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La caduta di Dobropolie ridisegna gli equilibri sul fronte del Donbass

Il 16 ottobre le forze russe hanno liberato Dobropolie, città strategica del Donbass la cui caduta, come evidenzia Mosca, apre la strada verso i confini della Repubblica Popolare di Donetsk. Il presidente Vladimir Putin ha definito l'operazione un evento significativo nel corso dell'operazione militare speciale. In un'intervista a RT, il tenente colonnello Ivan Debitski, responsabile della pianificazione e della direzione dell'attacco, ha illustrato le difficoltà e le soluzioni tattiche che hanno permesso alle truppe russe di raggiungere l'obiettivo.

«Il nemico non se lo aspettava, e questo ci ha favorito», ha spiegato l'ufficiale, sintetizzando il ruolo della sorpresa nell'operazione. L'avanzata ha richiesto l'impiego coordinato di diversi sistemi d'arma, dall'artiglieria tradizionale ai razzi, fino ai droni utilizzati per colpire singoli obiettivi e colonne di mezzi corazzati. Particolarmente insidiosi si sono rivelati i droni predisposti lungo le strade, pronti a intervenire al passaggio dei veicoli militari ucraini.

La conformazione del territorio ha rappresentato uno degli ostacoli principali. Dobropolie sorge infatti su un'altura, posizione che garantiva alle forze ucraine un vantaggio nell'individuazione delle postazioni russe. Per ridurre l'esposizione al fuoco nemico, i militari russi hanno dovuto nascondere gli armamenti nelle aree boschive, operando in un contesto reso ancora più difficile dalla sorveglianza costante delle posizioni avversarie. Un aiuto importante è arrivato dalle condizioni meteorologiche. Nebbia, pioggia, nuvole basse e vento forte hanno favorito i movimenti delle truppe, limitando la visibilità.

«Queste sono ormai le nostre condizioni normali, quelle favorevoli», ha osservato Debitski. La conquista della città, tuttavia, non significa che i combattimenti siano completamente terminati. Secondo l'ufficiale, alcune unità ucraine isolate continuano a resistere all'interno di Dobropolie, anche se Mosca considera ormai raggiunto l'obiettivo principale dell'operazione. La caduta della città rappresenta un nuovo passaggio nella battaglia per il controllo del Donbass, dove la liberazione dei centri abitati e delle posizioni dominanti può modificare gli equilibri sul terreno.

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Funerali Khamenei: non solo lutto, ma un messaggio di resistenza al mondo intero

Vi riproponiamo, con un nuovo articolo, il reportage "L'Addio a Khamenei: Cordoglio e Collera a Teheran", scritto e girato da Giulia Bertotto che è stata testimone diretta delle immense folle di Teheran, nei giorni del funerale più grande e solenne della storia moderna


Assistere ai funerali della Guida Suprema Ali Khamenei, assassinato da un attacco congiunto israelo-statunitense nel febbraio del 2026 è stata un’esperienza profonda e totalizzante, tragica e al contempo preziosa. Questo omicidio deliberatoè un delitto di esiziale gravità commesso non solo contro una figura politico-religiosa,ma anche contro il suo popolo. Un delitto che solo un’ideologia razzista, arrogante e priva del senso del sacro può commettere.

LA MIA ESPERIENZA COME GIORNALISTA, CITTADINA DEL MONDO E PELLEGRINA SULLA TERRA

Partecipare alle giornate di commemorazione per l’Ayatollah Khamenei è stata innanzitutto un’occasione di altissimo valore professionale,poiché molti colleghi giornalisti spesso scrivono di luoghi che non conoscono e si sperticano in analisi antropologiche su società che non hanno mai incontrato. Un vissuto formativo anche come cittadina attiva politicamente; vedere una tale coesione di popolo mentre in Italia il modello neoliberista è riuscito a dividere i cittadini su ogni questione, in una guerra orizzontale costante studiata per impedirci di cogliere il reale bersaglio politico delle nostre rivendicazioni.

Anche sul piano spiritualeè stata un’esperienza di forte impatto; come afferma il sociologo francese Emmanuel Todd,in Occidente la religione è in stato di “zombieficazione”. La spiritualità nelle folle di Teheran è invece viva e tangibile, focosa e furiosa, dolente ma anche orgogliosa e consapevole di aver lanciato un solenne messaggio al mondo: gli Stati Uniti e Israele, il “grande e il piccolo Satana” come li definiva proprio Khamenei, non sono invincibili. E non lo sono nonostante decenni di sanzioni, tentativi di isolamento e di destabilizzazione imposti fin dalla Rivoluzione Islamica del 1979.

Le grandi esequie dell’Imam Khamenei si sono svolte in una fase storico-politica decisiva e drammatica: a quasi tre anni di genocidio in mondovisione a Gaza, mentre Teheran stupiva il mondo intero assestando una clamorosa sconfitta all’imperialismo trumpiano e al sionismo ormai completamente allo scoperto nel governo Netanyahu. “A Dio piacendo, il cancro del regime usurpatore sionista sarà sradicato per mano del popolo palestinese e delle forze della Resistenza in tutta la regione” annunciava proprio Khamenei il 7 ottobre 2023.

Mentre la nostra delegazione si trova in Iran, ilmondo registra grandi mutamenti: l’Ucraina è ancora logorata dalla guerra per procura di Washington contro la Russia a cui l’Europa obbedisce prona, i Brics crescono economicamente, demograficamente e nella capacità di incidere sugli equilibri di potere globale;al contrario la Nato viene messa in discussione da nuove egemonie, e soprattutto da nuove concezioni della leadership internazionale.

PELLEGRINI E TURISTI, DUE PARADIGMI

Quello a Teheran è stato un viaggio travolgente,nel quale abbiamo ricevuto forme di ospitalità e accoglienza a noi sconosciute. Diametralmente opposti i paradigmi che identificano il turista e il pellegrino. Il turista in “Occidente” deve essere sfruttato, “spennato”, ipnotizzato da città-luna park e poi ricacciato da dove è arrivato. Al pellegrino invece, vieneofferta ogni bevanda sul suo cammino, viene sostenuto fisicamente ed emotivamente durante il percorso che sta affrontando. Il suo incedere non è un accumulo di mete per una vetrina instagrammabile, ma il tragitto contemplativo verso un luogo sacro interiore ed esteriore. Il pellegrino è umano, ma in una condizione ontologica quasi ibrida;il viandante è sospeso tra terra e Cielo, tra il sentiero della propria interiorità e la comunità cerimoniale. Il pellegrino non procede per sé stesso solamente, ma dentro sé stesso e verso la famiglia dei fedeli.

Abbiamo partecipato a questo evento storico solennetra milioni di persone, albe e tramonti di folle travolgenti verso la Grande Mosallapiangente il feretro dell’Imam. Siamo staticommossi da canti, prosternazioni e preghiere per le strade della capitale. Due i simboli che rappresentavano più efficacemente lo stato d’animo diffuso; la bandiera nera del lutto issata ovunque e l’icona del pugno chiuso, emblema della fermezza contro l’avversario, della prontezza alla battaglia, della certezza nella vittoria.

UNA MISTICA INCARNATA NELLA GIUSTIZIA MONDANA

A Teheran abbiamo respirato una dialettica costante non solo tra intimo raccoglimento edesibizione rituale del lutto, ma anche tra cordoglio e collera, è così infatti che ho scelto di intitolare il mio reportage di quei giorni travolgenti. Lo sciismo non è caratterizzato da quietismo e distacco dai fatti umani, l’anelito mistico è quasi sempre vissuto con passione rivoluzionaria. L’ordine metafisico e cosmico non deve restare un’aspirazione trascendente, ma essere incarnato nella ricerca di giustizia terrena e nel sostegno alle lotte degli oppressi. Questo è l’unico modo per onorare il Divino e abitare con onore la dimensione transeunte. Ogni rivendicazione sul piano storico, ogni invettiva contro la “Coalizione Epstein” nelle piazze di Teheran, è accompagnata da una Sura coranica. La Rivelazione deve elevare l’agire politico, la politica realizzare più che può l’insegnamento del Libro.

Si tratta di una concezionea noi lontana; infatti se è vero chenella tradizione cristianae nel nucleo di tutte le saggezze mistiche troviamo l’elemento di rifiutoascetico del mondo materiale per avvicinarsi alla verità ultramondana,solo nel credo sciita questo elemento è paradossalmente intrecciato con la lotta secolare.

“Non fuggiremo; saremo sepolti in questa stessa terra. Non c'è superpotenza all'infuori di Allah, e non temiamo nessuno se non Allah”, disse Khamenei a gennaio 2026.Il mese successivo sarebbe stato martirizzato.

Affascinante è anche la dottrina dell’ultimo Imam, l’attesa escatologica sciita affine anche alla venuta del Salvatore cristiano e al ritorno del Messia ebraico. Il dodicesimo e ultimo Imam nacque a Samarra nel 869 d.C. e in tenera età si sarebbe ritirato in "occultamento", una condizione di assenza fisica agli occhi del mondo. In questo stato di nascondimento dallo sguardo materiale è Lui a guidare l’umanità che spesso non vede il bene e compie il male. Sul piano escatologico è considerato il Mahd?, il "ben guidato" da Dio, che secondo la tradizione, si manifesterà alla fine dei tempi per ripristinare l’equità sulla Terra.

Quella sciita è una religione ribelle al mondo, dissidente alla sua ingiustizia ontologica, ai suoi rapporti di forza feroci, una fede“eretica”nel cuore pulsante di sé stessa, che nasce dal sacrificio e si fonda sul martirio.

Pensiamo alle parole di sfida e insieme estatiche di Seyyed Hassan Nasrallah[2]: “Quello che vogliamo è solo l’aldilà. Il nostro agire in questo mondo è figlio del dovere e non certo di terrena bramosia. La presente realtà non è in alcun modo la nostra meta. Essa vale per noi quanto la suola di una scarpa o il muco di una capra. La sua effimera insulsa pochezza la lasciamo volentieri a voialtri. Noi apparteniamo all’altro mondo: solo lì è il nostro appagamento”.

L’ISLAMOFOBIA SELETTIVA NELLE MANIPOLAZIONI OCCIDENTALI

Da parte del cosiddetto “Occidente allargato” assistiamo ad un’islamofobia selettiva sempre più incoerente,che dimostra comela sua clava concettuale venga utilizzata a fini politici.Un esempio di questo stridente doppiopesismo lo troviamonel confrontol’Arabia saudita, un alleato sionista e di Washington, il quale al contrario della Repubblica Islamica dell’Iran, non è mai oggetto di critiche sui diritti umani, la questione femminile e le libertà civili. La maggior parte dei media omette in funzione propagandistica filo-atlantista che in Arabia Saudita solo dal 2018 le donne possono guidare le automobili o che solo dal 2019 le cittadine possono ottenere il passaporto, viaggiare all'estero e registrare i figli senza il permesso di un uomo. D’altra parte non si informal’opinione pubblica dell’esteso e altissimo livello di istruzioneraggiunto dalle donne iraniane, ma si parla morbosamente del velo che indossano.

l’Iran èil nemico perfetto per la filosofia islamico-politica che lo anima, la punta di diamante dell’ “Asse della resistenza”,oggi più odiato che mai poiché ha dato un clamoroso schiaffomilitare e morale ad Usa e Israele, una dimostrazione identitaria epocale che non accadeva forse dalla guerra del Vietnam.

Questa diffusa islamofobiala rintracciamo nei media e in espressioni giornalistiche scelte per delegittimare istanze non conformi al sionismo mondiale; come ci spiega Tim Anderson nel suo saggio “Comprendere lo Yemen” il partitoyemenita Ansarallah,non viene mai chiamato dai media occidentali col suo nome ufficiale, ma “ribelli houthi”;una definizione funzionale a suggerire l’immagine di un gruppo tribale, di una sacca di violenti quasi sprovveduti, quando invece il partito è al governo dalla rivoluzione del 2014 (Anchel’Onu, ormai quasi totalmente orientata dal denaro della Casa Bianca, non riconosce il governo Ansarallah). Le sue rivendicazioni politiche nazionali, vengono ridicolizzate e presentate in maniera infantilizzata,indotte in un proxy iraniano privo di una propria fibra politica. Di nuovo dunque l’Iran viene demonizzato, come mostro oscurantista verso i propri giovani e capace di condizionare i cittadini yemeniti e le istanze di Hezbollah in Libano.

VIAGGIARE È SPECCHIARSI NELL’ALTRO

Queste mistificazioni mediatiche e istituzionali da parte dei governi occidentali sono atti di grave offesa anche verso i propri elettori: la costruzione di un nemico “esotico”, spostato sempre un po’ più ad est, serve a nascondere i soprusi e a camuffare le barbarie che i nostri governi esercitano proprio su di noi.

Pensiamo infine ad alcune dichiarazioni irricevibili e surreali da parte di Donald Trump, nel processo di normalizzazione del genocidio palestinese, della guerra all’Iran e dell’islamofobia:il 7 aprile 2026 Trump minacciò così l’intero Iran e i suoi cittadini: "Un'intera civiltà morirà stanotte, non vorrei ma è probabile".

Eravamo a Teheran il 7 luglio 2026, proprio quando gli Usa hanno ripreso a bombardare il sud del paese e il presidente Trump ha affermato che gli iraniani sono violenti e che non avrebbe più trattato con loro.Nessuno in quei giorni ci ha fatto sentire in pericolo, se non proprio gli Stati Uniti che avevano ripreso ad attaccare il Sud e la zona di Hormuz.

Ad aprile 2026 Trump affermava che “l’Iran è il regime più violento e pericoloso della terra”.L’Occidente, ormai incapace di riconoscersi, proietta la propria violenzasterminatrice nelle altre culture, mentendo ancora a sé stesso nel proclamarsi“civile e democratico”. Viaggiare forse è allora davvero un modo per conoscere meglio sé stessi specchiandosi nell’Altro e in questa misteriosa realtà.

[2]Il terzo segretario di Hezbollah è stato ucciso dall’esercito israeliano nel settembre del 2024.


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Parola d’ordine: guerra ibrida

 

di Vito Petrocelli

Dalle dichiarazioni di Crosetto alle accuse di Zelensky fino ai “sogni bagnati” di Maurizio Molinari, quando ogni dissenso diventa una minaccia russa si finisce col ridicolizzare la sicurezza nazionale e blindare la delegittimazione del dissenso. Il rischio è che una categoria geopolitica diventi uno strumento per restringere il dibattito democratico italiano e allontanare ancora una volta la prospettiva della pace.

Italia, autunno 2026. Se cresce la tensione internazionale, è guerra ibrida. Se si diffondono notizie sgradite, è guerra ibrida. Se giovani e giovanissimi protestano contro le politiche autodistruttive del governo, è guerra ibrida. Se una parte dell'opinione pubblica contesta l'invio di armi all'Ucraina, mette in discussione le sanzioni contro Mosca o chiede di riaprire un canale diplomatico con il Cremlino, il sospetto di un'ingerenza straniera è sempre pronto a fare la sua comparsa.

Da Milano al Cremlino solo andata

Intervenendo a Roma al Defense Procurement Forum, Crosetto ha ricondotto alcuni recenti fatti avvenuti a Milano e in altre località italiane a una forma di guerra ibrida, indicando nei social network, in TikTok e in YouTube strumenti attraverso i quali forze ostili potrebbero influenzare i giovani e mettere in discussione i valori della società occidentale.

Nella stessa giornata, Zelensky ha sostenuto che anche l'Italia sarebbe vittima della guerra ibrida condotta dalla Russia attraverso campagne di disinformazione e tentativi di condizionare il dibattito pubblico. 

Ma quali sono le prove specifiche che collegano i singoli fenomeni denunciati a una regia del Cremlino? Per dimostrare un'ingerenza occorrono elementi verificabili: reti di finanziamento, comunicazioni, infrastrutture informatiche, collegamenti operativi e prove che possano essere sottoposte a controllo indipendente. In assenza di questi elementi, l'attribuzione di responsabilità resta solo una provocazione accompagnata da fake news.

Il concetto di guerra ibrida non è un'invenzione recente e non riguarda soltanto la Russia. Indica, in termini generali, l'impiego coordinato di strumenti militari e non militari, convenzionali e non convenzionali, per conseguire obiettivi strategici.

Se tutto però può essere guerra ibrida, quasi nulla rimane fuori dal suo perimetro: l’informazione diventa un'arma, la discussione politica un territorio di caccia, la protesta un possibile strumento di destabilizzazione. E chi si oppone alle scelte del governo viene rappresentato non più come un interlocutore politico e sociale, ma come una componente inconsapevole o consapevole della strategia di una potenza straniera. Una simile deriva sarebbe pericolosa per qualsiasi democrazia, figuriamoci per l’Italia a sovranità limitata guidata dai (post) fascisti.

L'Italia di Crosetto e Meloni

Le dichiarazioni di Crosetto si inseriscono in un dibattito che, nelle ultime settimane, ha assunto toni sempre più accesi e persino surreali.

A settembre, il ministro aveva sostenuto che la Russia stesse provocando e mettendo alla prova i Paesi europei attraverso attacchi ibridi e fisici. Nel frattempo, esponenti del governo e commentatori hanno richiamato l'attenzione sul rischio di interferenze russe nella vita politica italiana, anche in vista delle prossime scadenze elettorali.

Il 22 settembre, per esempio, il direttore dell'agenzia Dire, Mario Sechi, aveva descritto l'Italia come un bersaglio strategico della guerra ibrida russa, collegando il tema al sostegno italiano all'Ucraina.

Il 14 ottobre, intervenendo in Parlamento in vista del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha ribadito il sostegno a Kiev e la necessità di mantenere la pressione su Mosca. La presidente del Consiglio ha inoltre definito rischiosa l'intesa sul gasolio russo annunciata da Donald Trump, sostenendo che potesse indebolire la pressione internazionale sul Cremlino.

L’apice è raggiunto poi proprio dal ministro Crosetto che, in una intervista alla BBS, dichiara senza pudore che “La nostra opinione pubblica è nella maggioranza contraria agli aiuti all’Ucraina… Non si può cedere all’opinione pubblica, quando tu pensi che l’opinione pubblica stia sbagliando”.

Che in parole semplici, vere e popolari si può tradurre con: “Noi siamo il potere e voi non siete un cazzo”.

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Parigi in fiamme: le immagini surreali del turismo di massa

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

 

Di fronte alle immagini dei turisti spagnoli che al Louvre hanno insultato gli studenti per aver bloccato l’accesso al museo, o alle due turiste che, sempre a Parigi, cercano il B&B in una piazza in cui divampano violentissimi scontri, restiamo profondamente colpiti.

 
 
 
 
 
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E non ci stupiamo che i video siano diventati virali insieme agli altri, quello della ragazza che fa jogging lungo un boulevard nero e nebbioso o quello della coppia che sorseggia il caffè come se la città attorno non stesse letteralmente bruciando in preda alla guerriglia urbana.

Ci colpiscono intensamente perchè ci mostrano senza veli gli esiti cui il neoliberismo inevitabilmente approda attraverso una calcolata atomizzazione sociale e una sistematica depoliticizzazione della società, facendo si che, non senza stridore, nello stesso spazio fisico si posizionino, come mondi paralleli, segmenti sociali politicamente inconciliabili. 

Queste immagini in realtà sono una metafora potentissima in cui si condensa la frattura sociale profonda e strutturale che il neoliberismo produce, costituendosi come dispositivo di polarizzazione economica e frammentazione sociale che, concentrando i capitali nelle mani di pochi - sempre più pochi - progressivamente impoverisce la classe media e crea marginalità sociali.

 

Senza ombra di dubbio possiamo dire che i protagonisti dei reel sono degli idioti.

Non perché si sia testato il loro Qi, ma “idioti” ( ?δι?της ) nel senso greco del termine, nell'accezione in cui Pericle recita, come riporta Tucidide, nella Atene del 431 a.c. nell’epitaffio in onore ai caduti alla fine del primo anno della guerra del Peloponneso: “Un cittadino che non si interessa dello Stato non lo consideriamo pacifico, ma inutile”.

Ricordiamo che nell’antica Grecia chi non prendeva parte alle riunioni dell’ Ecclesia era esposto al pubblico ludibrio, essendo considerata un’onta non interessarsi alla cosa pubblica. Per convogliare i cittadini nell’area dell’  Ecclesia il giorno del voto si usava cingere la piazza dell’ Agorà con una corda intrisa di color rosso che avrebbe marchiato le vesti dei ritardatari.

Oggi i turisti sono guidati da aspettative costruite sulla base dell’omologazione e di luoghi comuni che hanno ridotto ogni nostra città a cartolina, semplice sfondo di un post sui social. Aspettative che fanno si che la città reale, in cui la rivolta divampa in tutta la sua violenza, resti solo uno sfondo sfocato che interferisce con il loro tour, nonché banale luogo comune da ricalcare ancora una volta, ma forte abbastanza da prevalere sulla realtà. Quasi che la Parigi disneyficata, in una percezione aberrante, riesca ad avere la meglio sulle fiamme, il fumo delle molotov, i lacrimogeni e la violenza.

Ma se sulla dimensione sociale della rivolta riesce a prevalere con tutta la sua forza l’ottusità del privato, ci troviamo irrimediabilmente in una società abitata da idioti. Ricordiamoci sempre che il neoliberismo prima che una dottrina economica è un progetto di vita sociale.

Di una città della quale neghiamo la sua dimensione sociale, politica , restano solo le pietre e individui che vivono come “idiotes”: privati cittadini che non partecipano in alcun modo alla vita pubblica e politica della comunità, sono disinteressati, “non pacifici” ma idioti.

E mentre le turiste guardano gli smartphone, così come gli altri due che seduti a un tavolino sorseggiano caffè e fumano, viene a galla una mostruosa disconnessione. Avulsi in un’ottusa ‘bolla turistica’ che riduce la città reale a puro sfondo e declassa la rivolta a imprevisto logistico che può rovinare la vacanza, la rivolta urbana, il malessere sociale è ridotto e ricondotto a mero rumore di fondo.

In realtà la scena comunica un fortissimo tema di classe:

da un lato “i reietti della città” come li chiama Loïc Wacquant, espulsi dalle  città-vetrina che vorrebbero definitivamente sganciarsi dalla materialità di un conflitto di classe sempre più bruciante, per imporre la presenza e il dominio di élite, speculatori e consumatori globali che la città la attraversano consumandola come fosse un prodotto tra gli altri.

Se però le città vengono epurate e depurate della propria memoria, elemento opaco e spurio di cui son composti i mattoni della storia, a favore delle città vetrina, astoriche e acritiche, il conflitto di classe viene declassato a fastidiosa interferenza di fondo, un contrattempo fastidioso. Tuttavia laddove il cittadino è sostituito da turisti e consumatori facoltosi, la materialità ritorna sempre come rimosso, attraverso i conflitti urbani.

L’espulsione dalla città del suo proletariato, respinto nelle periferie attraverso un atto di violenza fortissima che prende il nome di gentrificazione, genera movimenti di resistenza e di classe, spostando l’asse del conflitto dalle fabbriche, ormai chiuse da un pezzo, alla città.

E noi dobbiamo prenderne atto per non rischiare di diventare degli idioti.

 
 
 
 
 
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Iran, Zio Filippo: "L'Italia mobilita l'esercito contro i suoi cittadini, Teheran li arma contro gli Usa"

Oggi 20 ottobre è il triste anniversario della Strage di Gorla del 1944, quando bombardieri americani sganciarono una bomba su Milano. L'ordigno esplose dentro una scuola elementare uccidendo 184 bambini. Un episodio trascurato nei libri di storia perché anche la memoria è soggetta alla narrazione di chi impone la propria egemonia. Ne abbiamo parlato con Zio Filippo, misterioso attivista italo iraniano che si presenta al pubblico nei panni di un rettile blu, creatura a sangue freddo ma con un cuore caldo per gli eventi geopolitici. La sua ultima canzone è "Gorla Minab Gaza" che commemora questo episodio negli elementi comuni con il massacro della scuola iraniana di Minab e le innumerevoli aule palestinesi bombardate. 

Abbiamo chiesto a Zio Filippo quali notizie arrivano di prima mano dall'Iran; le autorità stanno mobilitando l'esercito civile, abbiamo visto immagini di donne volontarie che imbracciano fucili durante lo svolgimento delle esercitazioni. Qualcosa che manda in tilt la visione orientalista, ossessionata dall'immagine del velo femminile, che dipinge la figura femminile iraniana limitata dalla Repubblica Islamica all'unico ruolo di moglie e madre. Così, mentre il ministro Crosetto decide di mandare i militari contro i manifestanti, Teheran arma i propri cittadini contro gli Stati Uniti.

Intanto Aluf Amos Yadlin, ex generale dell'aeronautica militare israeliana, già addetto militare dell’esercito sionista a Washington e capo della Direzione dell'intelligence militare del regime di Tel Aviv ha affermato: “Nella guerra dei quaranta giorni, la Repubblica Islamica avrebbe dovuto essere rovesciata attuando quattro piani, tra cui i modelli siriano e venezuelano, e scatenando rivolte di piazza, ecc., ma questi piani sono tutti falliti! Netanyahu si era illuso e il suo piano irrealistico e fantasioso di rovesciare la Repubblica Islamica è fallito". Anche da queste parole comprendiamo il momento epocale nel quale ci troviamo, l'Iran sta cambiando i rapporti di forza dell'Asia Occidentale.

"Mai nella nostra storia Iran e Russia hanno collaborato così strettamente come ora". Lo ha scritto in un post su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in seguito ai colloqui avuti a Teheran con il suo omologo russo Lavrov. Abbiamo commentato con Zio Filippo anche questa importante dichiarazione da parte di Teheran.

E ancora, chi vincerà alle elezioni del 27 ottobre in Israele? Il segretario della difesa Usa ha chiamato Netanyahu per dare al Primo ministro dello stato occupante e ricercato internazionale per crimini di guerra, tutto il suo appoggio: “Avrai una vittoria strepitosa” gli ha assicurato. Ciò che è certo è che Netanyahu è solo il culmine criminale del sionismo, ma non è lui la causa profonda del primo genocidio in diretta mondiale. Lo è l’antica e perniciosa ideologia sionista.

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Molinari e lo spettro della "guerra ibrida" russa dietro le proteste (VIDEO)


Il giornalista Maurizio Molinari a La7 tocca nuove, inarrivabili vette di distorsione della realtà, scivolando apertamente nella promozione di teorie del complotto. Senza fornire la minima prova a sostegno delle sue tesi, l'ex direttore de La Repubblica e La Stampa, ha rilanciato la sempiterna narrazione delle "ingerenze russe" nelle proteste, nel palese tentativo di delegittimare il dissenso democratico come manovra straniera frutto di "guerra ibrida".

Nel suo sforzo di dare una parvenza di credibilità a questa tesi, Molinari ha persino richiamato recenti dichiarazioni del primo ministro britannico, Andy Burnham, riguardo una fantomatica ingerenza russa nel referendum per la Brexit. Un’affermazione clamorosamente smentita: sia l’ex premier Boris Johnson che il capo dell’MI5 hanno già chiarito in modo inequivocabile l’assenza di prove di un tale impatto sul voto, smontando alla radice questa retorica allarmistica.

Quando il giornalismo mainstream non ha più argomenti per contrastare le ragioni di chi scende in piazza, ricorre allo spettro del nemico esterno e della "guerra ibrida". 

Guardate il video e giudicate voi stessi: fino a dove si può spingere la propaganda mainstream?

 
 
 
 
 
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Canada: la Calgary Opera censura un artista per la sua solidarietà con la Palestina (VIDEO)

Vergogna in Canada. La Calgary Opera ha estromesso il basso-baritono Gabriel Sanchez-Ortega dalle future rappresentazioni della Tosca dopo che, durante il saluto finale della serata di apertura, ha sventolato una bandiera palestinese in solidarietà a un popolo vittima del terrorismo sionista. 

Sanchez-Ortega, giovane talento al primo anno del programma di sviluppo artistico della compagnia, ha visto il suo momento di gloria trasformarsi in un licenziamento. La direzione ha rilasciato un comunicato sterile, definendo il gesto "non autorizzato" e lamentando il "disagio" causato al pubblico e allo staff, annunciando freddamente che il ruolo di Angelotti sarà affidato a un altro artista. 

Ma l’arte è politica. Pretendere che gli artisti restino in silenzio di fronte alle atrocità del mondo significa snaturare la cultura stessa, riducendola a mero intrattenimento di regime. Punire un cantante per aver espresso il proprio sostegno al popolo palestinese, che sta subendo un genocidio, non è tutela della "civiltà", come ipocritamente afferma il comunicato, ma un atto di censura codarda contro chi ha il coraggio di alzare la voce contro l'ingiustizia. 

Il gesto di Sanchez-Ortega, che fa eco a episodi simili di resistenza artistica, risuona molto più forte di qualsiasi silenzio imposto. La lotta per la libertà, la verità e la dignità umana passa anche dai palcoscenici di tutto il mondo. 

 
 
 
 
 
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