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Inaugurata a Roma una statua dedicata a Dox, il cane che per decenni ha servito la Polizia di Stato

Una statua per celebrare un cane che per decenni ha servito la Polizia di Stato è stata inaugurata lo scorso martedì 27 ottobre, a Roma, al complesso di Salita del Foro Ostiense. La statua rappresenta un dono della famiglia del brigadiere Giovanni Maimone, che acquistò il cane Dox, nato nel 1946 in Baviera, per la questura di Roma.

Dox, durante i suoi anni di lavoro per la polizia romana, presso la Squadra Mobile, si è sempre distinto per le sue eccezionali capacità investigative e per un fiuto che lo ha reso protagonista di alcune delle più importanti attività dell’epoca. Con la sua attività ha contribuito in centinaia di indagini e procedimenti giudiziari, ma anche al ritrovamento di persone scomparse e malviventi.

Nel corso della sua carriera il cane è stato ferito più volte, conquistandosi numerosi riconoscimenti. La statua, secondo quanto dichiarato dalla Polizia di Stato, “intende trasmettere alle nuove generazioni il valore dell’impegno, del senso del dovere e del legame speciale che può nascere tra un uomo ed un amico a quattro zampe, quando entrambi sono chiamati a servire una missione comune”.

All’inaugurazione, a cui era presente il questore di Roma Roberto Massucci, c’era una rappresentanza di studenti degli istituti scolastici del territorio. La statua di Dox viene, infatti, considerata “uno strumento di educazione alla legalità e testimonianza concreta di come il servizio alla comunità possa lasciare un segno duraturo nel tempo”.

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“Sono uscito dal bagno e me lo sono ritrovato davanti. Mi ha morso alla gamba con le fauci spalancate, se avesse centrato l’arteria sarei potuto morire”: uomo denuncia l’attacco di un molosso al Lido di Venezia

“Mi ha morso alla gamba destra con le fauci spalancate, se avesse centrato l’arteria sarei potuto morire”. Queste sono le parole che ha pronunciato l’uomo finito a essere vittima di un’aggressione da parte di un molosso all’interno di un bar del Lido di Venezia. L’uomo era appena uscito dalla toilette quando si è visto venirgli incontro uno dei due cani lasciati senza guinzaglio e museruola dai loro proprietari.

I proprietari dei due molossi erano dei due turisti austriaci, che, non appena resisi conto di quello che era successo, sono scappati dal locale e sono saliti su un autobus, per evitare di fornire le proprie generalità. Nonostante il loro tentativo di fuga, dopo poco tempo sono stati identificati dai carabinieri, che sono stati in grado di intercettare il mezzo sul quale si trovavano e di farli così scendere.

L’uomo rimasto ferito dall’aggressione subita nel locale veneziano si è recato poi al pronto soccorso dell’ospedale di Chioggia, presentandosi in seguito a sporgere denuncia per quanto verificatosi. La vittima dell’aggressione, raggiunto dal Gazzettino, ha voluto denunciare anche il rischio sanitario corso: “I cani dovrebbero indossare la museruola. E se attraverso la saliva il cane mi avesse trasmesso una patologia contro la quale l’antitetanica è inadatta? Quale malattia potrebbe avermi trasmesso?”.

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Una linea antimissile a Est. Perché l’Italia guarda ai Balcani

E se lo schema adottato dagli Houthi in Arabia Saudita fosse replicato a poche decine di chilometri dai confini italiani? Una prima linea antimissile nei Balcani è un ombrello per tutta l’Europa che guarda a est, Italia compresa. La convinzione (espressa anche dal ministro della difesa Guido Crosetto) potrebbe presto trasformarsi in realtà operativa, dal momento che la cintura orientale dell’Europa trova, proprio nel costone balcanico, la sua area più sensibile agli attacchi esterni e alle penetrazioni dei super player.

Questo il ragionamento più volte fatto dal titolare della difesa, nella consapevolezza che da un lato “le preoccupazioni non sono aumentate in questo periodo, sono quelle che ci sono state negli ultimi anni”, ma dall’altro serve “garantire la sicurezza, intanto nei confini di casa”. Essendo quindi i Balcani un punto di riferimento per la sicurezza occorre “mettere in sicurezza i Balcani, utilizzare i Balcani anche in futuro pensando di installare qua radar che ci consentano di difendere sia questi Paesi sia il nostro, per prevenire le minacce”.

L’esempio portato dal ministro è quello relativo ai missili che hanno colpito gli aeroporti in Arabia Saudita, missili costruiti dagli Houthi, “quindi non da raffinati ingegneri, hanno raggiunto la velocità di 8.500 chilometri all’ora, capite quali sono le minacce che tutti i Paesi hanno di fronte per il futuro e quanto sia importante presidiare anche i Paesi di confine, i Paesi amici, proprio per installare con loro una copertura”. Il Kosovo dunque è uno dei Paesi candidati a ospitare quel radar antimissile, anche perché lì è presente la missione a guida Nato, Kfor, che pochi giorni fa ha visto un avvicendamento che riguarda da vicino l’Italia: il nuovo comandante è Roberto Vergori, generale di divisione, subentrato al generale di divisione turco Oezkan Ulutas. Come prima mossa ha incontrato il comandante delle Forze di sicurezza del Kosovo (Ksf), Bashkim Jashari, sia per fare il punto sul coordinamento istituzionale, sia per sottolineare come pace, sicurezza e stabilità in Kosovo hanno precisi riflessi in Ue. Da questo punto di vista va segnalato come il rapporto tra Italia e Kosovo sta vivendo un momento di particolare rafforzamento, come dimostra l’intenzione del ministero della Difesa italiano di ampliare e approfondire la cooperazione militare bilaterale con Pristina. Ne hanno parlato pochi giorni fa il ministro della Difesa italiano e l’omologo kosovaro Ejup Maqedonci, a Pristina: l’occasione era proprio la cerimonia di avvicendamento al comando della missione KFOR.

L’area resta gravida di criticità, come le tensioni con la Serbia, il ritardo nei capitoli per l’adesione all’Ue, ma un piccolo passo in avanti è stato fatto: dopo quattro elezioni in due anni, il Parlamento del Kosovo è riuscito a eleggere una presidente, grazie ad un accordo con l’opposizione: è Justina Shiroka Pula la più votata. Ma al di là di un ruolo che non è incisivo a livello politico, contava dare un segnale all’esterno del paese balcanico, dal momento che i rapporti tra il governo Kurti e l’opposizione erano complessi: infatti il governo ha approvato una legge per smussare i poteri del tribunale incaricato di giudicare i crimini di guerra, circostanza che la scorsa settimana aveva provocato molti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Come è noto, il tribunale aveva condannato a 25 anni di carcere l’ex presidente Hashim Thaçi per crimini di guerra commessi durante il conflitto per l’indipendenza dalla Serbia, ma la sentenza aveva suscitato una vera e propria sollevazione popolare. Oggi Pristina prova a ripartire.

(Foto: Kfor on X)

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Musk è l’uomo più ricco del mondo, e anche il più tirchio

«L’uomo più ricco del mondo disprezza la beneficenza» scrive L’Economist, che alla questione dedica un approfondimento. Una conclusione condivisibile, se si spulciano i (pochi) documenti disponibili, come hanno fatto il settimanale britannico, e prima ancora il New York Times e Bloomberg.

L’uomo più ricco del mondo, cioè Elon Musk, nonostante ciò, è a capo di una delle più grandi fondazioni benefiche d’America, e quindi del mondo. Per la precisione, la quinta. Secondo i dati più aggiornati, con un patrimonio di 14,7 miliardi di dollari, la Musk Foundation è oggi di poco più piccola della Ford Foundation e il doppio per fondi disponibili della Rockefeller Foundation, ma anche nel 2023, ma anche nel 2023, quando disponeva di “solo” 9,5 miliardi di dollari (il trentacinque per cento in meno rispetto a oggi), era già più grande di altre organizzazioni filantropiche familiari con decenni di storia alle spalle, tra cui la stessa Rockefeller Foundation, la MacArthur Foundation o la Andrew W. Mellon Foundation.

Musk ha spesso sostenuto che il suo contributo all’umanità non è nelle opere di bene, ma nelle auto elettriche di Tesla che non inquinano, nei satelliti di Starlink che permettono di comunicare più facilmente, nel dibattito politico garantito dal social X. Ritiene la filantropia «una sciocchezza», tempo fa dichiarò al podcast WTF che «è molto difficile donare denaro per fare realmente del bene», e da responsabile di Doge (la commissione per l’efficienza governativa che gli era stata affidata da Donald Trump) ha contribuito pesantemente a smantellare in quattro e quattr’otto UsAid, l’agenzia governativa fondata da John F. Kennedy nel 1961. Più di recente, il padrone di SpaceX non ha avuto remore a commentare con un «purtroppo, sì» la notizia secondo cui MacKenzie Scott, l’ex moglie di Jeff Bezos, ha donato dal 2019 in poi oltre ventisei miliardi di dollari a migliaia di associazioni. 

La contraddizione in termini è evidente, ma non tiene conto della legislazione americana in materia di donazioni e dell’uso improprio che ne fa Elon Musk. Come gran parte dei ricchi d’Oltreoceano, pianifica le sue elargizioni in modo da pagare meno tasse, ma in più – a differenza di molti di loro – la grande parte delle somme donate dalla sua fondazione va ad altre organizzazioni in qualche modo legate ai suoi interessi imprenditoriali. 

«Le donazioni più ingenti – scrive l’Economist – per circa otto miliardi di dollari in azioni Tesla, sono andate alla sua fondazione nel 2021 e nel 2022, anni in cui ha ceduto quote azionarie per miliardi di dollari e si è trovato a dover pagare maggiori tasse». L’imposta sulle plusvalenze (cioè la differenza del valore iniziale dell’azione e quello al momento della vendita) può essere ammortizzata se parte della somma viene destinata in beneficenza, richiedendo una detrazione fiscale che viene calcolata sul valore di mercato del titolo, non su quello al momento dell’acquisto. Risultato: «Alla fine del 2024, il valore contabile delle azioni detenute dalla Fondazione Musk era di circa 5,7 milioni di dollari, mentre il loro valore di mercato era stimato in quattordici miliardi di dollari». 

Qui la capacità interpretativa delle leggi americane si fa ancora più sapiente. In cambio delle agevolazioni fiscali, i filantropi si impegnano a distribuire ogni anno il cinque per cento del patrimonio, per non incorrere in sanzioni ma con una tolleranza di un altro anno in cui recuperare eventuali mancate donazioni. Ecco, secondo il New York Times, la Fondazione Musk ne ha usufruito per quattro anni consecutivi, quelli per cui è disponibile la documentazione: a fine 2024 risulterebbe un debito di quattrocento milioni di dollari. 

E non è finita qui. In base alle dichiarazioni fiscali e le stime di Candid Platform, che raccoglie e analizza dati sulle no profit americane, oltre un decimo del miliardo di dollari donato tra il 2020 e il 2024 dalla Musk Foundation sarebbe andato a Fidelity Charitable e Vanguard Charitable che gestiscono i cosiddetti DAF. Che cosa sono? Intermediari che consentono di beneficiare delle agevolazioni fiscali prima ancora che le donazioni siano davvero operative. Insomma, delle scatole cinesi della beneficenza.

Non è facile entrare in contatto con la fondazione, secondo Inside Philantropy non prende in considerazione chi si propone per essere finanziato, «pertanto, attirare la sua attenzione risulta difficile senza un legame personale con un membro della famiglia o senza acquisire visibilità all’interno delle reti in cui già fluiscono le erogazioni della Musk Foundation». Anche perché, al contrario delle altre istituzioni filantropiche che hanno decine di dipendenti, è gestita da un team di sole tre persone, che le dedicano in media due ore a settimana ciascuno: Musk; il capo del suo family office, Jared Birchall e una sua assistente, Matilda Simon.

Quel che si sa è tutto nelle dichiarazioni dei redditi, in particolare in quella del 2024, l’ultima disponibile. Il cinquantotto per cento dei fondi donati, secondo gli esperti consultati da Bloomberg e poi dall’Economist, è stato destinato a The Foundation, un altro ente benefico guidato dallo stesso Birchall, che condivide lo stesso indirizzo della Fondazione Musk e non dispone neppure di un suo sito web. The Foundation si propone di costruire scuole dedicate all’istruzione STEM. Musk ha finanziato una scuola privata chiamata Ad Astra, vicino alla precedente sede di SpaceX in California, con meno di cinquanta alunni, compresi i suoi figli. La scuola è stata poi chiusa, ed è in programma la realizzazione di un nuovo edificio, stavolta in Texas dove SpaceX ha trasferito l’immenso quartier generale.

Una delle donazioni più consistenti, ben cinquantacinque milioni di dollari risale al 2021, ed era destinata a un ospedale pediatrico per la cui raccolta fondi si era speso Jared Isaacman, il miliardario che ha poi finanziato una missione di SpaceX, a cui ha anche partecipato, prima di essere nominato da Trump a capo della Nasa. Donazioni minori hanno riguardato alcune non profit legate alla zona di Boca Chica, in Texas, dove erano precipitati i detriti del razzo Starship SN11 esploso in volo nel 2021, mentre 2,1 milioni di dollari sono finiti allo Scroll Prize, la competizione che si prefigge di  decifrare i papiri di Ercolano carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio, vinta anche dall’ingegnere Luke Farritor, uno dei cosiddetti “ragazzi del DOGE”. Tutto legale, beninteso, non sempre etico.

Molti più soldi Elon Musk sembra più propenso a voler destinare alle cause politiche. Da luglio a oggi ha dirottato 276 milioni di dollari verso gruppi vicini ai repubblicani, e di questi centocinquantotto milioni al Senate Leadership Fund, il principale super PAC che sostiene i candidati del partito al Senato. Questo fa dell’uomo più ricco del mondo anche il maggior donatore in vista delle elezioni di midterm. La sua attenzione è rivolta alla regolamentazione dell’intelligenza artificiale (era seduto accanto a Trump il 29 settembre in occasione del White House Accord on Super Intelligence) e al sostegno di Ken Paxton in Texas. Qui è arrivato a retribuire tremila attivisti per affiggere volantini casa per casa. Soldi veri, in questo caso. E tanti.

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