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Piccole imprese, come e perché cambia il risarcimento per chi viene licenziato: la sentenza

È stato eliminato un limite che penalizzava i lavoratori assunti prima del Jobs Act e licenziati illegittimamente dalle piccole imprese. Con la sentenza 174/2026, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la parte dell’art. 8 legge 604/1966 che legava la possibilità di aumentare l’indennità risarcitoria al numero complessivo di dipendenti dell’azienda.

La decisione consente anche ai lavoratori delle piccole imprese di ottenere, ricorrendone i presupposti, un’indennità fino a 10 mensilità per chi ha più di dieci anni di anzianità e fino a 14 per chi supera i vent’anni. Attenzione però, l’aumento non è automatico: spetta al giudice determinare l’importo in base alle circostanze del caso concreto.

Chi riguarda la sentenza della Corte costituzionale

La pronuncia interessa i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del d.lgs. 23/2015, che disciplina il cosiddetto contratto a tutele crescenti. Per questi rapporti, nelle imprese che non raggiungono le soglie dimensionali previste per l’applicazione della tutela ordinaria dell’art. 18 Statuto dei lavoratori, continua a valere l’art. 8 legge 604/1966.

La disposizione riguarda i licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo. In questi casi, il datore può scegliere, in alternativa alla riassunzione del dipendente entro tre giorni, di versargli un’indennità risarcitoria.

Prima della sentenza 174/2026, l’importo poteva essere compreso tra 2,5 e 6 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. La possibilità di elevare il massimo a 10 o 14 mensilità era riservata ai dipendenti delle aziende con più di 15 lavoratori complessivi, purché ricorressero anche i requisiti di anzianità.

La Corte ha eliminato proprio questa condizione dimensionale: la maggiorazione non dipende più dal fatto che l’impresa occupi complessivamente più di quindici dipendenti.

La pronuncia non cancella, tuttavia, ogni distinzione tra piccole e grandi imprese, né modifica tutte le tutele contro i licenziamenti illegittimi. In particolare, non attribuisce al lavoratore un diritto generalizzato a essere reintegrato al lavoro.

Perché il limite di sei mensilità è stato dichiarato incostituzionale

Il caso concreto riguardava una lavoratrice assunta nel 2003 come assistente in uno studio dentistico, con contratto a tempo indeterminato part-time. Nel luglio 2024, dopo oltre vent’anni di servizio, era stata licenziata per giusta causa, sulla base di presunte irregolarità nelle procedure di sterilizzazione degli strumenti di lavoro.

Il Tribunale di Livorno, che ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, aveva rilevato gravi vizi nel licenziamento, tra cui la mancata preventiva contestazione degli addebiti e l’insufficienza delle prove a carico della dipendente. Poiché lo studio occupava meno di quindici lavoratori, l’indennità non avrebbe però potuto superare sei mensilità.

Secondo il giudice, un risarcimento così limitato non era però adeguato né a compensare il danno subìto dalla donna né a dissuadere il datore dal commettere violazioni analoghe. La Consulta ha condiviso questo ragionamento, richiamando i principi costituzionali di uguaglianza e ragionevolezza, la tutela del lavoro e della dignità del lavoratore e l’esigenza di garantire un ristoro effettivo in caso di licenziamento illegittimo.

In particolare, una forbice compresa tra 2,5 e 6 mensilità rischiava di equiparare situazioni diversissime, impedendo al giudice di adeguare sufficientemente l’indennizzo alla gravità dell’illecito e alle conseguenze concrete del licenziamento.

Il collegamento con la sentenza 118/2025 sul Jobs Act

La decisione si inserisce nel solco giurisprudenziale della sentenza 118/2025 della Corte costituzionale, che aveva già eliminato l’analogo tetto di sei mensilità previsto dall’art. 9 comma 1 d.lgs. n. 23/2015 per i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015 nelle piccole imprese.

Dopo quella pronuncia per i licenziamenti illegittimi soggetti al Jobs Act, l’indennità nelle imprese sotto soglia può variare da 3 a 18 mensilità nei casi previsti dall’art. 3 comma 1, del decreto. Si era così creata una differenza difficilmente giustificabile: un lavoratore assunto dopo il 2015 poteva ottenere una tutela economica superiore a quella riconosciuta a un collega con maggiore anzianità, anche per licenziamenti di gravità analoga.

La Corte ha osservato che una diversa data di assunzione può giustificare discipline differenti soltanto quando la distinzione è ragionevole. Tuttavia, dopo l’eliminazione del tetto per i nuovi assunti la precedente giustificazione — legata all’obiettivo di favorire l’ingresso nel mercato del lavoro con maggiore flessibilità in uscita — aveva perso gran parte della propria forza. Anche perché i lavoratori più anziani possono incontrare maggiori difficoltà nel trovare una nuova occupazione.

Perché il risarcimento può arrivare a 10 o 14 mensilità

Per eliminare la disparità, la Corte non ha sostituito direttamente il limite di sei mensilità con quello di dodici, come richiesto dal Tribunale di Livorno. Ha scelto un intervento più mirato, cancellando dall’art. 8 legge 604/1966 le parole che subordinavano la maggiorazione al numero di dipendenti occupati dal datore.

Restano quindi applicabili le maggiorazioni già previste dalla legge:

  • fino a 10 mensilità per chi ha un’anzianità di servizio superiore a dieci anni;
  • fino a 14 mensilità per chi supera i vent’anni di anzianità.

Poiché la disciplina riguarda gli assunti prima del 7 marzo 2015, nel 2026 tutti hanno ormai maturato più di dieci anni di servizio. Chi supera i vent’anni può accedere alla fascia più elevata.

Attenzione: il superamento del tetto delle sei mensilità non comporta il riconoscimento automatico dell’importo massimo e non introduce un regime unico per tutti i licenziamenti illegittimi. Di volta in volta, il giudice dovrà determinare l’indennità risarcitoria considerando anzianità di servizio, dimensioni dell’impresa, tipo di violazione contestata, comportamento e condizioni delle parti. Nella valutazione rilevano anche gli ulteriori fattori indicati dalla legge 183/2010, tra cui le condizioni del lavoratore e la situazione del mercato del lavoro locale.

Che cosa cambia

La sentenza n. 174/2026 della Corte costituzionale elimina una specifica disparità di trattamento, rafforza la tutela economica dei lavoratori e la funzione dissuasiva del risarcimento.

Ora anche per i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 nelle imprese sotto soglia, l’indennità per licenziamento illegittimo potrà superare sei mensilità, potendo arrivare fino a 14. L’importo effettivo resta affidato alla valutazione del giudice che deve considerare tutte le circostanze concrete. Le dimensioni ridotte dell’impresa non possono però impedire di valorizzare la maggiore anzianità di servizio.

La pronuncia interessa imprese di diversi settori, dagli studi professionali e ambulatori ai negozi, dalle attività artigiane alle piccole aziende di servizi. Non conta il settore economico ma il regime giuridico applicabile. Il caso tipico riguarda un rapporto a tempo indeterminato instaurato prima del 7 marzo 2015, anche part-time, con un datore che non raggiunge le soglie dimensionali previste per l’applicazione dell’art. 18 Statuto dei lavoratori, in caso di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo. Per gli assunti dal 7 marzo 2015 nelle piccole imprese si applica invece il d.lgs. n. 23/2015, come modificato dalla sentenza n. 118/2025.

La disciplina non si estende automaticamente ai contratti a termine, all’apprendistato o ai rapporti autonomi: di volta in volta, occorre verificare la natura del rapporto e le regole applicabili alla cessazione. Restano inoltre ferme le ipotesi in cui spetta la tutela reintegratoria piena, come nei licenziamenti discriminatori, verbali o nulli per altra causa, indipendentemente dalle dimensioni aziendali.

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Amazon Faces Fresh EU Scrutiny Over Worker Surveillance and Algorithmic Management

Members of the European Parliament are visiting Amazon logistics centres in Germany and Poland this week to investigate working conditions and the use of digital monitoring systems, reopening a dispute between the technology company, European legislators and trade unions over employee rights.

The fact-finding mission, scheduled for 26th and 27th October, will examine how Amazon organises work, measures employee productivity and uses automated systems in warehouses. MEPs will meet management, employees, works councils and trade union representatives, with particular attention to whether technological changes are affecting workers’ health and their ability to exercise employment rights.

The investigation comes as the European Commission prepares its Quality Jobs Act, which is expected to address algorithmic management, occupational safety and working conditions across the European economy. Amazon’s extensive logistics network makes the company a prominent example of the questions legislators must resolve.

MEPs enter warehouses after prolonged dispute

The delegation is led by Li Andersson, chairwoman of Parliament’s Employment and Social Affairs Committee, and includes Belgian MEPs Liesbet Sommen and Estelle Ceulemans, alongside representatives from several other political groups.

According to the European trade union federation UNI Europa, MEPs will inspect facilities in Dortmund and Mönchengladbach on Monday before travelling to Poland on Tuesday.

The German visits will cover older warehouse operations and newer facilities incorporating robotics, allowing parliamentarians to compare different approaches to handling orders and managing employees. The Polish programme includes a major returns facility in the Katowice area.

The visit follows several years of strained relations between Amazon and the European Parliament.

In February 2024, Parliament withdrew permanent access badges from Amazon representatives following disagreements over the company’s participation in hearings and requests for visits to its warehouses.

Amazon disputed suggestions that it was avoiding scrutiny, maintaining that it had offered alternative arrangements for parliamentary visits during periods when its logistics operations were particularly busy.

Company executives eventually appeared before the Employment and Social Affairs Committee in January 2026, where they defended Amazon’s employment policies and workplace practices.

The controversy over digital surveillance

At the centre of the dispute is the increasingly widespread use of electronic systems to monitor productivity.

Warehouse employees commonly use handheld scanners, while automated systems can help allocate tasks, coordinate movements and identify delays in processing orders.

These technologies allow employers to manage substantial logistics operations with considerable precision. They also make it possible to collect detailed information about individual workers’ activities throughout their shifts.

Trade unions argue that such monitoring can create unreasonable performance pressure, particularly where targets are adjusted automatically or workers cannot challenge assessments generated by software.

The concerns are not confined to Amazon.

A European Commission survey examined by EU Today earlier this month found that 42 per cent of surveyed smaller and medium-sized businesses already used artificial intelligence or algorithmic management systems.

However, 49 per cent of respondents expressed distrust of automated systems making decisions about employees, illustrating the distinction between using technology to support management and delegating consequential decisions to algorithms.

Previous regulatory action

Amazon has already faced formal European regulatory scrutiny over workplace monitoring.

France’s data protection authority imposed a €32 million fine on Amazon France Logistique in December 2023, announcing the decision in January 2024. The regulator concluded that certain employee monitoring practices were excessively intrusive and breached data-protection requirements.

The investigation examined the collection and retention of detailed information from warehouse scanners, including productivity indicators and periods of inactivity.

Amazon rejected the regulator’s conclusions and subsequently appealed the decision. The penalty therefore needs to be distinguished from any final judicial determination of the dispute.

The case nevertheless demonstrates that workplace monitoring falls within existing European privacy legislation, independently of proposals for new employment rules.

EU Today has also reported on the application of European data-protection law to automated employment decisions, including the question of whether meaningful human review is available when software affects a person’s ability to work.

Amazon disputes allegations

Amazon maintains that its warehouse technology is intended to improve operational efficiency, safety and the reliability of deliveries.

In its January parliamentary testimony, the company defended its investment in employee training and insisted that workers have the right to join trade unions.

It also pointed to engagement with works councils and employee representative bodies across its European operations.

Trade unions contest the adequacy of those arrangements, particularly in Germany, where the ver.di union has repeatedly sought a collective agreement covering Amazon employees.

These competing positions will form part of the parliamentary delegation’s assessment.

Implications for EU employment legislation

The Commission’s Quality Jobs initiative addresses several questions raised by the Amazon dispute, including algorithmic management, psychosocial risks and the effectiveness of collective bargaining.

Legislators must determine how far employers should be required to disclose the operation of automated monitoring systems, how employees can contest decisions and what safeguards should apply when performance targets are generated by software.

Rules must also accommodate legitimate requirements for stock management, security and workplace safety.

The parliamentary visit will not itself establish whether Amazon has breached employment legislation. It is a fact-finding exercise intended to inform future policy discussions.

Its importance lies in giving legislators direct access to warehouse operations and employee accounts before deciding how European labour law should respond to increasingly automated workplaces.

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