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Stallo biblico in Israele. Il voto decisivo di militari e partiti arabi

“Gli ultimi saranno i primi” come nel Vangelo secondo Matteo: sembra questo, quando lo scrutinio dei voti è ancora alla metà, il possibile risultato delle elezioni israeliane. Un risultato in stallo biblico, quanto mai in bilico.

A decidere l’esito finale saranno i voti in doppia busta, cioè quelli di soldati, ospedali, carceri e sedi diplomatiche, che vengono contati per ultimi e che indicheranno con certezza i partiti che non supereranno la soglia di sbarramento del 3,25% per accedere alla Knesset, il Parlamento monocamerale dello Stato d’Israele composto da 120 membri.

Al centro dell’incertezza c’è Avigdor Lieberman, leader del partito nazionalista Yisrael Beytenu, avversario di Netanyahu, che rischia di non superare la soglia di sbarramento.

Eventualità che determinerebbe la redistribuzione dei circa 10 seggi attribuiti al partito di Lieberman e favorirebbe la coalizione capeggiata dal Likud del premier uscente che supererebbe la fatidica maggioranza dei 61 seggi. Se invece il partito di Lieberman supera la soglia di sbarramento i suoi seggi e quelli dei partiti arabi che hanno registrato un notevole exploit elettorale, potrebbero far prevalere la coalizione del leader dell’opposizione Gadi Eisenkot.

Finora non c’è un vincitore chiaro, ma Netanyahu è tutt’altro che sconfitto. Gli elettori israeliani hanno comunque inflitto una battuta d’arresto alla coalizione di estrema destra del primo ministro in carica e anzi tutti i sondaggi d’opinione indicano una totale sfiducia nei suoi confronti.

Eisenkot confida nel voto in busta chiusa delle forze armate israeliane in rotta di collisione con Netanyahu, ma la formazione di una coalizione di maggioranza potrebbe richiedere settimane prima di raggiungere un accordo con i partiti arabi che rappresentano i cittadini palestinesi di Israele ed hanno conquistato 18 seggi.

Forte del recupero evidenziato dagli ultimi voti scrutinati, Netanyahu parla di clamorosa rimonta e della possibilità di portare a termine con Trump l’eliminazione della minaccia iraniana.

I risultati definitivi sono attesi nei prossimi giorni, compresi quelli relativi alle centinaia di migliaia di schede di voto per corrispondenza ancora da scrutinare, e che potrebbero decidere l’esito finale.

L’ologramma dell’incertezza che si registra in Israele è rappresentato dalla constatazione che tanto al quartier generale di Eisenkot che in quello di Netanyahu si festeggia una vittoria che ancora non si è materializzata.

Coerente e rispondente alla realtà l’euforia maggiore è quella che si sta vivendo nella sede della Lista Araba Unita. “Siamo qui, non siamo ai margini. Il nostro dovere e la nostra responsabilità è trasformare questo blocco elettorale in una forza politica di rilievo”, ha sottolineato il leader del partito, Mansour Abbas.

In definitiva la competizione elettorale è stata vissuta come un referendum sui quasi 17 anni di governo ininterrotto di Netanyahu, che hanno profondamente diviso gli israeliani, dagli interrogativi sul più grave e tragico attacco nella storia del Paese, quello compiuto da Hamas, alle conseguenze dell’accanimento su Gaza, le guerre in Libano e in Iran, insieme alle violenze dei coloni nella Cisgiordania occupata.

Interrogativi che hanno suscitato indignazione in tutto il mondo, mettendo a dura prova i rapporti con i più stretti alleati di Israele e alimentando un aumento dell’antisemitismo. Tra gli israeliani, le elezioni sono state ampiamente percepite come una lotta per la natura stessa dello Stato, che ha contrapposto Netanyahu e i suoi alleati ultranazionalisti e religiosi a coloro che cercano di preservarne i fondamenti liberali e laici.

In ogni caso il nuovo governo dovrà fare i conti con le divisioni sociali – tra destra e sinistra, e tra ebrei e arabi – che si sono acuite durante il lungo e spesso brutale governo di Netanyahu.

Il presidente israeliano Yitzhak Herzog avrà il compito di chiedere al leader del partito con il maggior numero di seggi e le migliori prospettive di mettere insieme una coalizione e formare un governo.

Se il Likud di Netanyahu dovesse emergere come il partito più votato, potrebbe rivendicare tale diritto. Nel frattempo, ci saranno forti pressioni su Eisenkot affinché raggiunga un accordo con i partiti arabi, mentre Netanyahu e i suoi alleati considerano qualsiasi alleanza di questo tipo illegittima e persino un tradimento.

Se nessuno riuscirà a formare una coalizione di maggioranza, potrebbero tenersi nuove elezioni all’inizio del prossimo anno.

Israele ha tenuto cinque elezioni tra l’aprile 2019 e il novembre 2022 a causa di una situazione di stallo simile. Uno stallo che rischia di essere autodistruttivo.

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Elezioni o referendum su sé stesso? Trump e le midterm viste dalla stampa Usa

“Il gradimento di Trump raggiunge il minimo storico, dando ai Democratici un netto vantaggio nelle elezioni di medio termine” titola il Washington Post, che spiega perché il presidente raccoglie solo il 33% dei consensi con il 66% di americani che lo disapprovano e poco più del 50% che invece si dichiarano totalmente contrari alla sua politica. Nel frattempo, secondo il sondaggio del Washington Post – ABC News – Ipsos, il sostegno ai democratici é in aumento. Più che l’attendibilità dei sondaggi e l’esito del voto, a 15 giorni dalle elezioni del 3 novembre, la domanda principale che angoscia gli Stati Uniti è: come reagirà Donald Trump alla sconfitta?

Il tycoon gira come una trottola per salvare, afferma, i candidati repubblicani in difficoltà, ma nessuno ha il coraggio di dirgli che molti di quei candidati sono in difficoltà proprio per colpa sua. Gli elettori, evidenziano tutti i sondaggi, gli hanno voltato le spalle e più il presidente interviene accanto ai candidati e più rischia di far perdere loro consensi. Emblematico il caso del Texas. La Camera di commercio degli Stati Uniti ha annunciato il proprio sostegno al Procuratore generale del Texas Ken Paxton, repubblicano appoggiato a spada tratta da Trump, ma persino il governatore repubblicano Greg Abbott ha preferito non partecipare alla kermesse del presidente accanto al candidato, incappato fra l’altro in uno scandalo. Secondo il Wall Street Journal, Paxton avrebbe trascorso la notte di capodanno festeggiando a Dubai con l’amante Tracy Duhon, nonché con due latitanti incriminati per frode sanitaria.

I sondaggi spiegano perché Trump sia corso in Texas: secondo YouGov e New York Times, il candidato democratico James Talarico è avanti a Paxton di sei punti. Un risultato comunque sorprendente in uno Stato che Trump alle presidenziali aveva vinto con quasi 14 punti di vantaggio. Clamorosi gli ultimi sondaggi della Cnn. In Ohio, Stato conquistato da Trump con undici punti di vantaggio, il democratico Sherrod Brown guida la corsa al Senato con il 49% contro il 43% del repubblicano Jon Husted. Nella sfida per il governatore, la democratica Amy Acton supera di otto punti il repubblicano Vivek Ramaswamy. In Iowa, dove Trump vinse con tredici punti di margine, la corsa al Senato é sostanzialmente alla pari: 45% per la repubblicana Ashley Hinson, 43% per il democratico Josh Turek. In Ohio appena il 36% approva Trump, in Iowa il 41%. Circa tre elettori su quattro ritengono che le sue politiche abbiano fatto aumentare il costo della vita.

Il New York Times ritiene comunque che l’esito delle elezioni di medio termine non rappresenterà un’ondata blu, il colore del partito democratico, ma piuttosto una risacca rossa, il colore del Grand Old party, lo storico partito repubblicano. Perché, sostiene il quotidiano newyorkese, molti repubblicani che hanno votato Trump anche tre volte e che adesso sono delusi e pentiti, potrebbero semplicemente restare a casa. Una disillusione provocata in particolare da due promesse tradite: niente nuove guerre e prezzi più bassi. Al contrario é arrivata la guerra contro l’Iran e la benzina salita oltre i cinque dollari al gallone. I dazi hanno aggravato gli scompensi economici, mentre milioni di americani continuano a fare fatica con affitti, spesa e bollette.

Persino sull’immigrazione, il terreno tradizionalmente più favorevole a Trump, le operazioni aggressive dell’Ice hanno suscitato polemiche e condanne.

Lo scrittore e commentatore politico conservatore Bill Kristol sostiene che più Trump trasforma le elezioni in un referendum su se stesso, più favorisce i democratici, tanto da far temere uno tsunami elettorale. Una sensazione diffusa che ha fatto scattare inquietanti interrogativi, alimentati da vari segnali e dalla decisione, da parte della Casa Bianca, di non invitare gli osservatori internazionali dell’Ocse, presenti alle elezioni federali americane dal 2002. Una scelta che su questo punto accomuna Washington, a Russia e Bielorussia.

Come se non bastasse, nel podcast del giornalista Chris Hayes sul network televisivo via cavo MS NOW sono stati illustrati documenti ottenuti da Democracy Forward, un movimento per la democrazia e la legalità, che attestano come il Dipartimento per la sicurezza interna e l’Ice abbiano acquisito decine di milioni di registrazioni elettorali e valutato l’impiego di agenti sotto copertura per indagare su organizzazioni impegnate nella registrazione degli elettori, in Stati decisivi come Pennsylvania e New Jersey. Non solo, alcuni osservatori temono che, dopo il voto, possano essere sequestrate schede o macchine elettorali con il pretesto di cercare brogli.

Non ci sono prove ma la preoccupazione cresce. Secondo un’inchiesta del periodico politico The Atlantic, anche fra i ranghi dell’Fbi vi sarebbero funzionari in allerta per il ruolo che il bureau potrebbe assumere nelle prossime elezioni. L’amministrazione Trump sostiene di voler prevenire frodi. I critici denunciano invece il rischio di intimidire gli elettori. In proposito l’attore premio Oscar Robert De Niro, ha lanciato un appello durissimo contro Trump: “Giù le mani dal nostro voto!”. Parole accompagnate da pesanti insulti e da un avvertimento per tutti gli americani che hanno a cuore la democrazia: vigilare e prepararsi a difendere le elezioni.

Che cosa potrebbe accadere nella notte tra il 3 e il 4 novembre, ci si chiede allora, se i repubblicani subiranno lo tsunami previsto da alcuni analisti? Trump riconoscerà il risultato? Cercherà un’intesa con un Congresso democratico? Oppure inizierà a denunciare brogli, interferenze straniere e voti illegittimi, come fece dopo il 2020? L’esperto di strategie elettorali ed ex consulente repubblicano Steve Schmidt teme proprio questo scenario: un presidente sconfitto politicamente, ma ancora dotato di enormi poteri, pronto a contestare la legittimità del nuovo Congresso. Non sappiamo come finirà. Il 3 novembre gli americani decideranno chi controllerà il Congresso. Quello che ancora è un’incognita é se Trump sarà disposto ad accettare la loro decisione.

Un’ incognita che di per se è una inedita e dolorosa novità che rischia di rappresentare la sfida più pericolosa per la democrazia e la Costituzione degli Stati Uniti d’America.

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Un vertice tra Russia, Usa e Cina. Cosa c’è dietro la richiesta di Putin

Vladimir Putin ha proposto un vertice al Presidente americano Donald Trump e al leader cinese Xi Jinping per discutere di come porre fine alla guerra in Ucraina. Secondo il Wall Street Journal, Putin ritiene che i tre dovrebbero imporre a Kyiv una cessazione del conflitto favorevole a Mosca.

Una sorta di patto del diavolo, peggiore della conferenza di Monaco del 1938, quando Hitler, Mussolini e le frastornate Inghilterra e Francia imposero brutalmente all’allora Cecoslovacchia di cedere la regione dei Sudeti alla Germania nazista. Invece di contenere l’espansionismo nazista, il cedimento di Londra e Parigi incentivò le ambizioni del dittatore tedesco e accelerò lo scoppio della Seconda guerra mondiale.

“Un vertice di questo tipo, senza il coinvolgimento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky – scrive il Wall Street Journal – sarebbe senza precedenti e farebbe scattare l’allarme nelle capitali europee e non solo”.

La proposta del vertice fra Usa, Cina e Russia è stata avanzata da Putin durante la telefonata con Trump del 9 ottobre, durante la quale è stato raggiunto l’accordo per l’acquisto, da parte degli Stati Uniti, del diesel gasolio russo, liberalizzandone la vendita sul mercato globale.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha confermato che sono in corso discussioni su un possibile incontro. “Non c’è ancora una visione chiara sull’incontro in sé o sui suoi potenziali punti all’ordine del giorno, sebbene tutte e tre le parti riconoscano l’ipotesi che possa aver luogo”, ha dichiarato Peskov al Wsj.

Fonti della Casa Bianca hanno reso noto che Trump non ha ancora dato il suo assenso a un vertice del genere, ma hanno anche precisato che il Presidente potrebbe mostrarsi aperto all’idea, dato il suo desiderio di mantenere la promessa elettorale di porre fine alla guerra. Il Cremlino ha suggerito di tenere l’incontro trilaterale a margine del prossimo vertice dell’Apec, che si svolgerà in Cina il 18 e 19 novembre a Shenzhen.

Un summit a tre sul suolo cinese rappresenterebbe un notevole exploit diplomatico per Xi, nell’ambito dei suoi sforzi per rafforzare il ruolo di Pechino come baricentro internazionale. In un’ottica complessiva però il vertice comporterebbe però anche rischi per la Cina: potrebbe compromettere i rapporti economici con l’Europa e alimentare i timori che Pechino sia schierata ancora più apertamente con Mosca.

Evidente, invece, che Putin immagini il summit come sorta di nuova conferenza di Yalta, in cui le grandi potenze si spartiscono le sfere d’influenza: un’ipotesi giudicata poco realistica dagli osservatori.
Funzionari russi hanno avanzato la proposta a Pechino attraverso i canali diplomatici. La parte cinese ha fatto sapere che non si opporrebbe, a patto che Trump sia d’accordo.

“La Cina vuole essere vista come il perno tra le grandi potenzialità e, potenzialmente, come mediatrice tra Stati Uniti e Russia”, ha affermato al Wall Street Journal Yun Sun, capo del programma sulla Cina del think tank americano Stimson Center.

In passato, Putin ha già proposto un trilaterale con Trump e Xi, questa volta la proposta giunge in una fase in cui i rapporti tra Mosca e Washington sono particolarmente distesi e il presidente russo intende sfruttare il suo ritrovato feeling col tycoon per spiazzare l’Europa e uscire dalla trappola mortale della guerra con l’Ucraina nella quale si è cacciato.

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