano a comprenderne pienamente le implicazioni.

È proprio questa chiave di lettura a risultare particolarmente attuale. La Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026, intitolata “Governare il cambiamento”, riconosce nella trasformazione tecnologica uno dei principali fattori di ridefinizione delle minacce alla Repubblica. Il documento dell’intelligence italiana attribuisce particolare rilevanza ai processi di manipolazione informativa capaci di incidere sulla fiducia dei cittadini, sulla stabilità istituzionale e sulla capacità decisionale dello Stato. La minaccia, in questa prospettiva, non coincide necessariamente con un attacco informatico o con un episodio di interferenza direttamente riconoscibile. Può svilupparsi attraverso dinamiche cumulative, sfruttando vulnerabilità preesistenti e producendo effetti politici e sociali nel medio periodo.

Il parallelismo con il saggio di Caligiuri appare significativo. Già nel 2019, infatti, l’autore aveva osservato che la separazione tra dimensione fisica e virtuale stava progressivamente perdendo rilevanza, mentre il cyberspazio assumeva una posizione determinante nella competizione economica, politica e culturale. La sicurezza informatica rappresentava soltanto uno degli aspetti di un problema più esteso, che coinvolgeva la capacità delle società democratiche di conservare coesione, autonomia decisionale e consapevolezza collettiva. Non si trattava ancora di una sistematizzazione delle odierne minacce cognitive, ma di una riflessione che ne riconosceva alcuni presupposti fondamentali.

Gli sviluppi degli ultimi anni hanno conferito a questa intuizione una concretezza difficilmente immaginabile nel 2019. Il quarto rapporto del Servizio europeo per l’azione esterna sulle interferenze e manipolazioni informative straniere, pubblicato nel marzo 2026, descrive campagne sempre più articolate nelle quali gli attori ostili sfruttano le divisioni politiche e sociali dei Paesi bersaglio, impiegando strumenti tecnologici capaci di amplificarne gli effetti. Secondo il rapporto, il 27% degli episodi di manipolazione informativa individuati nel 2025 comprendeva tecniche riconducibili all’intelligenza artificiale. Le operazioni attribuite ad attori russi e cinesi dimostrano come la produzione automatizzata di contenuti e la loro distribuzione coordinata possano sostenere strategie di influenza orientate a indebolire la fiducia nelle istituzioni e ad accentuare le fratture interne alle società europee.

Nel saggio il disagio sociale non nasce dalla tecnologia, ma trova nell’ambiente digitale un moltiplicatore della propria intensità e una nuova possibilità di mobilitazione. Precarizzazione del lavoro, disuguaglianze economiche, difficoltà delle giovani generazioni e crisi della rappresentanza politica costituiscono, nella sua analisi, fattori di instabilità che possono convergere e rafforzarsi reciprocamente. Una lettura che conserva particolare interesse perché individua nelle condizioni strutturali della società, prima ancora che negli strumenti utilizzati dagli attori ostili, alcune delle principali vulnerabilità delle democrazie.

Anche il riferimento all’intelligenza artificiale assume oggi un significato diverso. Caligiuri ne esaminava le possibili conseguenze sull’occupazione, sulla distribuzione della ricchezza e sulla concentrazione del potere economico, interrogandosi sulla capacità delle istituzioni di governare una trasformazione potenzialmente più rapida dei processi di adattamento sociale. Non tutte le previsioni formulate nel 2019 hanno trovato una conferma definitiva, né sarebbe corretto attribuire al saggio l’anticipazione di ogni successiva evoluzione tecnologica. Resta tuttavia rilevante l’aver collegato la questione dell’automazione alla tenuta del patto sociale, riconoscendo che gli effetti politici dell’innovazione dipendono anche dalla distribuzione delle opportunità e dalla capacità dei cittadini di partecipare ai cambiamenti in corso.

La pertinenza di questa interpretazione emerge anche dal Global Risks Report 2026 del World Economic Forum, che colloca disinformazione e manipolazione informativa al secondo posto tra i principali rischi globali nell’orizzonte biennale, evidenziando contemporaneamente le conseguenze della polarizzazione sociale e dell’erosione della fiducia pubblica. Si tratta di valutazioni che non dimostrano un rapporto causale automatico tra digitalizzazione e instabilità politica, ma confermano la necessità di considerare congiuntamente la dimensione tecnologica e quella sociale.

Un ulteriore elemento di lungimiranza riguarda il ruolo attribuito all’intelligence. Caligiuri insisteva sulla necessità di superare un’impostazione prevalentemente reattiva, sostenendo l’importanza di individuare i segnali deboli attraverso i quali riconoscere l’evoluzione di fenomeni ancora lontani dal manifestarsi come minacce conclamate. Un approccio nel quale l’attività informativa non si esaurisce nella raccolta di dati o nell’identificazione di attori ostili, ma comprende l’interpretazione dei cambiamenti sociali e la capacità di anticiparne le possibili conseguenze sulla sicurezza dello Stato.

A quasi sette anni dalla pubblicazione sulla rivista cartacea Formiche, la riflessione di Mario Caligiuri merita una rilettura. Il motivo? La sua attualità, e la capacità di anticipare i pericoli, comprendendo le vulnerabilità interne di una società di ieri, oggi e domani.

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Kashmir, il peso della storia e le contraddizioni della strategia pakistana

Ogni 27 ottobre, il Pakistan commemora il Kashmir Black Day, denunciando l’arrivo delle truppe indiane a Srinagar nel 1947 come l’inizio di un’occupazione illegittima. E lo ha fatto anche due giorni fa. La ricorrenza conserva un significato politico che va oltre gli anniversari o la disputa territoriale: il Kashmir rimane uno dei riferimenti attraverso cui Islamabad definisce la propria identità nazionale, interpreta i rapporti con l’India e giustifica parte delle proprie priorità strategiche. Il problema è che questa lettura, sostanzialmente immutata da decenni, fatica sempre più a confrontarsi con l’evoluzione della regione.

La controversia affonda le radici nella Partizione del subcontinente. Nell’ottobre 1947, l’avanzata di milizie tribali provenienti dal Pakistan precedette la decisione del Maharaja Hari Singh di aderire all’India, formalizzata il 26 ottobre. New Delhi considera quell’atto il fondamento giuridico della propria sovranità, mentre Islamabad ne contesta la legittimità. Le successive risoluzioni delle Nazioni Unite delinearono un percorso verso un plebiscito, subordinato a condizioni che non furono mai realizzate, tra cui la condizione fondamentale era il ritiro delle truppe dalle frontiere (cosa che il Pakistan non ha mai fatto). È una vicenda storica e giuridica complessa, che difficilmente può essere ricondotta alle interpretazioni unilaterali dei due Paesi.

Per il Pakistan, tuttavia, il Kashmir ha progressivamente assunto una funzione che trascende la questione dell’autodeterminazione. La disputa alimenta la competizione strategica con l’India e contribuisce a preservare la centralità delle forze armate nella vita politica nazionale. In questo quadro, il sostegno fornito nel tempo a organizzazioni terroristi attive oltre la Linea di Controllo ha rappresentato una componente particolarmente destabilizzante della strategia pakistana. Il ricorso a questi strumenti ha aggravato l’insicurezza nella Valle, compromettendo anche la credibilità internazionale delle rivendicazioni di Islamabad.

Sarebbe però riduttivo interpretare le difficoltà pakistane come una conferma automatica della posizione indiana. Gli investimenti infrastrutturali, le prospettive economiche e la ripresa della competizione elettorale costituiscono sviluppi importanti, anche se la loro sostenibilità dipenderà dalla capacità di New Delhi di accompagnare l’integrazione amministrativa con una maggiore partecipazione politica locale.

È proprio la trasformazione della società kashmira a rendere meno convincente la riproposizione annuale delle contrapposizioni del 1947. Le aspirazioni della popolazione sono molteplici, spesso divergenti, e non necessariamente riconducibili alle priorità strategiche di Islamabad. Sicurezza, occupazione, istruzione e qualità della governance hanno acquisito un peso crescente nella definizione delle prospettive individuali e collettive.

Il rischio, per il Pakistan, è continuare a considerare il Kashmir soprattutto come una questione da mantenere aperta sul piano diplomatico, senza interrogarsi sull’effettiva utilità della propria strategia per le comunità interessate. Per l’India, la sfida consiste invece nel tradurre la stabilizzazione del territorio in una normalizzazione politicamente credibile. In entrambi i casi, la distanza tra le narrative nazionali e la realtà locale rimane uno degli ostacoli principali a una soluzione duratura.

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Israele, il voto senza maggioranza e l’incognita della stabilità regionale

Le elezioni israeliane del 27 ottobre stanno restituendo un quadro politico nel quale la tenuta di Benjamin Netanyahu, primo ministro uscente, e la possibilità di un’alternativa di governo rimangono entrambe in discussione. Il Likud di Bibi si conferma la prima forza della Knesset, ma il blocco del premier non raggiunge la maggioranza parlamentare. Dall’altra parte, Gadi Eisenkot dispone di un’opposizione numericamente significativa, che tuttavia non può trasformarsi in maggioranza senza affrontare la questione del coinvolgimento dei partiti rappresentativi dei cittadini arabi di Israele.

Con il 92,7% dei voti scrutinati al momento della stesura di questa analisi, il Likud ottiene 26 seggi e Yashar, la formazione di Eisenkot, 21. Il blocco di Netanyahu si attesta a 53 parlamentari, quello del cambiamento a 48, mentre la Lista Unita e Ra’am conquistano complessivamente 19 seggi. Nessuna delle due coalizioni raggiunge quindi la soglia dei 61 deputati necessari per controllare la Knesset, composta da 120 membri. L’affluenza, pari al 77,7%, è la più alta dal 1999. Restano da completare le operazioni di scrutinio delle cosiddette doppie buste, che comprendono anche i voti di militari, diplomatici e cittadini impossibilitati a recarsi nei seggi ordinari.

Il risultato ha già aperto una fase delicata. Il presidente Isaac Herzog ha invitato le forze politiche a evitare nuove elezioni, mentre Eisenkot ha avviato i contatti per costruire una maggioranza alternativa. La Lista Unita si è detta disponibile a valutare un sostegno esterno a un governo che escluda Netanyahu, senza necessariamente entrare nella coalizione. Il Likud, nel frattempo, ha denunciato presunte irregolarità nel voto arabo, accuse per le quali la polizia israeliana ha dichiarato di non avere trovato elementi probatori a sostegno. Separatamente, l’intelligence interna Shin Bet è stata sollecitata a verificare sospetti di interferenze straniere (ormai grande classico delle elezioni nelle democrazie occidentalizzate).

La combinazione di questi elementi lascia aperti diversi scenari: un governo minoritario sostenuto dall’esterno, un accordo trasversale di unità nazionale, il passaggio di singoli parlamentari da uno schieramento all’altro oppure, in assenza di un’intesa, un nuovo ritorno alle urne. Il fattore decisivo sarà la capacità dei leader di superare i vincoli politici che hanno definito la campagna elettorale.

Il paradosso dell’opposizione

Per Beth Oppenheim, analista dello European Council on Foreign Relations (Ecfr), il voto conferma innanzitutto una situazione: “Israele si sta dirigendo verso lo stallo”, osserva in commenti inviati a Formiche.net, sottolineando come il successo elettorale dei cittadini palestinesi di Israele abbia reso le loro rappresentanze parlamentari potenzialmente decisive.

Il problema, secondo Oppenheim, è che quasi tutte le formazioni ebraiche dell’opposizione, con l’eccezione dei Democratici di Yair Golan, hanno escluso accordi con i partiti arabi. Una posizione che limita sensibilmente le possibilità di Eisenkot e rende più complessa la costruzione di una maggioranza capace di sostituire Netanyahu. L’analista individua proprio in questa contraddizione uno dei principali ostacoli politici per le forze che si presentano come alternative all’attuale governo.

Netanyahu, d’altra parte, esce indebolito ma non sconfitto. Il Likud ha ottenuto un risultato migliore delle previsioni, consolidando il primato nel sistema partitico israeliano, ma lo ha fatto anche a spese dei propri alleati. La ricostituzione della precedente coalizione nazionalista e religiosa appare quindi difficile. Il premier potrebbe tuttavia conservare l’iniziativa politica attraverso negoziati individuali, accordi parlamentari o una formula di unità nazionale.

C’è poi un elemento che va oltre la distribuzione dei seggi. Oppenheim osserva che, nonostante le divisioni sulla figura di Netanyahu, la maggioranza della Knesset continua a esprimere orientamenti riconducibili alla destra. Secondo il suo conteggio, i partiti di quest’area occupano 79 seggi su 120, considerando anche l’alleanza Bennett-Lapid. Il dato suggerisce che l’eventuale alternanza alla guida del governo non coinciderebbe necessariamente con una trasformazione altrettanto profonda degli indirizzi strategici israeliani.

È soprattutto sulla politica estera e sulla sicurezza che questa continuità potrebbe risultare evidente. Le principali formazioni dell’opposizione mantengono posizioni rigorose nei confronti di Hamas e dell’Iran e non sostengono, nelle attuali condizioni, la costituzione di uno Stato palestinese. Un governo diverso potrebbe introdurre cambiamenti nella gestione della Cisgiordania, nei rapporti istituzionali e nel contenimento delle componenti più radicali del movimento dei coloni, senza modificare necessariamente i presupposti della dottrina di sicurezza israeliana.

Anche un’eventuale uscita dall’esecutivo di figure radicali come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, secondo Oppenheim, non comporterebbe la scomparsa della loro influenza. Le correnti nazionaliste religiose hanno ormai una presenza consolidata nel sistema politico e istituzionale, destinata a sopravvivere alla composizione di una singola coalizione.

Il significato più profondo del voto riguarda quindi la possibilità di tradurre una domanda di cambiamento in una maggioranza effettivamente praticabile. “La svolta illiberale di Israele non è immutabile”, afferma Oppenheim. Ma, nella sua lettura, il futuro dell’opposizione dipenderà anche dalla capacità di riconoscere ai cittadini palestinesi di Israele un ruolo politico pienamente legittimo, superando una marginalizzazione che oggi rischia di impedire proprio l’alternanza.

La dimensione regionale: l’Iran e il rischio di una crisi durante la transizione

L’incertezza politica israeliana si inserisce in un contesto regionale nel quale la possibilità di una nuova escalation con l’Iran continua a condizionare le valutazioni strategiche dei principali attori. La formazione del prossimo governo a Gerusalemme sarà osservata anche alla luce delle scelte che Israele dovrà compiere nei confronti di Teheran, dei suoi alleati regionali e delle infrastrutture strategiche del Medio Oriente.

Oppenheim considera possibile che Netanyahu cerchi di recuperare consenso attraverso una nuova iniziativa militare contro l’Iran, oppure che una crisi di sicurezza favorisca la formazione di un governo di unità nazionale sotto la sua guida. Si tratta di uno scenario politico, non di una previsione operativa, che tuttavia richiama una questione concreta: la sovrapposizione tra il calendario della politica interna israeliana e quello della sicurezza regionale. Sovrapposizione costante nella storia del Paese.

Fonti regionali spiegano che Teheran si starebbe già muovendo, e avrebbe elaborato una pianificazione di risposta a un’eventuale nuova offensiva statunitense e israeliana, identificando un insieme molto ampio di infrastrutture potenzialmente coinvolte in operazioni di ritorsione. Queste informazioni confidenziali e non ufficiali descrivono uno scenario nel quale l’eventuale confronto militare potrebbe estendersi ben oltre il territorio israeliano e iraniano, interessando anche gli Stati del Golfo e la Giordania.

La pianificazione attribuita all’Iran comprende infrastrutture energetiche, aeroportuali e portuali, collegamenti ferroviari, reti di comunicazione, cavi sottomarini e impianti di desalinizzazione. Particolare attenzione sarebbe riservata anche ai poli tecnologici e ai centri di elaborazione dati legati all’intelligenza artificiale, a conferma del crescente peso delle infrastrutture digitali nelle valutazioni di sicurezza regionale. La logica descritta dalle fonti è principalmente deterrente: rendere evidente che un nuovo attacco alle infrastrutture iraniane potrebbe provocare conseguenze economiche e materiali su scala regionale.

Lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb sono punti critici per il commercio globale. Gli Houthi minacciano la navigazione, ma non è scontato che chiudano le rotte. Le monarchie del Golfo temono che una nuova ondata del conflitto israelo-iraniano comprometta sicurezza, investimenti, diversificazione economica e sviluppo tecnologico. Impianti energetici, sistemi idrici e piattaforme digitali sono vulnerabili, con costi elevati in caso di conflitto.

È in questa prospettiva che il risultato elettorale israeliano assume un significato più ampio. Un governo guidato da Eisenkot potrebbe modificare il linguaggio diplomatico e alcune priorità operative, ma difficilmente abbandonerebbe l’impostazione di fondo sulla minaccia iraniana. Una nuova coalizione guidata da Netanyahu, soprattutto se sostenuta da forze più moderate, potrebbe invece introdurre correttivi nella gestione politica del confronto senza rinunciare alle opzioni militari.

Nel frattempo, una lunga fase di negoziati potrebbe lasciare il Paese sotto un esecutivo ad interim chiamato a prendere decisioni di sicurezza particolarmente delicate. L’eventuale continuità di Netanyahu alla guida del governo durante le trattative rappresenterebbe quindi un elemento rilevante anche per gli interlocutori regionali, interessati a comprendere quanto margine politico esista per una nuova escalation o, al contrario, per iniziative di contenimento della crisi.

Le elezioni del 27 ottobre non hanno ancora chiarito chi governerà Israele, ma hanno già mostrato quanto sia difficile separare il futuro della leadership nazionale dalle scelte strategiche che attendono il Paese. La capacità di costruire una maggioranza parlamentare sarà decisiva per la stabilità interna; la gestione del confronto con l’Iran contribuirà a determinarne le conseguenze per l’intero Medio Oriente.

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Contro Musk non bastano le alleanze, all’Europa serve una regia. Scrive Spagnulo

Sul quotidiano finanziario Financial Times, l’europarlamentare polacco Michal Kobosko lancia l’allarme secondo cui l’Europa non dovrebbe svegliarsi un giorno scoprendo che SpaceX controlla il mercato continentale senza aver fatto nulla per impedirlo. Da anni Starlink riempie l’orbita bassa con satelliti che offrono Internet e Kobosko se ne accorge adesso, meglio tardi che mai. Ma il punto è che SpaceX non si ferma e si prepara a collegare direttamente gli smartphone, con il servizio Direct-to-Device (D2D). La questione non è più se la tecnologia di Starlink funzionerà, ma come si integrerà con le reti terrestri e con quali effetti sugli operatori tradizionali.

Negli Stati Uniti SpaceX ha acquisito licenze di spettro a bassa frequenza per la connettività mobile diretta al consumatore. È inoltre in trattativa per acquistare la rete di torri cellulari di Crown Castle, che ne gestisce circa 40.000, ma sta negoziando anche con American Tower e Vertical Bridge. Se conclusi questi accordi, darebbero a SpaceX una quota molto rilevante delle torri mobili statunitensi. Musk ha annunciato l’obiettivo di attivare il servizio all’inizio del 2028, ove autorizzato.

Il vantaggio strategico della società di Musk nasce dalla combinazione di satelliti, spettro a bassa e media frequenza, Wi-Fi, celle e torri. Non è una semplice offerta satellitare concorrente delle reti mobili, ma un progetto globale di una rete ibrida che può integrare copertura terrestre e spaziale. SpaceX non cerca competizione perché è già un attore globale e la sua strategia è espansiva. Gli operatori europei si trovano così davanti a scelte difficili: perdere quote di mercato, vendere, allearsi con il nuovo concorrente oppure costruire un’alternativa. Quest’ultima opzione è la preferita di Bruxelles. 

Infatti, a maggio la Commissione ha proposto di riservare alle imprese europee due terzi dello spettro delle frequenze a due GHz, utilizzabili per collegare direttamente gli smartphone ai satelliti. La proposta ha provocato la reazione dell’ambasciatore statunitense presso l’Ue, Andrew Puzder, che ha minacciato ritorsioni «devastanti». A settembre, il presidente francese Emmanuel Macron ha invocato un’alleanza tra i maggiori operatori europei, e così Orange, Deutsche Telekom, Vodafone e Telefónica hanno firmato una lettera d’intenti per presentare un’offerta comune sulle frequenze satellitari a due GHz in fase di riallocazione.

L’iniziativa è un segnale politico, ma non colma da sola il divario industriale. I quattro operatori hanno esperienza nelle reti terrestri e devono associarsi a un fornitore satellitare. Un possibile candidato è la società francese Eutelsat, che opera la costellazione OneWeb con 650 satelliti in orbita. La flotta non supporta il D2D e andrebbe rinnovata, con nuovi investimenti e tecnologie, ma le licenze europee a due GHz scadono nel 2027 e una nuova infrastruttura difficilmente sarà pronta in tempo. Con tutta probabilità la Commissione potrebbe dover prorogare i servizi oggi affidati a Viasat ed EchoStar.

Ma è la distanza tecnologica a impressionare. I satelliti Starlink V3 già lanciati da SpaceX sono progettati per circa 1 terabit al secondo in downlink e 160 gigabit in uplink; il D2D è previsto con la generazione V2 Mobile dal 2027. In teoria, solo cinque satelliti V3 hanno già oggi una capacità aggregata paragonabile a quella nominale dell’intera flotta OneWeb. Si tratta di un confronto teorico ma comunque impietoso ed evidenzia la scala della sfida. SpaceX ha anticipato la domanda, raccolto capitali, sviluppato tecnologie e ridotto i costi. L’anno scorso ha effettuato 170 lanci, contro gli otto europei, e dispiega satelliti a ritmo molto superiore.

L’Europa è in ritardo nelle costellazioni, nei lanci e nella competitività dei costi, e per il futuro prevedibile resterà dipendente da tecnologie statunitensi, come ammesso da un recente editoriale apparso su The Economist. Ma non si può dire sia stata colta di sorpresa da Musk perché la trasformazione in atto era visibile da anni. SpaceX ha cambiato il paradigma industriale e ha sfruttato condizioni che l’Europa ha lasciato maturare. Per questo la diagnosi non può fermarsi alle formule retoriche tipo «servono più investimenti» o «bisogna fare sistema». La domanda più utile è: perché è successo questo e che cosa è andato storto in Europa?

La risposta sta nella frammentazione delle responsabilità. L’Agenzia spaziale europea (Esa) è distinta dall’Ue e comprende anche Regno Unito, Svizzera e Norvegia. La Commissione ha competenze condivise e, soprattutto, di coordinamento (Trattato di Lisbona); Euspa dovrebbe curare l’operatività, mentre gran parte dello sviluppo tecnico resta all’Esa. Nell’insieme Esa, Commissione, Stati membri e agenzie nazionali negoziano programmi e priorità. Ne derivano tempi lunghi, responsabilità diluite e confini incerti tra obiettivi civili, commerciali e di difesa. Anche regole comuni, come il proposto Eu Space Act, incontrano resistenze.

Quindi non è andato storto nulla, è successo ciò che ci si poteva attendere da un complesso sistema basato sulla negoziazione permanente. Una possibile riforma sarebbe creare un’autorità europea unica di committenza spaziale, dotata di potere d’acquisto, bilancio pluriennale e responsabilità diretta sui risultati. Potrebbe riunire funzioni oggi distribuite tra Commissione, Euspa e programmi applicativi dell’Esa. Quest’ultima potrebbe concentrarsi solo su scienza e ricerca tecnologica, mantenendo il sacrosanto principio del giusto ritorno. Come negli Stati Uniti, l’Ue potrebbe agire da cliente comune: acquistare servizi, garantire una domanda stabile e accettare una quota di rischio industriale.

Una riforma simile è facile a dirsi ma complessa a farsi, richiederebbe cambiamenti politici e industriali non indolori. Ma restare allo status-quo non aiuta a contrastare la competizione esterna. In Europa esiste una frase mainstream secondo cui «da soli nessuno può farcela», si tratta di un riflesso pavloviano che non scontenta nessuno ma non indica scelte. Ma soprattutto non sempre è vero. Alcune grandi missioni di scienza o esplorazione richiedono un’ampia cooperazione mentre progetti innovativi di satelliti o lanciatori possono nascere da singoli Paesi o gruppi più ristretti.

Con realismo dovremmo ammettere che è sempre stato così: Ariane era un progetto francese con Germania e Italia; Vega era iniziativa italiana cui aderì la Francia e non la Germania; Galileo era un’iniziativa franco-tedesca che attraversò anni di tensioni politiche; la partecipazione alla Stazione Spaziale Internazionale fu voluta da Germania e Italia e inizialmente osteggiata dalla Francia.

Ancora oggi coalizioni a geometria variabile possono accelerare: la Germania sostiene fuori dall’Esa piccoli lanciatori privati; la finlandese Iceye si è alleata con Nokia per proporre capacità sovrane di comunicazione satellitare. Sono progetti, al di là delle loro evoluzioni, che mostrano il potenziale di una strategia condivisa da un singolo Paese o un gruppo ristretto. 

L’Europa spaziale non ha un unico centro decisionale, e fingere il contrario non la rende più unita. Una riforma che riconosca la geometria variabile potrebbe evitare una frammentazione disordinata, in cui i Paesi perseguono strategie nazionali – vedasi l’attuale postura tedesca – mentre le istituzioni comuni restano un simulacro. La riforma comporta rischi, ma il costo dell’immobilismo è maggiore.

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Una donna alla presidenza della Germania? Chi è Ilse Aigner

Non ci sono ancora conferme ufficiali, ma nello scenario politico tedesco una dei favoriti per prendere il posto del capo di Stato, Frank-Walter Steinmeier, è Ilse Aigner. Nata a Feldkirchen-Westerham nel 1964, potrebbe assumere l’incarico il 19 marzo del 2027, dopo le elezioni previste per il 30 gennaio a Berlino. Frank-Walter Steinmeier ha compiuto due incarichi e non potrà più presentarsi come presidente federale.

Ancora mancano le formalizzazioni delle candidature. Ma tra le condizioni ci sono avere la cittadinanza tedesca e avere almeno 40 anni. Uno dei nomi che più risuona è quello di Aigner, che dovrà ottenere l’approvazione dei tre partiti principali della Germania nella coalizione di governo: il Cdu, il Spd e il Csu. Tra loro, sommano la maggioranza del Bundestag e dell’Assemblea Federale, l’ente che sceglie il presidente.

Aigner è presidente del Parlamento regionale di Baviera e membro dell’Unione Cristiano-Sociale (Csu), il partito più piccolo della coalizione. È stata ministra dell’Agricoltura ed è vista come una figura conciliatoria. Anche membri del Die Grünen e dell’Spd hanno elogiato la candidatura.

Aigner è perito radiotelevisivo ed ingegnera elettrotecnica; ha lavorato all’Eurocopter prima di dedicarsi alla politica e a diversi incarichi pubblici. La sua candidatura però dovrà attendere le riunioni dell’Cdu del 9 novembre, per concordare la proposta, e poi seguiranno incontri e negoziati con gli alleati regionali. Saranno sicuramente interpellati anche Spd e Die Grünen per ottenere una base ampia dentro tutto l’ambito democratico tedesco.

In Germania, il presidente federale è il capo dello Stato, ha un ruolo rappresentativo con autorità morale, senza però i poteri della stessa figura negli Stati Uniti o in Francia. Tuttavia, ha un enorme peso politico perché in caso di crisi può decidere di sciogliere il Bundestag o favorire un governo di minoranza, così come rivedere e promulgare leggi.

E il Paese attende che in questo incarico ci sia una donna. Un sondaggio di Forsa per RTL ad agosto del 2026 indica che il 74% degli elettori crede sia indifferente se il presidente è maschio o femmina, ma un 19% lo preferisce donna e solo un 5% maschio.

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Così Artico e Antartide entrano nella mappa degli interessi strategici italiani

Se tra due decenni l’Italia vorrà contare in Artico e Antartide, quindi riscuotere un dividendo tanto economico quanto politico, allora, oggi, non può che accelerare la sua progettazione in quelle due aree, nella consapevolezza che incidono sulle alleanze internazionali e sulle catene di approvvigionamento legate alle nuove rotte.

Un’analisi a più cervelli sull’importanza ormai acclarata dell’Artico c’è stata in occasione della seconda conferenza nazionale su “Artico e Antartide – Il Sistema Paese nello scenario internazionale e le nuove sfide della competizione globale”, alla presenza di vari esponenti del governo oltre che del capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano.

Il ministro della difesa Guido Crosetto ha cerchiato in rosso un punto: quel territorio “va presidiato perché qualsiasi cosa sia fondamentale per un possibile futuro nemico per noi diventa importante”. Il riferimento è alla presenza italiana, politica e strategica che si traduce secondo quanto osservato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani in un ruolo più attivo nella competizione internazionale per le risorse, le rotte commerciali e la sicurezza. L’imperativo è essere “sempre più protagonisti, cioè non giocare di rimessa ma giocare in prima linea”. Anche perché il campo da gioco vede tante variabili, come Mosca e Pechino.

Secondo il titolare della Farnesina “certamente è un confronto anche di tipo militare ma anche un confronto di tipo commerciale ed economico”. Per cui l’Italia non può non tenerne conto, “siamo osservatori, ma la nostra presenza politica deve essere sempre più forte per tutelare l’interesse nazionale”, primo fra tutti quello che riguarda le nuove rotte.

Lo ha detto apertamente Tajani che per l’Italia “è vitale aprire un percorso alternativo” per le merci, a maggior ragione dopo le crisi a Hormuz e Bab el Mandeb, aggiungendo che “per noi è vitale avere la libertà di navigazione”, tema di cui si è discusso la settimana scorsa a Istanbul con Germania, Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Pakistan.

Quale il prossimo passo, dunque? Aumentare gli investimenti nella politica dell’Antartide e dell’Artico “perché sono in ballo i nostri interessi vitali”, citando anche le iniziative scientifiche promosse dal ministro dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e il lavoro della sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti.

Ma Russia e Cina stanno dimostrando maggiore iniziativa nell’Artico rispetto all’Alleanza atlantica, ha richiamato il generale Portolano, mettendo l’accento su un punto: la deterrenza “si gioca anche nelle regioni polari”.

In questo senso il governo sin dal suo insediamento ha manifestato molto interesse per l’area: “Nella strategia italiana per l’Artico, il presidente Meloni scrive che da questione geografica l’Artico è diventato una questione strategica – ha ricordato Rauti – Stesso concetto, con centralità attribuita agli aspetti della sicurezza, lo troviamo anche nella strategia dell’Unione europea, presentata circa 9 giorni fa, che individua come prioritari la sicurezza, la resilienza, anche delle infrastrutture, la deterrenza difensiva, la protezione delle infrastrutture critiche, il contrasto alle minacce ibride. Evidentemente c’è anche, nella strategia dell’Unione europea, una prospettiva: il riconoscimento dell’Artico come area strategica e vulnerabile, area strategica per la sicurezza euroatlantica ed europea, e si richiama in quelle linee un ruolo dell’Unione europea più proattivo nel grande nord”, ha concluso.

 

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Un ponte tra i continenti, ecco come costruire una transizione energetica globale

Fosse solo una questione di tecnologia e infrastrutture, il discorso cadrebbe quasi subito. Invece parlare di transizione energetica vuol dire tirare in ballo una gran quantità di fattori. Non solo investimenti, ma anche buona volontà, visione, convergenza delle classe dirigente. In una parola, persone. Per questo, se il mondo vuole darsi una possibilità di sopravvivenza alla crisi climatica, che a molti pare irreversibile e geopolitica in atto, quella sì forse reversibile, bisogna cominciare a costruire ponti, da un continente all’altro. Ed è proprio su queste corde che si è svolto l’evento The art of energy transition, building bridges across continents, organizzato e promosso da Enel Foundation presso l’auditorium del Maxxi di Roma, in collaborazione con Open Global Power, il principale programma internazionale di leadership nel settore energetico nato per iniziativa della stessa Enel Foundation, pensato per formare la prossima generazione di professionisti dell’energia.

Riunendo nell’avveniristico museo romano giovani leader di talento e docenti di fama mondiale provenienti da Africa e America Latina, con il coordinamento del giornalista e saggista Riccardo Luna, Open Global Power ha inteso favorire lo scambio di conoscenze, il dialogo sulle politiche e la collaborazione intersettoriale attorno alle sfide della transizione energetica globale. Attraverso l’eccellenza accademica, il confronto con il mondo industriale e una solida rete internazionale, i partecipanti si sono confrontati su competenze, visione e relazioni necessarie per promuovere un futuro energetico più sostenibile e resiliente. Oltre, naturalmente, ad analizzare lo stato della transizione energetica, esaminando le tendenze globali e le prospettive regionali.

La giornata romana si è aperta con l’intervento introduttivo di Nicolò Mardegan, direttore relazioni esterne di Enel e consigliere di amministrazione di Enel Foundation, seguito da Lorenzo Ortona, coordinatore vicario, Struttura di missione per il Piano Mattei presso la presidenza del Consiglio. A seguire il dialogo scientifico tra Roberto Buizza e Alberto Pirni, della Scuola Superiore Sant’Anna, unitamente a una tavola rotonda con accademici di Italia, Africa, Brasile e Cile. La chiusura dei lavori ha invece visto la consegna degli attestati, con la partecipazione della ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e di Giulia Genuardi, managing director di Enel Foundation.

Le riflessioni sono partite da un concetto molto semplice. Il futuro dell’energia non dipende soltanto dalla diffusione delle rinnovabili o dall’innovazione tecnologica. Servono anche competenze capaci di tenere insieme sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità ambientale, sviluppo economico e nuovi equilibri geopolitici. Una sfida che riguarda soprattutto le giovani generazioni, chiamate a gestire il presente e le trasformazioni i cui effetti si misureranno nei prossimi decenni. Insomma, il filo comune è l’idea che la transizione non possa essere governata con soluzioni identiche ovunque. Open Global Power punta per questo, coinvolgendo venti top performers selezionati tra i 200 giovani professionisti che per merito accademico, anche su una rete permanente di ex partecipanti, attivi in università, istituzioni, imprese e organizzazioni internazionali, secondo il principio del Give Back: restituire competenze e opportunità ai propri sistemi energetici. La formazione diventa così uno strumento di cooperazione, oltre che un investimento sulle professionalità del futuro.

“Siamo particolarmente orgogliosi”, ha spiegato Ortona nel corso del suo intervento, “di vedere come Open Africa Power si sia evoluto in Open Global Power, facendo tesoro di anni di esperienza e di risultati concreti nel sostenere una nuova generazione di leader africani nel settore energetico. Per molti aspetti, Open Global Power è in linea con i principi cardini che oggi ispirano il Piano Mattei per l’Africa, in particolare l’importanza di partenariati su base paritaria, l’attenzione alle priorità locali e l’investimento nel capitale umano. L’istruzione e la formazione professionale sono, infatti, elementi centrali della nostra cooperazione con i partner africani. Open Global Power conferisce ora a questa esperienza una dimensione più ampia, riunendo giovani professionisti provenienti dall’Africa e dall’America Latina e creando nuove opportunità di collaborazione e scambio”.

Mardegan ha invece puntato l’attenzione sul fatto che “il futuro dell’energia non dipende solo da tecnologia e investimenti, ma soprattutto dalle persone. Per Enel, investire nei giovani è una priorità strategica, e Enel Foundation ne è il motore: attraverso ricerca, formazione e cooperazione internazionale crea opportunità e trasmette competenze e valori come responsabilità, innovazione, fiducia e spirito d’iniziativa. Open Global Power è espressione concreta di questo impegno: perché investire nella formazione di un giovane significa investire nel futuro delle nostre società”. Una sintesi è infine arrivata da Giulia Genuardi, per la quale “le grandi trasformazioni si realizzano quando riusciamo a far dialogare competenze, esperienze e visoni diverse. Con Open Global Power investiamo nel talento di una nuova generazione di leader, creando connessioni tra Africa, America Latina e Italia e contribuendo a costruire una rete internazionale di professionisti in grado di trasformare le sfide energetiche in opportunità di sviluppo per i territori. La conoscenza che diventa azione, la ricerca che apre possibilità, la cooperazione che costruisce futuro”.

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Dall’Artico al petrolio. Così la Corea del Sud strizza l’occhio a Mosca

Quella del Nord non è la sola Corea che starebbe guardando con sempre maggior attenzione verso Mosca. Anche la Corea del Sud guidata dal presidente Lee Jae-myung ha infatti compiuto una serie di scelte che delineano un riavvicinamento al Cremlino, che potrebbe avere diverse concause.

La prima di queste scelte riguarda l’inasprimento dei rapporti con Kyiv. Il 23 settembre, dal palco dell’Assemblea generale dell’Onu, Volodymyr Zelensky ha rivelato che l’Ucraina aveva consegnato a Seul due soldati nordcoreani catturati mentre combattevano a fianco delle forze russe. In risposta al gesto, Lee ha accusato il presidente ucraino di aver violato un accordo di riservatezza bilaterale e ha sostenuto sui social che Kyiv cercasse di innescare uno scontro tra le due Coree. Il ministero degli Esteri di Seul ha poi riconosciuto che non esisteva alcun accordo scritto, ma Lee ha comunque preteso scuse formali. Non avendole ottenute, la Corea del Sud ha richiamato il proprio ambasciatore e ridotto il personale diplomatico in Ucraina.

C’è poi la questione delle nomine diplomatiche, in cui i nomi hanno un peso politico innegabile. Così quando Lee ha scelto come consigliere per la pace e la diplomazia Song Young-gil, politico di lungo corso noto per i suoi legami con la Russia (nel 2013 Song è stato decorato da Vladimir Putin per il contributo alle relazioni bilaterali, mentre nel 2017 è stato inviato speciale a Mosca durante la presidenza di Moon Jae-in), il messaggio è stato chiaro.

Altro tema rilevante è l’Artico. Il 22 agosto una portacontainer partita da Busan ha raggiunto Felixstowe il 12 settembre lungo la Rotta del Mare del Nord, per poi proseguire verso Paesi Bassi e Polonia. È la prima traversata di una nave sudcoreana su un corridoio che accorcia del 30-40% i tempi tra Asia ed Europa e che lo scioglimento dei ghiacci rende sempre più praticabile. Ma a pesare è un altro fattore. La rotta corre quasi interamente nella Zona economica esclusiva russa, e chi la utilizza accetta che sia Mosca a regolarne gli accessi. Quasi un controsenso, se a decidere di usufruirne è un Paese che ha promesso di rispettare il regime sanzionatorio.

Garanzia che, tralaltro, era già stata messa in discussione. Secondo un’inchiesta del Guardian, tra luglio e agosto navi sudcoreane avrebbero trasferito oltre 194mila tonnellate di carburante a sette unità russe, in porto e in mare, alcune delle quali sanzionate da Ue e Regno Unito. Trasferimenti che sarebbero avvenuti proprio mentre gli attacchi ucraini contro le raffinerie russe erodevano la capacità di Mosca di produrre carburante.

Le spiegazioni possibili sono più d’una. La prima è la vecchia diffidenza di Lee verso l’Ucraina, a cui già nel febbraio 2022 attribuiva la guerra alle aperture ucraine verso la Nato. Pesa poi il rapporto sempre più teso con Washington, segnato dallo stallo sugli investimenti promessi e dal nodo del controllo operativo in tempo di guerra. C’è infine la tentazione di usare Mosca come sponda verso Pyongyang, insieme all’interesse per un fornitore energetico vicino e per una rotta commerciale più breve. Il risultato è una politica estera che punta a preservare margini di manovra più che a scegliere un campo.

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L’Italia è in ritardo sugli obiettivi di sviluppo sostenibile. Cosa dice il Rapporto Asvis 2026

Gli ultimi dati relativi al mondo, all’Europa e all’Italia riguardanti lo sviluppo sostenibile sono incontrovertibili: non solo non raggiungeremo gran parte degli Obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, ma le scelte politiche ed economiche prese negli ultimi anni stanno determinando un significativo rallentamento, se non arretramento, “nella difficile marcia verso uno sviluppo più sostenibile”. È questa, in estrema sintesi, la conclusione dell’undicesimo rapporto realizzato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) dal titolo “Agenda per la prossima legislatura. E non solo”, presentato ieri a Roma nell’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati.

Il rapporto fotografa un’Italia ancora lontana dall’attuazione dell’Agenda 2030: “Nel 2025, l’indice che sintetizza la performance rispetto ai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile è sostanzialmente fermo e ben sei Obiettivi registrano un peggioramento rispetto all’anno precedente”. A livello globale, l’Onu segnala che un terzo dei target dell’Agenda non sono raggiungibili. Le cause, ricorda il rapporto, sono ben note: guerre, tensioni geopolitiche, crisi climatica, insufficienti investimenti in istruzione e salute, inflazione causata dall’aumento del costo delle materie prime energetiche, crescita del debito dei Paesi in via di sviluppo.

Anche l’Unione Europea ha rallentato il suo impegno sulla spinta di forze populiste e nazionaliste: in vari Paesi sono state fatte scelte in contrasto con lo spirito e i contenuti dell’Agenda 2030. Il risultato è che nell’ultimo anno sono ben sette i Goal per i quali si registra un peggioramento. “In termini di obiettivi quantitativi fissati da normative europee, rispetto a un anno fa la quota di quelli raggiungibili scende dal 53 al 47% e aumenta nettamente quella degli obiettivi con andamenti contrastanti (dal 10 al 32%)”.

“Dietro questi dati, si legge nel rapporto, ci sono persone, imprese, istituzioni ed ecosistemi che vedono la propria condizione peggiorare o non migliorare anche per scelte politiche dannose o, nella migliore delle ipotesi, miopi. Scelte che privilegiano la condizione dei già ricchi e non dei più poveri, il ritorno economico immediato invece che investimenti lungimiranti, vantaggi politici di breve termine invece che il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni e della qualità dell’ambiente”. Scelte che stanno determinando una vera e propria “regressione insostenibile” per gran parte dell’umanità.

Questa regressione, ha sottolineato Enrico Giovannini, direttore scientifico di ASviS, “incide sulle condizioni di vita delle persone e del Pianeta, e genera continue crisi, ma si moltiplicano i segnali negativi anche in Europa e in Italia. L’Alleanza propone profonde modifiche al modo di disegnare le politiche pubbliche nel nostro Paese, superando l’approccio emergenziale che oggi le caratterizza, e offre alle forze politiche un vero e proprio programma di legislatura con interventi precisi per le dimensioni economiche, sociali, ambientali e istituzionali”.

Anche perché sono soprattutto le condizioni delle giovani generazioni a subire gli effetti di queste scelte sbagliate. “1,1 milioni di minori vivono in famiglie in povertà assoluta; solo il 31,1% dei giovani tra i 25 e i 34 anni è laureato a fronte dell’obiettivo del 45% entro il 2030; la riduzione della dispersione scolastica si accompagna ad un peggioramento delle competenze degli studenti; circa il 16% degli adolescenti e delle adolescenti e quasi un giovane su cinque nella fascia 18-34 anni presentano disagi psicologici e oltre 600 mila minori sono seguiti dal Dipartimento di salute mentale”.

Rispetto al 2010 l’Italia ha fatto registrare alcuni peggioramenti e modesti progressi. Si trova oggi in condizioni peggiori per cinque Obiettivi (sconfiggere la povertà; acqua pulita e servizi igienico-sanitari; riduzione delle disuguaglianze; vita sulla terra, pace e giustizia; istituzioni solide) e sostanzialmente inviate per altri cinque (sconfiggere la fame; salute e benessere; imprese, innovazione e infrastrutture; città e comunità sostenibili; partnership per gli obiettivi). Sempre in cinque casi si rilevano limitati miglioramenti (istruzione di qualità; parità di genere; energia pulita e accessibile; lavoro dignitoso e crescita economica; lotta al cambiamento climatico) e più consistenti solo per l’economia circolare e la vita sott’acqua.

La crisi climatica e degli ecosistemi avanza, specialmente in Europa: nel 2025 la temperatura media globale è stata superiore di 1,43 gradi rispetto al livello preindustriale. A qualche giorno dalla conclusione della COP17 sulla biodiversità (in corso a Yerevan, in Armenia dal 19 al 30 ottobre) e in vista della COP31 sui cambiamenti climatici (che si terrà ad Antalya, in Turchia, dal 9 al 20 novembre) le organizzazioni internazionali e i governi nazionali sono chiamati a passare dagli impegni enunciati a risultati verificabili. Va accelerata l’uscita dalla dipendenza dei combustibili fossili, la riduzione delle emissioni, gli investimenti nell’adattamento e l’azione per il ripristino degli ecosistemi. “Ogni ritardo, avverte il rapporto, rende più elevati i costi umani ed economici della transizione, mentre ogni frazione di riscaldamento evitata può proteggere vite umane e risorse naturali”.

Per il nostro Paese l’ASviS propone un’agenda di interventi da attuare fin da ora e nella prossima legislatura, “con particolare attenzione al contrasto alla povertà e alle disuguaglianze, alla competitività del sistema produttivo, alla transizione ecologica e digitale, alla salute, all’istruzione e al lavoro”. Innanzitutto l’assunzione della Strategia nazionale di Sviluppo sostenibile (attualmente oggetto di revisione da parte del Governo) come centro di coordinamento di tutte le politiche settoriali, da porre sotto la responsabilità della Presidenza del Consiglio; la costruzione di una “governance anticipante”, come l’Italia si impegnata a fare nel 2024 sottoscrivendo il Patto sul Futuro dell’Onu; infine stabilire l’equità intergenerazionale come principio guida per tutte le politiche e l’introduzione della Valutazione d’impatto generazionale (Vig) e di genere (Vige) nelle nuove norme.

“Un cambiamento profondo del nostro modello di sviluppo è possibile e necessario, ha dichiarato Pierluigi Stefanini, presidente dell’ASviS. Le proposte dell’Alleanza riguardano azioni concrete da porre in essere subito e guardano oltre il 2030: si fondano sui principi della nostra Costituzione e sui valori europei. Vogliamo contribuire a dare risposte concrete alla domanda di futuro che arriva dalle giovani generazioni”.

 

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Nove senatori chiedono chiarezza sul caso Starlink. Ma il Pentagono dice no

L’ufficio dell’ispettore generale del Pentagono ha respinto la richiesta bipartisan di indagare sui rallentamenti che a ottobre hanno colpito i servizi satellitari Starlink e Starshield in Ucraina. Una scelta che riaccende a Washington il dibattito sul peso di Elon Musk nelle comunicazioni della Difesa americana, mentre Kyiv denuncia gli effetti concreti delle restrizioni sul campo.

A chiedere l’inchiesta erano stati nove senatori, quattro repubblicani e cinque democratici, dopo che funzionari ucraini avevano segnalato una riduzione deliberata della velocità sia sulla rete commerciale Starlink sia sulla sua versione militare, Starshield. Secondo Kyiv, le limitazioni hanno ostacolato l’intercettazione dei droni d’attacco russi, che richiedono tempi di reazione rapidissimi. Nella risposta data martedì all’Associated Press, l’ispettorato ha indicato che le questioni sollevate sarebbero meglio affrontate dall’Air Force. Una formula che a Capitol Hill viene letta come un rifiuto di fatto, nonostante l’organismo fosse nelle condizioni di procedere.

“È preoccupante”, ha commentato la senatrice democratica della commissione Esteri Jeanne Shaheen, sottolineando che amministrazione Trump e SpaceX hanno fornito versioni contrastanti sull’origine delle interruzioni e che serve una verifica indipendente per accertare le responsabilità. Il nodo sta proprio nel capire chi sia il decisore, con Musk che ha ammesso la responsabilità di SpaceX nel rallentamento di Starlink in Ucraina, accusando Kyiv di aver violato i termini di servizio (accusa respinta dalle autorità ucraine), sottolineando che qualsiasi modifica a Starshield dipenda dal governo statunitense. Il presidente Donald Trump ha invece negato di aver ordinato restrizioni, mentre il vicepresidente JD Vance ha lasciato intendere un  coordinamento tra Casa Bianca e Musk.

I senatori volevano accertare se funzionari del Pentagono o di altre agenzie avessero diretto, autorizzato o anche solo conosciuto in anticipo modifiche alla condivisione d’intelligence, alle capacità di allerta o ai servizi satellitari destinati all’Ucraina. La portavoce dell’ispettorato, Mollie Halpern, ha precisato che la decisione potrebbe essere rivista in presenza di nuovi elementi.

Non è la prima volta che Musk interviene sulla connettività ucraina. Nel 2022, nelle prime fasi dell’invasione, il patrono di SpaceX aveva disposto il blackout di Starlink in aree come Kherson e Donetsk, citando il timore di un’escalation russa. Proprio i dubbi sul controllo esercitato da un singolo privato avevano contribuito, secondo fonti parlamentari, alla nascita di Starshield. Le ultime vicende dimostrano però che neppure la versione militare garantisce piena autonomia all’utente finale.

Una lezione che non sfugge agli europei. Dopo i rallentamenti registrati nelle scorse settimane, la finlandese Iceye ha annunciato una partnership con Nokia e con il ministero della Difesa ucraino per esplorare forme di cooperazione nello spazio, con l’obiettivo dichiarato di costruire comunicazioni satellitari sovrane. Un segnale che la dipendenza da infrastrutture critiche controllate da attori privati, per giunta vicini al potere politico di Washington, è ormai percepita come una vulnerabilità strategica.

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Chi controlla gli abissi? Braw spiega le nuove vulnerabilità della sicurezza internazionale

Ai tempi della Guerra fredda, l’unica vera minaccia subacquea era costituita dai sottomarini nucleari balistici e le infrastrutture presenti sui fondali erano ancora relativamente poche. Oggi, invece, i cavi sottomarini e le condotte energetiche sono diventati la spina dorsale della vita quotidiana, ma restano in gran parte fuori dalla giurisdizione degli Stati e difficili da proteggere, mentre gli abissi si popolano di nuove minacce. Dopo anni di incidenti e attacchi alle infrastrutture sottomarine, il tema è ormai una costante nell’agenda della sicurezza globale ed è al centro del libro “The Undersea War”, che spiega come i fondali sottomarini si stiano trasformando in un nuovo campo di battaglia. Per comprendere questa trasformazione e le sue conseguenze per la sicurezza degli Stati, Airpress ha parlato con Elisabeth Braw, senior fellow dell’Atlantic Council e autrice del libro.

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro, e perché proprio ora?

Con l’editore abbiamo deciso di farlo nell’estate del 2024. All’epoca avevamo già assistito a diversi incidenti ai cavi nel Baltico, nel Mare del Nord, al largo della Norvegia e vicino a Taiwan. Quello taiwanese, a cui dedico un capitolo, è stato particolarmente drammatico, ma all’epoca ha ricevuto poca attenzione. Si capiva che era in corso qualcosa di nuovo: navi che si comportavano in modo anomalo, cavi danneggiati e pochissimo che si potesse fare. Era tutto molto drammatico e misterioso, e lì ho capito che qualcosa era cambiato.

Parliamo infatti di uno scenario strategico nuovo rispetto al passato. Cosa è cambiato dai tempi della Guerra fredda?

Durante la Guerra fredda c’era un confronto strutturale tra Nato e Patto di Varsavia, anche tra le flotte di sottomarini, e si era sempre vicinissimi alla guerra nucleare. Ricordo la prima volta che ho letto un giornale, nel 1981: parlava dell’incidente del sottomarino sovietico incagliato al largo della Svezia. Ricordo la foto del comandante in piedi sullo scafo in attesa di soccorso. Gli svedesi non sapevano cosa fare, processarli o lasciarli andare? Eppure nessuno parlava di cavi o condotte, perché non c’erano ancora stati incidenti di quel tipo. Quelle infrastrutture continuavano a funzionare, anche se sarebbe stato possibile sabotarle, pur trovandosi a un passo dall’Armageddon nucleare. È un paradosso: potevano essere colpite e non lo furono.

Rispetto ad allora, però, oggi i fondali sono molto più affollati.

Esatto. Oggi ci sono più cavi per i dati, più cavi elettrici (rari negli anni Ottanta) e più condotte. Ma la vera differenza è la nostra dipendenza. Negli anni Ottanta, se qualcuno avesse danneggiato alcuni cavi, la gente comune se ne sarebbe accorta a malapena. Oggi invece ce ne accorgeremmo nel momento stesso in cui accade. I cavi funzionano così bene e trasportano così tanto traffico che sono diventati indispensabili.

Poniamo uno scenario: se oggi i cavi sottomarini venissero colpiti, cosa succederebbe alla vita di tutti i giorni?

Prendiamo l’Italia, che è collegata da numerosi cavi. Se ne fosse danneggiato uno, accadrebbe poco, perché un altro ne assorbirebbe il traffico. Con tre o quattro cavi fuori uso si noterebbe un rallentamento. Ma se fossero colpiti tutti i cavi che collegano il Paese, la vita quotidiana si fermerebbe. Si esce di casa, si vuole prendere l’autobus, ma la carta di credito non funziona e non si può comprare nulla. Il telefono è inutilizzabile, così come la televisione. Forse resta la radio, se ne avete una vecchia. Non si può contattare nessuno né navigare in rete. E non è solo un problema individuale: le aziende, essendo digitalmente dipendenti, dovrebbero sospendere le attività. Ospedali e governi hanno una connettività di riserva via satellite, ma i satelliti trasportano solo una minima parte di ciò che passa nei cavi, quindi basterebbe appena per i servizi più critici. Il settore finanziario, allo stesso modo, non dispone di alternative e si bloccherebbe del tutto. È uno scenario quasi troppo grande per essere immaginato.

Molti parlano della necessità di più ridondanza. Basterebbe quindi posare più cavi?

Molti lo dicono, ma chi dovrebbe farlo? Parliamo di investimenti enormi e di infrastrutture molto vaste. I cavi appartengono ad aziende private, che non si possono obbligare a posarne altri, se non con una legge. Esse decidono in base a logiche commerciali e riterranno che il rischio per ciascuna di loro non sia abbastanza alto da giustificare un nuovo investimento. Dovrebbero essere quasi certe che un proprio cavo verrà danneggiato. Certamente, dal punto di vista della sicurezza nazionale, averne di più sarebbe auspicabile, ma il settore privato ragiona con altri criteri.

Nel libro lei approfondisce anche le diverse problematiche normative e legali riguardo la tutela delle infrastrutture sottomarine

Sì. Gli oceani, a differenza della terraferma, sono un bene comune globale. Solo una fascia di 12 miglia nautiche appartiene allo Stato costiero. Oltre c’è la zona economica esclusiva, dove si hanno diritti sulle risorse ma non la giurisdizione, e poi le acque internazionali. È lì che corrono i cavi, tra un Paese e l’altro, e dunque dipendono dal fatto che tutti rispettino le regole, perché fuori dalle acque territoriali gli Stati costieri non hanno autorità. Questo sistema ha funzionato così bene che il mondo oggi dipende interamente dai cavi sottomarini. Ma cosa faremmo se qualcuno smettesse di rispettare le regole? Non siamo nella condizione di approvare nuovi trattati globali: non riusciamo ad accordarci su nulla, figuriamoci su un trattato per la protezione dei cavi. Esiste l’Unclos, che li tutela, ma resta la domanda su cosa fare con chi non se ne cura.

E cosa possono fare gli Stati per proteggere tali infrastrutture?

È molto difficile a dirsi, perché cavi e condotte funzionano e sono al sicuro solo se c’è pace, o almeno se i Paesi si comportano bene. Un nuovo trattato non si riuscirebbe a far approvare. I Paesi del Baltico stanno facendo il massimo possibile: pattugliano i cavi attraverso un’unità Nato, la Ctf Baltic, sperando che la sola presenza faccia la differenza. Sembra funzionare, ma non servirebbe contro chi è davvero deciso a danneggiare i cavi. Questo è l’aspetto più inquietante, gli Stati non possono fare molto più di quanto già fanno. I Paesi del Baltico sono più avanti degli altri nel ragionarci, ma nemmeno le menti migliori sanno cosa si potrebbe fare in più. 

Che ruolo avranno i fondali nelle crisi future?

La situazione è già difficile così. Non siamo in guerra, anche se c’è chi dice di sì: subiamo attacchi continui, contro le infrastrutture e non solo. È una guerra sporca, ma non una guerra vera. Cosa accadrebbe però in un conflitto cinetico? I cavi sarebbero un bersaglio ovvio. La cosa più preoccupante è che la Russia ha pochissimi cavi sottomarini: è il Paese più grande del mondo ed è collegato via terra, quindi non ne ha bisogno. Può minacciare i nostri cavi, mentre noi non potremmo minacciare i suoi, perché quasi non esistono.

Quindi manca la deterrenza.

Esatto. Non possiamo neppure dire “se danneggiate i nostri cavi, noi danneggeremo i vostri”. Anche volendo, ce ne sarebbero ben pochi da colpire.

Droni sottomarini e nuove tecnologie di monitoraggio possono ridurre questa vulnerabilità?

Oggi molte aziende cercano di vendere queste tecnologie alla Nato e ai governi nazionali, ed è il mercato. Ma dal mio punto di vista non serve più sorveglianza. Grazie ai sistemi di controllo degli oceani, soprattutto nel Baltico ma non solo, abbiamo già un’ottima comprensione di quando una nave sospetta si avvicina a un cavo. Il problema non è capire la minaccia, ma sapere cosa fare quando si è stabilito che sta per accadere qualcosa. Possiamo avere tutti i droni del mondo a monitorare i cavi, ma la domanda resta la stessa: che si fa se notiamo un comportamento sospetto? La guardia costiera può chiedere alla nave di allontanarsi. Se non lo fa, si può inviare la Marina, ma questa dovrebbe attaccare la nave, e lo Stato che sta dietro quella nave reagirebbe a sua volta. È molto complicato, e il monitoraggio non lo risolve. Se la tecnologia fosse la risposta, bene, ma si limita ad aggiungere chiarezza su cose che già sappiamo.

Un’ultima cosa. Nel libro lei riporta diverse esperienze individuali. Come mai?

Penso che questo libro sia una storia di persone. È un argomento affascinante e vorrei che i lettori lo capissero. In molti Paesi ci sono persone che lavorano duramente, ogni giorno, per vigilare sui fondali, nell’industria e nelle istituzioni. Sono eroi silenziosi, perché il loro compito è quasi impossibile, eppure lo svolgono. Non sappiamo quanto lavoro ci sia dietro ma dovremmo essere molto grati a chi protegge e difende i fondali ogni giorno.

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Italia e Polonia, una cooperazione che è ossigeno per la difesa europea

Italia e Polonia: non solo interscambio e spazio, ma la precisa volontà di costruire uno sviluppo, costante e duraturo, delle capacità di difesa, sia alla luce della guerra in Ucraina sia come “doppio uso” del concetto stesso di difesa, ovvero industria e geopolitica. Queste le intenzioni emerse dal sesto forum italo-polacco sulla difesa, da poche ore conclusosi a Varsavia. Un’occasione preziosa sia per metabolizzare i passi già compiuti dai due Paesi in questa particolare strada strategica, sia per raccontare come proseguire un rapporto che, da relazione diplomatica, si è fatto nel corso degli ultimi anni, solida partnership.

Roma e Varsavia, patto di ferro

La cooperazione industriale tra Polonia e Italia celebrata a Varsavia ha visto la presenza di rappresentanti di istituzioni, forze armate e industrie di entrambi i paesi, che hanno animato quello che fino a ieri era denominato Forum italo-polacco aerospaziale, che da semplice vetrina ha ampliato il suo raggio d’azione oltre il settore aerospaziale per includere tecnologie terrestri, marittime e subacquee, nonché soluzioni a duplice uso. Gli organizzatori sono stati l’ambasciata d’Italia a Varsavia, l’Agenzia Ice di Varsavia e la Camera di Commercio e Industria italiana in Polonia (CCIIP). Il partner strategico del Forum è stato il Gruppo Leonardo. La cooperazione italo-polacca come gancio per la sicurezza europea: è questa un’altra traccia programmatica molto interessante per il futuro dei due Paesi, elemento messo in risalto stato da Luca Franchetti Pardo, ambasciatore d’Italia in Polonia, secondo cui proprio l’ampliamento dei temi del Forum, che ora include tecnologie per la difesa e a duplice uso, oltre al settore aerospaziale, riflette la crescente interdipendenza tra sicurezza militare e resilienza civile.

“L’aggressione russa contro l’Ucraina continua a trasformare il nostro modo di pensare alla difesa, di organizzarla e di prepararci alle crisi. Ciò richiede un allineamento tra pensiero strategico e capacità industriali e operative. Italia e Polonia condividono la necessità di proteggere i confini e le infrastrutture chiave, dai porti ai cavi e agli oleodotti nel Mediterraneo e nel Mar Baltico”, ha osservato. In questo senso, dunque, le opportunità di cooperazione coprono una vasta gamma di settori, come la consapevolezza della situazione marittima e sottomarina, la sicurezza informatica e l’innovazione nei sistemi terrestri, aerei e spaziali. “Combinando le competenze di grandi gruppi e piccole e medie imprese specializzate – ha aggiunto il diplomatico – possiamo sviluppare tecnologie, produrre congiuntamente e rafforzare le filiere industriali in entrambi i Paesi. Il Forum promuove il dialogo strategico tra istituzioni, forze armate e industria per tradurre l’analisi delle minacce e le esigenze operative in progetti comuni, contribuendo a costruire una deterrenza credibile e a rafforzare la sicurezza dell’Europa”.

Un sostegno a Bruxelles

Ma come sostenere la difesa europea, anche alla luce del know how italiano? Secondo Roberto Cafiero, direttore dell’ufficio di Varsavia dell’Agenzia Ice numerose sono le opportunità di cooperazione tra aziende polacche e italiane, infatti quest’anno l’Italia si presenta a Varsavia con un messaggio chiaro: la difesa europea ha bisogno di parternariati industriali più solidi, basati sull’innovazione nelle tecnologie a duplice uso. “Gli ambiziosi piani della Polonia per la modernizzazione della difesa – ha spiegato – offrono significative opportunità di cooperazione. L’Italia vanta un settore industriale solido e altamente specializzato, che unisce grandi imprese, piccole e medie imprese innovative e capacità di ricerca, nonché tecnologie con applicazioni sia nel settore civile che in quello della difesa. La partecipazione di 35 aziende e organizzazioni italiane, che rappresentano competenze in settori che spaziano dai processi produttivi avanzati e dall’elettronica ai sistemi autonomi, alle tecnologie marittime e alla protezione delle infrastrutture critiche, riflette sia la diversità delle competenze del nostro settore sia il crescente interesse per il mercato polacco. All’Ice, il nostro obiettivo è molto specifico: trasformare questo interesse in partenariati industriali duraturi. L’ampiezza del Forum crea opportunità di scambio diretto, aiutando le aziende a identificare competenze complementari ed esplorare progetti congiunti”.

Baltico e Mediterraneo

Alla manifestazione hanno partecipato 35 imprese e organizzazioni italiane. Nel 2025 l’interscambio commerciale bilaterale ha superato i 36 miliardi di euro, mentre quello aerospaziale ha raggiunto 677 milioni. Le esportazioni aerospaziali italiane verso la Polonia sono passate da 58 milioni nel 2021 a 364 milioni nel 2025. Per questa ragione, come ha osservato nel suo intervento al VI Italian-Polish Defence & Dual Use Forum di Varsavia, dal deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Loperfido, la sicurezza europea dipende sempre più dalla solidità della nostra industria, dalla capacità tecnologica e dalla cooperazione tra Paesi alleati. “Italia e Polonia hanno le condizioni per rafforzare ulteriormente questo percorso”. Loperfido ha richiamato anche la complementarità strategica dei due Paesi: “Polonia e Italia sono due porte strategiche dell’Europa, affacciate rispettivamente sul Baltico e sul Mediterraneo. Abbiamo responsabilità comuni nella sicurezza del continente e interessi condivisi nello sviluppo delle grandi infrastrutture europee, anche attraverso l’Iniziativa dei Tre Mari”.

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Globalizzazione e disuguaglianze. Alla radice del disagio giovanile

Come avvenne durante il maggio francese del 1968, da Parigi le grandi manifestazioni di giovani (soprattutto studenti, ma non solo) si sono diffuse nei principali Paesi europei: Germania, Austria, Spagna, Grecia, Belgio, Portogallo ed Albania. In Italia, poi hanno assunto un’intensità particolare, coinvolgendo città diverse, spesso oggetto di una furia devastatrice. Mentre in Serbia, per la prima volta, il “la lista degli studenti” vince le elezioni, costringendo Aleksandar Vucic, da sempre legato alla Russia di Putin, ad abbandonare il potere dopo 14 anni di ininterrotto predominio.

Che la storia non si ripeta è quasi un fatto acquisito. Tuttavia le somiglianze sono impressionanti. Come pure i motivi di fondo che ne sono all’origine. Allora il “vecchio” aveva resistito a lungo, cercando di mantenere un equilibrio che non rispondeva più alla spinta della modernizzazione. Le élite allora al potere, per quanto possibile, avevano cercato di resistere. Salvo, alla fine, capitolare. Senza per altro riuscire a contrastare del tutto quanto di pericoloso – si pensi alle BR – quel fiume in piena portava con sé. La sconfitta dei benpensanti, alla fine, risultò comunque inevitabile. Troppo profondi erano stati i cambiamenti intervenuti: soprattutto nel modo di produrre. Che, a sua volta, aveva portato a mutamenti profondi nelle sovrastrutture della società: dai rapporti interpersonali, alla cultura; dalla religione alla concezione dello Stato. Alle scelte di vita e via dicendo.

“Americanismo e fordismo”: fu uno delle ultime fatiche di Antonio Gramsci. Il “Quaderno 22” dei suoi scritti dal carcere fu completato tra il 1932 ed il 1934. A pochi anni dalla morte. Un’elaborazione straordinaria che ancora oggi, sul piano metodologico, fa riflettere e fornisce risposte alla domanda del perché qualcosa si può rompere, all’improvvido, nel meccanismo dell’ordinarietà. Allora si trattò del “fordismo”, vale a dire di una diversa forma di organizzazione produttiva destinata a prendere il posto, seppure in ritardo (almeno in Europa), della vecchia manifattura. Per dettare i tempi di una trasformazione destinata ad incidere su tutte le rimanenti giunture sociali.

Siamo oggi di fronte ad un nuovo giro di boa? Rispondere, non è facile, ma gli indizi sono comunque numerosi. Tra questi anche un ribellismo di massa, che va ovviamente depurato dagli eccessi dei violenti – impediscono di capire – ma che non può essere sottovalutato. Quando un fenomeno assume la dimensione che abbiamo visto, non c’è alcuna teoria su presunti “cattivi maestri” che può tenere. Questi ultimi ci sono sempre stati, ma, in questo caso, non è stato certo il loro supposto carisma a trascinare le folle.

In un libro di qualche anno fa (The work of nations), Robert Reich (economista, nonché ministro del lavoro sotto Bill Clinton) aveva tentato una prima radiografia di quanto covava nei sotterranei delle società occidentali. Pure così avvertibili in quel processo – la globalizzazione – che stava per sconvolgere il mondo. Per molti quel fenomeno fu sottovalutato, nella speranza di ritrovare quanto prima una più tranquillizzante normalità. Com’era inevitabile si trattava di una vana illusione. Che tale è rimasta anche quando il mondo è passato da una fase di iperglobalizzazione a quella della slowbalisation (globalizzazione lenta) di cui ha parlato l’Economist.

Che i ritmi, anche a causa di guerre e pandemie, siano diventati più lenti è fuori discussione. Che vi sia stato una sorta di salto all’indietro della storia è solo una pia illusione. Molte delle trasformazioni, che si sono verificate, appaiono, infatti, irreversibili. Un solo dato: nel 1990 (data di nascita della globalizzazione) il commercio internazionale era pari al 38% del Pil mondiale. Lo scorso anno questa percentuale aveva raggiunto il 68,5%. Cosa nasconde questa cifra? Una vera e propria rivoluzione. Oggi il mercato interno di un qualsiasi Paese conta relativamente poco. Si produce, in prevalenza, per il mercato mondiale. Che è l’unico in grado di assorbire grandi quantitativi di prodotti e di garantire adeguati livelli di profitto. Con quali conseguenze?

Reich le analizza dal punto di vista del mercato del lavoro, vedendo in esso una segmentazione difficile da eliminare. Lo strato più basso è costituito dai lavoratori delle produzioni di routine, che possono essere facilmente sostituiti da procedure automatizzate o le relative produzioni trasferite in Paesi con costi minori. Quello intermedio dai lavoratori che forniscono servizi alle persone, che richiedono un rapporto diretto con gli altri (assistenza, cura, ristorazione, ecc). Ed infine gli “analisti simbolici” che ne rappresentano l’élite. Lavoratori, altamente qualificati, che operano nei mercati internazionali: ricercatori, progettisti, manager e via dicendo.

Tra questi diversi livelli esiste una forte incomunicabilità. In generale da quei confini non si entra e non si esce. Non c’è ascensore sociale che tenga. Come avveniva, invece, in passato. Operai che diventavano prima artigiani e poi piccoli imprenditori. Fattorini che potevano fare il salto fino a divenire direttori di giornali. Il self made man della tradizione fordista degli Stati Uniti. Oggi i guadagni che sono legati alla relativa collocazione rimangono nel recinto di chi li ha prodotti e non vengono ripartiti (o lo sono in minima parte) al di fuori del segmento di appartenenza. Ed ecco allora il crescere delle disuguaglianze che è elemento caratteristico delle società contemporanee.

La stessa struttura dei profitti tende a divaricarsi. Un conto sono gli utili delle imprese (le più piccole che operano solo sul mercato interno), di ben altra portata quelli delle strutture oligopoliste che operano sui mercati internazionali. In questi ultimi casi, l’eccesso di profitto non distribuito, che ristagna nelle tesorerie dei grandi gruppi multinazionali, trova impiego sui mercati finanziari internazionali, dando luogo a movimenti erratici di capitali, che si muovono da un Paese all’altro, cercando di ottenere, una volta valutato il rischio, il massimo del rendimento possibile.

Si calcola che il mercato finanziario internazionale sia pari ad 1,2 volte il Pil mondiale, per il solo comparto azionario. Se si aggiungono le obbligazioni quella cifra cresce a 2,5 volte il Pil. Se poi si considerano i derivati e gli OTC (over the country, ossia “fuori il mercato regolamentato”) quel rapporto diventa pari ad otto volte il Pil mondiale. A fronte del quale tuttavia non è l’intero Prodotto lordo, bensì quella quota di ricchezza che rimane nelle mani dei grandi player internazionali, in una sproporzione evidente che consente di moltiplicare quasi all’infinito la ricchezza posseduta. Ed ecco allora una delle possibili spiegazioni del disagio giovanile. Colpa dei singoli Governi nazionali? Troppo facile da dire. Se la dimensione dei problemi corrisponde, anche in minima parte, alle precedenti considerazioni, c’è un lungo scavo da fare, prima di giungere ad una qualsivoglia conclusione. Che la polemica del momento può solo oscurare.

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Israele, i partiti arabi decideranno la partita? L’analisi di Castellaneta

Il lungo autunno elettorale è appena cominciato e il pendolo della politica sembra tornare a oscillare dagli estremi verso il centro. In aprile la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria aveva aperto una prima breccia. Domenica Luiz Inácio Lula da Silva ha conquistato in Brasile il quarto mandato, frenando la destra bolsonarista che sembrava avere già la vittoria in tasca; in Serbia la lista degli studenti ha sconfitto il blocco del filorusso Aleksandar Vučić. Ora ha votato Israele, mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti e quelle spagnole.

Non è un’ondata ideologica uniforme: i sondaggi spagnoli, per esempio, premiano il Partito popolare e Vox, quindi una riconferma di Sánchez o di un’alternanza centripeta non è scontata (a maggior ragione dopo il disastro ferroviario di ieri). Eppure emerge una domanda comune: maggiore pragmatismo dopo anni nei quali la polarizzazione ha sostituito la politica. Il voto israeliano conferma questa tendenza, senza però produrre una maggioranza anche a causa della legge elettorale estremamente proporzionale che regola l’assegnazione dei seggi alla Knesset.

Il conteggio delle ultime ore ha modificato la fotografia iniziale. Con oltre il 90% dei voti scrutinati, il Likud rimane il primo partito con il 20,7% e 26 seggi, davanti a Yashar di Gadi Eisenkot, al 16,2% e con 21 deputati. Il blocco di destra e religioso di Benjamin Netanyahu ottiene 53 seggi, mentre l’opposizione ebraica ne raccoglie 48. Lista congiunta e Ra’am arrivano complessivamente a 19, quasi raddoppiando i dieci della legislatura uscente. La maggioranza è fissata a 61.

Restano da conteggiare oltre mezzo milione di “doppie buste”, soprattutto i voti dei militari. Potranno spostare qualche seggio, ma difficilmente cambieranno il dato politico: nessuno dei due blocchi può governare e i partiti arabi sono diventati il perno della legislatura.

Netanyahu è riuscito nell’intento di contenere una sconfitta che molti davano per certa. Il Likud resta la maggiore forza del Paese, ma scende dai 32 seggi del 2022 agli attuali 26; l’intero blocco, che quattro anni fa disponeva di 64 deputati, ne perde undici. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich non scompaiono, ma non hanno trasformato guerra e paura in una nuova espansione elettorale. A tre anni dal 7 ottobre, una parte dell’elettorato conservatore continua a chiedere sicurezza, ma non necessariamente le fughe in avanti della coalizione precedente.

Il principale beneficiario è Eisenkot, già capo di Stato maggiore. Sarebbe però un errore dipingerlo come un “paladino” della sinistra. Netanyahu, a modo suo, è un sognatore in grande: punta a ridisegnare il Medio Oriente allargato e a contenere definitivamente l’Iran. Eisenkot appare più pragmatico, concentrato sulla sicurezza nazionale, sulle istituzioni e sul rapporto fra esercito, governo e società.

La vera sorpresa è la mobilitazione degli arabi israeliani, favorita anche dalla reazione alle politiche di Ben-Gvir e Smotrich. Lista congiunta e Ra’am sono forze diverse: la prima più nazionale e di sinistra, la seconda islamista ma già disponibile a sostenere una coalizione guidata da partiti ebraici. Insieme porterebbero il fronte anti-Netanyahu a 67 seggi. I loro leader si sono detti pronti a collaborare per sostituire il premier, chiedendo però la fine dell’esclusione politica degli arabi e un cambiamento sulle questioni sociali e palestinesi.

Eisenkot e altri esponenti dell’opposizione avevano escluso di dipendere dai partiti arabi. Ora dovranno scegliere se mantenere quel veto, condannandosi probabilmente all’opposizione, oppure riconoscere che quasi un sesto della nuova Knesset rappresenta cittadini arabi di Israele. Potrebbe nascere una coalizione formale, più probabilmente un governo di minoranza sostenuto dall’esterno, oppure un’intesa limitata alla sostituzione di Netanyahu.

L’alternativa è un governo di unità nazionale. Il Presidente Isaac Herzog ha chiesto ai leader di presentarsi alle consultazioni con “mente aperta” e di fare tutto il possibile per evitare un’altra elezione. Non ha indicato una formula, ma le sue parole riaprono l’ipotesi di un’intesa fra Likud, Yashar e parte dell’opposizione. Gli ostacoli restano enormi: Eisenkot rifiuta di partecipare ad un governo guidato da Netanyahu, mentre quest’ultimo ha rassicurato Ben-Gvir e Smotrich che non li abbandonerà. Se i veti incrociati resisteranno, il ritorno alle urne all’inizio del prossimo anno diventerà lo scenario più probabile.

Il nuovo peso dei partiti arabi potrebbe restituire spazio al dialogo con i palestinesi e al principio dei “due popoli, due Stati”, oltre a rilanciare gli Accordi di Abramo come collegamento fra normalizzazione regionale e prospettiva politica palestinese. Non bisogna attendersi però svolte immediate: anche Eisenkot resta un uomo della sicurezza e la questione palestinese è stata oggetto di dibattito molto più all’estero che nella stessa Israele. Ma la sicurezza nazionale non può essere separata all’infinito dalla stabilità regionale.

Anche il contesto regionale sta cambiando. La riunione dei giorni scorsi a Teheran tra Iran e i tre membri del Patto della Mecca — Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, spesso definito impropriamente una “Nato sunnita” — mostra che gli attori dell’area cercano canali autonomi per evitare un conflitto permanente. È significativo che Paesi vicini a Washington parlino direttamente con Teheran mentre restano aperti i dossier di Hormuz, degli Houthi e di Bab el-Mandeb.

Molto dipenderà infine dagli Stati Uniti. Le elezioni di mid-term del prossimo 3 novembre potranno rafforzare o limitare la libertà d’azione di Donald Trump e indurlo ad aggiornare, in meglio o in peggio, la propria politica mediorientale. Il voto israeliano non chiude dunque una fase, ma ne apre una nuova in cui il pendolo si è spostato verso il centro, ma non abbastanza da indicare chi governerà. In questa incertezza può nascere uno spazio per il pragmatismo oppure, se prevarranno i veti, per uno stallo politico che potrebbe procrastinare ulteriormente la ricerca di una soluzione che porti a stabilizzare il Medio Oriente.

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Payback e investimenti, la sfida italiana al centro del forum Novartis

La capacità di attrarre investimenti, sostenere la ricerca e garantire ai pazienti un accesso tempestivo alle nuove terapie è diventata una questione centrale per la competitività dell’Italia e dell’Europa. In uno scenario in cui Stati Uniti e Cina accelerano sul fronte dell’innovazione farmaceutica, il continente europeo è chiamato a ripensare le proprie politiche industriali e sanitarie, superando le frammentazioni regolatorie e costruendo condizioni più favorevoli allo sviluppo delle scienze della vita. È attorno a queste priorità che si è sviluppato il confronto del “Forum salute e innovazione: rafforzare la competitività in Italia e in Europa”, promosso da Novartis con il supporto organizzativo di Forum in Masseria e Comin & Partners, che ha riunito a Roma rappresentanti del governo, delle istituzioni regionali, dell’industria farmaceutica e della comunità scientifica.

La sfida del governo tra innovazione e competitività

A richiamare il ruolo delle politiche pubbliche è stato innanzitutto il ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha individuato nella capacità dei sistemi sanitari di tenere il passo con il progresso scientifico una delle principali sfide dei prossimi anni. L’innovazione procede infatti a una velocità che le norme e la burocrazia non sempre riescono a seguire. “Non possiamo non cogliere le opportunità che ricerca e industria ci portano, dobbiamo assicurare che l’industria continui a investire in Italia e che i pazienti italiani possano avere accesso in tempi rapidi ai farmaci innovativi”, ha sottolineato, ribadendo l’impegno a lavorare per ampliare il fondo innovazione.

Una sfida che investe direttamente anche la politica industriale, e qui il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha messo enfasi sulla velocità come uno dei principali fattori della competizione internazionale. “Accelerare sia nel campo della ricerca, della produzione, nell’accesso al mercato. Il fattore maggiore per la competitività è l’accelerazione”, ha osservato, indicando nella semplificazione, nella riduzione della burocrazia e nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale alcune delle leve su cui intervenire, a livello nazionale ed europeo.

Sul versante internazionale, il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato il contributo della farmaceutica alle esportazioni italiane, richiamando la necessità di diversificare i mercati di destinazione anche alla luce delle nuove tensioni commerciali. “La farmaceutica rappresenta per noi un’industria di grandissima qualità che ci permette di occupare spazi in tantissimi mercati”, ha dichiarato, ribadendo l’importanza di rafforzare la presenza delle imprese italiane oltre i tradizionali mercati europei e statunitensi.

Dal governo sono arrivati anche segnali sulla revisione del payback. Tajani ha annunciato che “nella manovra ci sarà un segnale per quanto riguarda il payback, che è molto atteso dalle imprese che innovano e investono di più”. Un orientamento confermato da Urso, secondo cui l’obiettivo è procedere verso un migliore utilizzo del meccanismo e, quando possibile, il suo superamento, per evitare che diventi un freno agli investimenti.

La competizione globale e il rischio europeo

La dimensione internazionale della sfida è stata al centro anche degli interventi dei vertici di Novartis. Secondo Giovanni Caforio, Board Chair del gruppo, il progresso scientifico sta aprendo prospettive terapeutiche senza precedenti, ma la capacità dell’Europa di tradurle in benefici per i pazienti è sempre più condizionata dalla competizione globale.

“Per i pazienti, la promessa dell’innovazione scientifica non è mai stata così grande. Eppure l’Europa sta perdendo terreno nella competizione globale per l’innovazione farmaceutica”, ha avvertito Caforio. Per invertire questa tendenza, occorre riconoscere salute e innovazione come asset strategici di lungo periodo, creando condizioni più prevedibili per gli investimenti e accelerando l’accesso alle nuove terapie.

Una preoccupazione condivisa dal presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, che ha richiamato il rapido superamento della Cina negli studi clinici. Per Cattani, Italia ed Europa si trovano a un punto di svolta, nel quale è necessario conciliare due obiettivi: preservare la capacità industriale e mantenere l’attrattività del mercato europeo per lo sviluppo e il lancio dei nuovi farmaci.

Il presidente di Farmindustria ha ricordato il peso economico del comparto, ricordando che nel 2025 la farmaceutica ha generato un saldo commerciale europeo superiore a 220 miliardi di euro. Un contributo che, nella sua lettura, giustifica una governance di livello strategico, capace di coordinare politiche industriali, ricerca e sanità.

Per Patrick Horber, President International di Novartis, la capacità di attrarre innovazione dipende dalla qualità dell’ecosistema in cui le imprese operano. “L’innovazione va dove viene riconosciuta e valorizzata”, ha osservato, indicando tra le priorità “regole prevedibili, una solida tutela della proprietà intellettuale, maggiori investimenti nei farmaci innovativi e percorsi di accesso per i pazienti capaci di tenere il passo con la scienza”.

Payback e accesso, i nodi della governance italiana

Se la competitività rappresenta la cornice generale, è sul terreno delle regole e del finanziamento dell’innovazione che emergono alcune delle principali criticità del sistema italiano.

A partire dal payback farmaceutico, sul quale Federico Mambretti, Country President e amministratore delegato di Novartis Italia, ha richiamato la necessità di un intervento capace di restituire prevedibilità alle imprese. “Il payback è oggi una delle principali fonti di incertezza per il settore: aumenta l’esposizione delle imprese e rende più complessa la pianificazione degli investimenti di lungo periodo”, ha spiegato.

La proposta avanzata da Mambretti è quella di “introdurre un tetto temporaneo, non superiore ai livelli del 2023”, come misura di stabilizzazione in attesa di una riforma strutturale. Il tema, secondo il manager, deve essere inserito in una riflessione più ampia sul superamento dei silos di spesa e sulla necessità di riconoscere il valore generato dall’innovazione farmaceutica, anche in termini di qualità della vita, produttività e sostenibilità del sistema.

Sulla stessa questione è intervenuto Cattani, richiamando il peso crescente dei ripiani a carico delle aziende e la necessità di definire un percorso pluriennale di uscita dall’attuale meccanismo.

La prospettiva delle istituzioni è stata illustrata da Francesco Zaffini, presidente della Commissione Affari sociali del Senato, che ha ricondotto il problema alla necessità di individuare risorse e priorità all’interno del bilancio sanitario. La definizione di un tetto al payback richiede infatti una scelta politica e finanziaria, così come il rafforzamento dei percorsi di accesso precoce ai farmaci innovativi, sui quali il sistema italiano continua a registrare ritardi.

A sottolineare l’esigenza di bilanciare attrattività degli investimenti e tenuta del sistema pubblico è stato anche Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni e della Regione Friuli Venezia Giulia. La certezza delle regole è fondamentale per le imprese, ma deve accompagnarsi a una “responsabilità condivisa tra governo, Regioni e industria”. In questo quadro, Fedriga ha indicato nell’appropriatezza prescrittiva e diagnostica uno degli strumenti per migliorare l’impiego delle risorse disponibili.

Il rapporto tra governo centrale e territori rappresenta, del resto, uno dei principali fattori che incidono sull’equità di accesso. Emanuele Monti, presidente della IX Commissione del Consiglio regionale della Lombardia, ha ricordato come tra una Regione e l’altra possano registrarsi differenze anche di un anno o un anno e mezzo nella disponibilità delle cure, richiamando la necessità di ridurre gli ostacoli burocratici e rafforzare il coordinamento istituzionale. Un problema evidenziato anche da Ornella Barra, presidente del Board di The Boots Group, che ha posto l’accento sulla frammentazione e sulla disomogeneità delle procedure italiane ed europee. Regole e strumenti di controllo rimangono indispensabili, ma la loro complessità rischia di rallentare l’arrivo dei medicinali ai pazienti e di aumentare gli oneri per le imprese.

Dalla spesa al valore delle cure

Il nodo dei tempi di accesso assume una rilevanza particolare quando viene osservato dalla prospettiva clinica e dei pazienti. Giuseppe Curigliano, presidente eletto della European Society for Medical Oncology (Esmo), ha richiamato la necessità di valutare le nuove terapie sulla base del loro beneficio clinico, considerando gli anni di vita guadagnati e il numero di pazienti che possono essere guariti nelle fasi precoci della malattia. Un approccio che richiede di superare una valutazione prevalentemente finanziaria dell’innovazione e di considerare anche le ricadute sulla ricerca clinica.

Secondo Curigliano, infatti, una riduzione delle opportunità di rimborso può compromettere l’attrattività dell’Italia per gli investimenti in ricerca, con conseguenze dirette sulla disponibilità futura delle terapie.

A condividere questa impostazione è stato Francesco De Lorenzo, già presidente della Federazione italiana delle Associazioni di volontariato in oncologia (Favo), che ha richiamato l’esigenza di “passare dalla logica del costo a quella del valore e superare la logica dei silos”. Il prezzo di un farmaco, ha osservato, non restituisce necessariamente i benefici che può produrre nel tempo, sia per il singolo paziente sia per il sistema sanitario.

Una riflessione che trova riscontro anche nell’esperienza clinica illustrata da Fabio Calabrò, direttore dell’Oncologia medica dell’Istituto nazionale tumori Regina Elena. Pur riconoscendo i punti di forza del Servizio sanitario nazionale, Calabrò ha evidenziato le disuguaglianze che possono prodursi durante l’intervallo tra l’approvazione europea di una terapia e la sua effettiva disponibilità in Italia. Ridurre questi tempi e rafforzare le reti cliniche rappresenta, nella sua prospettiva, una condizione essenziale per garantire qualità e uniformità dell’assistenza.

Le implicazioni concrete di questa sfida sono emerse nell’approfondimento dedicato alle terapie con radioligandi, una delle frontiere più promettenti della medicina oncologica di precisione. Questi trattamenti combinano la capacità di riconoscere specifici bersagli molecolari con l’impiego di isotopi radioattivi, permettendo di indirizzare l’azione terapeutica sulle cellule tumorali. Un ambito nel quale l’Italia dispone di competenze industriali e scientifiche rilevanti, a partire dal sito Novartis di Ivrea, che integra attività di ricerca, sviluppo e produzione e rappresenta un centro di eccellenza nella rete globale del gruppo.

“La terapia con radioligandi ne è un esempio chiaro: l’innovazione avanzata raggiunge i pazienti più rapidamente solo quando scienza, produzione, competenze cliniche e politiche sanitarie lavorano insieme in modo integrato”, ha sottolineato Horber. Il manager ha inoltre richiamato i progressi compiuti negli ultimi due anni nell’ampliamento della rete italiana di somministrazione, che conta oggi 47 centri, evidenziando tuttavia le disuguaglianze ancora presenti nella loro distribuzione sul territorio. L’obiettivo è ampliare l’accessibilità di queste terapie, accompagnando lo sviluppo di nuove indicazioni oncologiche e delle future generazioni della piattaforma. La complessità organizzativa di questi trattamenti è stata approfondita da Raffaele De Vincentis, vicepresidente dell’Associazione italiana di medicina nucleare e imaging molecolare, che ha richiamato i vincoli legati alla produzione e alla distribuzione degli isotopi radioattivi. La loro disponibilità, spesso soggetta a tempi estremamente ristretti, impone una programmazione nazionale delle infrastrutture e una rete di centri adeguatamente attrezzati. Una sfida che coinvolge anche i percorsi assistenziali e che, come osservato da Barra, nel caso specifico dei radioligandi richiede modalità di distribuzione e somministrazione particolarmente sofisticate, con un ruolo centrale delle strutture ospedaliere specializzate.

Il caso dei radioligandi restituisce, dunque, su scala concreta, le questioni affrontate nel corso del Forum: la capacità di sviluppare innovazione sul territorio nazionale, la disponibilità di infrastrutture e competenze per renderla accessibile e la necessità di un coordinamento nazionale fra gli stakeholder del settore.

Questa prospettiva riporta, infine, il confronto al suo punto di partenza: la competitività farmaceutica si misura nella capacità di trasformare il potenziale della ricerca in investimenti, crescita industriale e benefici effettivi per i pazienti. Per l’Italia, la sfida sarà preservare il ruolo acquisito nelle filiere internazionali delle scienze della vita, creando le condizioni perché le innovazioni sviluppate e prodotte nel Paese possano anche raggiungere tempestivamente chi ne ha bisogno.

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Salute e innovazione. Le sfide per il comparto secondo Mambretti (Novartis)

 

Quali condizioni servono per rafforzare la competitività del settore farmaceutico italiano ed europeo? E quale impatto ha il meccanismo del payback sulla capacità delle imprese di programmare gli investimenti? A margine del Forum salute e innovazione: rafforzare la competitività in Italia e in Europa, promosso da Novartis con il supporto organizzativo di Forum in Masseria e Comin & Partners, Federico Mambretti, Country president e Amministratore delegato di Novartis approfondisce le principali sfide per il comparto, soffermandosi sulla necessità di una governance più stabile e prevedibile e di una riforma strutturale del sistema di finanziamento della spesa farmaceutica.

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Poveri, sfiduciati e manipolabili. La guerra politica secondo De Longis

Nessun confronto militare, attacco cinetico o compromissione delle capacità militari. Le democrazie liberali possono essere attaccate attraverso l’erosione – nel tempo – di ciò che ne rende possibile il funzionamento: le filiere produttive, la dipendenza tecnologica, l’informazione, le infrastrutture cognitive e, soprattutto, il rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni. E proprio dentro questa progressiva dilatazione del perimetro della sicurezza si colloca “Democrazie, capitalismo e libertà al collasso. La guerra politica per l’attacco economico-cognitivo ai giovani”, il volume di Fabrizio De Longis, esperto di Difesa e Sicurezza, già consulente di Relazioni internazionali, Comunicazioni e Affari strategici, edito da Rubbettino con prefazione di Mario Caligiuri.

La guerra politica

L’assunto centrale del libro è che la guerra ibrida, così come viene generalmente interpretata, non esaurisca più la complessità del confronto contemporaneo. De Longis preferisce ricorrere alla categoria di “guerra politica”, intesa come modalità di competizione nella quale strumenti economici, cognitivi, tecnologici e sociali concorrono a modificare sia le capacità materiali di uno Stato, sia la qualità del rapporto che esso intrattiene con la propria società.

Il volume va oltre letture semplicistiche, seppur veritiere e necessarie, che si concentano in particolar modo sulla dimensione militare: occorrono misure che riescano a preservare, oltre allo strumento difensivo tout court, quelle condizioni – benessere, libertà, sicurezza e fiducia – dalle quali dipende la stessa legittimità di un ordinamento democratico.

De Longis costruisce da qui il proprio ragionamento attorno a due direttrici, sicurezza economica e sicurezza cognitiva, trattandole non come settori separati ma come dimensioni reciprocamente dipendenti.

Sul versante economico, il libro insiste sulla crescente vulnerabilità prodotta dall’interdipendenza. Catene del valore, dipendenze tecnologiche, approvvigionamenti critici e struttura produttiva non rappresentano soltanto questioni di efficienza o competitività. Possono diventare strumenti di coercizione quando incidono sulla capacità di uno Stato di mantenere autonomia decisionale.

Il passaggio dalla globalizzazione fondata sulla massimizzazione dell’efficienza a una globalizzazione sempre più condizionata dal rischio geopolitico viene letto attraverso il concetto di weaponizzazione: ciò che in una fase precedente veniva considerato principalmente un vantaggio economico può acquisire una funzione strategica quando la dipendenza diventa leva politica.

Da questo punto di vista, il libro intercetta una trasformazione ormai centrale nel dibattito europeo: la sicurezza economica non coincide con il protezionismo, ma con la capacità di comprendere quali dipendenze possano tradursi in vulnerabilità sistemiche. La questione riguarda il tessuto produttivo, ma anche qualcosa di più profondo. Quando la perdita di capacità economica si traduce in impoverimento, precarietà e riduzione delle aspettative, l’effetto non rimane confinato all’economia e può erodere la fiducia nelle istituzioni e modificare il rapporto tra cittadino e Stato.

La seconda direttrice riguarda poi la dimensione cognitiva. De Longis estende il ragionamento oltre il terreno, ormai consolidato, della disinformazione. La sicurezza cognitiva viene interpretata come capacità di preservare gli strumenti con cui gli individui elaborano la realtà, costruiscono giudizi, riconoscono appartenenze e definiscono aspettative di futuro. La mente non viene quindi considerata soltanto destinataria di propaganda, ma parte integrante dell’infrastruttura strategica di una collettività, una società, uno Stato.

Le nuove generazioni

I giovani rappresentano il segmento più esposto alla comunicazione digitale. L’ambiente digitale è dove una parte crescente dei processi di costruzione dell’identità, di socializzazione politica e di interpretazione della realtà prende forma. Ma è altresì il luogo nel quale la soglia di attenzione viene abbassata e dove pululano manipolazione delle percezioni, disinformazione, polarizzazione ed erosione del pensiero critico.

Nel volume, isolamento, perdita di fiducia, difficoltà a progettare il futuro e progressivo disinteresse verso la partecipazione politica vengono letti come segnali di una frattura che può acquisire rilevanza per la sicurezza nazionale. Da qui, una delle proposte del testo: la sicurezza cognitiva non può essere applicata al solo contrasto delle fake news. Essa riguarda la qualità del rapporto che una società mantiene con la conoscenza, con il futuro e con le proprie istituzioni. Una democrazia può conservare formalmente tutti i propri meccanismi costituzionali ed essere al tempo stesso progressivamente indebolita se una parte significativa dei cittadini perde fiducia nella capacità dello Stato di rappresentarne gli interessi e di offrire una prospettiva credibile.

La formula più provocatoria utilizzata nel volume – “brutti, poveri e stupidi” – prova a condensare proprio questa dinamica. La guerra economica impoverisce, quella cognitiva riduce la capacità critica, quella politica normalizza un progressivo deterioramento degli standard culturali e civici. E dietro un lessico volutamente forte si trova, tuttavia, un tentativo preciso: quello di ricondurre fenomeni spesso studiati separatamente – come impoverimento, polarizzazione, sfiducia, disinformazione, solitudine e perdita di partecipazione – all’interno di una medesima geometria epistemica e analitica sulla resilienza delle società democratiche.

Il carattere sistemico

Le democrazie fondano la propria legittimità su elementi che costituiscono al tempo stesso la loro principale forza: apertura, pluralismo, competizione politica, libertà di espressione, alternanza e responsabilità verso l’opinione pubblica. Gli stessi meccanismi che possono diventare superfici di vulnerabilità quando un attore esterno riesce a incidere sul costo politico delle decisioni.

La questione riguarda soprattutto la diversa temporalità che separa democrazie e regimi autoritari. Un governo democratico è chiamato a rendere conto delle proprie scelte entro orizzonti elettorali relativamente brevi. Misure necessarie sul piano strategico – diversificazione delle filiere, investimenti in resilienza, riduzione delle dipendenze critiche, protezione delle infrastrutture cognitive – possono produrre costi immediati e benefici visibili soltanto nel medio o lungo periodo. Un attore ostile può quindi tentare di sfruttare precisamente questa asimmetria, amplificando il costo sociale e politico delle scelte necessarie alla sicurezza.

La vulnerabilità delle democrazie risiede, secondo De Longis, nella tensione strutturale tra responsività elettorale e razionalità strategica: i governi devono internalizzare costi politici immediati per decisioni i cui benefici emergono spesso soltanto nel lungo periodo. I regimi autoritari, meno esposti alla verifica periodica del consenso, dispongono invece di maggiore continuità decisionale e tolleranza ai costi concentrati. La competizione ibrida sfrutta questa asimmetria temporale amplificando il prezzo interno di misure strategicamente necessarie. Ne deriva uno spazio di coercizione nel quale l’obiettivo non è imporre direttamente una scelta, ma renderla politicamente insostenibile.

Il volume di Fabrizio De Longis formula una concezione della sicurezza che supera la sola capacità di prevenire o assorbire un attacco, concentrandosi sulla tenuta politica e sociale del sistema nel tempo. Il rischio più profondo emerge quando vulnerabilità economiche, cognitive e generazionali cessano di essere fenomeni settoriali e convergono in un processo cumulativo di erosione della fiducia, della coesione e della legittimità istituzionale.

La tesi del libro analizza l’impoverimento, l’indebolimento del tessuto produttivo e il progressivo distacco delle nuove generazioni dalla politica come possibili vettori di una fragilità sistemica capace di incidere sulla resilienza stessa dell’ordinamento democratico, sottolineando, ancora una volta, che nessuna democrazia può essere militarmente forte e, al tempo stesso, strategicamente vulnerabile se non riesce più a convincere i propri cittadini che valga la pena difendere il modello politico, economico e sociale su cui essa stessa si fonda.

 

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