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Il furto record a Binance svela la contraddizione nella sicurezza delle cripto. Parla Mele

Il furto del secolo. Basta già questo per spiegare la portata dell’operazione condotta da alcuni hacker, molto probabilmente del gruppo nordcoreano TraderTraitor, ai danni di Binance. Un furto da ben 6,3 miliardi di dollari, come mai era successo prima d’ora. Ci si era fermati ai 1,5 miliardi del febbraio 2025 trafugati dall’altra piattaforma di interscambio Bybut, sempre per mano di uomini al soldo di Pyongyang. Binance fa sapere che restituirà di tasca propria tutto quello che i suoi investitori hanno perso, attingendo dalle casse dell’azienda. Tre miliardi sono stati già congelati e le transazioni sospese, probabilmente per tutto il fine settimana.

Per svaligiare la piattaforma di exchange ci sono voluti all’incirca 20 minuti. Si è trattato di un attacco “complesso”, che potrebbe essere partito da un laptop di un funzionario di Binance per poi espandersi. “Stiamo facendo tutto il possibile, in coordinamento con le forze dell’ordine, per risolvere la situazione”, assicura la società. “Stiamo ancora raccogliendo gli elementi e forniremo ulteriori informazioni non appena saranno disponibili”.

Il danno è già fatto. D’immagine, anzitutto, ma anche a livello operativo. Le criptovalute sono crollate. Bitcoin è sceso del 2%, arrivando per la prima volta in un mese sotto quota 77mila dollari. Ethereum cala dell’1,38%, arrivando a poco più di 2.200 dollari.

Non è la prima che si verificano attacchi simili. E probabilmente nemmeno l’ultima. Il che aumenta i timori di chi investe in monete digitali. “Credo che il danno reputazionale sia soltanto una parte del problema”, spiega a Formiche.net Stefano Mele, partner dello studio legale Gianni & Origoni, dove è il responsabile del Dipartimento Cybersecurity, data privacy & space economy law.

“Questo attacco mette in evidenza una contraddizione importante nell’evoluzione del mercato delle criptovalute. Un ecosistema sviluppatosi anche intorno al principio della decentralizzazione ha progressivamente visto affermarsi grandi intermediari privati che concentrano enormi quantità di risorse finanziarie e funzioni operative essenziali. La sicurezza di queste risorse finisce quindi per dipendere non soltanto dall’affidabilità delle tecnologie blockchain, ma anche dalla capacità degli intermediari di proteggere i propri sistemi e, soprattutto, i processi attraverso i quali vengono autorizzate le transazioni”, spiega.

Se quanto ricostruito da Binance troverà conferme, “il problema non riguarderebbe una vulnerabilità dei protocolli blockchain, ma la possibile compromissione dei sistemi utilizzati dall’exchange per disporre degli asset custoditi”, aggiunge Mele. “È una distinzione fondamentale, perché evidenzia come la concentrazione di funzioni critiche possa generare rischi di dimensioni eccezionali anche in un ecosistema tecnologicamente decentralizzato”. Il problema dunque non riguarda solo la fiducia, ma l’intero ecosistema che regola le cripto.

A sfruttarlo sono hacker esperti, come quelli allevati dalla Corea del Nord. I furti informatici stanno portando alle casse del regime parecchi soldi con cui finanziare i propri programmi, compreso quello militare. Per cui Pyongyang investe molto nella formazione dei suoi talenti cyber. “Non siamo, quindi, necessariamente di fronte a un’operazione criminale il cui obiettivo si esaurisce nell’arricchimento degli autori, ma a un possibile strumento di finanziamento della politica di sicurezza e dei programmi militari di uno Stato”, conclude Mele. “Naturalmente, il valore delle criptovalute sottratte non coincide necessariamente con le risorse di cui gli attaccanti potranno effettivamente disporre. Una parte degli asset può essere congelata o recuperata, mentre la conversione delle somme rimanenti in risorse finanziarie concretamente utilizzabili può essere ostacolata dalla tracciabilità delle transazioni e dai controlli degli intermediari”.

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Romania, il rogo vicino a Romarm porta a una rete di sabotaggio russa

Dietro l’incendio scoppiato lo scorso 14 settembre sulla piattaforma industriale Carfil di Brașov, nella Romania centrale, ci sarebbe una rete di sabotaggio coordinata dalla Federazione Russa. A renderlo pubblico è stato il Serviciul Român de Informații (SRI), che ha annunciato di avere ricostruito, insieme alle autorità nazionali e a partner stranieri, una parte della struttura responsabile dell’operazione.

Il caso è stato riportato anche dal Kyiv Independent, secondo cui l’incendio si è verificato nei pressi di Carfil SA, società controllata dalla compagnia statale della difesa Romarm. Il giornale ucraino, citando le autorità rumene, riferisce del coinvolgimento di tre cittadini provenienti dallo spazio ex sovietico, due bielorussi e un ucraino, inseriti in una rete utilizzata per compiere operazioni di sabotaggio in diversi Paesi europei.

È soprattutto la dimensione dell’operazione descritta da Bucarest a rendere il caso rilevante. Secondo il comunicato ufficiale del SRI, le missioni assegnate alla rete non riguardavano soltanto la Romania. I coordinatori operanti dalla Federazione Russa avrebbero individuato una serie più ampia di potenziali bersagli nella regione, tra cui impianti pubblici e privati per la produzione di armamenti e altri siti di interesse militare e industriale. Le autorità rumene hanno inoltre spiegato di avere individuato nel corso dell’anno altri tentativi contro obiettivi sul proprio territorio, comprese strutture militari internazionali o utilizzate per l’addestramento delle forze armate ucraine.

Il metodo descritto dall’intelligence rumena ricalca un modello emerso in diverse indagini europee degli ultimi anni: l’impiego di esecutori reclutati attraverso i social network e inizialmente incaricati di attività apparentemente marginali, come fotografare o sorvegliare un obiettivo. Solo in un secondo momento gli incarichi possono trasformarsi in danneggiamenti, incendi o azioni di maggiore gravità. A facilitare il reclutamento, sostiene il SRI, possono essere vulnerabilità economiche, dipendenze o precedenti criminali. Per rendere più difficile la ricostruzione della catena di comando vengono utilizzati alloggi, trasporti e strumenti di pagamento intestati a terzi, insieme a carte telefoniche straniere e applicazioni di messaggistica criptata.

È una modalità operativa che consente soprattutto di mantenere distanza tra chi commissiona l’azione e chi materialmente la esegue. Una caratteristica utile nelle operazioni condotte al di sotto della soglia del conflitto aperto: costi relativamente contenuti, una catena di attribuzione più difficile da dimostrare sul piano giudiziario e la possibilità di colpire infrastrutture sensibili senza impiegare direttamente personale riconducibile allo Stato sponsor.

Secondo il SRI, l’obiettivo di queste operazioni sarebbe quello di «intimidire», danneggiare le capacità di difesa dei Paesi interessati e indebolirne il contributo alla sicurezza europea e regionale. Il servizio rumeno colloca esplicitamente il caso Carfil all’interno di una campagna più ampia di sabotaggi coordinati dalla Russia in Europa. Una valutazione che assume un peso particolare per Bucarest, Paese Nato confinante con l’Ucraina e uno dei punti strategici del fianco orientale dell’Alleanza.

Le indagini hanno anche una dimensione transnazional: la procura rumena competente per criminalità organizzata e terrorismo sta lavorando sulle posizioni di due cittadini bielorussi fermati in Germania e di un cittadino ucraino individuato in Polonia, tutti sospettati di un coinvolgimento nell’operazione. Le procedure coinvolgono dunque più giurisdizioni europee, mentre Bucarest continua a lavorare con servizi e forze di polizia partner.

Il quadro resta quello di un’indagine in corso e l’attribuzione a Mosca è, allo stato attuale, quella formulata dalle autorità rumene. La Russia respinge le accuse. Dopo la convocazione dell’ambasciatore russo da parte di Bucarest, l’ambasciata di Mosca ha definito le contestazioni prive di fondamento, secondo quanto riportato da Associated Press.

Nel caso Carfil è osservabile, in conclusione, una struttura ben precisa: una rete distribuita tra diversi Stati europei, esecutori reclutati localmente e obiettivi selezionati per il loro rapporto con l’industria della difesa e il sostegno militare all’Ucraina.

 

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La Cia al servizio della competitività americana? Il caso dello spionaggio economico

Per decenni Washington ha tracciato una linea piuttosto netta. Le agenzie di intelligence possono raccogliere informazioni sulle imprese straniere quando vi è un interesse per la sicurezza nazionale, ma non possono farlo con l’obiettivo di assicurare un vantaggio commerciale alle aziende americane. David S. Cohen, due volte vicedirettore della Cia, sostiene su Foreign Affairs che quella distinzione abbia perso buona parte della propria ragion d’essere.

L’analisi

Il punto di Cohen non consiste semplicemente nel sostenere che gli Stati Uniti dovrebbero comportarsi come i propri avversari. Riguarda, piuttosto, il cambiamento intervenuto nel rapporto tra sicurezza economica e sicurezza nazionale. Intelligenza artificiale, semiconduttori, tecnologie quantistiche, bioingegneria, energia avanzata e spazio si sviluppano oggi in larga misura nel settore privato. Tecnologie concepite per il mercato civile possono determinare contemporaneamente capacità militari, autonomia industriale e posizione di uno Stato nella competizione internazionale.

Il presupposto su cui si fondava la tradizionale cautela americana, secondo Cohen, si è quindi progressivamente indebolito. Quando gli Stati Uniti disponevano di un vantaggio tecnologico difficilmente contendibile, legittimare lo spionaggio commerciale avrebbe significato soprattutto esporre le proprie aziende a un rischio maggiore. Oggi lo scenario è diverso. La competizione con la Cina ha ridotto il margine americano in diversi comparti tecnologici e, contemporaneamente, Washington ha riportato la politica industriale all’interno del perimetro della sicurezza nazionale.

Non era solo percezione: un censimento del Center for Strategic & International Studies ha raccolto 224 episodi pubblicamente noti di spionaggio cinese diretti contro gli Stati Uniti dal 2000, precisando che il 54% riguardava l’acquisizione di tecnologie commerciali. Lo stesso Csis avverte che la natura clandestina di queste attività rende inevitabilmente incompleto il dato.

Qui Cohen individua quella che considera un’asimmetria strategica. Stati rivali, e in alcuni momenti anche Paesi alleati, hanno utilizzato gli strumenti dell’intelligence per acquisire conoscenze industriali e tecnologiche americane, mentre Washington ha continuato a vietare alle proprie agenzie di raccogliere informazioni commerciali straniere con lo specifico scopo di migliorare la posizione competitiva delle aziende nazionali.

La scelta americana non nasceva soltanto da considerazioni etiche. Rispondeva anche a una precisa concezione del rapporto tra Stato e mercato. Se il governo decidesse quali aziende debbano beneficiare di informazioni clandestine ottenute all’estero, finirebbe inevitabilmente per intervenire nella competizione tra soggetti privati.

Nel 2014 l’amministrazione Obama rese esplicito questo principio nella Presidential Policy Directive sulle attività di signals intelligence. La raccolta di informazioni commerciali private straniere e di segreti industriali poteva essere autorizzata per ragioni di sicurezza nazionale, ma non per conferire un vantaggio competitivo alle aziende o ai settori economici statunitensi.

La superiorità tecnologica

La ragione sta nella crescente difficoltà di stabilire dove termina l’interesse commerciale e dove comincia quello strategico. Un algoritmo, una nuova architettura per semiconduttori o una tecnologia quantistica può rappresentare contemporaneamente una proprietà intellettuale privata, un vantaggio industriale e una capacità decisiva per la sicurezza dello Stato. Se la superiorità tecnologica diventa una componente della deterrenza e della potenza nazionale, sostiene in sostanza Cohen, anche il confine tradizionale entro cui opera l’intelligence deve essere riesaminato.

Intervistato da Npr dopo la pubblicazione dell’articolo, Cohen ha insistito sulla necessità di criteri “rigorosi, oggettivi e neutrali” per individuare sia i settori strategici sia le imprese destinatarie dell’intelligence. Presidente e Congresso dovrebbero definire preventivamente il perimetro, mentre le commissioni parlamentari competenti e gli ispettori generali della comunità di intelligence dovrebbero controllarne l’applicazione. L’obiettivo sarebbe impedire che uno strumento concepito in nome della sicurezza nazionale si trasformi in un meccanismo di favore verso aziende politicamente vicine all’amministrazione.

Una cosa è acquisire informazioni su una tecnologia sviluppata da un concorrente strategico; altra cosa è decidere quale impresa nazionale debba poterne beneficiare. La prima decisione appartiene alla tradizionale definizione delle priorità informative. La seconda introduce direttamente lo Stato all’interno della competizione tra aziende.

Cohen ne riconosce certamente il rischio, valutando però ancor più pericoloso lasciare che la vecchia norma venga progressivamente erosa senza una decisione formale e senza un sistema di controllo. Il suo timore, spiegato alla Npr, è che il cambiamento possa già procedere in maniera informale, producendo una zona grigia nella quale le vecchie restrizioni vengono indebolite senza che siano state costruite nuove garanzie.

Negli ultimi anni concetti come economic security, de-risking, controllo degli investimenti, protezione delle supply chain, export control e tutela delle tecnologie critiche hanno progressivamente avvicinato politica economica e sicurezza nazionale. L’interrogativo sollevato da Cohen rappresenta, sotto questo profilo, il passo successivo: se lo Stato identifica alcune tecnologie private come essenziali alla propria sicurezza, fino a che punto può utilizzare gli strumenti normalmente riservati alla sicurezza nazionale per garantirne la competitività?

Per gli Stati Uniti la risposta proposta dall’ex vicedirettore della Cia è chiara: il vecchio divieto assoluto non riflette più la struttura della competizione internazionale. Ma rimuoverlo significherebbe anche accettare una trasformazione non marginale della funzione dell’intelligence, chiamata non soltanto a conoscere le capacità dell’avversario o a proteggere quelle nazionali, ma potenzialmente anche a contribuire alla costruzione del vantaggio economico e tecnologico del Paese.

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L’Austria alza il muro contro le spie russe. Espulsi quattro diplomatici

Vienna torna a intervenire sulla presenza dell’intelligence russa in Austria. Il governo ha disposto l’espulsione di quattro diplomatici di Mosca, tre accreditati presso l’ambasciata della Federazione Russa e uno appartenente alla delegazione russa presso l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). La decisione, annunciata il 23 ottobre dal ministero degli Esteri austriaco, è stata adottata sulla base delle informazioni raccolte dalle autorità di sicurezza.

La formula utilizzata da Vienna è quella consueta in questi casi: i quattro avrebbero svolto attività “incompatibili con il loro status diplomatico” e sono stati quindi dichiarati personae non gratae. Il ministero non ha reso pubblica la natura delle condotte contestate. Un funzionario austriaco citato dall’Independent ha tuttavia collegato direttamente il provvedimento ad attività di spionaggio. Il quarto diplomatico, in particolare, operava all’interno della rappresentanza russa presso l’Osce, organizzazione che proprio a Vienna ospita uno dei principali snodi del dialogo europeo sulla sicurezza.

La capitale austriaca ospita, oltre alle rappresentanze bilaterali, l’Osce, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, diverse agenzie delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali. Questa concentrazione diplomatica, sommata a una legislazione sul controspionaggio storicamente meno estesa rispetto a quella di altri Paesi europei, ha reso l’Austria un ambiente particolarmente interessante per i servizi stranieri.

A dirlo, ormai, sono le stesse autorità austriache. Nel Verfassungsschutzbericht 2025, il rapporto annuale della Direzione per la sicurezza dello Stato e l’intelligence (Dsn), si osserva che, mentre le espulsioni decise in Europa dopo l’invasione dell’Ucraina hanno ridotto le capacità delle cosiddette legal residentures russe, la presenza diplomatica di Mosca in Austria è rimasta relativamente elevata, anche per effetto delle numerose rappresentanze multilaterali presenti a Vienna. Secondo la Dsn, i servizi russi utilizzano per questo l’Austria non soltanto come spazio operativo, ma anche come luogo di pianificazione e di ripiegamento per attività d’intelligence condotte su scala europea.

Lo scorso maggio Vienna aveva già espulso tre dipendenti dell’ambasciata russa. Secondo quanto riportato allora dalla stampa austriaca e successivamente ricostruito dall’Associated Press, i sospetti riguardavano anche apparati e antenne installati sugli edifici diplomatici russi, potenzialmente utilizzabili per intercettare comunicazioni satellitari provenienti da organizzazioni internazionali.

Da tempo il governo austriaco sta lavorando anche a una revisione della normativa sullo spionaggio. L’attuale disciplina presenta infatti una particolarità significativa: l’attività di intelligence svolta per conto di una potenza straniera viene perseguita soprattutto quando colpisce direttamente interessi austriaci. L’esecutivo punta ad ampliare il perimetro della norma, includendo le attività rivolte contro le organizzazioni internazionali presenti sul territorio nazionale.

La linea politica appare, del resto, più netta rispetto al passato. La ministra degli Esteri Beate Meinl-Reisinger ha più volte chiesto un approccio più rigoroso nei confronti delle attività russe e, nelle ultime settimane, ha inserito esplicitamente disinformazione, interferenze straniere, sabotaggi e operazioni cyber tra le minacce ibride alle quali l’Europa deve rispondere in maniera coordinata, confermando così l’intenzione di Vienna nel ridurre progressivamente quella zona grigia normativa e diplomatica che, secondo le sue stesse autorità di sicurezza, ha consentito alla Russia di utilizzare il territorio austriaco come uno dei nodi delle proprie attività d’intelligence in Europa.

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I pescherecci russi e la mappa dei cavi britannici. Cosa ha scoperto il Telegraph

Sono pescherecci, almeno sulla carta. Ma alcune delle loro rotte hanno attirato l’attenzione britannica. Per mesi diverse unità russe hanno navigato lentamente, sostato o seguito tratti di mare coincidenti con il passaggio di importanti cavi sottomarini che collegano il Regno Unito all’Europa e al Nord America. È quanto ricostruisce il Telegraph in un’inchiesta basata sui dati di Global Fishing Watch. Il quotidiano britannico ha esaminato quattro anni e mezzo di movimenti navali, individuando oltre cinquecento episodi nei quali pescherecci russi sarebbero transitati o avrebbero sostato in prossimità delle infrastrutture sottomarine.

Diciassette imbarcazioni, secondo l’analisi, avrebbero mostrato comportamenti particolarmente persistenti: bassa velocità, permanenze prolungate, percorsi coincidenti con il tracciato dei cavi. Il Telegraph ha analizzato una sequenza di oltre cinquecento episodi nei quali pescherecci russi hanno sostato in prossimità dei cavi o ne hanno seguito il tracciato per diversi chilometri. Diciassette navi avrebbero trascorso periodi particolarmente lunghi procedendo a bassa velocità nelle aree interessate.

In uno dei casi analizzati, imbarcazioni russe avrebbero operato attorno a nove cavi che collegano Europa occidentale e Stati Uniti. Nell’aprile scorso sarebbero state registrate complessivamente 337 ore di presenza nei pressi dell’Atlantic Crossing 1, uno dei sistemi transatlantici di telecomunicazione. L’ipotesi presa in considerazione dagli apparati occidentali è quella dell’impiego di “commercial proxies”, mezzi formalmente civili che possono offrire una piattaforma meno riconoscibile per raccogliere informazioni. Non necessariamente per tagliare un cavo nell’immediato, quanto per conoscere con precisione ciò che si trova sul fondale: posizione, configurazione e punti vulnerabili di infrastrutture che, in una fase di crisi, assumerebbero un valore operativo evidente.

Dalla Yantar ai sommergibili del Gugi

Nel gennaio 2025 il ministro della Difesa britannico definì pubblicamente la Yantar una nave spia impiegata per “raccogliere intelligence e mappare le infrastrutture sottomarine critiche” del Regno Unito. La Royal Navy dispiegò HMS Somerset e HMS Tyne per seguirla, dopo che la nave era già stata osservata mentre sostava sopra infrastrutture sensibili britanniche.

La sequenza si è allargata nel 2026. Lo scorso aprile il governo britannico ha reso pubblica un’operazione condotta con gli alleati per seguire nel Nord Atlantico un sottomarino classe Akula e due unità specializzate appartenenti al Gugi, la Direzione principale russa per la ricerca in acque profonde. Secondo il Ministero della Difesa britannico, queste ultime sono specificamente progettate per esaminare le infrastrutture sottomarine in tempo di pace e conservare la capacità di colpirle in caso di conflitto, estendendo così la raccolta informativa a piattaforme commerciali apparentemente ordinarie. È una modalità coerente con una competizione sotto soglia nella quale la distinzione fra attività economica, sorveglianza e preparazione militare può essere deliberatamente mantenuta ambigua.

Londra cambia le regole

La coincidenza temporale è significativa. Il 22 ottobre, il governo britannico ha presentato un Libro bianco per aggiornare una normativa che in parte risale al Submarine Telegraph Act del 1885. Le nuove proposte prevedono fino a quattordici anni di carcere per il danneggiamento intenzionale delle infrastrutture sottomarine critiche, dieci anni per condotte imprudenti e sanzioni pecuniarie senza un limite massimo. Il governo vuole inoltre imporre nuovi obblighi di sicurezza agli operatori delle telecomunicazioni e attribuirsi poteri di intervento diretto quando sia in gioco la sicurezza nazionale.

Questo perché circa il 99 per cento del traffico internazionale di dati britannico passa attraverso cavi sottomarini; le pipeline sotto il mare assicurano inoltre circa tre quarti delle forniture di gas del Paese. Così, l’infrastruttura è divenuta tanto cruciale quanto difficilmente ma necessariamente difendibile, perno della sicurezza economica e nazionale di Londra.

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La rete di Kyiv dentro la Russia. Cosa raccontano alla Bbc i sabotatori anti-Putin

La guerra tra Russia e Ucraina va avanti sui più disparati fronti e un racconto raccolto dalla Bbc offre uno sguardo su uno dei suoi versanti più inosservati, quello delle reti clandestine che operano all’interno della Federazione Russa per conto dell’intelligence di Kyiv.

Nel documentario Shadowmen: Russians working with Ukraine, due cittadini russi – indicati con gli pseudonimi di “Ivan” e “Foma” – descrivono le attività che sostengono di svolgere a favore del Gur, il servizio d’intelligence militare ucraino, il quale ha confermato alla Bbc che entrambi lavorano per l’agenzia.

Ricognizione prima dei droni

Ivan sostiene di aver partecipato alla preparazione di operazioni contro infrastrutture militari russe, effettuando ricognizioni, individuando siti e predisponendo luoghi nei quali nascondere componenti destinati ai droni e altro materiale.

Secondo il suo racconto, queste attività avrebbero contribuito alla capacità ucraina di portare la minaccia direttamente in profondità sul territorio russo, contro bombardieri strategici, installazioni militari e strutture della produzione bellica. In un’occasione, racconta, sarebbe stato fermato per un controllo mentre trasportava esplosivi artigianali senza essere scoperto. La struttura operativa descritta è deliberatamente frammentata: pochi contatti, nessuna organizzazione visibile e conoscenza limitata degli altri partecipanti. Più che una tradizionale rete gerarchica, emerge infatti un sistema costruito secondo criteri di compartimentazione, nel quale la perdita di un singolo operatore dovrebbe compromettere il minor numero possibile di nodi. Una configurazione particolarmente adatta a un territorio nel quale gli apparati di sicurezza russi dispongono di capacità estese di sorveglianza e controspionaggio.

La Bbc sottolinea inoltre un elemento che conferisce interesse alla testimonianza di Ivan, senza tuttavia provarne tutte le affermazioni. Più di un anno prima del grande attacco ucraino condotto con oltre cento droni contro aeroporti che ospitavano bombardieri strategici russi, l’uomo aveva anticipato al giornalista l’esistenza di un’operazione di grandi dimensioni contro quella componente delle forze russe, senza indicarne né il luogo né la data.

Gli uomini sotto osservazione

Diverso è il ruolo attribuito a Foma. Russo, residente in esilio in Polonia, sostiene di gestire a distanza una rete di collaboratori incaricati soprattutto di attività di sorveglianza con l’obietttivo di raccogliere informazioni su ufficiali e personalità militari russe che possono risultare di interesse per il Gur.

Foma afferma che i suoi collaboratori non partecipano materialmente agli attacchi e che il loro compito termina con la raccolta e la trasmissione delle informazioni. Dopo l’eliminazione a Mosca del tenente generale Fanil Sarvarov, nel dicembre 2025, ha però riconosciuto di avere fornito informazioni sull’ufficiale agli ucraini, raccontando le difficoltà incontrate nel seguirne spostamenti e abitudini. Anche in questo caso, la Bbc chiarisce che Foma non aveva comunicato preventivamente ai giornalisti l’esistenza di un piano per colpire il generale.

Una rete difficile da misurare

Più difficile è stabilire la dimensione reale di questa infrastruttura umana. Foma parla di 300-500 cittadini russi coinvolti, a vario titolo, in attività a favore dell’Ucraina. Più rilevante del numero esatto è la logica operativa che emerge dalle testimonianze: reti ridotte, comunicazioni limitate, ricorso a operatori ideologicamente motivati ma anche, in altri casi, a persone pagate o persino inconsapevoli del ruolo svolto. Un autotrasportatore, per esempio, può contribuire a un’operazione senza sapere che il proprio carico è stato manipolato.

È il modello di una guerra nella quale la distanza tra fronte e retrovia è diventata progressivamente meno netta. Droni a lungo raggio e capacità clandestine non rappresentano due strumenti distinti, ma possono essere parti dello stesso ciclo operativo: intelligence sul terreno, preparazione logistica, selezione dell’obiettivo e attacco. Elementi che permettono a Kyiv di trasformare la profondità strategica russa in uno spazio contendibile, combinando tecnologia, intelligence e piccoli nuclei difficili da individuare.

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Intelligence e targeting, così l’Iran sostiene gli Houthi. La ricostruzione del Wsj

Il sostegno iraniano agli Houthi avrebbe assunto una dimensione sempre più direttamente operativa, andando più a fondo dei trasferimenti di sistemi d’arma, componenti e know-how, ma anche di informazioni di intelligence e di assistenza nell’individuazione degli obiettivi da colpire con missili e droni. È quanto ricostruisce il Wall Street Journal, che sottolinea come l’assistenza iraniana comprenderebbe addestramento, intelligence, indicazioni tattiche e supporto al targeting. Insomma, un insieme di capacità che avrebbe contribuito a rendere più sofisticata l’attuale campagna militare degli Houthi, sia all’interno dello Yemen sia contro obiettivi sauditi. Il gruppo ha colpito negli ultimi giorni aeroporti, infrastrutture energetiche e altri obiettivi nel Regno, mentre la pressione militare si è accompagnata a nuove avanzate sul terreno.

È quest’ultimo elemento a rendere particolarmente significativa la ricostruzione del Journal. Il rapporto tra Teheran e gli Houthi è da tempo uno degli assi della proiezione iraniana nella Penisola arabica, ma la disponibilità di informazioni necessarie a selezionare e ingaggiare gli obiettivi rappresenta un livello di cooperazione diverso rispetto alla sola fornitura di armamenti. Se il quadro delineato dalle intelligence saudita e yemenita fosse confermato nella sua interezza, l’Iran emergerebbe non soltanto come abilitatore materiale delle capacità Houthi, ma come moltiplicatore della loro efficacia operativa.

Ciò non significa, tuttavia, ridurre gli Houthi a una semplice estensione gerarchica di Teheran. Il movimento yemenita conserva una propria agenda politica, territoriale e militare e negli anni ha sviluppato capacità autonome. È proprio la combinazione tra autonomia locale e sostegno esterno a rendere il rapporto con l’Iran particolarmente efficace: Teheran può amplificare le capacità di un attore radicato sul territorio senza assumersi necessariamente la responsabilità politica e militare diretta delle sue operazioni. Una configurazione che resta coerente con la logica più ampia attraverso cui l’Iran ha costruito la propria rete regionale di partner armati.

Il terreno sul quale questa cooperazione assume oggi maggiore rilevanza è il Bab el-Mandeb. Il Wall Street Journal sottolinea come le recenti avanzate abbiano portato gli Houthi a controllare la costa yemenita affacciata sullo stretto, passaggio essenziale tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden e uno dei principali chokepoint del commercio mondiale. Reuters aveva già riferito all’inizio di ottobre dei preparativi sauditi per un’offensiva volta proprio a ridimensionare il controllo Houthi lungo questo corridoio, con forze yemenite sostenute da raid e intelligence di Riad.

Gli Houthi hanno dimostrato di poter trasferire la competizione direttamente sul territorio saudita, colpendo infrastrutture la cui rilevanza è insieme economica e politica. Gli attacchi contro gli aeroporti sauditi e quello contro una struttura di Saudi Aramco a Dhahran hanno nuovamente mostrato quanto sia difficile proteggere simultaneamente una rete di obiettivi distribuita su un territorio vastissimo da minacce relativamente economiche e impiegabili in numero elevato.

Per Riad la sfida è dunque duplice. Sul piano militare, occorre impedire agli Houthi di consolidare una capacità di interdizione permanente sul Mar Rosso e di mantenere una pressione missilistica e attraverso droni contro il territorio saudita. Sul piano strategico, invece, la questione riguarda direttamente la sicurezza delle infrastrutture energetiche, dei collegamenti internazionali e, più in generale, l’immagine di stabilità sulla quale Mohammed bin Salman ha costruito una parte consistente della trasformazione economica del Regno.

La ricostruzione del Wall Street Journal aggiunge a questo quadro una variabile decisiva. Il valore dell’assistenza iraniana non risiederebbe soltanto nella quantità di armi trasferite agli Houthi, ma nella capacità di aumentarne precisione, consapevolezza situazionale e selezione degli obiettivi.

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