Il Pakistan voleva soffocare la rivolta in Kashmir e ha ottenuto l’opposto

Quattro mesi dopo che Islamabad ha messo fuori legge un movimento composto da commercianti, trasportatori, avvocati e studenti, la rivolta civile nel Jammu e Kashmir occupati dal Pakistan (PoJK) è più ampia e rabbiosa di quanto non fosse a giugno. Il Jammu Kashmir Joint Awami Action Committee (JKJAAC) ha annunciato uno sciopero generale a oltranza, accompagnato dal blocco della circolazione, in tutte e tre le divisioni di Muzaffarabad, Poonch e Mirpur a partire dal 4 ottobre, dopo l’uccisione di un giovane raggiunto da colpi d’arma da fuoco a Dadyal. Le autorità non hanno fornito una ricostruzione dettagliata dell’accaduto e le circostanze restano prive di riscontri, una conseguenza diretta del blackout informativo mantenuto nel PoJK dall’inizio di giugno.
La dottrina dello Stato duro del feldmaresciallo Syed Asim Munir avrebbe dovuto ristabilire la sottomissione attraverso la forza bruta. Nel PoJK, invece, ha trasformato una controversia sulle tariffe elettriche e sui seggi dell’Assemblea legislativa in uno scontro sulla legittimità stessa del controllo pakistano.
Il JAAC è nato nel 2023 dalle proteste contro le tariffe elettriche, il prezzo del grano sovvenzionato e il costo dei privilegi delle autorità, rivendicando tariffe dell’elettricità commisurate ai costi di produzione dell’energia idroelettrica a Mangla e prezzi della farina equiparati a quelli del Gilgit-Baltistan occupato dal Pakistan.
La sua principale rivendicazione di natura costituzionale riguarda i 12 seggi dell’Assemblea legislativa riservati ai rifugiati residenti in altre parti del Pakistan, un meccanismo che consente a Islamabad di influenzare dall’esterno la politica della regione, indipendentemente dalle preferenze della popolazione locale. Un accordo raggiunto nell’ottobre 2025 su 38 richieste non è mai stato attuato e i negoziati si sono interrotti nel maggio di quest’anno. La risposta di Islamabad al fallimento dei colloqui non è stata un’offerta migliore, bensì la messa al bando del JAAC come organizzazione terroristica e l’emanazione di ordini di «sparare a vista» contro i manifestanti pacifici.
Sei giorni dopo l’interruzione dei colloqui, le autorità pakistane hanno messo al bando il JAAC ai sensi della legge antiterrorismo del PoJK del 2014. Amnesty International ha definito questa designazione una pericolosa escalation e ne ha ripetutamente chiesto la revoca, affermando che il divieto è illegale e non può essere usato come pretesto per ricorrere alla violenza letale contro i manifestanti.
Tra giugno e agosto, secondo quanto riportato, almeno 157 esponenti politici, giornalisti, residenti e attivisti sono stati inseriti nella cosiddetta Fourth Schedule, il registro per la detenzione preventiva delle persone sospettate di terrorismo. Dalla fine di giugno non si hanno più notizie di Shaukat Nawaz Mir, la figura di maggior spicco del JAAC, e sebbene il suo avvocato abbia presentato un video che mostrerebbe agenti di polizia mentre lo portano via, il governo ha dichiarato all’Alta Corte che l’uomo non si trova in custodia.
Il bilancio delle vittime nel PoJK resta controverso perché le autorità pakistane ne hanno impedito la verifica. Da allora, il JAAC ha sostenuto che siano stati uccisi più di 100 civili e che centinaia di altri siano rimasti feriti, mentre la polizia locale ha riferito la morte di sette suoi agenti.
La Commissione per i diritti umani del Pakistan (HRCP), al termine di una propria missione d’inchiesta, ha dichiarato di non essere stata in grado di verificare il numero delle vittime civili né le circostanze dei decessi, in parte perché le è stato negato l’accesso al PoJK e il blackout totale delle comunicazioni ha reso quasi impossibile accertare le cifre reali.
L’accesso a Internet tramite rete mobile è sospeso in tutto il PoJK dal 5 giugno e l’opacità che ne deriva non è un effetto collaterale, bensì parte integrante della politica adottata. Il 17 luglio, l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato che le restrizioni all’accesso a Internet limitano in modo sproporzionato la libertà di espressione in un momento di forte tensione, esortando le autorità a ripristinare il pieno accesso alla rete in tutto il territorio.
Amnesty International ha avanzato la stessa richiesta, sottolineando che l’interruzione delle comunicazioni ha reso impossibile verificare gli eventi e chiedendo che venga consentito l’accesso ai media e agli osservatori indipendenti. La Commissione ha documentato le conseguenze più ampie di questa misura, rilevando che la sospensione ha compromesso i servizi bancari, l’istruzione, l’assistenza sanitaria e le catene di approvvigionamento, e ha ribadito che qualsiasi provvedimento di questo tipo deve avere una chiara base giuridica, essere necessario e proporzionato e avere una durata definita. Il rispetto di nessuna di queste condizioni è stato pubblicamente dimostrato.
Le elezioni farsa svoltesi in queste circostanze hanno ulteriormente aggravato il deficit di legittimità della regione. Per la prima volta, le votazioni si sono tenute in più fasi, con un’affluenza intorno al 46 per cento nella prima e vicina al 50 per cento nella seconda, rispetto a percentuali superiori al 60 per cento sia nel 2021 sia nel 2016. Il voto in sette circoscrizioni di Poonch e Sudhnoti è stato rinviato per motivi di ordine pubblico e non è mai stato riprogrammato.
Gli abitanti hanno raccontato di aver votato sotto la minaccia delle armi, mentre un attivista politico è stato ucciso durante la prima fase. La HRCP ha concluso che permangono preoccupazioni più ampie sulla credibilità delle elezioni, chiedendo una verifica indipendente. Un calo di 12 punti percentuali della partecipazione elettorale nel PoJK, nel mezzo di un blackout totale delle comunicazioni, con le armi puntate alla testa della popolazione e il principale movimento di opposizione messo al bando e impegnato nel boicottaggio, non rappresenta un mandato popolare, ma un risultato politico costruito ad arte.
Di conseguenza, nonostante tutte queste misure coercitive adottate da Islamabad, il movimento civile prosegue e la regione sta ora attraversando una nuova fase di escalation. Il 29 settembre, le forze di sicurezza pakistane hanno demolito una struttura ricettiva appartenente alla famiglia del leader del JAAC Khawaja Mehran Arshad, a Dadyal, adducendo false accuse di abusivismo edilizio. Quella notte, a Dadyal, non è stata condotta nessun’altra operazione contro le occupazioni abusive, e Arshad deve già rispondere di accuse di terrorismo e sedizione, oltre a figurare nella Fourth Schedule.
Il comitato aveva fissato al 3 ottobre la scadenza per l’accoglimento delle proprie richieste e ha annunciato le mosse successive il 4 ottobre, giorno in cui Usman è stato ucciso. Nel pomeriggio seguente, un altro civile è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nel bazar di Qalaan, a Sudhnoti, in circostanze misteriose. Demolire una proprietà della famiglia di un leader del JAAC pochi giorni prima che la sua organizzazione annunci le proprie prossime mosse è una classica tattica intimidatoria dell’apparato militare pakistano.
La repressione in corso nel PoJK, sostenuta dallo Stato pakistano, sta finalmente ricevendo una certa attenzione da parte di istituzioni internazionali come le Nazioni Unite. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ad esempio, ha chiesto indagini tempestive, approfondite e imparziali su tutte le uccisioni avvenute nel PoJK, ha affermato che la messa al bando del movimento e le restrizioni al diritto di riunione sollevano gravi preoccupazioni per le libertà di espressione e di associazione e ha chiesto che ai leader kashmiri detenuti sia garantito l’accesso agli avvocati e ai familiari.
Amnesty International è intervenuta in più occasioni, pubblicando dichiarazioni di condanna delle azioni brutali del Pakistan contro i civili nel PoJK. Anche l’esame europeo delle preferenze commerciali GSP Plus concesse al Pakistan si è intensificato per questioni legate ai diritti umani, e a ottobre la Germania ha chiesto a Islamabad di produrre risultati misurabili.
In conclusione, la dottrina dello Stato duro di Munir ha fallito nel PoJK, e gli ultimi quattro mesi spiegano perché. Ogni misura coercitiva adottata dalle autorità pakistane da giugno, compresi l’inserimento di massa nella Fourth Schedule, la sparizione forzata dei leader del JAAC, il blackout delle comunicazioni, le demolizioni e il ricorso alla forza letale, mirava a logorare il movimento civile nel PoJK, ma ciascuna ha finito per ampliarne la base e portarne le rivendicazioni sulla scena internazionale. Gli ultimi quattro mesi hanno confermato che gli abitanti del PoJK chiedono ormai più della sola assunzione di responsabilità politica e di un’equa distribuzione delle risorse da parte di Islamabad. Gli slogan che invocano l’azadi (libertà) dal Pakistan sono diventati molto comuni nel PoJK, un chiaro segnale del fallimento della dottrina dello Stato duro di Munir.
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