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Il fumetto che insegna ai più piccoli il valore del cibo

A spiegarlo è un procione. Simpatico, curioso, con un’idea precisa: il cibo che finisce nella spazzatura si può salvare, e per farlo bastano soluzioni creative alla portata di tutti. È lui il protagonista di Food reboot. Disegna una nuova vita per il cibo, il fumetto che Mani Tese presenta al Lucca Comics & Games, nella sezione Lucca Junior, per tutti i giorni della fiera.

Per l’organizzazione non governativa, attiva dal 1964 sui temi della giustizia sociale, economica e ambientale, il fumetto è un modo diverso di parlare di cibo. Dietro le tavole ci sono due autori che allo stand incontreranno il pubblico: Simona Cordero, illustratrice e tatuatrice, già firma di diversi albi illustrati per l’infanzia, e Piergiorgio Idà Lojercio, sceneggiatore, fumettista e concept designer. Accanto alla presentazione, Mani Tese organizza laboratori per le scuole e porta a Lucca una versione in miniatura del Cirque du Soil, uno strumento interattivo che usa l’immaginario del circo per raccontare le fragilità del sistema alimentare globale e l’importanza del suolo e della sua biodiversità. Lo stand si trova all’interno del padiglione Real Collegio.

La scelta di rivolgersi ai più giovani non è casuale, perché i numeri dello spreco in Italia restano pesanti. Ogni giorno ciascuno di noi getta in media poco più di settantanove grammi di cibo. Lungo l’intera filiera, dai campi alle tavole, si arriva a cinque milioni di tonnellate di alimenti buttati ogni anno, per un valore di oltre 13,5 miliardi di euro. E più della metà di questo spreco avviene in casa, tra frigoriferi troppo pieni e dispense dimenticate.

A sorprendere è soprattutto il dato generazionale. Secondo l’Osservatorio Waste Watcher International, la Generazione Z, nata tra il 1997 e il 2012, è quella che spreca di più: 799 grammi di cibo a settimana a testa. La causa principale non è la mancanza di sensibilità, ma una cattiva organizzazione: una spesa fatta senza programmare, porzioni sbagliate, scadenze che sfuggono. È proprio su queste abitudini quotidiane che un racconto per bambini può incidere, prima che diventino comportamenti radicati.

Il fumetto è parte di un lavoro più ampio. Con il progetto Rebooting the food system, Mani Tese porta avanti attività di sensibilizzazione che invitano a riflettere su come produciamo, distribuiamo e consumiamo il cibo, e su quali conseguenze queste scelte abbiano sulle comunità e sull’ambiente. È lo stesso filo che lega il lavoro dell’organizzazione in Africa, Asia e America Latina, dove promuove sovranità alimentare e agroecologia, alle attività di educazione alla cittadinanza globale che svolge nelle scuole italiane.

A Lucca, tra cosplayer e anteprime editoriali, l’obiettivo è semplice e ambizioso insieme: far capire ai più piccoli che ciò che finisce nel loro piatto – o nel bidone – è legato alle grandi sfide del pianeta. E che cambiare strada è possibile, a partire da casa propria.

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A Cervinia il lusso passa dalla tavola

Una cucina a induzione nello chalet, la dispensa predisposta prima dell’arrivo e la possibilità di scegliere ogni sera un ristorante diverso. A Breuil-Cervinia, il debutto della Valtur Chalet Collection porta dentro l’ospitalità di fascia alta una questione concreta: quanta autonomia desidera chi affitta una residenza privata, e quanti servizi vuole avere a disposizione appena oltre la porta.

Il progetto, annunciato da Valtur, comprende sette chalet a Cielo Alto, a duemila metri di altitudine, integrati con il Cervinia Cristallo Ski Resort e con The Sky Club 2550 a Plan Maison. È l’ingresso dell’azienda nel segmento del lusso internazionale con una formula che affianca alla riservatezza della casa l’organizzazione alberghiera, dalla gestione delle prenotazioni al benessere, fino all’attrezzatura da sci.

La ristorazione occupa una posizione centrale in questa architettura. A guidarla è l’executive chef Antonio Blasi, con esperienze professionali accanto a Heinz Beck e tra Dubai, Giappone e Spagna, secondo la biografia diffusa dal gruppo. Il programma, presentato come un nuovo Food Manifesto, mette insieme riferimenti lontani e ingredienti della valle, distribuendoli fra locali con funzioni e occasioni di consumo differenti.

All’Azur, Tequila & Ceviche Sushi Bar, il repertorio comprende ceviche, sushi e sashimi di ricciola hamachi. È una scelta che porta in montagna un immaginario gastronomico internazionale, adatto a una clientela abituata a ritrovare alcuni codici riconoscibili anche quando cambia destinazione. Sul versante valdostano, il progetto prevede un lavoro su formaggi d’alpeggio, piccole produzioni ortofrutticole e carni da pascolo.

Interessante anche il rapporto fra cucina e manifattura. Il programma prevede di affiancare agli ingredienti coltelli forgiati a mano, ceramiche per il Gou e oggetti in ferro battuto commissionati a laboratori artigiani. Un’impostazione che può dare consistenza al legame con il luogo anche attraverso ciò che si impugna e si usa a tavola.

La proposta ristorativa del resort si articola su registri diversi, mettendo a disposizione degli ospiti otto proposte fra Cielo Alto e Plan Maison. Il Gou lavora come bistrot a pranzo e ristorante alla carta a cena; Gargantua è il ristorante principale a buffet; Il Peperoncino presidia la pizza. A questi si aggiunge la gelateria Caramello, annunciata fra le novità. In quota, The Sky Club 2550 completa il sistema con un’area dedicata al cibo di strada, il ristorante Sky 2550, con una cucina ispirata al fuoco e alla condivisione, e l’Oyster Bar 2550.

La varietà dell’offerta gastronomica permette agli ospiti degli chalet di scegliere come organizzare la giornata fra casa, resort e piste.

La stessa libertà di scelta si ritrova negli spazi degli chalet. Le due tipologie, Paradì e Arbèa, misurano rispettivamente 250 e 220 metri quadrati e dispongono di cucina, cantinetta termoregolata e zona giorno con camino. Le terrazze ospitano minipiscine riscaldate; nella tipologia Paradì è prevista anche una sauna privata. La gestione del soggiorno passa attraverso un Lifestyle Premium Advisor, contattabile in chat dalle 7 alle 23, che coordina richieste e servizi già prima dell’arrivo.

Il vero valore commerciale sta anche nel tempo risparmiato nell’organizzazione: trovare la dispensa pronta, prenotare un tavolo, predisporre lezioni e attrezzatura da sci. La personalizzazione diventa così un lavoro operativo, da misurare sulla capacità di rispondere alle abitudini degli ospiti.

Completano il tutto le Altitude Sessions, appuntamenti con protagonisti della gastronomia e della miscelazione. Per la cucina sarà un ulteriore banco di prova, perché tenere insieme ceviche e formaggi d’alpeggio richiede una regia riconoscibile, capace di dare spazio alle produzioni locali dentro una proposta rivolta al mercato internazionale. A Cervinia, una parte del nuovo posizionamento passerà proprio da come verrà costruita questa relazione, piatto dopo piatto.

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L’albergo che insegnò a Sorrento a guardare il mare

C’è stato un tempo in cui a Sorrento si arrivava, si guardava il golfo e si ripartiva. I viaggiatori europei erano attratti dalla costa, dalla luce, dai luoghi legati a Torquato Tasso, ma la città restava una tappa, non una meta. Poi tutto è cambiato. Lo racconta la docente di Storia del turismo all’Università Federico II di Napoli Annunziata Berrino in Alle origini del turismo. Il Grand Hôtel Vittoria a Sorrento dei Rispoli Fiorentino, in libreria dal 6 novembre per il Mulino.

Tutto comincia con Aniello Rispoli, tra i primi a capire che Sorrento poteva essere un luogo in cui fermarsi, e non soltanto da visitare. La sua intuizione fu quella di dare al panorama un ruolo nuovo. L’albergo venne pensato per i viaggiatori e costruito in rapporto con il mare: posizione, luce, affacci e giardino facevano parte del progetto fin dall’inizio. Oggi scegliere una camera per la vista sembra scontato; mentre allora era una scelta lungimirante, che secondo Berrino anticipava persino la vicina Napoli, già ben inserita negli itinerari del viaggio europeo.

La stessa cura si estendeva a tutto ciò che accadeva fuori dalla camera. Gli ospiti potevano affidarsi all’albergo per organizzare carrozze, barche ed escursioni, accompagnati da persone conosciute e fidate. Cucina, servizio e cura degli spazi completavano un soggiorno pensato per vivere il territorio con agio e sicurezza. Era, in sostanza, un’ospitalità che andava già oltre il semplice pernottamento.

Attingendo a documenti d’archivio e pubblicazioni dell’epoca, Berrino segue poi il passaggio di quella visione alla famiglia Fiorentino, che ne raccolse l’eredità e ha guidato l’albergo attraverso le generazioni. Oggi, alla sesta, la famiglia continua a gestirlo, e l’Excelsior Vittoria resta uno dei rari grandi alberghi storici italiani rimasti nelle mani della stessa famiglia dal 1834.

Chi ci entra oggi trova un cinque stelle lusso, membro di The Leading Hotels of the World, arroccato sulla scogliera davanti al Golfo di Napoli e al Vesuvio. La tradizione vuole che sotto la proprietà si trovino i resti di una villa dell’imperatore Augusto, e il passato si mostra ovunque: nelle colonne settecentesche, nei soffitti affrescati, negli arredi d’epoca. Le ottanta camere, di cui quarantanove suite, si dividono tra tre edifici, La Vittoria, La Favorita e La Rivale, immersi in un parco di due ettari tra agrumi e ulivi. Un ascensore porta gli ospiti direttamente dal porto all’albergo, comodità che i viaggiatori dell’Ottocento non avrebbero potuto immaginare.

Courtesy of Grand Hotel Excelsior Vittoria

Eppure molti di loro sono passati di qui. Tra gli ospiti illustri ci sono stati Richard Wagner e Oscar Wilde, ma la storia più celebre è quella di Enrico Caruso, che vi soggiornò nel 1921, pochi mesi prima di morire. La sua suite è rimasta com’era, con il pianoforte, la lavagna, le lettere e le fotografie del tenore. Nel 1986 proprio in quella stanza dormì Lucio Dalla, che lì compose Caruso, una delle canzoni italiane più conosciute al mondo. Oggi anche il cantautore ha una suite a lui intitolata, e la Terrazza Vittoria, con il tramonto davanti al Vesuvio, è diventata il luogo simbolo di quella canzone.

L’attenzione all’accoglienza descritta nel libro si ritrova anche nel presente. La cucina è affidata all’Executive Chef Antonino Montefusco, che guida il ristorante stellato Terrazza Bosquet, l’Orangerie nell’aranceto accanto alla piscina e la Terrazza Vittoria, con ingredienti della Penisola Sorrentina e dell’orto dell’albergo. Nella serra ottocentesca è nata la spa La Serra, mentre lo champagne bar La Pergola si apre sulla piazza e sul mare sotto un glicine secolare.

E il legame con la storia del turismo non è soltanto un racconto: l’hotel ospita infatti una sala del Museo del Turismo e sostiene il FAI come Corporate Golden Donor. Il libro di Berrino restituisce la sua profondità, mostrando come l’attenzione al panorama, al servizio e al territorio fosse già scritta nel progetto originario, quando Sorrento stava ancora imparando a diventare una destinazione turistica.

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