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Poveri, sfiduciati e manipolabili. La guerra politica secondo De Longis

Nessun confronto militare, attacco cinetico o compromissione delle capacità militari. Le democrazie liberali possono essere attaccate attraverso l’erosione – nel tempo – di ciò che ne rende possibile il funzionamento: le filiere produttive, la dipendenza tecnologica, l’informazione, le infrastrutture cognitive e, soprattutto, il rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni. E proprio dentro questa progressiva dilatazione del perimetro della sicurezza si colloca “Democrazie, capitalismo e libertà al collasso. La guerra politica per l’attacco economico-cognitivo ai giovani”, il volume di Fabrizio De Longis, esperto di Difesa e Sicurezza, già consulente di Relazioni internazionali, Comunicazioni e Affari strategici, edito da Rubbettino con prefazione di Mario Caligiuri.

La guerra politica

L’assunto centrale del libro è che la guerra ibrida, così come viene generalmente interpretata, non esaurisca più la complessità del confronto contemporaneo. De Longis preferisce ricorrere alla categoria di “guerra politica”, intesa come modalità di competizione nella quale strumenti economici, cognitivi, tecnologici e sociali concorrono a modificare sia le capacità materiali di uno Stato, sia la qualità del rapporto che esso intrattiene con la propria società.

Il volume va oltre letture semplicistiche, seppur veritiere e necessarie, che si concentano in particolar modo sulla dimensione militare: occorrono misure che riescano a preservare, oltre allo strumento difensivo tout court, quelle condizioni – benessere, libertà, sicurezza e fiducia – dalle quali dipende la stessa legittimità di un ordinamento democratico.

De Longis costruisce da qui il proprio ragionamento attorno a due direttrici, sicurezza economica e sicurezza cognitiva, trattandole non come settori separati ma come dimensioni reciprocamente dipendenti.

Sul versante economico, il libro insiste sulla crescente vulnerabilità prodotta dall’interdipendenza. Catene del valore, dipendenze tecnologiche, approvvigionamenti critici e struttura produttiva non rappresentano soltanto questioni di efficienza o competitività. Possono diventare strumenti di coercizione quando incidono sulla capacità di uno Stato di mantenere autonomia decisionale.

Il passaggio dalla globalizzazione fondata sulla massimizzazione dell’efficienza a una globalizzazione sempre più condizionata dal rischio geopolitico viene letto attraverso il concetto di weaponizzazione: ciò che in una fase precedente veniva considerato principalmente un vantaggio economico può acquisire una funzione strategica quando la dipendenza diventa leva politica.

Da questo punto di vista, il libro intercetta una trasformazione ormai centrale nel dibattito europeo: la sicurezza economica non coincide con il protezionismo, ma con la capacità di comprendere quali dipendenze possano tradursi in vulnerabilità sistemiche. La questione riguarda il tessuto produttivo, ma anche qualcosa di più profondo. Quando la perdita di capacità economica si traduce in impoverimento, precarietà e riduzione delle aspettative, l’effetto non rimane confinato all’economia e può erodere la fiducia nelle istituzioni e modificare il rapporto tra cittadino e Stato.

La seconda direttrice riguarda poi la dimensione cognitiva. De Longis estende il ragionamento oltre il terreno, ormai consolidato, della disinformazione. La sicurezza cognitiva viene interpretata come capacità di preservare gli strumenti con cui gli individui elaborano la realtà, costruiscono giudizi, riconoscono appartenenze e definiscono aspettative di futuro. La mente non viene quindi considerata soltanto destinataria di propaganda, ma parte integrante dell’infrastruttura strategica di una collettività, una società, uno Stato.

Le nuove generazioni

I giovani rappresentano il segmento più esposto alla comunicazione digitale. L’ambiente digitale è dove una parte crescente dei processi di costruzione dell’identità, di socializzazione politica e di interpretazione della realtà prende forma. Ma è altresì il luogo nel quale la soglia di attenzione viene abbassata e dove pululano manipolazione delle percezioni, disinformazione, polarizzazione ed erosione del pensiero critico.

Nel volume, isolamento, perdita di fiducia, difficoltà a progettare il futuro e progressivo disinteresse verso la partecipazione politica vengono letti come segnali di una frattura che può acquisire rilevanza per la sicurezza nazionale. Da qui, una delle proposte del testo: la sicurezza cognitiva non può essere applicata al solo contrasto delle fake news. Essa riguarda la qualità del rapporto che una società mantiene con la conoscenza, con il futuro e con le proprie istituzioni. Una democrazia può conservare formalmente tutti i propri meccanismi costituzionali ed essere al tempo stesso progressivamente indebolita se una parte significativa dei cittadini perde fiducia nella capacità dello Stato di rappresentarne gli interessi e di offrire una prospettiva credibile.

La formula più provocatoria utilizzata nel volume – “brutti, poveri e stupidi” – prova a condensare proprio questa dinamica. La guerra economica impoverisce, quella cognitiva riduce la capacità critica, quella politica normalizza un progressivo deterioramento degli standard culturali e civici. E dietro un lessico volutamente forte si trova, tuttavia, un tentativo preciso: quello di ricondurre fenomeni spesso studiati separatamente – come impoverimento, polarizzazione, sfiducia, disinformazione, solitudine e perdita di partecipazione – all’interno di una medesima geometria epistemica e analitica sulla resilienza delle società democratiche.

Il carattere sistemico

Le democrazie fondano la propria legittimità su elementi che costituiscono al tempo stesso la loro principale forza: apertura, pluralismo, competizione politica, libertà di espressione, alternanza e responsabilità verso l’opinione pubblica. Gli stessi meccanismi che possono diventare superfici di vulnerabilità quando un attore esterno riesce a incidere sul costo politico delle decisioni.

La questione riguarda soprattutto la diversa temporalità che separa democrazie e regimi autoritari. Un governo democratico è chiamato a rendere conto delle proprie scelte entro orizzonti elettorali relativamente brevi. Misure necessarie sul piano strategico – diversificazione delle filiere, investimenti in resilienza, riduzione delle dipendenze critiche, protezione delle infrastrutture cognitive – possono produrre costi immediati e benefici visibili soltanto nel medio o lungo periodo. Un attore ostile può quindi tentare di sfruttare precisamente questa asimmetria, amplificando il costo sociale e politico delle scelte necessarie alla sicurezza.

La vulnerabilità delle democrazie risiede, secondo De Longis, nella tensione strutturale tra responsività elettorale e razionalità strategica: i governi devono internalizzare costi politici immediati per decisioni i cui benefici emergono spesso soltanto nel lungo periodo. I regimi autoritari, meno esposti alla verifica periodica del consenso, dispongono invece di maggiore continuità decisionale e tolleranza ai costi concentrati. La competizione ibrida sfrutta questa asimmetria temporale amplificando il prezzo interno di misure strategicamente necessarie. Ne deriva uno spazio di coercizione nel quale l’obiettivo non è imporre direttamente una scelta, ma renderla politicamente insostenibile.

Il volume di Fabrizio De Longis formula una concezione della sicurezza che supera la sola capacità di prevenire o assorbire un attacco, concentrandosi sulla tenuta politica e sociale del sistema nel tempo. Il rischio più profondo emerge quando vulnerabilità economiche, cognitive e generazionali cessano di essere fenomeni settoriali e convergono in un processo cumulativo di erosione della fiducia, della coesione e della legittimità istituzionale.

La tesi del libro analizza l’impoverimento, l’indebolimento del tessuto produttivo e il progressivo distacco delle nuove generazioni dalla politica come possibili vettori di una fragilità sistemica capace di incidere sulla resilienza stessa dell’ordinamento democratico, sottolineando, ancora una volta, che nessuna democrazia può essere militarmente forte e, al tempo stesso, strategicamente vulnerabile se non riesce più a convincere i propri cittadini che valga la pena difendere il modello politico, economico e sociale su cui essa stessa si fonda.

 

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Doppelgänger, così Mosca costruisce la disinformazione per l’Occidente. Il dossier di The Insider

Doppelgänger? Una struttura che individua le vulnerabilità politiche di ciascun Paese, costruisce il messaggio più adatto per sfruttarle, produce il contenuto e infine ne misura la capacità di penetrazione. Dietro, funzionari dell’Amministrazione presidenziale russa, comunicatori, ex diplomatici, specialisti dei social network e professionisti della propaganda.

Un’inchiesta di The Insider spiega, sulla base della corrispondenza hackerata tra personale dell’Amministrazione presidenziale russa e dipendenti dell’Agency for Social Design (Asd), la struttura che avrebbe coordinato una parte rilevante delle attività della rete conosciuta in Occidente come Doppelgänger.

La documentazione descritta da The Insider permette soprattutto di guardare dietro il prodotto finale della disinformazione, dagli articoli falsi e video manipolati a quello che c’è dietro: riunioni, indicazioni operative, distribuzione delle competenze, studio dei pubblici e valutazioni sull’efficacia delle campagne.

La regia del Cremlino

Secondo i documenti esaminati dalla testata, l’operazione sarebbe stata avviata da Sergei Kiriyenko, primo vicecapo dell’Amministrazione presidenziale russa. La supervisione avrebbe coinvolto in particolare Alexander Kharichev, responsabile della componente rivolta all’Ucraina, e Sofia Zakharova, indicata invece come figura di riferimento per le operazioni destinate ai Paesi occidentali. L’esecuzione del progetto sarebbe stata affidata a Ilya Gambashidze e alla sua Agency for Social Design.

In un rapporto indirizzato all’Amministrazione presidenziale, ricostruisce The Insider, Gambashidze presentava il progetto come uno strumento capace di influenzare l’opinione pubblica dei Paesi bersaglio senza apparire apertamente come propaganda russa. L’obiettivo non era necessariamente convincere un pubblico occidentale ad assumere posizioni esplicitamente filorusse, quanto fare entrare determinate narrative all’interno di discussioni politiche già esistenti.

A luglio 2022, secondo l’inchiesta, era già stato delineato un piano per condurre contemporaneamente la campagna in cinque Paesi europei. Le priorità indicate erano tre: screditare Stati Uniti, Regno Unito e Nato; diffondere la rappresentazione russa della guerra in Ucraina; e, soprattutto sul fronte tedesco, alimentare l’opposizione alle sanzioni.

L’Italia era già un bersaglio nel 2022

L’Italia compare fin dalle prime fasi dell’operazione. Secondo i documenti consultati da The Insider, alla fine di giugno 2022 Doppelgänger era già attivo almeno in Germania, Italia e Regno Unito.

Il sistema prevedeva la pubblicazione sui social network di post collegati a falsi siti che imitavano testate giornalistiche conosciute. Collegamenti agli stessi siti venivano inoltre inseriti nei commenti sotto i contenuti pubblicati da media reali, utilizzando Facebook, Instagram e Telegram. Per promuovere alcuni post venivano investite quotidianamente centinaia di dollari. Con l’obiettivo di alimentare l’ostilità verso i rifugiati ucraini, gli operatori proposero di diffondere una falsa storia secondo cui le ville sequestrate ai cittadini russi sarebbero state consegnate ai profughi provenienti dall’Ucraina, mentre le spese necessarie al loro mantenimento sarebbero state sostenute dai bilanci locali, cercando ci collegare la presenza dei rifugiati alla pressione sulle risorse pubbliche italiane, trasformando una questione internazionale in un potenziale elemento di conflitto politico interno.

L’Agency for Social Design, secondo la documentazione esaminata da The Insider, pensò di commissionare a blogger italiani uno sketch contro le sanzioni alla Russia, senza però rivelare chi fosse davvero il committente. Agli interessati, secondo quella stessa comunicazione, era stato fatto credere che dietro l’incarico ci fosse un partito politico italiano.

Come si costruisce un falso

Il materiale ottenuto da The Insider contiene anche una sorta di manuale per la produzione dei contenuti, dalla realtà aumentata o special report per indicare fotografie, video e screenshot manipolati, fino ai veri e propri fake. Le tecniche previste andavano dalla modifica digitale di un’immagine alla sostituzione dei volti, dal doppiaggio di filmati alla produzione di video su green screen. Tra questi, anche la realizzazione di scene completamente costruite.

Ed è ancora una volta l’Italia a comparire espressamente nelle istruzioni: gli operatori potevano girare in Russia utilizzando oggetti e scenografie capaci di ricreare ambientazioni simili alla Germania, all’Italia o all’Inghilterra, affidando ad attori l’interpretazione delle scene predisposte e intervenendo successivamente con la computer grafica. In alternativa, le riprese potevano essere effettuate direttamente nei Paesi bersaglio.

Un messaggio diverso per ogni pubblico

Dai documenti emerge anche una notevole attenzione alla segmentazione del pubblico. Uno stesso evento poteva essere commentato attraverso identità politiche, nazionali o religiose differenti, in modo da inserirsi contemporaneamente in comunità che partivano da posizioni persino opposte.

The Insider riporta, ad esempio, istruzioni per costruire commenti attribuibili di volta in volta a un cittadino francese medio, a un musulmano francese, a un elettore tedesco di sinistra o a un tedesco di origine turca. Insomma, non era necessario che queste voci sostenessero la stessa argomentazione, ma che potessero inserirsi nella sensibilità del pubblico prescelto.

Lo stesso principio compare poi nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. L’inchiesta ha trovato tra i materiali di un responsabile della campagna alcuni prompt risalenti ad aprile 2024, destinati a generare commenti scritti dal punto di vista di persone con caratteristiche sociali e politiche precise: un francese contrario alle spese per le Olimpiadi, una donna polacca preoccupata per l’inflazione e l’immigrazione ucraina, una cittadina israeliana critica verso i costi della guerra.

Diplomatici, funzionari e specialisti della comunicazione

La ricostruzione di The Insider dedica una parte consistente anche alle persone impiegate nella cosiddetta “European counter-campaign”. Secondo l’inchiesta, alcuni lavoravano formalmente per il Center for Global IT Cooperation, ma provenivano da istituzioni dello Stato russo. Nel 2024 il centro avrebbe assunto circa due dozzine di persone, tra cui ex funzionari del Ministero degli Esteri e laureati dell’MGIMO, l’università moscovita tradizionalmente legata alla formazione della diplomazia russa.

La figura più importante dell’Unione europea viene identificata in Alexey Goltyaev, ex funzionario del Ministero degli Esteri e, dal 2024, dirigente nell’apparato del Consiglio di sicurezza russo. Margarita Klimanova, consigliera dell’Amministrazione presidenziale, avrebbe invece avuto la responsabilità del targeting delle audience, con particolare attenzione ai giovani e alle comunità migranti. Un’altra funzionaria dell’Amministrazione, Ekaterina Sorokova, avrebbe seguito statistiche e calendari, contribuendo a stabilire quali eventi dovessero ricevere maggiore attenzione.

Un significativo passo in avanti rispetto alle tradizionali “fabbriche dei troll”, che affianca alla produzione del contenuto analisi dei pubblici, calendarizzazione, statistiche, distribuzione e valutazione dei risultati.

Dopo Prigozhin?

Secondo The Insider, la dissoluzione dell’apparato mediatico costruito attorno a Yevgeny Prigozhin, dopo la sua morte nell’agosto 2023, avrebbe rappresentato un punto di svolta. Rimasta senza una guida, la precedente infrastruttura della “troll factory”, il progetto coordinato da Kiriyenko sarebbe diventato progressivamente uno dei principali strumenti per la diffusione della disinformazione russa all’estero. Alcuni ex appartenenti alle strutture di Prigozhin sarebbero poi entrati nella distribuzione dei materiali prodotti dall’Agency for Social Design. Parallelamente, professionisti provenienti dai media russi e consulenti politici avrebbero curato video, manifesti, meme e altri prodotti destinati alle differenti campagne. Da qui,  emerge una trasformazione organizzativa importante. La logica della propaganda rimane ma diviene più strutturata: produzione professionale dei contenuti, targeting delle audience e coordinamento con figure riconducibili all’apparato statale.

Online e Onlife?

The Insider afferma di aver ricostruito il coinvolgimento di persone direttamente collegate a Kharichev e all’Agency for Social Design nell’organizzazione di campi di addestramento destinati a operazioni in Europa, dall’interferenza elettorale in Moldova fino a provocazioni e sabotaggi nei Paesi occidentali.

Secondo la testata, un gruppo composto anche da neonazisti e hooligan sarebbe stato addestrato nei Balcani all’utilizzo di droni con esplosivi. The Insider precisa che saranno oggetto della seconda parte dell’indagine. L’immagine restituita dai documenti visionati restituisce una struttura che studia il contesto politico del Paese bersaglio, individua le sue linee di frattura e prova a inserirvi contenuti costruiti per sembrare locali.

Dunque, che fare? Alla base vi è una conoscenza delle nostre divisioni e la capacità di sfruttarle; per difendersi o reagire occorre conoscere le proprie fratture meglio di chi vuole strumentalizzarle e comprendere la logica di chi vuole attaccarci per neutralizzare la sua efficacia.

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L’MI5 crea un centro sulle minacce dell’IA. Come cambia l’intelligence britannica

Non sarà un laboratorio per sviluppare nuovi modelli di intelligenza artificiale, né una struttura separata dall’intelligence tradizionale. Il nuovo AI Threat Assessment Centre (AiTac), annunciato dal direttore generale dell’MI5, Ken McCallum, nasce piuttosto per capire quali delle minacce associate all’IA siano concrete, quali ancora teoriche e quali richiedano una risposta immediata da parte degli apparati di sicurezza britannici.

La struttura è stata collocata all’interno dell’MI5 ma riunisce competenze provenienti anche dall’AI Security Institute, dalla National Crime Agency e dal National Cyber Security Centre. Il suo compito sarà produrre valutazioni all-source, mettendo insieme intelligence, competenze tecniche e analisi delle capacità emergenti. McCallum lo ha presentato il 13 ottobre durante il tradizionale aggiornamento annuale sulle minacce alla sicurezza nazionale.

Capire cosa l’IA può davvero fare

L’obiettivo non è trattare ogni sviluppo tecnologico come una minaccia, ma ridurre la distanza tra la velocità dell’innovazione e quella della valutazione di intelligence.

Per l’MI5 alcuni effetti sono già visibili. L’IA sta aumentando le capacità offensive e difensive nel dominio cyber, può rendere più efficace la produzione di propaganda personalizzata e viene già studiata da soggetti terroristici per affinare attività di ricognizione e pianificazione. McCallum ha inoltre indicato nell’impiego dell’IA applicata alle armi biologiche uno dei rischi potenzialmente più significativi, precisando tuttavia che si tratta di uno scenario non ancora concretizzato.

La distinzione è rilevante. Una struttura di intelligence dedicata all’IA serve anche a separare capacità dimostrate, possibilità tecnicamente plausibili e semplice rumore. In altre parole, a impedire che le decisioni di sicurezza nazionale siano prese inseguendo alternativamente entusiasmo tecnologico e scenari catastrofici.

L’AiTac riprende, per un dominio completamente diverso, una formula già sperimentata dall’intelligence britannica. Dopo l’11 settembre era stato creato il Joint Terrorism Analysis Centre; con l’aumento delle attività ostili riconducibili a potenze straniere era arrivato il Joint State Threats Assessment Team. L’IA viene ora trattata come un ambito sufficientemente trasversale da richiedere una capacità analitica specifica.

La terza missione dell’MI5

C’è però un altro passaggio del discorso di McCallum che rischia di essere più importante dello stesso nuovo centro. L’MI5 ha portato Protect allo stesso livello delle sue due tradizionali missioni operative: il contrasto al terrorismo e quello alle minacce provenienti dagli Stati.

Protect riguarda la resilienza del Paese: infrastrutture critiche, reti energetiche, sistemi finanziari, imprese, catene di approvvigionamento, ricerca scientifica e, in misura crescente, la capacità della società di assorbire operazioni di influenza e destabilizzazione senza produrre l’effetto cercato dall’avversario.

Non significa che l’MI5 si trasformi in un’agenzia di protezione civile. Il ragionamento è diverso. Sabotaggio, cyberattacchi, droni, operazioni di influenza e reclutamento di intermediari consentono a un attore straniero di produrre effetti strategici senza entrare in un conflitto convenzionale. Proteggere preventivamente il sistema che questi attori cercano di colpire diventa quindi parte dell’attività di controintelligence.

La fotografia fornita da Thames House aiuta a capire il perché. Nel 2026 l’MI5 dedica alle minacce statali più risorse di quante ne destinasse durante la Guerra fredda e il relativo case load è quadruplicato nell’ultimo decennio. Terrorismo e minacce statali hanno ormai, secondo McCallum, dimensioni operative sostanzialmente equivalenti.

Russia, Iran e Cina

La Russia rimane per l’MI5 il principale attore aggressivo e continua a ricorrere a operazioni ibride mantenendosi al di sotto della soglia che potrebbe provocare una risposta convenzionale della Nato. L’espulsione di quasi mille appartenenti alla presenza diplomatica russa dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina ha ridotto la capacità di Mosca di utilizzare il tradizionale apparato sotto copertura diplomatica. La risposta, sostiene il servizio britannico, passa sempre più attraverso criminali, intermediari e volontari reclutati per singole operazioni.

Anche l’Iran ricorre in misura crescente a proxy. Negli ultimi dodici mesi, ha spiegato McCallum, le operazioni britanniche legate a Teheran hanno portato a più di cinquanta arresti. Alle attività contro dissidenti, organizzazioni e obiettivi israeliani si sarebbe aggiunto nel corso del 2026 un interesse più marcato verso obiettivi militari britannici.

Nel caso della Cina il problema descritto dall’MI5 rimane invece principalmente quello dello spionaggio, della coercizione e dell’interferenza politica, insieme all’acquisizione di conoscenze scientifiche e tecnologiche. Solo due settimane prima del discorso di McCallum il servizio aveva diffuso un avviso agli atenei britannici sul China General Technology Research Institute, indicato dall’MI5 come un soggetto utilizzato per finanziare ricerca utile a migliorare le capacità tecniche del Ministry of State Security cinese.

Dalla protezione del segreto alla protezione del sistema

È qui che la riorganizzazione britannica offre l’indicazione più interessante anche fuori dal Regno Unito. La funzione di un servizio interno non si limita più a identificare una spia, interrompere un’operazione clandestina o impedire un attentato. Deve contribuire a individuare vulnerabilità che un avversario potrebbe sfruttare prima ancora che venga individuata un’operazione specifica.

L’intelligence rimane intelligence. Ma quando il confronto passa contemporaneamente attraverso cyber, infrastrutture, università, piattaforme digitali, tecnologia e intermediari privati, il confine tra controspionaggio e resilienza diventa inevitabilmente più sottile. È questo, più dell’apertura di un nuovo ufficio dedicato all’IA, il passaggio che Londra ha appena formalizzato.

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