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Ti ricordi… Victor Benitez Morales, “El Conejo” nato lo stesso giorno di Maradona che mandò a quel paese i dirigenti del Milan

Potrebbe passare tutto in secondo piano il 30 ottobre, data di nascita di Diego Armando Maradona. Di prodigi e primati, El Pibe, ne ha firmati a bizzeffe, tutti arcinoti. Qualche anno prima di Diego e a qualche chilometro di distanza di Villa Fiorito ad esempio nasceva il primo calciatore peruviano in grado di vincere una Coppa dei Campioni. Qualche anno prima, 25 per l’esattezza, con i chilometri di distanza che forse sono più di qualche perché tra Villa Fiorito e Lima ce sono quasi 4mila, nasceva Victor Benitez Morales, soprannominato “El Conejo”.

25 anni prima di Diego, a quattromila chilometri di distanza: nel Rìmac, ai piedi del Cerro San Cristobal di Lima, Perù, Victor cresce tra polvere e campionati dei barrio. Campionati e quartieri dove affini carattere e muscoli, e Benitez coi suoi denti sporgenti, col temperamento da leader e la grande velocità di corsa è uno dei ragazzini che emerge. Tifa Sporting Cristal, squadra del barrio, ma le sue qualità gli valgono la chiamata dell’Alianza Rima, dove arriva praticamente bambino ed esordisce qualche anno dopo tra i professionisti. Centrocampista, esterno, terzino: gioca praticamente in qualunque ruolo gli chiedano di farlo, tanto che dall’Allianca passa al Boca Juniors nel 1960, diventando subito, tra tackle ruvidi e corse su ogni pallone un idolo del pubblico della Bombonera. Ancor di più quando piazza una zampata vincente nel Supercalsico contro il River Plate.

Anni senza internet e di tournée internazionali: in uno di questi appuntamenti la fitta rete di osservatori del Milan, con gli occhi puntati sugli xeineses perché interessati ad acquistare Antonio Rattìn, resta folgorata da quel ragazzo tutto grinta e corsa. Ansiosi di non farselo scappare chiedono di prelevarlo nonostante sia sotto la doccia: “Peruano, te estàn buscando!” gli grida l’allenatore Josè D’Amico, così lui esce e si ritrova di fronte gli italiani. Non è amore a prima vista però: gli emissari rossoneri non si capacitano di come un fisico così esile potesse destreggiarsi tra botte e contrasti in campo, il loro scrutarlo per contro irrita il calciatore che li manda a quel paese.

In quello stesso spogliatoio, ad assistere alla scena, c’è Ernesto Grillo, che al Milan ci aveva giocato per tre anni fino al 1960. Grillo prende da parte il giovane amico e gli consiglia di ritornare sui suoi passi e accettare l’offerta. Benítez ci ripensa. Telefona al padre in Perù, chiede consiglio, tratta. E nel novembre del 1962 sbarca in Italia. A Milano lo aspetta Nereo Rocco, il Paròn che sta costruendo una squadra destinata a lasciare il segno. Benítez non è uno di quelli che si prendono la scena con un colpo di tacco o una giocata da copertina. È il lavoro sporco, quello che permette agli altri di brillare. Corre, contrasta, recupera palloni, protegge la difesa e dà equilibrio alla squadra. Al suo fianco c’è Giovanni Trapattoni, mentre davanti ci sono i piedi raffinati di Gianni Rivera e la potenza di José Altafini. Una macchina nella quale anche gli ingranaggi meno appariscenti fanno la differenza. Infatti il 22 maggio 1963, a Wembley, arriva la notte che lo consegna alla storia. Dall’altra parte c’è il Benfica di Eusébio, campione d’Europa in carica e già vincitore delle due precedenti edizioni.

La Pantera Nera porta in vantaggio i portoghesi, poi Altafini si prende la scena con una doppietta nella ripresa. Finisce 2-1: il Milan conquista la sua prima Coppa dei Campioni, la prima per una squadra italiana, e Benítez diventa il primo peruviano a sollevare il trofeo. Rocco gli affida inizialmente la marcatura di Eusébio, poi cambia gli accoppiamenti difensivi, spostando il peruviano su José Torres e Trapattoni sul fuoriclasse portoghese. Una correzione tattica che contribuisce a cambiare la partita. Anni dopo, però, El Conejo ricorderà quella finale con la sicurezza di chi non ha intenzione di lasciare ad altri neppure una briciola di gloria: «Io sì, ho giocato tutti i 90 minuti e sono diventato campione d’Europa». E aggiungerà di aver avuto la fortuna di annullare Eusébio. Il destino, tuttavia, non gli riserva una carriera tutta in discesa. Dopo il Milan passa al Messina, torna in rossonero, veste le maglie di Roma, Venezia e Inter. Con i giallorossi conquista la Coppa Italia nel 1969. Con i nerazzurri si toglie anche lo sfizio di segnare al Milan nel derby dell’ottobre 1967, quando la partita finisce 1-1. Una specie di scherzo del destino: l’uomo che aveva contribuito a regalare ai rossoneri la notte più importante della loro storia europea finisce per colpirli da avversario.

Poi il ritorno in Perù, allo Sporting Cristal. Una scelta che chiude un cerchio: era nato nel Rímac, si era formato nell’Alianza Lima, ma aveva sempre conservato un legame speciale con la squadra celeste del suo quartiere. Con lo Sporting vince altri due campionati, nel 1970 e nel 1972, prima di lasciare il calcio giocato. Fuori dal campo resta un uomo diretto, orgoglioso, poco incline alle diplomazie. Nel 2013, intervistato da El Comercio, liquida con poche carezze i paragoni con i calciatori contemporanei e rivendica il proprio posto nella storia. Non gli basta essere stato campione d’Europa: vuole che si sappia come, quando e perché. Nel 2016 torna a Milano, accolto dal club rossonero e celebrato a San Siro.

È un riconoscimento tardivo, ma pieno di significato. Il ragazzo arrivato dal Perù più di mezzo secolo prima, quello che i dirigenti avevano guardato con sospetto per il fisico troppo esile, viene salutato da una nuova generazione di tifosi. Il tempo, almeno per una sera, rimette le cose al loro posto. Víctor Benítez muore a Milano l’11 luglio 2022, a 86 anni. Se ne va lontano da Lima, ma con un pezzo di Wembley cucito addosso. Il 30 ottobre il mondo ricorderà giustamente Maradona, nato per incantare e riscrivere il calcio. Ma nello stesso giorno, venticinque anni prima, nasceva anche un ragazzo del Rímac che non avrebbe mai avuto il suo talento leggendario né la sua fama planetaria. Aveva però una corsa inesauribile, due denti da coniglio e un posto nella storia.

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Iraola examina la doble vida de Arteta

Andoni Iraola y Mikel Arteta nacieron en Guipuzcoa con cuatro meses de diferencia en 1982. El rumor del Mundial de España fue la música de fondo de su lactancia. La coincidencia maravilla a los aficionados al fútbol. Pero lo que más intriga a los empresarios que pagan sus contratos es aquello que de verdad les motiva como entrenadores. En Boston, sede de Fenway Sports Group, los dueños del Liverpool ansían que Iraola reproduzca la fiebre monomaníaca de Jürgen Klopp por el fútbol de ataque; mientras que en Denver los Kroenke, dueños del Arsenal, se preguntan si por fin Mikel Arteta, una vez conquistada la Premier, ha superado la ambivalencia que tanto le ha desgastado a él y al equipo en los últimos tres años. La 9ª jornada de la Liga inglesa enfrentará a estos paisanos coetáneos este domingo en Anfield (17.30, Dazn) para medir en profundidad el alcance de sus proyectos tanto como el de sus obsesiones.

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© Jason Cairnduff (Action Images via Reuters)

Mikel Arteta contempla la eliminación del Arsenal de la Copa de la Liga, ante el Fleetwood Town.
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