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Acciaierie Venete, condannato in appello il presidente Banzato per la morte di due operai. Attesa la sua nomina a capo di Federacciai

Alessandro Banzato, presidente di Acciaierie Venete, è stato condannato anche in Corte d’Appello per la morte di due operai avvenuta nel 2018 a seguito di un incidente in uno degli stabilimenti del gruppo, alla periferia di Padova. Una colata di metallo liquido li aveva investiti per il cedimento di un grande contenitore trasportato sopra le loro teste. I giudici hanno confermato la pena di 2 anni e 6 mesi per l’imprenditore, mentre hanno ridotto a due anni (sei mesi in meno) la condanna di Giorgio Zuccaro, direttore dello stabilimento all’epoca dell’incidente. È stato assolto per non aver commesso il fatto Giancarlo Tonoli, che in primo grado si era visto infliggere 4 anni e 6 mesi, in quanto consigliere incaricato dei collaudi della società friulana Danieli Centro Cranes. Il Tribunale aveva fissato una sanzione pecuniaria di 100mila euro a carico di Acciaierie Venete, nonché di 229mila euro per Danieli&C e di 94mila euro per Danieli Centro Cranes. Soltanto al prima è stata confermata, assieme al divieto a contrarre con la pubblica amministrazione per 8 mesi. Revocate le sanzioni a carico della Danieli, che non è stata ritenuta responsabile del cedimento della siviera che aveva realizzato.

La conferma della condanna per Banzato avviene a poche settimane dall’assemblea di Federacciai che dovrebbe nominarlo presidente nazionale, in base a una designazione ufficiale del consiglio generale di qualche mese fa. Prevista per fine ottobre, l’assise imprenditoriale è stata rinviata a seguito della morte sul lavoro di un operaio di 47 anni, avvenuta il 20 ottobre nello stabilimento di Acciaierie Venete a Sarezzo, in provincia di Brescia. Federacciai aveva motivato il rinvio quale “segno di rispetto e partecipazione al dolore per quanto accaduto”.

L’incidente nello stabilimento di Padova si era verificato il 13 maggio 2018. Il cedimento di un perno aveva fatto crollare una siviera contenente 90 tonnellate di acciaio fuso. Gli effetti erano stati disastrosi per due dipendenti: Sergiu Todita di 39 anni era morto dopo un mese di agonia, Marian Bratu di 44 anni dopo sette mesi nel Centro Grandi Ustionati di Padova. Due operai erano rimasti feriti. Un altro grave incidente si è verificato nell’ottobre 2023 nello stesso stabilimento, con quattro operai finiti all’ospedale per la fuoriuscita di metallo fuso.

La sentenza di primo grado a carico di Banzato aveva censurato l’organizzazione delle lavorazioni, “una procedura orientata ad una maggiore efficienza del ciclo produttivo a scapito della sicurezza dei propri lavoratori”. Infatti, durante lo spostamento delle siviere i lavoratori dovrebbero allontanarsi dall’area, in modo da ridurre il rischio in caso di malfunzionamenti. Un tecnico Spisal aveva calcolato che tale tempo di sicurezza avrebbe aumentato “di circa il 23 per cento le ore lavorate”. Il giudice aveva scritto: “E’ innegabile che un risparmio non modesto sia stato conseguito per la mancata implementazione della norma. Al risparmio sul costo del lavoro va aggiunto quello relativo ai mancati investimenti per implementare la procedura di sicurezza”. Per questo le condanne (ora confermate) avevano riguardato non solo il direttore dello stabilimento, ma anche il presidente della società.

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Padova, l’antenna telefonica vince contro l’oratorio vincolato con gli affreschi del Mille. La Sovrintendenza: “Forte impatto, ma basta verniciarla di azzurro”

L’antenna telefonica sconfigge l’antico campanile. E l’oratorio con gli affreschi precedenti perfino a Giotto. “Di continuo spuntano piccoli campanili romanici”. Così lo scrittore trevigiano Giovanni Comisso ha descritto la sua pianura veneta. Quel susseguirsi di campanili, appuntiti nel paesaggio dolce e piatto. In fondo è uno dei segreti del Veneto e dell’Italia: i grandi tesori delle città e quelli più discreti quasi dimenticati, disseminati ovunque. Ma oggi, ecco cosa ci racconta questa storia, all’antico patrimonio sembriamo preferire le antenne telefoniche. Parliamo dell’antico oratorio di San Michele Arcangelo a Pozzoveggiani (nella frazione di Salboro che è ancora comune di Padova). I volontari dell’associazione SalboroIncontra, che ogni settimana dedicano il loro tempo a tenere aperto e vivo l’oratorio, raccontano con passione del tempietto romano che era nato proprio qui. E dell’oratorio dove decine e decine di generazioni di padovani hanno pregato da quando l’edificio fu costruito nel V-VI secolo in epoca longobarda (fu ampliato nel XII secolo). Ma soprattutto raccontano dei due cicli di affreschi precedenti perfino al maestro Giotto. Il primo, che risale circa all’anno 1000, raffigura gli apostoli tra gli archi di un colonnato. Il secondo, un piccolo anonimo capolavoro, ritrae un Cristo Pantocratore. Nel registro inferiore una teoria di apostoli con san Prosdocimo e, nella fascia inferiore, un torneo di due cavalieri con intorno un bestiario medievale.

Oggi, però, il campanile, che per secoli è stato un punto di riferimento per viandanti e fedeli, è sovrastato da un’antenna telefonica azzurrina. Tutto comincia, come racconta l’ex sindaco di Padova, Ivo Rossi, quando una società telefonica presenta la domanda per installare un enorme ripetitore proprio accanto all’oratorio. Il Comune, come poi è stato dichiarato in giudizio, sostiene “che l’oratorio non risulta nemmeno classificato tra i beni di interesse culturale”. Come se soltanto ciò che è tutelato dalle norme meritasse di essere protetto. Ma non sarebbe nemmeno così, come riferisce qualcuno: il Ministero della Cultura – Commissione Regionale per il patrimonio culturale infatti ha accertato “la sussistenza dell’interesse culturale nell’immobile” per il quale l’oratorio doveva essere sottoposto a disposizioni di tutela. Ma intanto arriva la prima sorpresa: il comune di Padova dà il via libera al ripetitore. Tocca, come spesso succede in Italia, alle associazioni e ai comitati degli abitanti, provare a difendere quel patrimonio che le istituzioni sembrano non curare. Viene così presentato un ricorso amministrativo. Alla fine il Consiglio di Stato dà ragione ai comitati: “Con una sentenza del giugno 2026”, ricorda Rossi, “viene annullata l’autorizzazione, rendendo l’antenna priva di titolo”.

Anche il Comune, tardivamente, si accorge del guaio. Qualcuno storce il naso e ammette l’errore. Peccato che l’impianto sia già stato realizzato. Ma la parabola del campanile non è ancora finita. Nei giorni scorsi ecco arrivare la decisione della Sovrintendenza. Piuttosto sorprendente: si “riconosce… l’effettivo impatto percettivo determinato dalla realizzazione dell’opera”. Un’espressione burocratica per dire che l’antenna non ci sta proprio bene, accanto all’oratorio millenario. Dunque l’impianto dovrà essere rimosso? No, arriva la soluzione, per così dire, all’italiana. Dipingere il palo. Si può procedere, scrive la Sovrintendenza, alla “colorazione dell’impianto in tutto il suo spiccato fuori terra […] sulla scorta di idonee campionature da produrre in opera. La cromìa dovrà essere individuata nella gamma dell’azzurro e del grigio ceruleo, in modo da ridurre la complessiva percettibilità del palo rispetto allo sfondo in essere”. Vincono i cellulari, per farla breve. Anche se l’assessore alla Cultura di Padova, Andrea Colasio, cerca di correre ai ripari: “La prima autorizzazione, a nostro avviso, è arrivata in assenza di vincolo. Oggi il vincolo c’è”. Quindi? “Ho chiesto la rimozione dell’antenna o, almeno, il suo spostamento centocinquanta metri più in là”.

E pensare che non era la prima volta che l’oratorio di San Michele veniva minacciato. Nel 1866 il Veneto era stato infatti annesso al Regno d’Italia. Appena un anno dopo, con una legge del 15 agosto 1867, insieme con altri abbattimenti e acquisizioni al demanio, era stata prevista la demolizione dell’oratorio di San Michele. Ma il combattivo parroco di Salboro, don Giovanni Rizzo, si era ribellato alla decisione del Regno e aveva scritto addirittura al sindaco di Padova, Andrea Meneghini. A quei tempi, però, la decisione del primo cittadino era stata diversa da oggi: con una nota del 7 agosto 1869, il Comune annunciò che la “Direzione Compartimentale del demanio e Tasse di Venezia ha dichiarato l’oratorio di San Michele in Pozzoveggiani debba ritenersi immune dalla devoluzione al Demanio”. L’oratorio era salvo. Un’altra epoca. Allora, verrebbe da dire, il nostro patrimonio artistico era più curato di oggi. Proprio Rossi ricorda la storia da molti dimenticata della Cappella degli Scrovegni; proprio quella con il ciclo di Giotto che è diventata il simbolo della città e uno dei più noti tesori artistici italiani (ogni anno attira oltre 320mila visitatori). Un secolo fa abbiamo rischiato di perderla e di venderla all’Inghilterra. Era il 1880 quando i proprietari della Cappella, la potente famiglia Gradenigo-Baglioni, decise di venderla agli inglesi che avrebbero trasferito probabilmente i dipinti a Londra. “Per fortuna – conclude Rossi – la città poteva allora contare su un assessore di rara sensibilità e determinazione, quell’Antonio Tolomei che sarebbe diventato sindaco nel 1881, il quale si oppose alla vendita e aprì un durissimo contenzioso con i conti Gradenigo-Baglioni. Il Comune di Padova alla fine acquistò la cappella e la lasciò alla città”.

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Padova, genitori in corteo per la scuola: “Vogliamo che gli spazi siano degni. Diventi una priorità della politica”

“Tutti in piazza per l’edilizia scolastica”. Con questo slogan, sabato 24 ottobre, circa cinquecento genitori di Padova sono scesi in piazza per chiedere più investimenti per rendere le scuole sicure, accoglienti, a misura di bambino e soprattutto adeguate al cambiamento climatico. Tra licei e istituti occupati oltre le manifestazioni degli studenti in tutt’Italia, nella città di Sant’Antonio, hanno deciso di farsi sentire anche le mamme e i papà.

A promuovere il corteo sono stati in primis l’associazione Genitori per l’Arcella che hanno collaborato con il gruppo Genitori Scuole Guizza-Salboro, il Comitato Palestro 10 e Lode, Priorità alla Scuola, il comitato Genitori della scuola primaria “Martiri della Vittoria”, Padova Scuola Aperta, “Quale scuola per il futuro?”, la Polisportiva San Precario, oltre che le organizzazioni sindacali Flc e Fp-Cgil, Adl-Cobas, Usb e Cobas Scuola. Un corteo promosso ben prima che scoppiassero le tensioni sociali degli ultimi giorni soprattutto a Milano e Torino. E una campagna simile a quella lanciata da il Fatto quotidiano – “Il futuro non si arma, si insegna” (firma qui) – con una petizione per chiedere stipendi dei docenti adeguati all’Europa e una maggiore attenzione per la scuola. Chi vuole può raccontarci la sua storia a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it.

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Una manifestazione pacifica, ma sorvegliata persino da un elicottero della Polizia. “Ci sono scuole con muri che cadono a pezzi, pareti con infiltrazioni, bagni inagibili, finestre rotte, giardini che con la pioggia diventano pozze d’acqua, aule invivibili appena la temperatura sale, guasti permanenti. Il nostro appello – ha spiegato l’associazione Genitori per l’Arcella – è chiaro: vogliamo scuole più belle, accoglienti, funzionali, funzionanti, calde in inverno e fresche d’estate. Vogliamo che ci sia attenzione e cura affinché gli spazi scolastici siano degni di tutti coloro che li vivono e all’altezza dell’enorme compito che la scuola ha. La scuola deve diventare una priorità nell’agenda politica di questa città”.

In piazza anche l’amministrazione: “In questi anni abbiamo fatto molto, non c’è dubbio che si possa fare di più – ha sottolineato l’assessora comunale Margherita Colonnello a “Padova Oggi” -. Come Comune, andiamo a confermare il nostro impegno e a incrementarlo. Chiediamo comunque sempre al Governo e alla Regione di fare anche loro la propria parte”.

Mamme e papà che hanno sfilato fino a piazza delle Erbe chiedono un piano straordinario di interventi e uno ordinario di manutenzione superando l’approccio emergenziale. “È stata una manifestazione molto partecipata e vivace. Le famiglie e molti bambini sono scesi in piazza – spiega Caterina Benato di Genitori della Guizza a “Il Fatto Quotidiano.it”- chiedendo di prendersi cura di uno dei beni più preziosi che abbiamo, le scuole. Noi chiediamo un Piano di manutenzione degli interventi ordinari e straordinari, per scuole più datate e di recente costruzione, perché non deperiscano e diventino un problema di sicurezza per chi è dentro. Più soldi alla scuola vuole dire investire nel nostro futuro”. Anche il sindaco della città, Sergio Giordani, ha voluto dir la sua a “Padova Oggi”: “I genitori e le famiglie che aiutano, come hanno fatto oggi, a mettere un faro sul tema degli asili e delle scuole vanno ringraziati. Ci impegniamo a un piano straordinario a 360 gradi sul tema della scuola. Una scuola accogliente, inclusiva, per tutti è la chiave di volta per un futuro più sereno e bello per la comunità. Continueremo il dialogo”.

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