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Inaugurata a Roma una statua dedicata a Dox, il cane che per decenni ha servito la Polizia di Stato

Una statua per celebrare un cane che per decenni ha servito la Polizia di Stato è stata inaugurata lo scorso martedì 27 ottobre, a Roma, al complesso di Salita del Foro Ostiense. La statua rappresenta un dono della famiglia del brigadiere Giovanni Maimone, che acquistò il cane Dox, nato nel 1946 in Baviera, per la questura di Roma.

Dox, durante i suoi anni di lavoro per la polizia romana, presso la Squadra Mobile, si è sempre distinto per le sue eccezionali capacità investigative e per un fiuto che lo ha reso protagonista di alcune delle più importanti attività dell’epoca. Con la sua attività ha contribuito in centinaia di indagini e procedimenti giudiziari, ma anche al ritrovamento di persone scomparse e malviventi.

Nel corso della sua carriera il cane è stato ferito più volte, conquistandosi numerosi riconoscimenti. La statua, secondo quanto dichiarato dalla Polizia di Stato, “intende trasmettere alle nuove generazioni il valore dell’impegno, del senso del dovere e del legame speciale che può nascere tra un uomo ed un amico a quattro zampe, quando entrambi sono chiamati a servire una missione comune”.

All’inaugurazione, a cui era presente il questore di Roma Roberto Massucci, c’era una rappresentanza di studenti degli istituti scolastici del territorio. La statua di Dox viene, infatti, considerata “uno strumento di educazione alla legalità e testimonianza concreta di come il servizio alla comunità possa lasciare un segno duraturo nel tempo”.

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Fakir, le frasi degli agenti dopo la sua morte: “È schiattato”. “Cazzo me ne frega a me”. L’avvocato Anselmo: “Cosa pensano Piantedosi e Meloni?”

“È schiattato ah“, dice un poliziotto al collega che replica: “Cazzo me ne frega a me“. È uno dei dialoghi tra i due agenti il 19 luglio in via Svevo al Pilastro di Bologna, mentre Abderrahim Fakir moriva riverso sull’asfalto. Frasi registrate dalla bodycam indossata da uno dei due poliziotti e che sono citate in una parte introduttiva della consulenza tecnica medico legale, disposta dalla Procura di Bologna, per far luce sulle cause del decesso del 42enne. “Un quadro agghiacciante del comportamento di chi, in quel momento, indossava una divisa dello Stato”, commenta l’avvocato Fabio Anselmo, difensore dei familiari del 42enne marocchino. “Vorrei sapere che cosa ne pensa il ministro dell’Interno Piantedosi. Vorrei conoscere il pensiero della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Perché davanti a parole come queste credo che le istituzioni abbiano il dovere di prendere posizione”.

Le trascrizioni riportano i momenti concitati dell’intervento. “Spruzza lo spray”. “Gli devi mettere le manette”. “Ecco guarda…gira dall’altra parte… vieni di qua…fai mettere il braccio fuori”. “L’ho lasciato…”. “Ma mi hai ammanettato a me in mezzo”. Mentre Fakir urla e pronuncia frasi incomprensibili. Intanto accanto ci sono dei testimoni. Uno suggerisce: “Voi non avete una siringa… che lo faccia dormire?”. Intanto l’intervento per immobilizzare il 42enne prosegue mentre lui inizia a chiedere aiuto e urlare. Fakir viene ammanettato dietro la schiena. “Vai in macchina a prendere le fasce vai “, dice un agente. Applicate le fasce in velcro alle gambe, un poliziotto si alza. “Adesso forse non più cosciente“, dice a quel punto un soccorritore.

“Sta respirando?“, chiede qualcuno. “Per me può essere pure schiattato guarda“, risponde un agente, confermando poi “sì sì sta respirando”. Mentre iniziano i soccorsi, i due agenti parlano tra di loro. “È incosciente dottoressa… gli occhi riversi all’indietro adesso..”, afferma uno dei sanitari. A quel punto un agente si rivolge al collega: “È schiattato ah”, dice. L’altro replica: “Cazzo me ne frega a me”. Parlano alla radio poi, probabilmente, discutono dell’intervento: “Però la prossima volta ti.. poi ti spiego per bene come si fa, perché così ci facciamo male“. Poco dopo veniva comunicato che il paziente era in arresto cardiaco. I minuti successivi registrano l’intervento dei sanitari, tra massaggio cardiaco e richiesta di informazioni su Fakir e su quanto avvenuto prima. Così fino a quando il medico conferma che per Fakir non c’è più nulla da fare: è deceduto.

“Un uomo era a terra, in condizioni gravissime”, riassume Anselmo. “Attorno a lui, mentre qualcuno chiedeva se stesse ancora respirando, si pronunciavano quelle frasi. Fatico a trovare le parole per descrivere ciò che provo leggendo queste trascrizioni. C’è qualcosa di profondamente disumano nell’atteggiamento di chi sembra considerare la possibile morte di una persona un fatto di cui ridere o di cui non preoccuparsi. La divisa rappresenta lo Stato, la sua autorità e il dovere di tutelare la vita e la dignità delle persone, anche quando vengono fermate o arrestate. La giustizia farà il suo corso nell’accertamento delle responsabilità per la morte di Abderrahim Fakir. Ma il peso di queste parole resta”.

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Abderrahim Fakir morto durante un controllo di polizia: “Tre le concause, anche lo schiacciamento”. La relazione dei consulenti della Procura

Non un’unica causa della morte, ma tre concause. Secondo quanto trapela, sono queste le conclusione presenti nella relazione della consulenza tecnica sulla morte di AbderrahimFakir avvenuta 19 luglio scorso durante un intervento di polizia al Pilastro di Bologna. La relazione, nelle mani dei pm della Procura di Bologna, rivela che l’insufficienza respiratoria acuta che ha provocato il decesso del 42enne sarebbe stata causata da tre elementi che hanno contribuito e sono quindi individuati come concause: lo schiacciamento provocato dalla posizione prona del corpo mentre i due poliziotti lo tenevano fermo a terra, l’assunzione di cocaina e problemi cardiaci.

La causa della morte di Abderrahim Fakir è “ascrivibile ad insufficienza respiratoria acuta in soggetto in corso di intossicazione acuta da cocaina (abusatore cronico) e con severa cardiopatia“. Al determinismo del decesso “su base ipossica” hanno contribuito l’agitazione psicomotoria e l’ipertermia (effetto dell’intossicazione acuta da cocaina) nonché la posizione prona“: scrivono così i consulenti dei Pm di Bologna, nelle conclusioni della relazione. Le analisi, poi, “hanno messo in evidenza un esteso quadro traumatico di natura contusiva” che “non ha avuto un ruolo nel determinismo del decesso”.

Spetterà adesso ai magistrati che si occupano del caso – la procuratrice aggiunta Morena Plazzi e i pm Domenico Ambrosino e Francesca Arienti – valutare se la consulenza affidata al pool di esperti, e la relazione di quasi 200 pagine, mette o no una parola definitiva su questo aspetto. I tre magistrati hanno fissato un incontro per mercoledì, in cui si confronteranno per capire come procedere e valutare l’incisività di un dato rispetto ad un altro, per poi passare alla fase successiva.

Le cause del decesso avevano creato uno scontro tra i legali dei familiari della vittima e gli avvocati dei poliziotti. Per Fabio Anselmo, che segue i familiari di Fakir, il quadro emerso dal confronto sarebbe quello di una “morte ipossica da posizione prona”, e ha citato il caso di Riccardo Magherini. Secondo Anselmo la cocaina non avrebbe avuto alcun ruolo: se non quello di aumentare, insieme allo stato di agitazione, il fabbisogno di ossigeno, “di cui è stato privato a causa del mantenimento della posizione prona da parte degli agenti”. Anselmo aveva già ricordato che gli esami tossicologici hanno rilevato circa 300 nanogrammi per millilitro di cocaina, che corrisponderebbe “alla metà della quantità che, per letteratura, può essere causa di morte autonoma”. E aveva sostenuto che “senza la componente asfittica non sarebbe morto”. Diametralmente opposta la lettura di Gabriele Bordoni, che assiste i due poliziotti, dopo il confronto con il proprio consulente, il medico legale Matteo Tudini. “La causa centrale dell’ipossia è la droga”, sostiene. E imputa lo stesso sanguinamento rilevato nei polmoni “all’utilizzo smodato della cocaina”, che per Bordoni sarebbe stata rilevata in un valore “superiore di tre volte alla dose letale”.

Nelle prossime ore si comprenderanno le mosse della procura. Al momento ci sono sei persone iscritte nel registro delle annotazioni preliminare, il cosiddetto “scudo” previsto quando c’è una possibile causa di giustificazione, per omicidio colposo: i due agenti intervenuti per bloccare Fakir e i quattro volontari della Croce Rossa arrivati in via Svevo per soccorrerlo quando stava male. I tempi però stanno per scadere (il 19 novembre) e i pm dovranno decidere se indagare le sei persone coinvolte oppure archiviare le posizioni.

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Impresa di Targhetta: è argento mondiale nel cavallo con maniglie, Italia sul podio dopo 113 anni. La dedica speciale: “Forza Bonni”

La medaglia d’argento mondiale al collo, il sorriso di chi ha appena realizzato un sogno e la consapevolezza che il viaggio non è ancora finito. Gabriele Targhetta, vicecampione del mondo al cavallo con maniglie con 15.233 punti, alle spalle dell’armeno Hamlet Manukyan, si gode il momento più importante della sua carriera. L’Italia torna sul podio iridato della specialità a distanza di 113 anni, dall’edizione di Parigi 1913. Un risultato straordinario che interrompe anche un digiuno di medaglie mondiali della ginnastica artistica italiana che durava dall’edizione di Kitakyushu 2021. Dopo il successo in Coppa del Mondo e il titolo europeo conquistato quest’anno a Zagabria, il ginnasta azzurro aggiunge un altro risultato prestigioso a una stagione straordinaria. “Adesso diciamo che non posso più non crederci. È successo veramente, ho la medaglia al collo e sono felicissimo“.

Poi una dedica speciale: “Ho gareggiato con leggende della ginnastica. Sto vivendo un sogno. Dedico la medaglia”, ha aggiunto ai microfoni di Rai Sport, “a tutti i ginnasti, alla squadra nazionale, alla Polizia di Stato che mi sta sostenendo tanto e a un ragazzo al quale tengo tanto: forza Bonni!”. Il riferimento è al 24enne compagno di nazionale Lorenzo Bonicelli che lo scorso anno si è infortunato gravemente agli anelli alle Universiadi di Essen e che lo seguiva sugli spalti dell’arena di Rotterdam.

Un traguardo che affonda le radici nell’infanzia. “Sono entrato in palestra per la prima volta a quattro anni e il funghetto mi ha attratto proprio perché iniziavo a girare e mi sembrava una cosa quasi scontata. Poi vedevo gli altri bambini che facevano più fatica e mi chiedevo come fosse possibile. A me veniva tutto subito, facevo pochissima fatica. Da lì, però, ci sono voluti tanto lavoro e tanto impegno. E siamo arrivati qua”, racconta Targhetta. Un talento naturale coltivato negli anni con dedizione e sacrificio, sotto la guida del suo allenatore Gian Matteo Centazzo. “In allenamento salgo sul cavallo tantissime volte. La mia sessione dura minimo un’ora e mezza, due ore, senza contare tutta la preparazione, il riscaldamento e il potenziamento. Ci dedico davvero tanto, tanto tempo”. Dice.

E adesso? Dopo l’oro europeo e l’argento mondiale, il prossimo obiettivo è provare a salire anche quell’ultimo gradino del podio, con i Giochi Olimpici di Los Angeles 2028 sullo sfondo. “Si può sempre fare meglio. A livello di esecuzione cercherò di migliorare, anche se è già molto alta. Ma non è mai abbastanza. E poi posso aumentare la difficoltà, aggiungendo tre giri su una maniglia al posto di uno, come faccio in questo momento”, assicura. La giornata di Targhetta si chiude con un pensiero per il compagno di Nazionale Yumin Abbadini, atteso domani dalla finale mondiale alla sbarra, ultimo appuntamento della rassegna iridata. “In bocca al lupo a Yumin per domani alla sbarra. Sarò là a fare il tifo per te, come hai fatto tu oggi con me”. Ma l’ultimo pensiero, quello più sentito, poi è di nuovo per Lorenzo Bonicelli. “E anche un saluto a Lorenzo Bonicelli, che è sempre là a fare il tifo per noi, a supportarci. Ciao Bonn“.

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