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Vertice Russia-Africa, Putin: "Siamo alleati naturali nella costruzione di un ordine mondiale multipolare e veramente democratico"

Il Cremlino ha chiuso oggi la seconda giornata del III Vertice Russia-Africa con un messaggio inequivocabile: l’alleanza con il continente africano non solo retorica diplomatica, ma un’architettura economica e politica concreta. Alla sessione plenaria, il presidente Vladimir Putin e il suo omologo del Burundi, Evariste Ndayishimiye, attuale presidente di turno dell’Unione Africana, hanno delineato un partenariato fondato sulla de-dollarizzazione e sulla cooperazione strategica.

I numeri presentati dal leader russo indicano una crescita del 50% del volume degli scambi rispetto al precedente vertice, raggiungendo la soglia dei 27 miliardi di dollari. Il dato più significativo, tuttavia, è di natura valutaria. "La quota del rublo nelle transazioni commerciali tra Russia e Africa ha già raggiunto l’85%", ha rivelato Putin. Un canale di pagamenti definito dal presidente come "affidabile” e capace di "proteggere i nostri scambi economici dalle influenze esterne e renderli più resilienti alle fluttuazioni del panorama economico e politico mondiale".

Le imprese di Mosca, ha sottolineato, operano "con onestà, rispetto e buona fede, conducendo gli affari su base di parità". Niente estrazione di risorse a senso unico. "Lontano dal drenare i profitti nello spirito delle pratiche coloniali delle ex potenze imperiali, reinvestono quanto guadagnato nello sviluppo delle vostre economie, condividono tecnologie avanzate e coinvolgono ampiamente subappaltatori locali", ha dichiarato Putin, tracciando un confine netto con i modelli storici occidentali.

La Russia si conferma fornitore stabile di derrate per il continente. Dopo gli 18 milioni di tonnellate di grano del 2025, nei primi nove mesi del 2026 ne sono state consegnate 13 milioni. A questo si aggiunge l’offerta, inaspettata ma logica nel contesto attuale, di delocalizzare parte della produzione industriale in Africa per aggirare il regime sanzionatorio occidentale. "Le nostre compagnie sono interessate a trasferire alcune strutture produttive nei paesi africani, il che è del tutto negli interessi della Russia nell’attuale contesto", ha spiegato il presidente, citando settori come l’energia nucleare civile, l’estrazione mineraria e la logistica. 

?? "Rusia y África están unidas por lazos sólidos de amistad y estrecha colaboración" El presidente ruso, Vladímir Putin, afirmó que Rusia y África son aliados naturales en la construcción de un orden mundial multipolar, democrático y libre de dobles raseros. https://t.co/fpZE4eqORZ

— Errete en Español (@erreteespanol) October 29, 2026

Anche il sistema dei dazi gioca a favore del continente: 47 paesi africani beneficiano delle preferenze tariffarie dell’Unione Economica Eurasiatica, e 32 di questi godono di dazi doganali completamente azzerati.

L’espansione dell’influenza russa passa anche dalle rappresentanze fisiche. Dall’ultimo vertice del 2023, otto nuove ambasciate hanno aperto i battenti in Africa, portando il totale a 48. A breve, Botswana, Seychelles e Togo apriranno le loro rappresentanze a Mosca, un flusso che il Cremlino sostiene con "tutta l’assistenza necessaria". Sul piano della sicurezza, Mosca vanta accordi di cooperazione militare e tecnico-militare con 45 paesi del continente, pur ribadendo il principio cardine delle "soluzioni africane ai problemi africani".

Nel suo intervento, Putin ha toccato anche i dossier più sensibili. Ha annunciato un’operazione umanitaria in corso ad Alyoshki, nella regione di Kherson, per assistere la popolazione civile, citando il sostegno della First Lady degli Stati Uniti, Melania Trump. Sulla crisi ucraina, ha ribadito che Mosca sta esplorando opzioni per una risoluzione pacifica. 

Sul Medio Oriente, il leader russo ha avvertito che "non bisogna perdere di vista i problemi della Palestina, che continua a soffrire", ribadendo il sostegno del Cremlino alla soluzione dei due Stati come unica via per una risoluzione definitiva.

I lavori del Vertice si chiuderanno con l’approvazione di una dichiarazione finale, un piano d’azione per il triennio 2027-2029 e un documento specifico sulla cooperazione nell’intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato è elevare la partnership a un livello qualitativamente nuovo, capace di sfidare le dinamiche di potere del XXI secolo.

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La toppa peggio del buco. Il comunicato della Farnesina per "giustificare" l'astensione sul bloqueo a Cuba

 

Il governo Meloni ieri ha scelto l'infamia umiliando, con l'ignavia dinanzi un assedio medioevale che non permette a neonati, donne anziane e incinte di poter avere il sostentamento sanitario minimo, tutti i cittadini italiani. Lo ha fatto decidendo di astenersi per la prima volta alle Nazioni Unite nella risoluzione che ogni anno condanna il criminale bloqueo contro Cuba.

Con stucchevoli parole di circostanza, la Farnesina ha voluto oggi tentare di giustificare l'infamia tirando in ballo la Germania, l'Olanda e altri paesi (altrettanto vassalli) dell'UE con una toppa peggio del buco. Come se il fatto di non essere l'unico vassallo alleviasse l'infamia per i burocrati del nostro ministero degli esteri. 

Vi pubblichiamo il comunicato completo senza ulteriore commento per non offendere ulteriormente la vostra intelligenza.

 

Dal sito della Farnesina (esteri.it)

Alle Nazioni Unite, come ogni anno, è stata votata oggi una risoluzione dell’Assemblea generale che chiede di revocare l’embargo economico, commerciale e finanziario statunitense contro Cuba. L’Italia, nel ribadire la vicinanza al popolo cubano e la necessità di continuare gli aiuti umanitari, ha scelto di astenersi assieme ad altri paesi alleati come Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia e Croazia.

In sintesi, l’Italia ritiene che vada accelerato un cambiamento con le autorità cubane: l’embargo economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba ha conseguenze economiche e umanitarie negative per il popolo cubano. La revoca dell’embargo potrebbe rendere più efficaci le riforme economiche e favorire una ulteriore apertura dell’economia cubana, a beneficio del popolo cubano: ma le riforme non arrivano, le decisioni delle autorità cubane sono il motivo della crisi attuale. La mancanza di libertà politiche ed economiche, le debolezze strutturali e le inefficienze di lunga data del sistema economico hanno contribuito in misura significativa alla crisi attuale.

Sono necessarie urgentemente riforme politiche, economiche, sociali e giudiziarie sostanziali da parte delle autorità cubane per alleviare le sofferenze del popolo cubano. Le 176 misure economiche e sociali adottate lo scorso giugno dovranno essere attuate rapidamente.

L’Italia inoltre rimane profondamente preoccupata per la situazione dei diritti umani a Cuba, in particolare dopo gli eventi del luglio 2021, e ribadisce il suo appello al governo cubano affinché rilasci tutti i prigionieri politici. Deploriamo inoltre che la posizione di Cuba sulla guerra di aggressione illegale della Russia contro l’Ucraina continui a essere incompatibile con i principi della Carta delle Nazioni Unite. Cuba ha votato contro la risoluzione dell’Assemblea generale ONU del 24 febbraio 2026 che promuoveva un cessate il fuoco e una pace duratura in Ucraina.

Allo stesso tempo l’Italia e l’Unione europea non hanno interrotto la loro assistenza alla popolazione cubana. Nel 2026 la Ue ha aumentato a 16 milioni di euro i propri aiuti umanitari a Cuba, dando priorità all’assistenza sanitaria, agli aiuti alimentari d’emergenza e all’accesso all’acqua e all’energia. Attualmente sono in corso 12 iniziative della Cooperazione allo sviluppo italiana per un valore totale di circa 30 milioni di euro, a cui si aggiungono circa 32 milioni di euro per la cooperazione delegata UE. Per il 2026 sono previsti ulteriori interventi: 250.000 euro al WFP per il sostegno nutrizionale ai gruppi vulnerabili, e 3,5 milioni di euro per il progetto di sviluppo rurale e sicurezza alimentare realizzato con la Fondazione Lavazza. A questi aiuti si sommano ulteriori aiuti di emergenza.

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Il Corriere parla di "isolamento russo". A Mosca 48 Paesi al vertice con Putin

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

29 ottobre. Tra le varie reazioni al colloquio telefonico del 27 ottobre tra il presidente finlandese Alexander Stubb e del primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre col presidente russo Vladimir Putin, una delle più “curiose” e, di fatto, tra le più indicative del clima che avvolge ben determinati circoli della congregazione europeista ormai in stato lotta a coltello tra soggetti che si presentano gesuiticamente solidali, è stata quella del Financial Times. Quello che è considerato il megafono mediatico dei globalisti ha riportato l'evento come se Putin abbia interrotto una discussione sostanziale sull’Ucraina, tenendo invece ai suoi interlocutori una lezione sulla storia medievale degli slavi. Immediata smentita di tale versione da parte del primo ministro norvegese Støre, che ha dichiarato falsa la versione secondo cui Putin avrebbe «monopolizzato» la conversazione impedendo agli europei di intervenire. Anche Helsinki, a nome di entrambi i paesi, ha chiesto ufficialmente alla redazione di correggere il falso e Støre ha affermato che il giornale avrebbe dovuto correggere l’articolo, dato che i partecipanti al colloquio telefonico sanno esattamente di cosa si sia discusso, a differenza degli anonimi informatori del giornale. Per tutta risposta, il Financial Times si è rifiutato di apportare correzioni. Dunque, osserva Nikolaj Anfalov su PolitNavigator, il succo della questione non consiste tanto nel fatto il Financial Times abbia scritto il falso, quanto nella costruzione politica che abbia generato la distorsione. Riassumendo: Stubb e Støre contattano Putin di propria iniziativa; il colloquio dura un’ora e mezza e loro cercano di coinvolgere l’Europa nel processo negoziale, sempre più determinato da Washington e Moskva. Dalla versione del FT risulta invece che mentre gli europei cercano di condurre negoziati seri, Putin non intende concordare alcunché e che i negoziatori hanno dunque sprecato il loro tempo: una trama molto comoda per coloro si oppongono a contatti autonomi di leader europei con il Cremlino e che coincidono con quegli ambienti europei cui non conviene il ripristino di un dialogo diretto con Moskva. L'esposizione fatta da Putin nel corso della telefonata, riguardo la situazione in Europa dal 2014, nella versione del FT si trasforma in una lezione di “storia medievale degli slavi”: quello che si chiama una sostituzione dell’argomentazione politica con una sua caricatura, che toglie in partenza ogni significato ai negoziati.

Per inciso, l'aperta falsificazione del quotidiano britannico a proposito del colloquio a tre, si trasforma, ad opera del Corriere della Sera, in una distorsione che, mentre tace sulle divisioni che, con ogni evidenza, acquistano sempre più forza tra gli sponsor europei della junta nazigolpista di Kiev, ribalta l'evidenza dei fatti, come si stanno evidenziando proprio in questi giorni nella capitale russa. Se da via Solferino si sostiene che «sul piano diplomatico, una novità rompe la linea di isolamento del Cremlino seguita da gran parte dei leader dell’Europa occidentale dal 2022. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il premier norvegese Jonas Gahr Støre hanno telefonato a Vladimir Putin», ecco che, in barba a quell'“isolamento”, sono giunti a Moskva, per il summit Russia-Africa del 28-29 ottobre, esponenti di primo piano di 48 paesi africani su 54, tra cui 22 tra presidenti e primi ministri. Di contro alla cieca e bieca visione eurocentrica dei media bellicisti, che tentano di esorcizzare l'autentico isolamento in cui sta rotolando sempre più l'Europa – per dire: il beniamino di Bruxelles, Vladimir Zelenskij è in preda al panico, perché, in Cina, USA, Cina e Russia potrebbero accordarsi senza di lui su una sospensione delle ostilità, o addirittura sulla completa conclusione del conflitto – a Moskva Putin definisce la Russia e i paesi africani quali alleati naturali nella costruzione di un mondo multipolare, sottolineando che la quota del rublo nelle operazioni commerciali raggiunge l'85% e il volume degli scambi commerciali Russia-Africa dovrà superare i 50 miliardi di dollari. Questo, considerato che già nei tre anni trascorsi dal precedente vertice di Piter, il volume degli scambi è aumentato di 1,5 volte, raggiungendo i 27 miliardi di dollari e ha riguardato principalmente prodotti agricoli e fertilizzanti, tanto che il grano russo occupa un terzo del mercato africano, mentre la quota dei fertilizzanti è di poco superiore al 20%.

Insomma, se ne dovrebbero fare una ragione al Corriere: il colloquio telefonico tra Stubb, Støre e Putin, dice l’ex consigliere del Pentagono e colonnello USA a riposo Douglas McGregor, non dimostra altro se non che l’Europa ha preso coscienza della propria sconfitta in Ucraina: la telefonata «dimostra che gli europei... sono costretti ad ammettere che il conflitto con la Russia, anche se in modo tacito, è stato provocato dall’Occidente. È stato proprio l’Occidente a creare le forze armate ucraine, a portare al potere quel governo, a finanziarlo, a rifornirlo e poi a lanciarlo in guerra... ora l’Ucraina è di fatto annientata... si diffonde la consapevolezza che lo Stato ucraino sia tenuto in vita artificialmente e che potrebbe non sopravvivere, qualunque cosa l’Occidente possa ora intraprendere». Il colloquio, dice ancora McGregor, testimonia del fatto che anche la NATO comincia a cambiare la propria politica nei confronti della Russia.

Su questa linea, l'opinionista internazionale di Le Figaro, Renaud Girard afferma che l'Europa, che aveva promesso all'Ucraina ogni possibile sostegno, si è dimostrata incapace di proteggere persino il porto di Odessa, che rappresenta un'arteria vitale per gli ucraini, da cui transitano tutte le loro esportazioni agricole. Il porto di Odessa non è più operativo: l'arteria economica dell'Ucraina ha cessato di funzionare. Ma non basta: a parere di Girard, paesi come Belgio e Paesi Bassi potrebbero diventare ostili a Kiev: «Se gli americani (questo non è ancora stato deciso) decidessero di cessare completamente il loro sostegno all'Ucraina, allora credo che questi paesi si schiereranno dalla parte degli americani» e anche la Polonia potrebbe benissimo essere tra i paesi che volgerebbero le spalle all'Ucraina, se ciò risultasse conveniente ai propri interessi nazionali.

D'altronde, da più parti si dice ormai apertamente che l'Europa non sia più in grado di sostenere il regime nazigolpista finanziariamente. Secondo il politologo ucraino Andrej Zolotarëv, per le élite europee, un ulteriore sostegno all'Ucraina equivarrebbe a un suicidio politico. Dunque, dice, è evidente come la telefonata a Putin sia solo un assaggio: «un segnale che la posizione dell'Europa cambierà. Non volontariamente, però. Perché i problemi economici e il puntare sul sostegno all'Ucraina che, si diceva, avrebbe radicalmente cambiato qualcosa in Russia, esaurendola, si sono evidentemente rivelati una strategia sbagliata. E, se la strategia è sbagliata, allora bisogna apportare delle modifiche, allora qualcosa deve cambiare. Sembra che questi cambiamenti siano in arrivo... dal punto di vista finanziario, ho detto e continuo a dire che l'UE non è finanziariamente in grado di sostenere l'Ucraina».

Sul canale The Peacemonger, l'analista britannico Matthew Blackburn dice che dopo cinque anni di guerra contro la Russia, la coalizione europea a sostegno di Kiev non ha ottenuto nulla. La “Coalizione dei Volenterosi” potrebbe essere ribattezzata “Coalizione dei Non Volenterosi”: «intendo dire che non sono giunti a nessuna conclusione e ora sono “restii e indecisi"». Dopo i negoziati di Istanbul, dice Blackburn, ci sono state molte opzioni per uscire dalla situazione, ma gli europei non ne hanno appoggiata nessuna: «Zelenskij è il denominatore comune per cui tutti questi tentativi falliscono; la leadership europea sta cambiando, ma Zelenskij è l’unica costante»; così che le élite europee che sostengono il regime di Kiev stanno perdendo consensi una dopa l'altra e saranno costrette a lasciare i loro incarichi. «I politici europei hanno perseguito una posizione massimalista e se ora cedono e dicono “ci siamo sbagliati, abbiamo fatto un errore di valutazione, non sapevamo cosa stavamo facendo”, sembreranno dei falliti assoluti». Hanno sempre proclamato di “sostenere l'Ucraina finché sarà necessario"; ma ora molti di qui leader comprendono che sostenere l'Ucraina costa loro caro finché la guerra continua. Circola una battuta, dice Blackburn, sulla "maledizione di Zelenskij", che ha afflitto e destabilizzato un leader dopo l'altro, specialmente in Gran Bretagna.

D'altronde, già così l'Ucraina è sull'orlo di una catastrofe umanitaria. La strategia russa di attaccare le infrastrutture critiche ucraine è estremamente efficace, ha affermato il generale polacco Jaroslaw Kraszewski, ex capo del Dipartimento di supervisione delle forze armate, intervistato dal quotidiano Gazeta Wyborcza. Anche quest'anno, con «l'avvicinarsi dell'inverno, il fronte si stabilizza, entrando in una fase di stagnazione che ricorda i combattimenti della Prima Guerra Mondiale. L'unica differenza è che ora la parte russa sta attivamente cercando, a qualsiasi costo, di provocare una catastrofe umanitaria in punti strategici dell'Ucraina». Le forze russe, afferma Kraszewski, utilizzeranno massicci attacchi aerei contro infrastrutture chiave: sistemi di riscaldamento e fornitura di energia, impianti di carburante, reti stradali e ferroviarie e, alla fine ci sarà un enorme esodo di profughi verso ovest. Ma, una volta raggiunto il territorio della UE, si aprirà un «altro dibattito: dovranno essere accolti o no? L'Europa dovrebbe continuare a sostenere l'Ucraina nella sua lotta o dovrebbe cessare il suo sostegno?». All'osservazione secondo cui i paesi UE dovrebbero prepararsi a un afflusso di un milione di ucraini, Kraszewski afferma che la cifra potrebbe essere molto più alta.

E tra quei milioni, ci permettiamo di aggiungere, potrebbero esserci non solo profughi stremati da tredici anni di potere golpista al servizio di monopoli USA-UE e NATO, ma anche migliaia di nazisti addestrati alla guerra, che potranno servire da avamposto per l'ucrainizzazione dell'Europa.

 

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La "ricostruzione" del FT della telefonata Putin-Stubb-Store diventa un caso

 

"Il presidente russo Vladimir Putin ha dedicato gran parte della conversazione telefonica avuta ieri con il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre a una lunga ricostruzione della storia degli slavi nel Medioevo, anziché concentrarsi sulle prospettive di conclusione della guerra in Ucraina". Lo scriveva ieri il quotidiano britannico “Financial Times”, citando sue fonti dirette anonime. La telefonata, inizialmente prevista per una durata di 30 minuti, si è protratta per un’ora e mezza, e secondo il quotidiano inglese, Stubb e Støre avrebbero deciso di non interrompere il presidente russo per valutare quanto seriamente intendesse avviare un dialogo con l’Europa. Nel resoconto ufficiale, il Cremlino ha riferito che Putin ha richiamato l’attenzione sulle “politiche di confronto dei Paesi dell’Ue e della Nato, che stanno portando a un prolungamento delle ostilità”. 

Il governo finlandese ha però contestato la versione del FT e dichiarato al quotidiano norvegese Verdens Gang (VG) che la descrizione era inesatta e che la Finlandia aveva contattato il FT a nome di entrambi i paesi per contestarne la versione dei fatti, come riportato giovedì dal giornale. Anche altri media finlandesi hanno dato risalto alla contestazione congiunta, con il quotidiano Helsingin Sanomat che ha citato fonti proprie per contestare la descrizione della telefonata fornita dal quotidiano britannico. Il consigliere per la politica estera di Putin, Yury Ushakov, ha dichiarato più tardi nella giornata che l’articolo del FT è «informazioni inventate, o meglio disinformazione» e che i leader nordici hanno fatto bene a contestare la pubblicazione.

Il FT, tuttavia, ha respinto la richiesta, comunicando al VG di confermare la propria versione dei fatti. L'articolo del FT è stato scritto da tre autori. Uno di loro, il cittadino statunitense Christopher Miller, ha lavorato in precedenza per Radio Free Europe/Radio Liberty, un’emittente internazionale finanziata dal governo statunitense, originariamente fondata con fondi segreti della CIA per condurre operazioni di propaganda anticomunista durante la Guerra Fredda. Miller si è recato in Ucraina nel 2010 come volontario del Corpo di Pace degli Stati Uniti. Sull'attendibilità di quello che scrive e delle sue fonti qualche dubbio emerge

Un altro dei giornalisti protagonisti dello scoop, Seddon, si è contraddistinto per un altro articolo pubblicato la scorsa settimana intitolato «I sussurratori di Putin», che raccontava una storia drammatica ma difficile da verificare su cittadini statunitensi e tedeschi che tentavano di scongiurare un «Armageddon nucleare» attraverso una diplomazia segreta con Mosca. Il terzo autore, Foy, nel 2025 è stato uno dei principali diffusori della fake news che sosteneva che un aereo a bordo del quale viaggiava la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen avesse subito un sospetto disturbo del segnale GPS da parte della Russia. Lo stesso giornalista del FT si trovava a bordo dell’aereo quando è atterrato in Bulgaria, come ha successivamente rivelato nel podcast del quotidiano. Il suo articolo originale, citando funzionari anonimi, suggeriva che la Russia potesse aver deliberatamente preso di mira la massima responsabile dell’UE con interferenze elettroniche. Gli elementi chiave della notizia sono stati contestati quasi immediatamente dal servizio di monitoraggio dei voli Flightradar24. Le autorità bulgare hanno successivamente smentito le affermazioni principali riportate dal FT.

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Commissario UE Jorgensen ammette: i giovani potranno non raggiungere mai il tenore dei genitori

Per decenni, l’Europa ha costruito il proprio modello sociale attorno a una promessa fondamentale: ogni generazione avrebbe vissuto meglio di quella precedente. Oggi, però, persino la Commissione europea ammette che questa prospettiva rischia di svanire. Dan Jorgensen, commissario europeo all’Energia e alla Casa, ha riconosciuto che i giovani potrebbero non raggiungere più il tenore di vita dei propri genitori. Le cause sono proprio le emergenze che l’Unione non riesce a risolvere: abitazioni inaccessibili, caro energia e precarietà lavorativa. Negli ultimi dieci anni, i prezzi delle case nell’UE sono aumentati in media di oltre il 60%, mentre gli affitti sono cresciuti di più del 20%. Per milioni di giovani, acquistare un’abitazione è diventato un traguardo sempre più irraggiungibile.

In Italia e Spagna, l’uscita dalla casa dei genitori avviene mediamente a 30,2 anni. Non si tratta di una scelta generazionale, ma della conseguenza di un sistema economico che concentra la ricchezza e restringe le opportunità. La frattura è evidente anche nel mercato immobiliare. In Spagna, la quota di famiglie con capofamiglia under 35 proprietarie di un’abitazione è precipitata dal 65% del 2008 al 40% del 2022. Chi ha acquistato casa prima dell’impennata dei prezzi ha beneficiato della rivalutazione degli immobili; chi è arrivato dopo si ritrova escluso. Anche sul lavoro il divario si allarga: nei Paesi ricchi, l’occupazione cresce maggiormente tra i lavoratori più anziani, mentre i giovani faticano a conquistare una posizione stabile.

A rendere il quadro ancora più drammatico è la crisi energetica. Secondo Jorgensen, quasi 50 milioni di europei incontrano difficoltà nel pagare il riscaldamento durante un inverno normale. Per queste persone, il rischio è dover scegliere tra mangiare e riscaldarsi. Eppure, mentre riconosce la gravità della situazione, Bruxelles conferma la volontà di mantenere il divieto di importare energia russa anche dopo l’eventuale raggiungimento della pace, con l’entrata in vigore prevista nel 2027. La contraddizione è evidente: l’Unione denuncia l’emergenza sociale, ma difende scelte energetiche che hanno contribuito a rendere più oneroso l’approvvigionamento del continente. La rottura con gli idrocarburi russi a basso costo, insieme all’impossibilità di utilizzare direttamente il gasdotto Nord Stream dopo la sua distruzione nel 2022, ha aggravato le vulnerabilità energetiche europee. Il pessimismo dei cittadini riflette questa realtà. Quasi l’80% degli europei ritiene che la prossima generazione vivrà peggio dei propri genitori, mentre circa due terzi considera ormai tramontati gli anni migliori. E la frustrazione sta già scendendo in strada. Dalla Spagna al Belgio, dall’Italia al Portogallo, fino alla Francia, il costo della vita, i salari insufficienti e l'emergenza abitativa alimentano proteste sempre più dure. In Francia, le violenze del 17 ottobre hanno provocato circa 2.700 arresti, migliaia di esercizi commerciali colpiti e centinaia di agenti feriti.

Episodi che non possono essere liquidati soltanto come un problema di ordine pubblico: dietro la rabbia esplode una crisi sociale che le istituzioni faticano a contenere. La vera emergenza europea è il fallimento della promessa di progresso. Un continente che non garantisce ai giovani una casa accessibile, un lavoro dignitoso e la possibilità di riscaldarsi senza sacrificare altre necessità fondamentali sta erodendo le basi del proprio patto sociale. E mentre Bruxelles continua a parlare di competitività, transizione e sicurezza, una domanda si fa sempre più pressante: quale futuro può offrire un sistema nel quale ogni nuova generazione rischia di perdere ciò che quella precedente aveva conquistato?

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"Emendamento Gasparri". Così il governo Meloni vuole aggirare il Parlamento per la vendite delle armi all'estero

 

Su Il Fatto Quotidiano di oggi in un documentato articolo firmato da Lorenzo Giarelli e Giacomo Salvini e intitolato «Vendite d’armi all’estero: la corsia rapida per aggirare il Parlamento», si analizza un emendamento al disegno di legge sulla Difesa che punta a semplificare le procedure per la cessione all’estero di armamenti considerati obsoleti. La proposta, riconducibile al relatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, prevede la possibilità di ricorrere a una procedura accelerata per la vendita o la cessione di questi materiali ai Paesi con cui l’Italia abbia già un’intesa tecnico-militare. In presenza di una convenienza economica, l’operazione potrebbe essere autorizzata attraverso un decreto ministeriale, senza la necessità di stipulare un più ampio accordo di cooperazione.

Intervistato dal Fatto, Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo, spiega come un’intesa tecnico-militare richiede tempi e procedure più limitati rispetto a un accordo di cooperazione, che può necessitare di anni per essere ratificato. Il cambiamento consentirebbe quindi di accelerare le cessioni, riducendo i passaggi politici e parlamentari che accompagnano attualmente questo tipo di operazioni. Secondo la ricostruzione de Il Fatto Quotidiano, il punto critico riguarda proprio il ruolo del Parlamento. La procedura vigente permette infatti alle commissioni competenti di discutere preventivamente le ragioni politiche degli accordi con i Paesi destinatari, prima che vengano definiti gli aspetti tecnici delle cessioni. Con la modifica proposta, questo confronto potrebbe essere evitato per le operazioni interessate dalla nuova disciplina.

Il caso dei rapporti militari con l’Egitto e le intese con Paesi del Medio Oriente, proseguono i due giornalisti, sono particolarmente scottanti, sottolineando come il dibattito parlamentare rappresenti un’occasione per rendere pubbliche le posizioni del Governo e dei partiti sulle relazioni internazionali dell’Italia. La norma potrebbe inoltre riguardare altri Paesi con cui esistono intese tecnico-militari, compresa, in linea teorica, l’Ucraina.

Accelerare le procedure di cessione degli armamenti potrebbe ridurre gli spazi di trasparenza e di confronto parlamentare su decisioni che incidono direttamente sulla politica estera e sulle relazioni militari dell’Italia. In risposta alla proposta, il Movimento 5 Stelle ha presentato un sub-emendamento per introdurre il parere vincolante delle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato sulle cessioni e sulle relative intese. 

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Elezioni Israele, Fania Oz Salzberger al Fatto: "Anche nell'opposizione persiste il razzismo verso i palestinesi"

 

Nell'intervista rilasciata oggi a Il Fatto Quotidiano, la scrittrice Fania Oz Salzberger analizza i risultati elettorali in Israele partendo dalla sua esperienza diretta ai seggi, dove ha svolto attività di "presenza protettiva" contro brogli e violenze, specialmente nelle zone controllate dal Likud e dagli ultraortodossi. Nel rammaricarsi per il mancato raggiungimento di una maggioranza netta per l'opposizione, la nota scrittrice accoglie con grande favore l'ottimo risultato delle liste arabe. "Il risultato delle liste arabe li ha resi una presenza innegabile nella politica israeliana e questo avvicina il cambiamento storico di cui abbiamo bisogno", sottolinea.

La scrittrice ritiene poi improbabile un nuovo governo Netanyahu in assenza di tradimenti parlamentari, ma individua un limite strutturale nel "blocco del cambiamento". La resistenza di leader come Eisenkot, Lieberman e Bennett ad allearsi con i partiti arabi ha radici profonde, ben sintetizzate dalle sue parole: "Dobbiamo renderci conto che anche tra gli elettori di Eisenkot, Lieberman e Bennett persiste un razzismo nei confronti dei palestinesi. Dovrà essere sconfitto se vogliamo un cambiamento: dagli ebrei e dagli arabi".

Oz Salzberger esprime, infine, sollievo per il contenimento dell'estremista Ben-Gvir, lanciando però un monito sulle crescenti tensioni in Cisgiordania legate ai coloni: "Sono contenta che quel buffone di Ben-Gvir non abbia niente da festeggiare. Però la situazione ora è anche più pericolosa: questa gente può diventare incontrollabile".

 

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Utilitarismo, pragmatismo e la deriva anti-umana del sistema capitalistico occidentale (di Laura Ruggeri)

 

di Laura Ruggeri*

 

Quando l’Occidente ammanta di un velo di moralità la propria espansione geopolitica, presentandola di volta in volta come missione civilizzatrice, democratizzazione, intervento umanitario, difesa della libertà o promozione dello Stato di diritto, lo scarto abissale tra retorica e realtà genera inevitabilmente accuse di ipocrisia e di “doppi standard”.

Queste accuse, però, partono da un presupposto errato, quello secondo cui il sistema capitalistico occidentale possiederebbe un codice morale stabile che di tanto in tanto viene tradito. In realtà questo sistema opera secondo una logica ben diversa da quella valoriale. I valori non sono intesi come principi assoluti da rispettare, ma come strumenti contingenti da attivare o disattivare a seconda della convenienza strategica. Il sistema opera secondo criteri di utilità, efficacia e potere ed è su questo piano che va spostata la critica. Bisogna cioè chiedersi: utile per chi? Efficace a quale scopo? Per il potere di chi?

Spostare l’attenzione su queste domande significa mettere in discussione la teleologia stessa del sistema, il fine ultimo a cui tende, perché la conservazione e l’espansione del capitale, la riproduzione del potere di chi lo controlla e la perpetuazione di un ordine che concentra ricchezza e influenza rappresentano un fine intrinsecamente anti-sociale che, portato alle sue logiche ed estreme conseguenze, rivela la sua natura profondamente anti-umana.

Una volta riconosciuto che il sistema non persegue un orizzonte morale condiviso, ma un interesse particolare mascherato da interesse generale, diventa possibile giudicare non soltanto i mezzi impiegati, ma la legittimità del fine stesso. È a questo livello, vale a dire quello della direzione verso cui il sistema ci sta portando, che la critica deve concentrarsi.

Voglio partire da lontano, dalle radici filosofiche di una visione del mondo che dopo aver escluso il Divino come fondamento dell’ordine morale, e quindi la dimensione trascendentale, ha finito per mettere da parte anche l’Uomo, con la sua dignità, i suoi legami, la sua finitezza. Quando l’essere umano cessa di essere il fine e diventa semplicemente uno strumento corre il rischio, oggi molto attuale, di essere sostituito da uno strumento più efficiente.

Se osserviamo il modo in cui opera questo sistema, constatiamo che la sua razionalità ha da tempo assunto una forma impersonale — un elemento che Marx aveva già colto — e che in esso si è affermata una ragione autonoma, immanente al sistema stesso, la quale pretende di fondare da sé i criteri del Giusto, del Vero, del Bene e del Male secondo il calcolo, l’utilità, l’efficienza, il risultato.

Le due tradizioni filosofiche a cui mi riferisco sono l’utilitarismo inglese e il pragmatismo americano che, pur con delle differenze, subordinano il “giusto” all’“utile”.

L’utilitarismo classico, per intenderci quello teorizzato da Jeremy Bentham e John Stuart Mill, sosteneva che la moralità di un’azione fosse determinata da un calcolo costi-benefici, quindi dai suoi risultati. Non esistono azioni intrinsecamente buone o cattive, giuste o sbagliate secondo principi assoluti (etici o religiosi) che trascendono il sistema poiché l’unica misura è il bilancio di utilità nel raggiungimento di un fine. Bentham, che era essenzialmente un riformatore legale e un ingegnere sociale, proponeva il “calcolo della felicità”, l’idea che piacere e dolore potessero essere quantificati e aggregati.

Nel pragmatismo, sviluppato da pensatori americani come William James, John Dewey e Charles Sanders Peirce, concetti, teorie e valori morali sono essenzialmente strumenti per risolvere problemi. La “verità” di un’idea è il suo “valore pratico”, la sua efficacia nell’orientarsi nel mondo e nel raggiungere gli esiti desiderati. Questo impianto filosofico, nelle intenzioni dei suoi teorici, doveva servire a democratizzare il sapere, opporsi al dogmatismo, mettere la filosofia al servizio del miglioramento della società e fondare una logica dell’indagine scientifica. Ma rifiutando ogni idea di trascendenza e quindi la possibilità stessa di un orizzonte di senso esterno al sistema dato, finisce inevitabilmente per diventare strumento di ottimizzazione, consolidamento e legittimizzazione del sistema vigente.

La questione del perché l’utilitarismo e il pragmatismo nacquero e trovarono terreno fertile nella sfera anglo-americana ha una risposta sia filosofica (Nominalismo ed Empirismo) che storica.

L’utilitarismo emerse in Gran Bretagna durante la Rivoluzione Industriale, un periodo di sconvolgimento sociale senza precedenti, povertà urbana e conflitto di classe. Dal momento che la nuova classe dirigente aveva bisogno di inculcare l’etica del lavoro nei ceti popolari divenne necessario l’abbandono di principi morali assoluti. Serviva un quadro morale abbastanza flessibile da permettere non solo la giustificazione dello sfruttamento, unito a sorveglianza e disciplina della forza lavoro in patria, ma anche la giustificazione dello sfruttamento coloniale. Tutto in nome di un bene maggiore che ovviamente venne definito dalla classe al potere, all’epoca la borghesia.

Si trattava di codificare, come denunciava Marx, il comportamento dell’homo economicus che riduce ogni rapporto umano a “nudo interesse” e a una “fredda transazione economica”.

Questo impianto teorico venne forgiato nel crogiolo dell’impero commerciale per risolvere problemi specifici che l’impero creava, quali ad esempio la necessità di giustificare il dominio su altri popoli.

Non a caso John Stuart Mill1 sosteneva che “il dispotismo è un modo legittimo di governo nel trattare con i barbari”, purché il fine sia il loro miglioramento, il che significava che il “massimo bene” per indiani o africani poteva essere determinato da amministratori britannici. Mill respingeva esplicitamente l’idea di una federazione di Stati liberi in favore dell’impero.

È interessante notare che fu Bentham a coniare il termine “international” alla fine del XVIII secolo, parlando del mercato internazionale come terreno di sperimentazione.2

Il pragmatismo, corrente filosofica nata negli Stati Uniti alla fine del XIX secolo, si sviluppa in un contesto storico diverso da quello dell’utilitarismo britannico.

Per semplificare un po’ rozzamente si potrebbe dire che il pragmatismo è la filosofia di un potere che non ha più bisogno di giustificarsi, perché la sua logica è stata naturalizzata, è diventata senso comune.

Se l’utilitarismo era la morale giustificazionista del capitalismo industriale e coloniale nella sua fase di ascesa ed espansione iniziale, il pragmatismo è quella di un capitalismo la cui logica si è consolidata a livello sociale e quindi può abbandonare la stampella morale.

Non avendo principi da difendere e regole fisse, si adatta a qualsiasi contesto. Dopo aver permeato l’intera cultura americana, dalla teoria dell’educazione alla giurisprudenza, è diventato l’ideologia del capitalismo globale, del “business” e del “management”, un linguaggio egemonico che ha colonizzato ogni sfera dell’agire umano, inclusi i rapporti interpersonali. Si tratta di una sussunzione profonda e meno visibile, perché avviene attraverso un vocabolario che a prima vista non sembra economico come oggi quello della “crescita personale”, della “comunicazione efficace”, della “gestione delle emozioni”, del “capitale sociale”, dell’ottimizzazione di sé stessi per raggiungere “risultati”.

 

Il pragmatismo è stato criticato sia dai filosofi marxisti3 come espressione dell’imperialismo, sia da quelli conservatori come una filosofia dell’adattamento senza principi, che lascia la società in balia del relativismo e del potere costituito. La loro critica, pur diversa da quella marxista, converge su un punto: il pragmatismo è una filosofia che non offre resistenza all’ordine esistente perché rifiutando un’idea di trascendenza non ha principi da opporgli.

Il filosofo messicano José Vasconcelos4, che scriveva da una posizione decisamente non marxista, definiva il pragmatismo “la filosofia delle cannoniere” che lungi dall’essere una teoria neutrale della conoscenza era in realtà un’epistemologia progettata per una nazione espansionista, una sub-filosofia che trattava la “verità” come “qualunque cosa funzioni per assicurarsi il potere”. Vasconcelos sosteneva che le filosofie empiriche “soffrono di una dipendenza dall’appetito, dagli interessi della loro epoca”, e quindi scivolano “dall’usare l’esperienza per giustificare le norme al tagliare e tirare le norme per adattarle a un letto di Procuste di interessi egoistici”. Quando tali filosofie coincidono con un periodo di “fervore pratico”, scriveva, “vediamo nella storia quelle mostruosità che sono chiamate filosofie nazionali, filosofie razziali e filosofie imperiali”.

 

Valori e principi a geometria variabile

L’applicazione selettiva dei valori è il risultato inevitabile di questa visione del mondo: un valore viene difeso se serve. Quando l’obiettivo è la preservazione e l’espansione dell’egemonia occidentale, se l’utilità di quel valore viene meno, lo si ridefinisce o lo si abbandona senza troppi scrupoli.

Questa logica strumentale è evidente nel trattamento storico e contemporaneo del fascismo e del nazismo da parte dell’Occidente. Se durante la Seconda guerra mondiale, l’antifascismo fu codificato come base morale dell’ordine liberale occidentale, subito dopo e durante la Guerra Fredda l’utilità dell’anticomunismo soppiantò quella dell’antifascismo. Quest’ultimo continuava ad essere celebrato con panegirici durante le cerimonie ufficiali ma nella pratica era stato archiviato.

Nel Giappone del dopoguerra, gli Stati Uniti riabilitarono nazionalisti di destra e collaborazionisti fascisti, tra cui Nobusuke Kishi (un criminale di guerra che divenne poi Primo Ministro) e concessero l’immunità agli scienziati criminali dell’Unità 731 che avevano condotto esperimenti atroci e letali su migliaia di prigionieri cinesi, russi, coreani e mongoli. La condanna assoluta dell’imperialismo giapponese fu sacrificata sull’altare dell’utilità, trasformando il Giappone in un baluardo anticomunista in Asia. Gli Stati Uniti non epurarono gli ultra-nazionalisti giapponesi; li reclutarono. Documenti della CIA declassificati rivelano che presero parte a missioni sostenute dagli Stati Uniti per spiare i comunisti in Giappone, infiltrare agenti nel territorio sovietico e nordcoreano, e reclutare mercenari giapponesi per “proteggere” Taiwan.

Non bisogna neppure dimenticare l’esistenza di programmi per portare negli Stati Uniti scienziati e ingegneri tedeschi e austriaci che avevano ricoperto ruoli importanti nel regime nazista.

Pensiamo a Operation Overcast, nome in codice iniziale, autorizzata il 6 luglio 1945 dal Joint Chiefs of Staff. Inizialmente previsto per un massimo di 350 specialisti, il programma fu presto ampliato.

Nel 1946, il presidente Truman autorizzò un piano più ampio della Joint Intelligence Objectives Agency (JIOA), Operation Paperclip, per selezionare nazisti utili.

Tra il 1945 e il 1955, 765 scienziati, ingegneri e tecnici che avevano fedelmente servito Hitler continuarono la loro carriera negli Stati Uniti attraverso Overcast, Paperclip e programmi simili.

Questo reclutamento non si limitava agli scienziati: ex membri delle SS, della SD (Sicherheitsdienst) e della Gestapo vennero accolti senza troppi scrupoli nell’esercito, nell’intelligence statunitense e, successivamente, nella NATO grazie alle loro competenze in materia di spionaggio e controspionaggio, in particolare contro l’Unione Sovietica.

Il caso più emblematico è quello del generale Reinhard Gehlen, ex capo dell’intelligence militare nazista sul Fronte Orientale. Nel 1945 si arrese al controspionaggio dell’esercito americano e, invece di essere processato, fu reclutato dagli Stati Uniti per ricostituire la sua rete di spie. La sua organizzazione, nota come Organizzazione Gehlen, fu finanziata dalla CIA. Nel 1956 fu trasformata nel BND (il servizio segreto della Germania Ovest), mantenendo stretti legami con la CIA e contando al suo interno almeno 100 ufficiali provenienti dalle fila della SD o della Gestapo..

 

Operazione Gladio fu invece il nome in codice della rete “stay-behind” creata dalla NATO e dalla CIA in Italia durante la Guerra Fredda. Ma di reti clandestine simili ne esistevano in praticamente tutti i paesi dell’orbita atlantista, dalla Svezia alla Turchia. Ufficialmente concepite per organizzare la resistenza contro una improbabile invasione sovietica, la loro storia rivela un lato molto più oscuro. Il reclutamento di nazi-fascisti (ex e non solo), massoni e organizzazioni terroristiche per attuare la strategia della tensione a colpi di stragi e condurre operazioni sotto falsa bandiera, rappresenta una palese interferenza in quel processo democratico che veniva sbandierato con lo stesso vigore dell’antifascismo ma che nella sostanza non veniva mai rispettato.

Si consideri anche il rapporto dell’Occidente con il nazionalismo ucraino. L’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) e la sua ala militare, l’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), collaborarono con la Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale. I loro leader Stepan Bandera, Andriy Melnyk, Roman Shukhevych sono oggi celebrati come eroi nazionali in Ucraina, con strade e piazze ribattezzate in loro onore. Il battaglione Azov, fondato dal gruppo neonazista Patriota dell’Ucraina, fu bandita dal Congresso degli Stati Uniti nel 2018 dal ricevere armi, finanziamenti o addestramento americani a causa della sua ideologia estremista e del simbolismo nazista. Quello stigma svanì quasi da un giorno all’altro. Gli Stati Uniti revocarono il divieto sulle armi, e i media occidentali riposizionarono Azov come una legittima formazione militare. Come altri terroristi prima di loro, anche battaglioni come l’Azov erano utili per combattere una guerra per procura contro la Russia.

Lo stesso calcolo utilitaristico porta ad applicare selettivamente principi normativi e diritti come l’autodeterminazione dei popoli: difesi con le armi o calpestati a secondo della convenienza. L’esempio contemporaneo più lampante è il sostegno dell’Occidente a Israele nonostante prove schiaccianti che le politiche e le campagne militari israeliane nei territori occupati siano intrinsecamente genocide.

Se i diritti umani fossero davvero trattati come imperativi categorici kantiani, essi varrebbero in modo incondizionato, indipendentemente dalle conseguenze e dagli interessi in gioco. In quel caso l’Occidente sarebbe moralmente e politicamente obbligato a sanzionare, isolare o quantomeno condannare qualsiasi Stato — alleato o avversario — che violasse sistematicamente quei principi. La nazionalità della vittima o l’utilità strategica del perpetratore non potrebbero entrare nel calcolo.

Nel quadro della tradizione utilitarista e pragmatista anglo-americana, invece, i principi non sono mai assoluti. Il loro valore dipende dalle conseguenze che producono rispetto agli interessi considerati prioritari. In questa logica, l’utilità di Israele come avamposto militare, tecnologico e di intelligence occidentale in Medio Oriente supera di gran lunga il “costo” rappresentato dalla violazione dei diritti dei palestinesi o dall’erosione selettiva del diritto internazionale.

Persino il “libero mercato”, la presunta vacca sacra del capitalismo occidentale, viene abitualmente abbandonato ogni volta che l’intervento statale è necessario per salvare il capitale occidentale dalle sue stesse crisi, come si è visto nei massicci salvataggi degli istituti finanziari nel 2008, nel ricorso alle sanzioni come strumento di pressione, o nel protezionismo dilagante, abbracciato soprattutto per contenere la Cina.

 

Post-etica e post-democrazia

Nonostante la storia abbondi di casi in cui leader e governi hanno stretto alleanze con ex-nemici e violato patti, considero comunque importante riflettere sulla facilità con cui l’Occidente è riuscito, e riesce a farlo, ad imporre narrazioni contraddittorie e continui cambi di rotta alla cosiddetta “comunità internazionale” e alla propria popolazione.

Nelle società tradizionali (siano esse basate sull’onore, sulla religione, sui legami di sangue o su ideologie “forti”), la legittimità del leader non deriva solo dai risultati pratici, ma dalla sua coerenza con i valori condivisi della comunità. Questo è il motivo per cui se un leader abbraccia e collabora con un ex-nemico giurato, questa mossa viene percepita e stigmatizzata come tradimento, ipocrisia o debolezza. Il prezzo da pagare è la rottura del contratto sociale, che mina la fiducia e crea un risentimento che prima o poi esplode con l’uccisione o l’espulsione di chi agli occhi della comunità ha tradito.

Nell’Occidente contemporaneo, i leader politici, fantocci intercambiabili prodotti da operazioni di marketing, non hanno di questi problemi poiché il paradigma antropologico, politico e culturale in cui agiscono è già stato modificato profondamente. Essi semplicemente escono di scena e vengono sostituiti da altri fantocci più utili agli interessi di quell’élite ristretta che li aveva selezionati per attuare i suoi programmi, esattamente come avviene per dei manager.

L’Occidente, con il postmodernismo, ha smantellato le “grandi narrazioni”. Non ha più un “credo” da difendere (legato a religione, rivoluzione o patria), non esiste una linea rossa valoriale che non si possa oltrepassare impunemente.

Mentre le società tradizionali tendono a essere governate da un’etica deontologica a cui spesso si mescolano elementi di etica della virtù, l’Occidente contemporaneo opera prevalentemente all’interno di un orizzonte utilitaristico-pragmatista in cui la politica segue la logica del management, in cui interessi particolari determinano gli obiettivi da raggiungere, che a loro volta determinano il calcolo costi-benefici. Giustificare e vendere questi obiettivi come se fossero l’incarnazione del Bene Comune è qualcosa di cui si occupano gli esperti di marketing, vale a dire l’Industria del Consenso in tutte le sue articolazioni (media e algoritmi, cultura, istruzione, ricerca...).

Walter Benjamin giustamente osservava che la vera religione dell’Occidente è il capitalismo. Esso non ha “disincantato” il mondo (come voleva Weber), ma ha trasferito il sacro nella sfera del mercato, del profitto e del consumo. E poiché il capitalismo contiene in sé una contraddizione fondamentale, quella tra capitale e lavoro, inevitabilmente produce contraddizioni a ritmo continuo, ma esse vengono viste come un problema tecnico da risolvere non come aporie. Per il capitale anche le crisi rappresentano un’opportunità per il sistema, che si adatta, modifica le proprie forme di regolazione, incorpora nuove tecnologie e crea nuovi cicli di accumulazione. Le contraddizioni che non possono essere risolte vengono spostate nel tempo e nello spazio. Finché questo spostamento resta possibile, il sistema si riproduce ed espande.

In questo contesto aspettarsi da un leader politico che sia coerente agli ideali propugnati e alle promesse fatte è ingenuo. In sua difesa citerà “vincoli esterni”, spiegherà che ad imporre decisioni impopolari in netto contrasto con il suo programma sono i “tecnici”, gli “esperti”, i mercati finanziari e la situazione geopolitica. Da anni le scelte veramente importanti non sono più oggetto di dibattito politico. Vengono imposte come “inevitabili” (There is no Alternative).

La cultura tecnologica e manageriale contemporanea rafforza ulteriormente questa inclinazione.

Vi è poi un’altra differenza fondamentale. Le società tradizionali hanno una “memoria lunga”, tramandata attraverso generazioni. L’Occidente contemporaneo soffre di una “memoria corta”, accelerata da cicli elettorali brevi (2-4 anni) e dal ciclo mediatico di 24 ore. Prima che l’elettorato possa elaborare il senso di un tradimento e organizzarsi per punirlo, l’attenzione collettiva è già stata dirottata sullo scandalo o sull’emergenza successiva.

Accusare l’Occidente di doppi standard è qualcosa che può fare solo chi crede che esista un codice etico-politico condiviso e vincolante per tutti. Molti, dopo la Seconda Guerra Mondiale, avevano sperato, o forse si erano illusi, che esistesse, ma così non è. Basti guardare all’impotenza di organizzazioni internazionali come l’ONU.

L’Occidente da tempo opera in un regime di post-democrazia, secondo un codice post-etico definito dal potere capitalista. E questo potere è sempre più concentrato (capitalismo finanziario e tecnocapitalismo).

Quando i governi occidentali invocano libertà, democrazia e diritti umani (anche se li violano sistematicamente) è proprio perché, avendoli ridotti a involucri vuoti, li ritengono strumenti efficaci per legittimare interventi militari, destabilizzare rivali e fabbricare consenso. L’Occidente non fallisce nel rispettare i suoi valori; piuttosto, i suoi valori non sono mai stati il punto. L’egemonia sì.

 

I valori di chi?

I "valori occidentali" più comunemente invocati – libertà individuale, democrazia rappresentativa, diritti umani, libertà di espressione, stato di diritto, proprietà privata, libero mercato, uguaglianza e antitotalitarismo – sono come un insieme fluido di norme e ideali emersi in diverse fasi della storia europea e successivamente assemblati e universalizzati per legittimare un blocco geopolitico.

Sebbene i pensatori dell'Illuminismo avessero già parlato di diritti universali, va notato che per "universali" intendevano i diritti di un "soggetto razionale e civilizzato", da loro identificato nell'uomo bianco, europeo, cristiano e preferibilmente dotato di proprietà. Le donne e i non europei non erano considerati abbastanza "razionali" per godere degli stessi diritti.

Il termine "valori occidentali" ha acquisito particolare rilevanza durante la Guerra Fredda come mezzo per distinguere il cosiddetto "mondo libero" dal blocco sovietico. Dopo il 1989, è stato rispolverato per giustificare l'espansione della NATO, interventi militari camuffati da protezione umanitaria e la globalizzazione del neoliberismo.

Quando poi le nazioni del Sud Globale hanno adottato i "vecchi" valori occidentali, l'Occidente aveva bisogno di nuovi criteri per mantenere la sua “distinzione” e posizione al vertice della gerarchia. Quindi alza l’asticella, aggiungendo all'elenco altri valori culturalmente connotati o altamente specifici, per continuare a rivendicare una superiorità morale ed etichettare i rivali come inadempienti rispetto ai nuovi "standard universali". I diritti LGBTQ+, il "buon governo" (trasparenza e lotta alla corruzione),  standard ambientali e la libertà informatica tracciano una nuova linea di demarcazione tra "civili” e “incivili".

Dal momento che l'Occidente tratta i suoi valori principalmente come strumenti, le contraddizioni sono inevitabili, non solo tra gli ideali dichiarati e la realtà materiale, ma anche tra i valori stessi. Finché le contraddizioni rimangono confinate nella sovrastruttura, ovvero a livello ideologico, il sistema capitalista ha la capacità di assorbirle e persino di trarne profitto.

Prendiamo ad esempio la libertà e l'uguaglianza. Esse tirano chiaramente in direzioni opposte. La concezione occidentale della libertà è principalmente incentrata sulla "libertà negativa" (assenza di interferenze esterne) piuttosto che sulla "libertà positiva" (la reale capacità di autodeterminazione all'interno di una comunità). La libertà non è più intesa come un diritto politico o civile, ma viene ridotta alla libera concorrenza e alla scelta del consumatore. Eppure, anche queste libertà rimangono subordinate agli imperativi del grande capitale, che può limitarle a suo piacimento.

L'unica libertà veramente sostanziale rimasta è quella concessa al capitale stesso: la libertà di dettare le proprie regole, di espandersi oltre ogni confine e in ogni sfera dell'esistenza umana senza vincoli. Questo era già stato ben compreso da Marx, che nei Grundrisse scriveva: "Non sono gli individui a essere liberati dalla libera concorrenza; è, piuttosto, il capitale a essere liberato".

Sei "libero" di scegliere tra cinquanta marche di cereali, di votare per partiti che non possono cambiare le regole del gioco e di usare pronomi neutri sul tuo curriculum invece del maschile e femminile. Ma questa illusione di libertà maschera una profonda impotenza strutturale: l'individuo atomizzato non detiene alcun potere sulle condizioni macroeconomiche o sulle politiche che governano la sua vita. La libertà diventa un prodotto da acquistare e l'identità stessa si trasforma in un esercizio di personal branding.

La libertà del capitale è fondamentalmente in contrasto con la democrazia sostanziale. Poiché il capitalismo, per sua stessa natura, concentra la ricchezza e di conseguenza il potere, come potrebbe essere compatibile con la democrazia, un sistema che, se venisse applicato nella sostanza, distribuirebbe proprio quel potere?

Quando la richiesta di uguaglianza democratica minaccia la valorizzazione del capitale o la proprietà privata, il sistema non esita ad abbandonare del tutto la democrazia, abbracciando l'autoritarismo per preservare la "libertà" del capitale. Celebrare la democrazia liberale ignorando questa concentrazione di potere è un atto di profonda ingenuità o di complicità ideologica.

Anche i diritti umani tornano utili se vengono invocati selettivamente per giustificare interventi armati e l’interferenza politica negli affari interni di altri paesi, mentre lo stato di diritto, pur garantendo un'uguaglianza formale davanti alla legge, riproduce una disuguaglianza sostanziale, diventando così uno strumento per disciplinare le classi subalterne.

La cosiddetta democrazia liberale viene esportata solo dove serve a facilitare i cambi di regime, rendendo la sua applicazione strettamente utilitaristica.

Per quanto riguarda il mantra del libero mercato, esso viene recitato quando serve ad aprire mercati da colonizzare, serve per il dumping e ad imporre brevetti occidentali che impediscano uno sviluppo tecnologico autonomo. Quando rappresenta un rischio per il proprio mercato, l'Occidente impone senza esitazione dazi protezionistici, sanzioni e regole arbitrarie per limitare le esportazioni.

Tuttavia, è importante ribadire che valori come la libertà e l'uguaglianza non sono un monopolio esclusivo dell'Occidente. Questi ideali sono stati articolati nel pensiero filosofico, spirituale e politico islamico, indiano, cinese, nel comunalismo africano e nelle cosmologie indigene. La differenza fondamentale è che, mentre l’Occidente ha tendenzialmente declinato questi valori in chiave individualista e proprietaria, altre tradizioni li hanno articolati in chiave relazionale e comunitaria.

Sottoporre i valori occidentali a un'analisi critica non significa respingerli a priori, ma piuttosto vederli per ciò che sono: costrutti storicamente contingenti che vengono applicati in modo selettivo.

 

Guerra come esito logico della razionalità strumentale

Se consideriamo la degenerazione del liberalismo nel nazi-fascismo non come un tradimento dei suoi principi, ma come il compimento della sua logica economica di fronte alla “minaccia” della democrazia di massa nei primi decenni del secolo scorso, esso non ci appare più come un’eccezione o una rottura, ma bensì una soluzione autoritaria a una crisi interna del liberalismo stesso5 . In questa ottica, il nazi-fascismo può essere definito quindi un meccanismo di autoregolazione del sistema capitalistico per garantire la propria sopravvivenza.

È il pensiero strumentale stesso, codice operativo dominante del moderno Occidente, a generare scelte politiche ed economiche anti-democratiche e spesso anti-umane.

Avendo abbracciato relativismo culturale e fine delle grandi narrazioni, l’Occidente non riesce più a mettersi d’accordo su cosa sia il Bene, la Verità e la Giustizia. Si rifugia quindi nel come. La razionalità strumentale (saper calcolare i mezzi più efficienti per raggiungere un fine) ha finito per soppiantare la razionalità valoriale (saper riflettere sul valore del fine stesso).

L’etica è stata sostituita dalla procedura. Si continua a usare il vocabolario della morale (diritti, giustizia, dovere), ma si è perso il quadro teleologico (il fine ultimo dell’uomo) che dà senso a quelle parole.

Il pragmatismo, sganciato da un’etica umanista, diventa l’alleato perfetto del totalitarismo e della tecnocrazia. Chi governa può attuare politiche autoritarie, neocoloniali o di sorveglianza di massa giustificandole semplicemente come soluzioni “necessarie” ed “efficaci” per mantenere l’ordine o la sicurezza.

Presentare decisioni politiche come scelte puramente “tecniche” e “pragmatiche” permette di mascherare le reali asimmetrie di potere e spinge gli individui ad adattarsi passivamente  al programma: il pensiero critico viene sostituito dal “problem-solving”. Come notava Mark Fisher6, il sistema riesce a far sembrare più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.

Quando le contraddizioni diventano esplosive (disuguaglianze crescenti,erosione della coesione sociale, fallimenti delle politiche considerate “efficaci”) la razionalità del sistema attiva meccanismi di regolazione. Questi possono essere di tipo autoritario e protezionistico, che possiamo definire meccanismi di chiusura, oppure meccanismi di apertura, in cui si lascia addirittura spazio al caos se presenta delle opportunità per la valorizzazione del capitale.

Storicamente la sopravvivenza e la prosperità del sistema capitalistico occidentale si basava su due meccanismi: Spostamento nello SPAZIO dei suoi problemi attraverso l’esportazione dell’inflazione e del degrado ecologico, del lavoro a basso costo e dell’instabilità politica verso la “periferia” del mondo (il Sud Globale) per garantirsi risorse.

Spostamento nel TEMPO attraverso la finanziarizzazione, consumare oggi e pagare domani attraverso il debito, la creazione di moneta dal nulla e la promessa di una crescita futura infinita, rimandando il conto alle generazioni successive.

Oggi, queste due “valvole di sfogo” si stanno chiudendo. Il Sud Globale e, in particolare, l’ascesa della Cina come potenza sistemica, pongono limiti materiali e strutturali a questa capacità di spostare i problemi fuori o domani. Il sistema occidentale si trova quindi costretto a risolverli dentro e oggi. E poiché la soluzione democratica a questo collasso richiederebbe una ridistribuzione radicale della ricchezza e del potere (cosa che le élite non accetteranno mai volontariamente), la soluzione a cui assistiamo è una deriva autoritaria mascherata da “sicurezza” e “gestione tecnica dell’emergenza”, militarizzazione e riarmo nel tentativo disperato di puntellare un’egemonia geopolitica che si sta rapidamente sgretolando. Il Sud Globale, con la sua semplice pretesa di sovranità, ha inavvertitamente accelerato questa resa dei conti interna all’Occidente.

Ma non solo. La Cina, mettendo l’uomo al centro dello sviluppo, rappresenta una sfida intollerabile per un sistema che si fonda sulla presunzione che non vi sia alternativa al neoliberismo capitalista. Questa premessa fallace (There is No Alternative, TINA) è ciò che impone i sacrifici, la precarietà, l’austerità, il debito, la finanziarizzazione. Ma se un paese sovrano e non occidentale dimostra che si può crescere, industrializzarsi e ridurre la povertà senza seguire le prescrizioni del Washington Consensus, senza privatizzazioni selvagge, senza subordinare la politica e l’economia alla finanza, allora la premessa su cui si fonda il sistema crolla. Il TINA si rivela per ciò che è: un’ideologia anti-umana, non una legge naturale.

La barbarie non è esterna al sistema, si trova nel cuore stesso del sistema, incorporata nella sua logica di autoconservazione, espansione e riproduzione.

 

Il capitalismo cibernetico e la termodinamica

Il capitalismo non conserva un ordine immobile, si adatta continuamente per continuare a funzionare secondo il proprio codice (accumulazione, profitto, ordine, controllo), e per farlo è disposto a trasformare se stesso, vale a dire cambiare forma per preservare la sostanza.

L’intensità della guerra del capitale contro i ceti popolari e contro quelle nazioni che costituiscono un attrito esterno e rifiutano di piegarsi al suo dominio viene modulata secondo una logica cibernetica.

La cibernetica ha trasformato il concetto di entropia in informazione e ha fatto della capacità di produrre ordine contro la tendenza entropica il proprio oggetto centrale. Ciò richiede però un continuo apporto di energia, rendendo il sistema strutturalmente dipendente da un ambiente (altri sistemi) che possa fornire energia a bassa entropia e assorbire i rifiuti ad alta entropia che esso produce. Quando l’ambiente non è più in grado di fornire la prima o di assorbire i secondi, la macchina entra in crisi.

Lungi dal superare questi limiti, il nuovo modello di capitalismo che scommette sull’intelligenza artificiale rende ancora piu’ evidenti certi limiti viste le enormi richieste energetiche dei data center e la dipendenza da minerali critici. Poiché il sistema non riesce più a estrarre facilmente risorse a bassa entropia dall’ambiente esterno (Sud Globale, energia e lavoro a basso costo, nuove frontiere), inizia a consumare le proprie fondamenta e riserve di ordine: i sistemi di welfare, la coesione sociale, i servizi pubblici e le infrastrutture, le capacità riproduttive a lungo termine, la legittimità politica e il tenore di vita delle proprie classi subalterne.

Un esempio chiaro di autofagia è ciò che sta avvenendo nei paesi dell’Unione Europea. La loro condizione di doppio legame schizofrenico, unita al vassallaggio e alla cooptazione delle élite europee, ha reso impossibile resistere alla spinta del sistema atlantista a esternalizzare la crisi laddove l’attrito è minore. Questo dove è diventato l’Europa stessa. Ciò che appare irrazionale (l’autofagia) è in realtà la fenomenologia della razionalità sistemica portata alle sue estreme conseguenze. L’autofagia può sostenere il sistema, ma solo per un tempo limitato se il flusso esterno non viene ripristinato: è una modalità di sopravvivenza che aumenta la degradazione strutturale. Quando il sistema consuma i propri margini, finisce per convertire l’ordine precedente in caos, la cui gestione richiede però ulteriori risorse. Poiché anche il capitalismo cibernetico, che cerca di convertire l’entropia in informazione (dati, algoritmi, derivati finanziari…) per mantenere in moto il proprio processo di valorizzazione, non può sottrarsi alle leggi della termodinamica, ci troviamo di fronte alla possibilità reale che si passi dall’attuale zona grigia e dal conflitto militare geograficamente limitato a una guerra su vasta scala.

Il modello bellicista-tecnocratico che si sta consolidando — in cui potere militare, capitale finanziario e infrastrutture digitali vengono fusi in un unico apparato — rappresenta il tentativo di risolvere le contraddizioni di un sistema che ancora una volta trova seri limiti alla propria pretesa di spostarle nel tempo e nello spazio. Questo apparato, di fatto un’oligarchia capitalistica tecno-militare, non si limita a fornire strumenti; grazie alla sua concentrazione di potere e di capitali, definisce che cosa costituisca una minaccia e come rispondervi, e plasma le priorità di governo, la dottrina militare e la politica estera.

Le riserve di ordine sono già state degradate per alimentare le operazioni correnti (piani di riarmo, sicurezza e sorveglianza, con investimenti massicci nell’intelligenza artificiale). Ciò apre al rischio molto concreto che la razionalità strumentale diventi ancora più efficiente nel perseguire fini anti-umani.

Non va dimenticato che quella stessa razionalità, separata da ogni vincolo morale, ha prodotto i lager, un enorme esperimento di ingegneria sociale e un’estensione perversa del sistema-fabbrica. Anziché produrre beni, la materia prima erano esseri umani e il prodotto finale era la morte, tante unità al giorno segnate con cura sui grafici di produzione del manager come sottolineava Zygmunt Bauman7.

L’ideologia stessa del nazismo, spogliata delle sue narrazioni folcloristiche, appare come un progetto essenzialmente moderno: igiene razziale, eugenetica, pianificazione dello spazio vitale (Lebensraum), mobilitazione totale erano programmi che presupponevano una razionalità tecnico-scientifica.

Il sistema capitalistico, di fronte alla minaccia di non potersi più riprodurre secondo il proprio codice, generò un dispositivo — il regime nazifascista — che avrebbe dovuto salvarlo.

C’è però un secondo aspetto, altrettanto importante, da considerare. Il progetto è fallito per motivi che con la morale non c’entrano nulla: la logica dell’espansione illimitata, della purificazione totale, della mobilitazione permanente, della radicalizzazione progressiva che rendeva ogni obiettivo raggiunto un nuovo punto di partenza, aveva portato il regime nazista a un sovraccarico insostenibile.

Ma il vero ostacolo alla capacità del sistema di risolvere le sue contraddizioni interne fu un attrito esterno: fuori da quel sistema ne esisteva uno, l’Unione Sovietica, la cui capacità di resistenza, frutto di un’organizzazione sociale, politica ed economica radicalmente diversa, era stata sottovalutata. La vittoria dell’Unione Sovietica non era concepibile all’interno di una logica capitalistica il cui assioma è che non ci sia alternativa al sistema e all’ordine vigente.

La difesa dell’umanità dalla barbarie di un progetto anti-umano forniva un orizzonte di senso a milioni di sovietici, al fronte e nelle retrovie, quell’orizzonte che mancava invece a chi di quel progetto era solo uno strumento.

Oggi come ieri l’accumularsi di contraddizioni e l’aumento dell’entropia spinge il sistema a cercare valvole di sfogo. A offrire resistenza, accelerando l’autofagia del sistema, sono attualmente quelle entità, principalmente civiltà-stato non occidentali come Cina, Russia e Iran che, per scala, sovranità e codici culturali comunitari, sono in grado di opporsi all’idea che non vi sia alternativa ad un progetto egemonico che mette la valorizzazione e l’accumulazione del capitale al di sopra di ogni altro valore, inclusa la vita umana.

 

NOTE

1 John Stuart Mill, On Liberty (1859)

2Jeremy Bentham, An Introduction to the Principles of Morals and Legislation (1789)

3Harry K. Wells, Pragmatism: Philosophy of Imperialism (1954), La sua critica è stata tradotta in russo e ripresa anche dall’Enciclopedia Sovietica “Pragmatism”, Great Soviet Encyclopedia, 3ª ed., vol. 20 (1975)

4José Vasconcelos, Ética (1932), citato da Terrance MacMullan, “Pragmatism as Gunship Philosophy: José Vasconcelos’ Critique of John Dewey”, Inter-American Journal of Philosophy, vol. 6, n. 1 (maggio 2015).

5Vedasi a proposito Ishay Landa, The Apprentice’s Sorcerer (2009)

6Mark Fisher, Capitalist Realism: Is There No Alternative? (2009)

7Zygmunt Bauman, Modernity and the Holocaust (1989)


*Ricercatrice e scrittrice. Ha pubblicato "Hong Kong a fuoco: anatomia di una rivoluzione colorata" con LAD Edizioni nel 2026

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Xinjiang e gli uiguri: la verità oltre la propaganda sul genocidio

 

Secondo l'analista di Covert Action Magazine, Jeremy Kuzmarov, l'attuale narrazione occidentale contro la Repubblica Popolare Cinese si fonda su un'articolata campagna di disinformazione strategica. Alla base di questa offensiva vi è un rapporto stilato nel giugno 2020 dal ricercatore Adrian Zenz per la Jamestown Foundation, un istituto storicamente legato alla CIA e al cui vertice figurano ex direttori dell'intelligence statunitense. In quel documento si accusava Pechino di condurre un genocidio contro le minoranze etniche nello Xinjiang.

Come osserva lo studioso di Covert Action Magazine, la diffusione del report ha innescato un'imponente campagna mediatica e politica. Figure di spicco dell'amministrazione USA, insieme a esponenti del Congresso di entrambi gli schieramenti, hanno cavalcato queste accuse per imporre sanzioni e spingere verso politiche di aperto scontro economico e militare. Tali pressioni sono culminate nel divieto d'importazione dai territori dello Xinjiang e nell'introduzione dell'Uyghur Review Act nel 2024.

L'osservatore di Covert Action Magazine evidenzia come il docente di scienze politiche e avvocato Barry Sautman, all'interno del saggio Telling Tall Tales: 'Uyghur Genocide' as a Political Stratagem, smonta sistematicamente questa operazione di propaganda. Sautman dimostra che il termine genocidio è stato utilizzato in chiave strumentale per alimentare la sinofobia negli Stati Uniti e giustificare il riarmo geopolitico. Tra le smentite principali emerge l'assenza di flussi migratori di massa verso i Paesi confinanti come il Kazakistan e un costante innalzamento dell'aspettativa di vita della popolazione uigura, salita dai 63 anni del 1990 ai 75 anni del 2024 grazie agli ingenti investimenti statali nelle infrastrutture legate alla Belt and Road Initiative. Inoltre, i collegi dello Xinjiang non sono luoghi di assimilazione forzata o abuso ma strutture selettive, mentre il calo delle nascite rilevato tra il 2016 e il 2018 non deriva da sterilizzazioni forzate ma dall'estensione delle politiche di contenimento demografico nazionale e dai processi di urbanizzazione.

Come precisa Kuzmarov, l'istituzione dei Centri di istruzione e formazione professionale (VETC) va letta nel contesto delle misure antiterrorismo adottate da Pechino a seguito delle violente rivolte e degli attacchi separatisti promossi da organizzazioni estremiste come l'ETIM, legate ad Al-Qaeda e all'ISIS. Lo studio di Sautman attesta che solo l'8,7% delle famiglie dello Xinjiang ha avuto un componente nei VETC, smentendo l'ipotesi di internamenti di massa o di lavoro schiavo nell'industria del cotone, settore ormai ampiamente automatizzato. I gruppi separatisti all'estero, ampiamente finanziati da enti statunitensi come la National Endowment for Democracy (NED), hanno diffuso narrazioni distorte destinate a giustificare sanzioni severe. Paradossalmente, il principale danno economico è ricaduto proprio sulla popolazione uigura: le restrizioni commerciali hanno imposto un crollo del commercio estero e la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro legati al settore tessile.

In parallelo alla questione dello Xinjiang, il saggio di Immanuel Ness intitolato Dialettica del lavoro cinese e analizzato sulle pagine di Covert Action Magazine mostra come l'apparato accademico e mediatico occidentale tenda a denigrare la Federazione sindacale pancinese (ACFTU). Mentre l'affiliazione sindacale nei Paesi occidentali subisce un costante calo, arrivando negli USA a circa il 10%, l'ACFTU conta oggi circa 400 milioni di iscritti, pari al 75% della forza lavoro cinese, e include lavoratori della gig economy e dei servizi digitali. I dati mostrano che la struttura sindacale cinese ha garantito una costante crescita dei salari reali e una forte tutela legale, tanto che nei contenziosi di lavoro gestiti con il supporto dell'ACFTU i lavoratori ottengono la vittoria nel 95% dei casi.

In conclusione, l'analisi offerta da Kuzmarov mette in luce come la costruzione di teorie su presunti genocidi o l'ostilità verso il sistema lavorativo cinese rispondano a precisi interessi ideologici e strategici, volti a nascondere i successi socio-economici di Pechino e a giustificare una politica estera di scontro.

 

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Golfo: l'Oman propone un patto di sicurezza unico con Iraq e Iran

 

Il ministro degli Esteri dell'Oman, Badr al-Busaidi, ha esortato i sei Paesi del Golfo, ovvero Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman, insieme a Iraq e Iran, a stringere un patto di sicurezza comune basato sulla "non aggressione".

Intervenendo all'Università di Cambridge durante una visita diplomatica nel Regno Unito, Busaidi ha dichiarato che è giunto il momento, per le nazioni del Golfo, di "farsi avanti e assumersi la responsabilità della propria sicurezza", ponendo fine alla dipendenza dalle "potenze esterne".

"Sia la questione nucleare sia quella dello Stretto di Hormuz restano irrisolte perché gli attori esterni continuano a dettare le regole del gioco, mentre le potenze regionali non riescono ad assumersi la responsabilità collettiva di definire propri accordi di sicurezza e di raggiungere un consenso", ha affermato Busaidi. "Ecco perché rivolgo un appello ai Paesi del Golfo affinché si facciano carico della propria sicurezza, e lo facciano in modo inclusivo."

Il discorso si inserisce in un quadro di intensa attività diplomatica incentrata sull'Iran, segnato anche dall'incontro a Teheran tra i vertici dell'Alleanza di Difesa della Mecca e i leader iraniani.

Il responsabile della sicurezza nazionale iraniana, Mohsen Rezaei, ha sottolineato come i colloqui abbiano dimostrato la scarsa efficacia delle minacce statunitensi sulla diplomazia regionale, segnando l'inizio di una "vera trasformazione". I membri dell'alleanza, tra cui Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, si sono riuniti per negoziare mentre i Governi della regione cercano di fermare il conflitto israelo-americano contro l'Iran e strutturare un sistema di sicurezza indipendente da Washington.

Le trattative si svolgono in un contesto di forte instabilità, con il conflitto che continua a minacciare la regione e l'economia globale sotto la costante ombra di nuovi attacchi americani e israeliani.

La "falsa percezione" dell'antagonismo con Teheran

Busaidi ha definito l'abitudine di considerare l'Iran come una minaccia alla sicurezza "la più dannosa tra le priorità imposte dall'esterno alla regione".

"Ciò ha generato un sistema regionale instabile, fondato sul falso presupposto che esista un antagonismo strutturale tra l'Iran e gli Stati arabi del Golfo", ha spiegato, aggiungendo che "un simile antagonismo non existe" e che, al di là delle criticità, arabi e persiani hanno convissuto in pace nel Golfo per secoli.

"Qualsiasi architettura di sicurezza nel Golfo che escluda l'Iran è intrinsecamente instabile e fragile", ha proseguito il ministro omanita. "I recenti eventi mostrano il prezzo drammatico che si paga nel cedere a questa falsa logica di contrapposizione ed esclusione."

Dall'inizio delle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, i Paesi arabi del Golfo hanno espresso crescente insoddisfazione per l'incapacità di Washington di tutelarli dalle ritorsioni iraniane, indirizzate contro le basi militari statunitensi nella regione.

Il conflitto ha causato ingenti danni economici e di sicurezza agli Stati del Golfo. Le ripercussioni del blocco dello Stretto di Hormuz continuano a riflettersi sui mercati internazionali, mentre la crisi ha colpito duro le economie locali, provocando ad esempio forti perdite nelle borse di Dubai e Abu Dhabi e la cancellazione di decine di migliaia di voli.

In questo scenario, Busaidi ha ribadito che la regione non può più fare affidamento sui partner esterni e deve puntare a un "patto di non aggressione" intergovernativo.

"È arrivato il momento di smettere di scaricare le colpe sugli altri", ha concluso. "Dobbiamo avviare un nuovo dialogo sulla sicurezza del Golfo prima che ci vengano imposte ulteriori soluzioni dall'esterno, che finirebbero solo per consolidare quel modello di dipendenza da cui dobbiamo urgentemente affrancarci."

In questa prospettiva, secondo il ministro, le partnership con gli attori internazionali come gli Stati Uniti dovranno progressivamente disimpegnarsi sul piano militare per concentrarsi maggiormente sulla cooperazione economica e sugli investimenti.

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La crisi del modello neoliberista europeo: i figli vivranno peggio dei genitori

 

 

Per decenni, l’Europa ha costruito il proprio modello sociale attorno a una promessa fondamentale: ogni generazione avrebbe vissuto meglio di quella precedente. Oggi, però, persino la Commissione europea ammette che questa prospettiva rischia di svanire. Dan Jorgensen, commissario europeo all’Energia e alla Casa, ha riconosciuto che i giovani potrebbero non raggiungere più il tenore di vita dei propri genitori. Le cause sono proprio le emergenze che l’Unione non riesce a risolvere: abitazioni inaccessibili, caro energia e precarietà lavorativa. Negli ultimi dieci anni, i prezzi delle case nell’UE sono aumentati in media di oltre il 60%, mentre gli affitti sono cresciuti di più del 20%. Per milioni di giovani, acquistare un’abitazione è diventato un traguardo sempre più irraggiungibile.

In Italia e Spagna, l’uscita dalla casa dei genitori avviene mediamente a 30,2 anni. Non si tratta di una scelta generazionale, ma della conseguenza di un sistema economico che concentra la ricchezza e restringe le opportunità. La frattura è evidente anche nel mercato immobiliare. In Spagna, la quota di famiglie con capofamiglia under 35 proprietarie di un’abitazione è precipitata dal 65% del 2008 al 40% del 2022. Chi ha acquistato casa prima dell’impennata dei prezzi ha beneficiato della rivalutazione degli immobili; chi è arrivato dopo si ritrova escluso. Anche sul lavoro il divario si allarga: nei Paesi ricchi, l’occupazione cresce maggiormente tra i lavoratori più anziani, mentre i giovani faticano a conquistare una posizione stabile.

A rendere il quadro ancora più drammatico è la crisi energetica. Secondo Jorgensen, quasi 50 milioni di europei incontrano difficoltà nel pagare il riscaldamento durante un inverno normale. Per queste persone, il rischio è dover scegliere tra mangiare e riscaldarsi. Eppure, mentre riconosce la gravità della situazione, Bruxelles conferma la volontà di mantenere il divieto di importare energia russa anche dopo l’eventuale raggiungimento della pace, con l’entrata in vigore prevista nel 2027. La contraddizione è evidente: l’Unione denuncia l’emergenza sociale, ma difende scelte energetiche che hanno contribuito a rendere più oneroso l’approvvigionamento del continente. La rottura con gli idrocarburi russi a basso costo, insieme all’impossibilità di utilizzare direttamente il gasdotto Nord Stream dopo la sua distruzione nel 2022, ha aggravato le vulnerabilità energetiche europee. Il pessimismo dei cittadini riflette questa realtà. Quasi l’80% degli europei ritiene che la prossima generazione vivrà peggio dei propri genitori, mentre circa due terzi considera ormai tramontati gli anni migliori. E la frustrazione sta già scendendo in strada. Dalla Spagna al Belgio, dall’Italia al Portogallo, fino alla Francia, il costo della vita, i salari insufficienti e l'emergenza abitativa alimentano proteste sempre più dure. In Francia, le violenze del 17 ottobre hanno provocato circa 2.700 arresti, migliaia di esercizi commerciali colpiti e centinaia di agenti feriti.

Episodi che non possono essere liquidati soltanto come un problema di ordine pubblico: dietro la rabbia esplode una crisi sociale che le istituzioni faticano a contenere. La vera emergenza europea è il fallimento della promessa di progresso. Un continente che non garantisce ai giovani una casa accessibile, un lavoro dignitoso e la possibilità di riscaldarsi senza sacrificare altre necessità fondamentali sta erodendo le basi del proprio patto sociale. E mentre Bruxelles continua a parlare di competitività, transizione e sicurezza, una domanda si fa sempre più pressante: quale futuro può offrire un sistema nel quale ogni nuova generazione rischia di perdere ciò che quella precedente aveva conquistato?

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Meloni contro la magistratura: la mezzanotte della democrazia

 

di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

 

In attesa che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intervenga sull’inammissibile ingerenza del capo di governo nell’attività della magistratura, dovremmo iniziare a chiederci quanti secondi mancano alla fine della (malconcia) democrazia italiana. 

Come sanno tutti – ma evidentemente sfugge a Giorgia Meloni – la moderna democrazia si fonda sul principio sulla separazione dei poteri, sullo stato di diritto e sulla libertà di stampa.  

In questo momento, tutti e tre i principi stanno venendo calpestati. Il presidente del Consiglio, in un video di 49 secondi pubblicato su X, afferma: 

“Lo dico senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del GIP di Milano di non convalidare l’arresto di Yuossef Siher, accusato di essere il gestore della pagina Telegram “Movimento 17 Ottobre”, la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano. Penso che questa sia una mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’Ordine, degli inquirenti, del Ministero degli Interni e in generale di tutti coloro che si adoperano per difendere la gente per bene dal rischio di vedere devastate le proprie città, i propri esercizi commerciali. Davvero non so come possa uno stato no-r-ma-le (enfatizza N.d.A) difendere le persone per bene, di fronte a queste decisioni di certa magistratura”. 

Per prima cosa, in base a quanto emerge dalle indagini, il canale del movimento è stato creato la sera di domenica 18 ottobre, il giorno successivo alle rivolte di Milano. Siamo nel campo dell’assurdo. 

Ma ciò è nulla delle ben più gravi conseguenze delle affermazioni di Meloni che: 

  • Mette mediaticamente alla gogna un magistrato. 
  • Nelle vesti di capo dell’esecutivo, interferisce a gamba tesa nelle decisioni dei giudici. 
  • Intimidisce i magistrati e ne indebolisce l’indipendenza.
  • Apre un conflitto istituzionale. 

Il principio di separazioni dei poteri, teorizzato nel 1748 da Charles L. de Motesquieu ne “Lo spirito delle Leggi” , sta alla base del pensiero liberale e della moderna democrazia. Il potere assoluto viene segmentato e assegnato a tre organi differenti e autonomi. Come si impara alle medie, ma probabilmente occorre ripetere, al parlamento spetta il potere legislativo, al governo il potere esecutivo e alla magistratura il potere giudiziario. 

L’indipendenza dei tre organi costituisce sia una garanzia che un limite. Se un potere interferisce con gli altri poteri, viene meno l’impalcatura della democrazia e si cade rovinosamente verso l’assolutismo. 

Siamo in questa situazione e francamente non è neanche una sorpresa. Il governo di Meloni aveva già tentato di mettere le briglia alla magistratura con la riforma Nordio. Un referendum costituzionale ha impedito che ciò accadesse. 

La  magistratura ha reagito con veemenza le parole della Meloni, definendole inaccettabili. 

I giudici di Milano hanno protestato duramente contro l’ingerenza del capo dell’esecutivo e i condizionamenti esterni, in difesa della terzietà e dell’autonomia dei magistrati: 

“Le dichiarazioni di alcuni esponenti politici di rilievo, ricoprenti anche cariche istituzionali, rilasciate all’esito della decisione della giudice del tribunale di Milano sono irricevibili ed evidenziano una scarsa conoscenza reale o mascherata degli istituti giuridici di uno Stato di diritto“, si legge in una nota congiunta della presidenza del tribunale di Milano e della Sezione Gip-Gup, a firma Fabio Roia e Vincenza Maccora.

La giunta esecutiva dell’ANM definisce quello di Meloni un “attacco scomposto” alla decisione di un magistrato, la cui delegittimazione da parte “delle più alte cariche dello Stato”  è definito un “esercizio di intimidazione che non dovrebbe appartenere a uno Stato di diritto. Un esercizio insopportabile". 

"Autonomia e indipendenza della magistratura sono due capisaldi della democrazia - sottolinea l'Anm - in cui i magistrati non possono essere il nemico da additare in ogni circostanza all'interno del dibattito pubblico. Questo comportamento arreca un danno alla credibilità delle istituzioni", ribadisce il comunicato .

La “scompostezza” di Giorgia Meloni va letta sia in prospettiva dell’imminente campagna elettorale, che si combatterà fino all’ultimo sangue, come si vede dai pròdomi, sia perché la decisione del Gip Tiziana Landoni smonta l’impalcatura accusatoria che ha portato la procura di Milano a disporre arresto e carcere cautelare per Siher. 

In base a quanto riporta il Corriere, per il giudice preliminare “non soltanto non ci sono esigenze cautelari per trattenere in custodia cautelare” il giovane trentenne – definito da alcuni giornalisti addirittura l’”intelligence” di una cellula terroristica” – ma “ancor prima e a monte  non c’erano fondate ragioni giuridiche per fermarlo sabato notte dopo una giornata in Questura e portarlo a San Vittore, perché le sue condotte, con la creazione e l’amministrazione di un canale Telegram con 11.000 iscritti e di una pagina Instagram giunta a 50.000 iscritti, non sono incasellabili nelle fattispecie penali di «istigazione a delinquere» aggravata dalla «finalità di terrorismo», e nemmeno di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche» tipizzata come nuovo e autonomo reato dall’ultimo decreto legge del governo Meloni proprio dopo i saccheggi nel centro di Milano”. 

Se ne deduce che un giovane è stato arrestato, portato in carcere e sbattuto come mostro in prima pagina solo per la congiuntura di quattro fattori: 

  • La creazione di una pagina social di un nascente movimento politico; 
  • Le origini dei genitori; 
  • La fede islamica; 
  • L’attivismo in difesa della Palestina. 

Nessuno di questi è evidentemente un reato, pertanto – da quanto emerge – il suo arresto ci porta fuori dallo Stato di Diritto. Tanto più che uno dei principi cardine dell’ordinamento giuridico è stato platealmente calpestato: la presunzione di innocenza. 

Anche qui occorre ricordare che il principio di presunzione di innocenza è definito dall’articolo 27 della Costituzione che recita: L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. 

I giornalisti lo sanno bene, poiché se non lo rispettano, definendo un imputato come criminale prima della sentenza definitiva, si beccano una querela. 

La stampa non si è limitata ad ignorare la presunzione di innocenza, ma ha costruito dal nulla un profilo criminale di Siher e di sua moglie, presentandolo come un nuovo “cattivo maestro”. I giornalisti non hanno semplicemente sbattuto il mostro in prima pagina, ma hanno ricreato un “clima da anni di piombo”, senza lotta armata, senza gruppi rivoluzionari e senza bombe. Ciò è evidentemente in linea con una nuova strategia della tensione volta a legittimare la repressione, la limitazione delle libertà politiche e di espressione. 

Se il Viminale ha usato il pugno duro, i giornalisti maistream sono diventati una vera e propria avanguardia dello stato di polizia e del partito trasversale della guerra, il cui obiettivo è mettere a tacere ogni voce critica attraverso la criminalizzazione dell’opposizione. 

In un paese democratico le massime cariche dello Stato rispettano la separazione dei poteri, sono garanti dello stato di diritto e la stampa è libera, ovvero non risponde agli ordini del potere politico, economico, militare o di polizia. 

Le vicende delle ultime settimane ci segnalano che siamo a pochi secondi dalla mezzanotte della democrazia. 

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La sicurezza globale in un mondo multipolare e post-americano (di Pino Arlacchi)

 

di Pino Arlacchi - 28 ottobre 2026

 

Negli ultimi decenni si sono affermate due concezioni della sicurezza globale. La prima si incarna nella potenza militare americana, che pretende di garantire la sicurezza su scala planetaria attraverso una macchina bellica senza precedenti nella storia. La seconda risiede nella “potenza civile” del resto del mondo, fondata su accordi politici e commerciali, aiuti economici, promozione dello sviluppo e missioni multilaterali di pace.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i governi e i media occidentali hanno creduto di agire a nome del mondo intero nell’ingaggiare uno scontro estremo con la Russia per difendere regole di sicurezza e di giustizia internazionale condivise dall’intero pianeta.

Purtroppo il resto del mondo non la pensava così. I fatti hanno dimostrato che ad essere isolato era il blocco euro-americano, non la Russia. Dopo aver condannato all’ONU la violazione della sovranità ucraina, quasi il 90 per cento degli Stati membri si è rifiutato di schierarsi con la NATO in una crociata antirussa.

A inquadrare la questione in termini apocalittici, come una lotta tra valori supremi e tra civiltà e caos, sono rimasti soltanto i paesi dell’Alleanza atlantica e pochi altri.

Al di fuori dei membri della NATO e dei partner tradizionali dell’America in Asia orientale, nessun paese ha accettato di inviare armi e aiuti militari all’Ucraina o di imporre sanzioni alla Russia. Mi riferisco alle nazioni dell’Africa, dell’America centrale e meridionale, dell’Asia centrale e meridionale. Come hanno osservato sconsolati Gfoeller e Rundell su Newsweek, l’87 per cento della popolazione mondiale si è rifiutato di seguirci (15 settembre 2022).

Fin dall’inizio, la guerra in corso è stata presentata come una vicenda che coinvolgeva solo tre attori: l’Occidente atlantico, la Russia e l’Ucraina. Il resto del mondo è rimasto a guardare, e perfino paesi satelliti degli Stati Uniti hanno respinto le pressioni di Biden per punire la Russia.

Quando tutti i principali Stati non europei, Giappone escluso, dal Messico all’Indonesia, dal Pakistan all’India, dal Brasile al Sudafrica, e persino Israele e l’Arabia Saudita, prendono le distanze dallo Zio Sam, vuol dire che nelle relazioni internazionali qualcosa di fondamentale è cambiato. E vuol dire anche che mancano gli elementi per sostenere che sia in corso una nuova Guerra fredda o una terza guerra mondiale.

Lo scontro tra la NATO e la Russia non si è esteso perché fuori dall’Occidente questo conflitto viene considerato una questione sub-regionale come tante altre, da affrontare con gli strumenti consueti del cessate il fuoco, del negoziato e degli accordi di pace.

Il mondo è multipolare da più di trent’anni, dal 1989. Ogni polo, ogni potenza grande o piccola, tende a seguire la traiettoria dei propri interessi, dettati in parte dai bisogni della propria popolazione. I sondaggi globali ci dicono che l’ultima cosa a cui pensano i cittadini del pianeta è finanziare una corsa agli armamenti a scapito della lotta alla povertà e della ricerca della prosperità.

Il tentativo di dividere di nuovo il mondo in due campi, questa volta le democrazie liberali filoamericane contro le tirannie filocinesi e filorusse, è un’operazione politica destinata al fallimento.

Lo è anzitutto per lo spostamento degli equilibri del potere mondiale. Gli Stati Uniti rappresentano appena il 4,2 per cento della popolazione mondiale e solo il 16 per cento del PIL globale, contro il 50 per cento del 1950. Il PIL dei BRICS (Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica) supera ormai quello del G7. La popolazione del G7 è appena il 6 per cento di quella mondiale, contro il 41 per cento dei BRICS. Secondo i dati 2022 del Fondo monetario internazionale, i paesi “emergenti e in via di sviluppo” producono oggi il 58 per cento del PIL mondiale misurato a parità di potere d’acquisto, contro il 30 per cento dei paesi del G7.

Nell’ottobre 2022 l’Università di Cambridge ha pubblicato uno studio sugli atteggiamenti dell’opinione pubblica mondiale verso le grandi potenze: Cina, Russia e Stati Uniti. Lo studio è viziato da un pregiudizio, perché adotta lo schema di un Occidente liberale filoamericano contrapposto a un resto del mondo illiberale. Rivela tuttavia una netta preferenza per Cina e Russia tra i cittadini dei 137 paesi “illiberali”: il 70 per cento, cioè 6,3 miliardi di persone, ha un’opinione favorevole della Cina, e il 66 per cento della Russia.

Nelle cosiddette “democrazie liberali”, invece, il 75 per cento, ovvero 1,2 miliardi di individui, ha un’opinione sfavorevole della Cina, e l’84 per cento della Russia. Il rapporto è di cinque a uno a favore di Russia e Cina.

Stiamo assistendo alla fine dell’egemonia globale degli Stati Uniti, perché un mondo multipolare è già una realtà. Le nazioni non occidentali vedono in un sistema multilaterale imperniato sulle Nazioni Unite la sede più adatta a promuovere la pace e la prosperità nel mondo.

Il nuovo multipolarismo deve fronteggiare sfide inedite come la sicurezza ambientale, ma sono le minacce di lunga data a destare le preoccupazioni più urgenti. Il disarmo e la non proliferazione sono questioni cruciali da affrontare, ed è indispensabile una nuova governance globale dotata di regole e meccanismi decisionali più solidi di quelli attuali.

Per fortuna, l’arena principale della governance globale non è più quella di settant’anni fa. Non abbiamo più soltanto le istituzioni di Bretton Woods e i loro derivati. Il panorama si è arricchito con la nascita, nell’orbita dei BRICS, di un polo dell’aiuto internazionale più trasparente e cooperativo, formato dalle due nuove banche di sviluppo: la Nuova Banca di Sviluppo e la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture.

Sul piano delle organizzazioni multilaterali, accanto ai BRICS sono cresciuti in misura significativa organismi regionali e sub-regionali come l’ASEAN. In campo militare ed economico, lo sviluppo più rilevante è l’allargamento dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), che riunisce diverse nazioni eurasiatiche in una cooperazione tanto militare quanto economica.

Non si può trascurare, poi, l’ambizioso progetto cinese della Nuova Via della Seta, che mira a rafforzare la connettività fisica e politica dell’Eurasia. La sua integrazione con l’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia sta accelerando rapidamente l’integrazione del continente.

Questo multipolarismo concreto ha incrinato il predominio delle istituzioni di Bretton Woods e sta aprendo la strada a un ordine mondiale più stabile e pacifico. Un ordine capace di autoregolarsi, che ha messo in luce quanto l’egemonia globale americana sia ormai superflua e dannosa.

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Il "sondaggio scandinavo": l'Europa nel panico cerca scappatoie sulla pelle di Kiev

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

28 ottobre. L'argomento del giorno (a rigor di termini: della giornata passata; ma i suoi sviluppi si attendono in un futuro prossimo) è stata la telefonata di martedì pomeriggio del presidente finlandese Alexander Stubb e del primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre al Cremlino, definita dalle parti “aperta e concreta”. I commenti in merito, per ora, sono abbastanza laconici e affidati per lo più agli organi di stampa, mentre il tono generale è quello di una sorta di “pre-allarme”, costituito appunto dalla richiesta di conversazione finno-norvegese, per le sorti delle strategie belliciste del fu “giardino fiorito” europeista. Così, per esempio, su PolitNavigator, l'osservatore Nikolaj Anfalov, esordisce con «Ebbene, è successo. Sembra che fossero davvero fondate le voci diffuse dai media europei sulla frenetica ricerca, da parte del "kolkhoz europeo", di negoziatori disposti a intavolare trattative con il Cremlino». Ecco quindi che i due, Stubb e Støre, hanno telefonato a Putin per discutere della "de-escalation del conflitto ucraino". Pare che dopo aver parlato con Putin, i due avrebbero chiamato anche Zelenskij; ma, da Kiev, nessuna reazione di rilievo. Il quotidiano finlandese Ilta-Sanomat scrive che la scelta di Stubb e Støre quali soggetti del colloquio con Putin «non è casuale: Stubb ha tenuto a precisare che entrambi hanno preso parte alla telefonata in qualità di leader dei rispettivi paesi e non come rappresentanti dell'Europa. Tuttavia, ciò non elimina il fatto che i due si siano presentati in primo luogo come inviati europei... la partecipazione di Stubb e Støre potrebbe indicare che la situazione sia peggiore di quanto qualcuno in Occidente osi ammettere». Anche la liberal-europeista giornalista russa Julija Latynina osserva che la telefonata costituisce la prova del deterioramento della situazione delle Forze armate ucraine e della situazione economica ucraina. Per molti anni, dice Latynina, l'Europa si è rifiutata di dialogare con Putin e se ora, per qualsiasi motivo, decide di parlare con la Russia, significa che la situazione è cambiata radicalmente. Con preoccupazione bellicista, il britannico The Telegraph scrive che la telefonata dei due scandinavi divide le file degli alleati di Kiev. E però, dice ancora Latynina, Stubb e Støre non hanno offerto a Putin nulla di accettabile per Moskva: «è seria questa conversazione, considerando che se la Russia non avesse avuto il sopravvento sul campo di battaglia e l'Europa non avesse percepito che il suo cliente, l'Ucraina, è prossima alla fine, difficilmente l'Europa avrebbe chiamato? ... coloro che si sono rifiutati di offrire alla Russia un cessate il fuoco quando si trovava in una situazione ben peggiore, ora pretendono che la Russia fermi il conflitto e perda una guerra che sta vincendo».

Più prosaicamente, ancora Anfalov nota che, probabilmente, non c'è una svolta decisiva nei negoziati, ma solo un primo cauto test delle posizioni delle parti per determinare i limiti di possibili concessioni; una sorta di ricognizione in vista delle consultazioni di Abu Dhabi, a cui gli europei non sono invitati. In altre parole, obiettivo dell'Europa non è quella di continuare la guerra fine a se stessa, ma di prolungarla per ottenere una posizione negoziale più forte. L'Europa ha bisogno della pace perché non può più permettersi la guerra finanziariamente, afferma Anfalov, ma non ha bisogno di una pace qualsiasi, bensì di una pace che non possa essere presentata dai media come una vittoria russa. La telefonata di ieri può dunque esser vista come l'inizio di una ricerca da parte europea di una formula accettabile per porre fine alla guerra, una formula in cui le concessioni concrete alla Russia possano essere conciliate con l'affermazione politica che la Russia non ha raggiunto i suoi obiettivi. Di più, dice Anfalov: «L'Europa non cerca semplicemente una pace che non possa essere presentata come una vittoria russa. Cerca una pace che non costringa le élite europee a riconoscere l'errore delle proprie politiche degli ultimi quattro anni e a riconsiderare l'intero assetto politico costruito attorno al confronto con la Russia. Si tratta di un compito ben più serio del semplice ammettere l'effettiva sconfitta della UE in Ucraina». Qui entrano in campo i soggetti della telefonata. Lo scorso 20 ottobre si erano incontrati a Oslo Stubb, Støre, Zelenskij, Witkoff e Kouchner, dopo di che Witkoff si era incontrato a Piter con Putin. Ora, il 27 ottobre, gli stessi Stubb e Støre parlano con Putin: emerge una sequenza: discussione delle proposte con Kiev e gli americani, trasmissione delle proposte a Moskva tramite Witkoff, sondaggi diretti europei su Putin e riscontro con Zelenskij. Ma, perché scegliere Stubb, che non decide nulla, non può garantire nulla, non può promettere la revoca delle sanzioni europee, un cambiamento nella strategia UE, né il consenso di Germania, Francia e altri attori? Proprio i poteri limitati di Stubb potrebbero rappresentare il principale vantaggio agli occhi di Bruxelles, che lo ha inviato: è abbastanza vicino al processo negoziale da essere preso sul serio e, al tempo stesso, non è abbastanza influente perché le sue parole diventino automaticamente vincolanti per tutta l'Europa. Se il dialogo si rivelasse infruttuoso, le principali capitali europee potrebbero liquidare la questione con la coscienza pulita, dichiarando: "Non siamo stati noi, non c'entriamo nulla". Se invece si profilasse la prospettiva di un'intesa, vi si aggrapperebbero, ampliando gradualmente il formato e coinvolgendo partecipanti più influenti. La prova di tale ipotesi è data dalle parole della premier danese Mette Frederiksen, che si è detta «molto scettica riguardo all'iniziativa indipendente di Norvegia e Finlandia. Non è stata coordinata con nessuno di noi. Non capisco davvero cosa questi due paesi pensino di poter ottenere in questo modo...  quando altri viaggiano da soli, ad esempio a Mosca, è importante che noi europei viaggiamo insieme». Ciò indica che Stubb non è autorizzato a concludere alcun accordo, ma può scoprire se esista un accordo che altri sarebbero disposti a stipulare.

In ogni caso, osserva il presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali Dmitrij Trenin, un accordo provvisorio tra USA e Europa sull'Ucraina, prima della denazificazione e della smilitarizzazione dell'Ucraina, prima che siano raggiunti gli obiettivi dell'Operazione speciale e il principale dei quali riguarda la natura del regime di Kiev, l'aspetto che avrà l'Ucraina in futuro, un tale accordo non solo sarebbe privo di significato, ma rappresenterebbe di fatto una sconfitta per la Russia. La lotta «continuerà finché non riusciremo a instaurare un ordine globale che ci permetta di sentirci relativamente sicuri e non dovremo più presumere che l'Occidente possa riprendere la sua offensiva contro di noi in qualsiasi momento».

D'altronde, nelle stesse ore della telefonata Stubb-Støre, il ministro della guerra britannico Wes Streeting ribadiva che l'esercito di sua maestà deve essere pronto a uno scontro diretto con la Russia entro 1.000 giorni: il periodo indicato a più riprese dalla NATO. Ma, ovviamente, ha assicurato che Londra «sosterrà incondizionatamente i nostri amici in Ucraina nella loro lotta per la libertà». A Londra la chiamano “lotta per la libertà”. Il politologo americanista tedesco Jonas Tögel, invece, meno poeticamente, chiama in causa una delle principali multinazionali mondiali, interessata a continuare la guerra in Ucraina: la BlackRock, che detiene un patrimonio di 14 trilioni di dollari e per la quale l'Ucraina rappresenta un ottimo affare, non solo per gli introiti dalle forniture militari, ma anche per le prospettive future quando il paese inizierà a essere ricostruito. BlackRock, conferma Tögel, ha investito in Ucraina 800 miliardi di dollari e allora «sorge una domanda: l'Ucraina combatte per la democrazia, oppure si tratta di un insieme di enormi interessi finanziari e capitali che si sta cercando di proteggere e incrementare?». Come quelli, ad esempio, di Rheinmetall, che nella prima metà del 2026 ha incrementato il proprio fatturato del 39%, raggiungendo i 5,2 miliardi di euro; o come quelli delle azioni dell'industria di guerra euro-atlantica, in generale, in continuo rialzo.

Così che mentre il governo post-fascista italiano annuncia che non farà un passo indietro sul sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e il ministro della guerra Guido Crosetto ribadisce pomposamente che «L’aiuto all’Ucraina non va a una terza nazione, ma innanzitutto al nostro futuro, alla nostra sicurezza», con ciò confermando la strada della sottrazione di centinaia di milioni di euro (senza contare le forniture militari vere e proprie, i cui dati non vengono resi pubblici) alle necessità vitali delle masse e dei lavoratori italiani per destinarli ai profitti dei ras di Kiev, proprio dalla capitale ucraina, l'ex “regina del gas”, nonché “martire” europeista del “dispotismo filo-russo”, Julija Timošenko, rompe le uova nel paniere e denuncia alla Rada come la Banca nazionale d'Ucraina partecipi al furto del bilancio e, nel corso di cinque anni di guerra, abbia contribuito al riciclaggio di quasi mezzo trilione di grivne. Al quinto anno di guerra, ha detto la ex primo ministro, in Ucraina «continuano a essere perpetrate operazioni di corruzione su larga scala attraverso la Banca nazionale. Ogni anno, dai 100 ai 170 miliardi di grivne in valuta reale, pagate dai cittadini in tasse, vengono trasferite dal bilancio alla Banca nazionale. A quale scopo? Perché prende in prestito denaro dalle banche commerciali, invece di lasciare che siano le banche commerciali a finanziare l'economia... il bilancio per il 2027 ha stanziato di nuovo 120 miliardi di grivne in contanti per queste operazioni. Pensateci: in cinque anni di guerra, 483 miliardi di grivne di fondi di bilancio sono stati riciclati attraverso le banche commerciali. Ovvero 12 miliardi di dollari!... Con questi soldi avremmo potuto armarci, comprare le nostre armi, acquistare tutti i droni prodotti dai nostri impianti e non avviare importazioni su larga scala».

Ne avrebbe però risentito l'industria di guerra euroatlantista, si potrebbe umilmente obiettare, con ciò commettendo un grave reato di “leso profitto privato”. D'altronde, nessun pericolo che tali profitti abbiano a ridursi. La UE pianifica di intensificare la guerra con la Russia attraverso i propri satelliti, dice il politologo Semën Uralov: una piazzaforte è data da Paesi baltici e Polonia, per la posizione strategica rispetto alla regione di Kaliningrad e alla Bielorussia. La seconda testa di ponte è la Transcaucasia, che significa la possibilità di una guerra simultanea contro Russia e Iran: qui, gli interessi di Europa e USA coincidono. Il terzo punto d'appoggio strategico, dice Uralov, è quello che viene chiamato Kazakhstan e Asia centrale, anche se là è ancora un vantaggio per Moskva che il Kazakhstan non abbia vicini come Polonia o Romania, attraverso cui condurre attività sovversive. 

La guerra è rimasta l'unica speranza del profitto capitalista e a quella si aggrappano i suoi corifei, governativi e mediatici.

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L'Assemblea ONU vota contro il bloqueo. L'Italia si astiene

L’Assemblea Generale dell’Onu ha detto un ennesimo, sonoro "basta" al blocco economico e finanziario imposto da Washington a L’Avana. Il risultato è netto: 130 voti a favore, 17 contro e 25 astenuti. Nonostante i numeri schiaccianti per fermare il blocco, gli USA hanno giocato la solita carta dei ricatti e della sottomissione. Pressioni mai viste, intimidazioni diplomatiche, telefonate dirette ai capi di Stato. Il segretario di Stato Usa Marco Rubio non si è limitato a chiedere favori, ha imposto la linea. E così, accanto ai soliti Stati Uniti e Israele, abbiamo visto allinearsi paesi che fino a ieri giuravano sulla propria indipendenza. Compresi i sovranisti di cartone nostrani.

Tra quelle 25 astensioni c'è infatti il governo guidato da Giorgia Meloni. Una scelta che non può essere letta come prudenza diplomatica o realismo politico. È servilismo puro. È la fotografia di un Paese che ha abdicato alla propria sovranità, piegando la schiena di fronte al diktat della Casa Bianca pur di non scontentare il padrone di turno. 

La inmensa mayoría de los Estados miembros de la ONU mantendrán su respaldo a la resolución. La comunidad internacional tiene conciencia sobre la naturaleza criminal del bloqueo. Está al tanto del cruel y sostenido reforzamiento de este año. Conoce la aplicación de las sanciones secundarias, y del uso de la intimidación para prohibir a gobiernos y empresarios de cualquier parte del mundo a comerciar y relacionarse con Cuba. La comunidad internacional comprende el impacto del bloqueo energético y del daño que provoca a la población y la economía. Rechaza política y moralmente que se pretenda asfixiar a una población entera por vía del hambre, la miseria y la desesperación. En casi todas las sociedades, se condena el castigo colectivo y los intentos genocidas de provocar una crisis humanitaria. Se ha difundido bastante, incluso en Estados Unidos, el impacto humanitario de esta guerra económica. #CubaNoEsUnaAmenaza El Bloqueo Sí

— Bruno Rodríguez P (@BrunoRguezP) October 21, 2026

Con l’astensione di fronte a un crimine riconosciuto da 130 nazioni, l’Italia non sta solo voltando le spalle a Cuba. Sta umiliando ogni singolo cittadino italiano. Dimostra che la nostra politica estera non vale nulla, che siamo un vassallo incapace di dire un "no" a un embargo che affama donne e bambini. 

Mentre il mondo vota per la dignità di un popolo, l’esecutivo ‘sovranista’ sceglie l'ignavia. E i cittadini italiani sono costretti a incassare l'ennesima prova di una subordinazione che non ha più nulla a che fare con la diplomazia. Ha solo il sapore della vergogna e della sottomissione. 

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Così Bolsonaro è sparito nel nulla: targa diplomatica, pista riservata e il volo verso gli USA


di Fabrizio Verde

 

Ha perso le elezioni, aveva il divieto di espatrio e un'incriminazione per riciclaggio, corruzione e finanziamento estero alle campagne elettorali che gli pendeva sulla testa. Così il neoliberista di estrema destra Flávio Bolsonaro ha scelto la via della latitanza. Martedì notte ha attraversato il confine tra Brasile e Argentina, saltando su un jet privato e mettendosi alle spalle le autorità di Brasilia. Una fuga rocambolesca che sa di accordo politico ai massimi livelli e che ha già fatto esplodere un caso diplomatico internazionale.

Il copione della fuga si è consumato al confine tra Foz do Iguaçu e Puerto Iguazú. Alle 22:50 di martedì, una camionetta bianca ha varcato il Ponte Internazionale Tancredo Neves. A scortarla, un veicolo della polizia di sicurezza aeroportuale argentina. A bordo, Flávio Bolsonaro, la moglie Fernanda e le due figlie. Quaranta minuti dopo, il gruppo era già a bordo di un Gulfstream G400, pronto a decollare alla volta di Guayaquil, in Ecuador, per poi fare scalo tecnico e puntare dritto su Miami. 

Il velivolo ha sorvolato Paraguay, Bolivia e Perù, tenendosi accuratamente alla larga dai cieli brasiliani per evitare qualsiasi intercettazione. Il dettaglio che fa più discutere, però, è il mezzo scelto per sparire nel nulla. Il jet, marchiato LV-JQW, appartiene alla società Baires Fly. Un nome che in Argentina fa subito scandalo: la compagnia è legata a Sergio Daniel Mastropietro, finito nel mirino della giustizia per il caso delle fatture false legato all'Agenzia Nazionale per la Disabilità, un'inchiesta che ha già coinvolto pesantemente l'entourage del presidente neoliberista Javier Milei. 

Come ha fatto un latitante a muoversi con tale disinvoltura? I dettagli raccontano di una complicità istituzionale difficile da negare. Bolsonaro non ha fatto la fila al controllo passaporti. È arrivato in aeroporto a bordo di un furgone con targa diplomatica argentina, entrando direttamente in pista. Un trattamento di favore impensabile senza il via libera della Casa Rosada. Anzi, la presenza di agenti dei servizi segreti argentini, la SIDE, all'aeroporto di Iguazú già dal lunedì faceva presagire l'operazione. Il consolato argentino a Brasilia è rimasto aperto tutta la notte, nel caso in cui il senatore avesse deciso di chiedere asilo politico, prima di optare per il volo privato messo a disposizione da Willer Tomaz, imprenditore a sua volta indagato per riciclaggio in affari con Bolsonaro.

Dall'altra parte dell'emisfero, la porta d'ingresso era già stata spalancata. L'amministrazione Trump, con il segretario di Stato Marco Rubio in prima linea nell'organizzazione logistica, ha garantito asilo e visti. Trump ha persino confermato la notizia ai microfoni di Folha de Sao Paulo, lasciando cadere una frase che suona come una sentenza politica: «Sì, li riceveremo. Sono brava gente». Nello stesso frangente, il presidente statunitense ha dovuto incassare la vittoria del rivale, ammettendo a denti stretti che «le elezioni sono state orribili, ma il risultato è vero». L'obiettivo di Washington è chiaro: usare Miami come base per far guidare a Bolsonaro l'opposizione anti-Lula.

Mentre i media globali davano già il senatore brasiliano negli Stati Uniti, una troupe dell'emittente argentina C5N è rimasta accampata sulla pista di Iguazú. Hanno visto il jet restare lì, in attesa, dopo che i passeggeri non si erano presentati per la partenza inizialmente prevista. Hanno visto il latitante arrivare. E hanno raccontato la verità, smontando in diretta la versione ufficiale. 

Perché la Direzione Nazionale delle Migrazioni argentina ha provato a giustificare l'accaduto con un comunicato notturno, sostenendo che la famiglia Bolsonaro era entrata «con documentazione valida e senza impedimenti legali». Una scusa maldestra, buona solo per cercare di salvare le apparenze di fronte a un alleato politico in fuga dalla giustizia. Tutti sapevano che Bolsonaro era un ricercato. Non c'era alcun motivo legale per farlo entrare in Argentina, né per lasciarlo ripartire verso gli Stati Uniti.

Le conseguenze diplomatiche sono notevoli. I rapporti tra Brasilia e Buenos Aires erano già ridotti ai minimi termini dopo che Lula aveva richiamato l'ambasciatore Julio Bitelli per gli insulti di Milei, che lo aveva definito «ladro e comunista». Ora, l'ospitalità offerta a un latitante brasiliano rischia di rompere definitivamente ogni canale di dialogo.

In Brasile, la reazione è un misto di rabbia e sconcerto. La destra anti-Lula perde il suo uomo di punta, che solo pochi giorni prima aveva giurato di non scappare e di consegnare i passaporti per difendersi in tribunale. Invece, Flávio Bolsonaro ha scelto la via dell'esilio dorato. Ma l'immagine che resta, agli occhi dell'opinione pubblica brasiliana, non è quella di un leader in esilio per ideali. È quella di un politico che è semplicemente scappato, lasciando dietro di sé solo il tanfo di una grande codardia.

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Consigliere di Putin: "l'UE non sarà invitata ai colloqui di pace"

 

Il principale consigliere del presidente russo, Yuri Ushakov, ha affermato questo 28 ottobre che l'Unione Europea non parteciperà ai colloqui sul conflitto in Ucraina. “Abbiamo concordato che riprenderanno i colloqui tripartiti con la partecipazione di rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti”, ha affermato Ushakov riferendosi alla telefonata avuta dal presidente Vladimir Putin con il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store e il capo del governo finlandese Alexander Stubb.

«Possono entrare se comprano i biglietti, ma nessuno ha intenzione di invitarli al tavolo dei negoziati», ha commentato il funzionario russo riguardo a una possibile partecipazione europea al processo. Ushakov non ha nemmeno confermato le dichiarazioni del leader del regime ucraino, Vladimir Zelenski, riguardo allo svolgimento di tali colloqui ad Abu Dhabi il 10 novembre. Secondo il consigliere presidenziale russo, la data esatta sarà resa nota a breve.

I colloqui tra Russia e Stati Uniti procedono per una soluzione del conflitto in Ucraina. Il Cremlino recentemente non ha escluso la possibilità di un vertice a tre con Putin, Trump e Xi Jinping al prossimo vertice Asean. Rimangono come sabotatori della pace l'UE e la Nato che hanno investito tutto il loro futuro sulla guerra ad oltranza "fino all'ultimo ucraino". Oltre chiaramente il leader del regime decadente di Kiev che senza guerra perderebbe il posto di potere dopo pochi minuti e dovrebbe rispondere penalmente dell'utilizzo fraudolento dei miliardi di euro che i cittadini europei hanno elargito in questi anni. 

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Yussef è libero. E adesso che si inventeranno?

 

La giudice per le indagini preliminari (gip) Tiziana Landoni ha rigettato la richiesta della Procura di Milano nei confronti di Youssef Siher, disponendone l'immediata scarcerazione. Il ricercatore e attivista trentenne, considerato dagli inquirenti la "mente" social del "Movimento 17 ottobre", era stato fermato con le pesanti accuse di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata a seguito degli scontri avvenuti a Milano.

La decisione della gip ha ribaltato le richieste della Procura sulla base di elementi precisi:

- Mancanza di gravi indizi: Il gip ha stabilito che non sussistevano i presupposti legali e i gravi indizi di colpevolezza necessari per convalidare il fermo dell'attivista.
- Assenza di esigenze cautelari: È stata respinta la richiesta dei pubblici ministeri di applicare la misura della custodia cautelare in carcere, escludendo pericoli come la fuga o la reiterazione del reato.
- La posizione della difesa: Gli avvocati difensori hanno sempre sostenuto l'assenza di reati nelle condotte del giovane, definendo le prove della Procura "fragilissimi" elementi legati alla sola espressione di opinioni e attività sui canali social. Durante l'interrogatorio di garanzia, Siher si era avvalso della facoltà di non rispondere.

Youssef Siher è dunque tornato in totale libertà

Ve lo avevamo detto fin dall'inizio

 

Yussef è libero. Hanno sbattuto il "mostro islamico italiano di seconda generazione"  in prima pagina, hanno violato ogni suo diritto con un impianto accusatorio totalmente inconsistente. Ma la propaganda atta a giustificare i vari decreti sicurezza e il decreto antisemitismo si è rivelata un boomerang.

Questo esito è sicuramente positivo e si spera che possa costruire un precedente. Ma adesso che si inventeranno?

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Le proteste francesi viste dall'interno (di Yuri Emanuele Di Fiore)

 

di Yuri Emanuele Di Fiore*

Le mobilitazioni che hanno riempito le strade della Francia nelle ultime settimane, sono in molti casi degenerate in violenti scontri, generando reazioni contrapposte fra la popolazione. La strumentalizzazione operata dalle varie realtà politiche e mediatiche ha poi contribuito a polarizzare ulteriormente la già divisa opinione pubblica.

Le proteste si sono poi estese coinvolgendo anche differenti città Italiane e, per quanto si tratti di dinamiche differenti, in primo luogo per le dimensioni delle mobilitazioni, è possibile osservare alcuni importanti aspetti comuni.

Le motivazioni dichiarate

In entrambi i Paesi non è difficile riscontrare ragioni che giustifichino il malcontento popolare e, per quanto le problematiche si presentino in scale e proporzioni diverse, derivano in larga misura da cause condivise.

I risultati di decenni di politiche ultra-liberiste e di austerità, caratterizzate dai tagli allo Stato sociale (sanità, pensioni, istruzione, ecc.) ampiamente sostenuti dall’Unione Europea, hanno provocato un netto e costante peggioramento del benessere e della qualità della vita delle rispettive popolazioni. Questa tendenza ha poi subito una forte accelerazione negli ultimi anni, con l’investimento di centinaia di miliardi per finanziare le politiche militariste decise a Bruxelles e ogni giorno più invise alle popolazioni. Negli ultimi 5 anni infatti, la spesa militare dell’UE è più che raddoppiata, passando da circa 214 mld del 2021 a 450 mld nel 2026 (dato provvisorio) e prevista in ulteriore aumento per gli anni a venire. https://eda.europa.eu/publications-and-data/defence-data

L’esistenza di una reazione popolare a questi processi è quindi sicuramente una nota positiva, ma non può prescindere dal soffermarsi nel merito di ciò che è accaduto durante le mobilitazioni.

La polarizzazione del dibattito

La tendenza allo schierarsi in maniera ideologica su un fronte piuttosto che sull’altro fa si che le posizioni si irrigidiscano e incontrino difficoltà all’analizzare gli eventi nel loro insieme. In questo contesto polarizzato, una parte tende a condannare le proteste nel loro insieme, senza soffermarsi a considerare le motivazioni alla base delle mobilitazioni. Il polo opposto invece, tende a legittimare ogni tipo di azione in modo acritico, senza chiedersi quale possa essere il reale effetto di determinate azioni ai fini degli obiettivi dichiarati delle proteste.

Le violenze sommarie e disorganizzate verificatesi durante le proteste sono infatti solo in parte riconducibili alle ragioni proclamate dagli organizzatori e dai partecipanti. La distruzione e il saccheggio, in particolare ai danni dei piccoli negozi, difficilmente possono rientrare nel quadro generale delle rivendicazioni della protesta.

Le motivazioni profonde

Per quanto riguarda le ragioni alla base del malessere popolare, oltre al caro vita e ai tagli alla spesa sociale, è infatti evidente l’esistenza di cause sociali e culturali ben più profonde, che devono essere analizzate al di fuori della propaganda e della strumentalizzazione politica.

Fra le problematiche principali, possiamo individuarne almeno cinque: la perdita di fiducia nella classe politica e nel processo democratico; l’estrema polarizzazione del dibattito e la difficoltà del dialogo fra punti di vista differenti; la frattura generazionale sempre più evidente; il diffuso malessere sociale, in particolare giovanile; e le difficoltà nell’integrazione di culture differenti.

Questi aspetti devono essere esaminati in profondità, attraverso un libero confronto fra punti di vista differenti, evitando le polarizzazioni e le semplificazioni ideologiche tipiche dell’attuale discorso pubblico.

Limitare le violenze ingiustificate

Nell’immediato è più che mai urgente che gli organizzatori delle proteste si impegnino a limitare il più possibile le violenze ingiustificate.

L’obiettivo della protesta, infatti, oltre a essere quello di lanciare un messaggio a chi detiene il potere, è anche (e forse soprattutto) quello di far sentire la propria voce al resto della popolazione e di persuaderla della fondatezza delle proprie rivendicazioni. Gli attacchi violenti contro i negozi, anche quelli dei piccoli commercianti, sono invece il modo migliore per ottenere l’effetto contrario e allontanare anche coloro che avrebbero potuto avvicinarsi alle cause della protesta.

Inoltre, questo tipo di atti violenti possono essere facilmente utilizzati da chi detiene il potere per giustificare politiche maggiormente repressive e di controllo del dissenso.

Si parla infatti sempre più apertamente di limitare al diritto a manifestare e di rafforzare il controllo delle chat dei gruppi di cittadini, anche grazie all'utilizzo strumenti di intelligenza artificiale su larga scala.

Politiche di questo genere, più difficili da attuare senza una forte sostegno popolare, genereranno molte meno resistenze proprio a causa dell'effetto sull'opinione pubblica delle violenze avvenute negli ultimi giorni e della loro facile strumentalizzazione.

Ricostruire un fronte popolare basato sul dialogo

È oggi più che mai imperativo intavolare un dialogo aperto e costruttivo fra le differenti sensibilità del Paese. Il confronto libero e ragionato è infatti l’unica strada per risanare le divisioni sociali che chi detiene il potere punta sapientemente a esasperare.

L’obiettivo, ormai non più rimandabile, è quello di ricostruire un fronte popolare unito su tematiche che prescindono dallo schieramento politico: dalla tutela di uno Stato sociale funzionante, alla riduzione dei costi dell’energia per famiglie e aziende e, in conclusione, lo schierarsi con forza a favore di azioni politiche immediate per una pace duratura, nel continente europeo quanto nei teatri internazionali.

*Studente lavoratore, 28 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, aspirante giornalista e attualmente iscritto alla Laurea Magistrale di Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza di Roma.  Attualmente in Erasmus in Francia, precisamente a Marsiglia, dove ha avuto l'opportunità di entrare in contatto con varie organizzazioni studentesche attive per l'organizzazione delle manifestazioni, nonché di conoscere affermati professori con differenti visioni sul tema.  Ha partecipato attivamente alle assemblee studentesche e avuto la possibilità di realizzare dei reportage durante il periodo delle mobilitazioni. Ha scritto inoltre un'analisi sociale approfondita frutto della mia esperienza vissuta finora, che è in costante aggiornamento.

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Elezione in Israele: il blocco Likud in testa con 56 seggi ma senza maggioranza

 

Secondo quanto riportato dal Times of Israel, il blocco del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si apprestava a conquistare 57 seggi nella Knesset, composta da 120 membri, quattro in meno rispetto alla maggioranza necessaria per governare, mentre lo spoglio dei voti proseguiva mercoledì.

Con il 41,9% delle schede scrutinate, il blocco di opposizione guidato da Gadi Eisenkot si sarebbe aggiudicato 47 seggi, mentre i partiti a maggioranza araba Lista Unita e Ra'am avrebbero dovuto conquistare i restanti 16, secondo quanto riportato dal quotidiano, citando la Commissione Elettorale Centrale.

Nessuno dei due principali blocchi politici avrebbe dovuto ottenere i 61 seggi necessari per la maggioranza parlamentare.

I partiti arabi potrebbero svolgere un ruolo decisivo nella formazione del governo, poiché i loro 16 seggi complessivi darebbero al blocco di Eisenkot una maggioranza di 63 seggi qualora decidessero di sostenerlo.

Tra i singoli partiti, il Likud di Netanyahu era in testa con 28 seggi previsti, seguito da Yashar di Eisenkot con 21.

La Lista Unita, a maggioranza araba, avrebbe dovuto conquistare 12 seggi, seguita dal partito Insieme con 11.

Sia United Torah Judaism che Yisrael Beiteinu avrebbero dovuto ottenere otto seggi.

Si prevedeva che i Democratici, l'alleanza Sionismo Religioso-Zehut, Otzma Yehudit e Shas avrebbero ottenuto sette seggi ciascuno, mentre Ra'am ne avrebbe conquistati quattro.

Le cifre rimangono provvisorie e potrebbero subire variazioni con il proseguimento dello spoglio.

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