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Che cosa resta ai matematici dopo l’avvento dell’Ai? La lettera di un collega preoccupato

Nel casino che ha avvolto la comunità matematica da quando gli LLM (Claude, ChatGPT e simili) si sono messi a sfornare soluzioni di celebri problemi, si confrontano diverse opinioni sul futuro di questa meravigliosa disciplina, che probabilmente è solo il primo avamposto sotto attacco. Ho già parlato delle reazioni di alcune Medaglie Fields. Oggi vi propongo la lettera (qui in originale) che un collega francese di Télécom ParisTech, David A. Madore, ha scritto in risposta alla mail di uno studente preoccupato.

Condivido i sentimenti di base della lettera, ma sono più ottimista dell’autore: credo che si apra un periodo entusiasmante per un giovane matematico, sempre che la comunità riesca a scrollarsi di dosso un certo snobistico attaccamento al passato. Credo che i nuovi strumenti aprano orizzonti che ancora non riusciamo bene a immaginare, e che un giovane debba cavalcare questa tigre con coraggio. Qualche collega mi fa notare con delicatezza che è facile vederla così per me, in pensione da tempo; chi ha oggi studenti (soprattutto di dottorato di ricerca) non può non preoccuparsi per loro. Lascio quindi la parola a Madore.

Caro […],
non ti mentirò: la comunità matematica, me compreso, è estremamente preoccupata per ciò che sta accadendo. Alcuni colleghi sono più ottimisti di altri, ma tutti ci chiediamo verso dove stiamo andando (e il problema, ovviamente, va ben oltre la matematica).

In ogni caso, sono perfettamente d’accordo con quanto scrivi (e la tua email dimostra che hai colto molto bene la situazione). Anch’io sono convinto che le aziende che si occupano di IA non abbiano a cuore la scienza (se fosse così, avrebbero fornito maggiori dettagli, ad esempio sull’insieme dei problemi che hanno tentato di risolvere, sui mezzi impiegati, ecc.). Vogliono semplicemente addestrare e vendere i propri modelli; hanno scelto la matematica come terreno di scontro e di allenamento, e questo sta arrecando un danno enorme alla scienza. Respingo anch’io l’idea che la matematica possa ridursi a una sorta di «vibrazione matematica» – un «math vibing», come scrivi molto bene tu – in cui bisogna cercare di capire cosa un computer abbia elaborato, manipolato e infine vomitato in un file.

A mio avviso, lo scopo della matematica è comprendere il mondo, non risolvere problemi. I problemi aperti sono stati formulati nella speranza che fungessero da punti di riferimento per comprendere la realtà e scoprire nuove teorie, fungendo da stimolo per la ricerca e l’indagine. Le aziende di IA, invece, li utilizzano in modo ampiamente distruttivo, collezionandoli come trofei e fornendo soluzioni che non portano ad alcuna comprensione. Siamo in molti a essere arrabbiati.

Tuttavia, credo che sia stata anche, in parte, colpa nostra – come matematici – aver attribuito un’importanza eccessiva ai «problemi difficili» e alla gloria che deriva dalla loro risoluzione (come con la Medaglia Fields), e aver talvolta concepito la matematica come una corsa al risultato, anziché come una collaborazione volta a comprendere il mondo. Non so come andrà a finire, quindi non posso certo prometterti nulla. Ma so che «comprendere» è un’attività umana che i computer non possono svolgere al posto nostro (anche se risolvono i problemi meglio di noi, ciò non serve a nulla se non ci sono esseri umani a comprendere). Forse la ricerca matematica orienterà maggiormente il proprio interesse verso la ricerca di questioni stimolanti, punti di vista illuminanti o un’esposizione elegante — anche rivolta al grande pubblico — piuttosto che verso la corsa alla risoluzione di problemi complessi: è ciò che spero.

(«”Vorrei che tutto questo non fosse accaduto ai miei tempi”, disse Frodo. “Anch’io”, rispose Gandalf, “e così pure tutti coloro che vivono in tempi come questi. Ma non spetta a loro decidere. Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare con il tempo che ci viene concesso.”» — J.R.R. Tolkien, *La Compagnia dell’Anello*, libro I, cap. 2.)

Credo sinceramente che abbiamo bisogno di più matematici (umani!) per comprendere un mondo sempre più complesso e confuso; e anche per imparare, a seconda dei casi, a utilizzare l’IA in modo intelligente — senza per questo diventare noi stessi meno capaci di pensare — oppure a scegliere di non farne uso, ma in ogni caso a gestirla in modo utile.

Dunque, non posso farti promesse su ciò che accadrà domani. È evidente che hai compreso molto bene le difficoltà attuali (meglio di alcuni miei colleghi ricercatori). Capirei perfettamente se decidessi di abbandonare la matematica per un altro ambito […]: il senso di questo percorso formativo è proprio quello di permetterti di decidere cosa preferisci e cosa ritieni più interessante e utile. Ma ciò che posso affermare con certezza è che, se l’avvento dell’IA dovesse scoraggiare gli studenti più promettenti dal dedicarsi alla matematica, questo rappresenterebbe il danno peggiore che essa possa arrecare a tale disciplina.

Cordialmente,
David A. Madore

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“L’AI non sta risolvendo l’infodemia, la sta industrializzando”: la sanità globale tra allucinazioni digitali e rivoluzione scientifica

L’Intelligenza Artificiale sta sommergendo la sanità pubblica globale di informazioni prive di fonti, proprio mentre le istituzioni perdono personale e finanziamenti. È il grido d’allarme lanciato su PLOS Global Public Health da Kent Buse e Sarah Hawkes: in un’epoca in cui produrre un’ipotesi dall’aspetto autorevole costa zero, “distinguere le prove misurate dalle affermazioni non supportate è diventata una responsabilità fondamentale”. Il lavoro per verificare la verità scientifica rischia così di diventare un lusso impoverito dai tagli. Eppure, la stessa tecnologia che rischia di paralizzare le politiche sanitarie con testi inaffidabili sta contemporaneamente rivoluzionando la medicina diagnostica e la ricerca di laboratorio grazie alla sua straordinaria capacità di analizzare enormi quantità di dati.

Per comprendere la gravità del problema istituzionale, secondo i ricercatori, basta guardare al recente taglio dei fondi statunitensi al programma Demographic and Health Surveys (DHS). Per quasi quattro decenni, questo progetto da 47 milioni di dollari all’anno – meno dello 0,1% del budget USAID – ha fornito dati essenziali su mortalità infantile, nutrizione e vaccinazioni a oltre novanta Paesi. Lo stop improvviso ha lasciato ventitré Paesi a metà delle rilevazioni, esponendo “la fragilità dell’infrastruttura delle prove quando le istituzioni pubbliche dipendono da un singolo donatore”.

In questo vuoto di dati primari e con istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) colpite da ristrutturazioni e licenziamenti, si sono inseriti i modelli linguistici generativi. L’AI generativa agisce come una cassa di risonanza priva di discernimento: genera “abbondanza senza discernimento”, ponendo sullo stesso piano uno studio peer-reviewed e un’allucinazione di sistema, fabbricando citazioni bibliografiche inventate e amplificando i pregiudizi esistenti attingendo a dati prodotti in gran parte nel Nord del mondo. Quando gli stessi autori dell’articolo hanno cercato informazioni sullo stato del programma DHS durante la stesura, la prima risposta ottenuta è stata una sintesi generata dall’AI “sicura di sé e solo parzialmente fondata su fonti”. Come intuì Herbert Simon nel 1971, una ricchezza di informazioni crea una povertà di attenzione. L’AI non sta risolvendo l’infodemia, la sta industrializzando.

Sarebbe tuttavia un errore condannare la tecnologia in modo indistinto. La distinzione fondamentale risiede nella differenza tra l’AI usata come generatore di testo e l’AI impiegata come analizzatore di dati complessi. Se nel campo della politica sanitaria l’AI generativa rischia di oscurare le fonti, nell’ambito della medicina clinica, della genomica e della diagnostica sta guidando una vera e propria rinascita scientifica. Quando si tratta di elaborare moli titaniche di dati biologici, l’Intelligenza Artificiale raggiunge traguardi straordinari. Nella diagnostica per immagini, gli algoritmi di deep learning analizzano milioni di radiografie, risonanze e TAC in pochi secondi, individuando microlesioni tumorali o patologie retiniche con un’accuratezza talvolta superiore a quella dell’occhio umano.

Nel campo del ripiegamento proteico e della ricerca farmaceutica, strumenti come AlphaFold hanno risolto la struttura tridimensionale di centinaia di milioni di proteine, accelerando in modo esponenziale la scoperta di nuovi farmaci e vaccini. Nella medicina di precisione e nella genomica, l’AI sviscera il sequenziamento genetico di intere popolazioni incrociandolo con le cartelle cliniche digitali per identificare marcatori rari e suggerire terapie personalizzate. Un conto è chiedere a un chatbot di riassumere la politica vaccinale di un Paese, rischiando l’invenzione di sana pianta, un altro è utilizzare reti neurali per individuare pattern matematici ed evidenze biochimiche sommerse in terabyte di dati scientifici.

La sfida per il futuro della salute globale non è quindi fermare l’Intelligenza Artificiale, ma ridefinirne i confini di utilizzo e rafforzare gli arbitri del sistema. Buse e Hawkes invocano l’adozione di standard di provenienza chiari, affinché ogni dato o stima usata in ambito sanitario specifichi se sia stato misurato, modellato o generato, indicando sempre il margine di incertezza. Inoltre, sottolineano la necessità di difendere l’indipendenza delle istituzioni pubbliche, poiché “i modelli vendono fluidità piuttosto che verifica” e l’esternalizzazione della verità rischia di distruggere la legittimità della scienza.

L’Intelligenza Artificiale rappresenta uno dei più potenti microscopi che l’umanità abbia mai inventato per decifrare la complessità della biologia. Tuttavia, quando si tratta di decidere le politiche sanitarie che guidano la vita di milioni di persone, nessun algoritmo potrà mai sostituire il rigore dell’evidenza empirica e la responsabilità delle istituzioni pubbliche.

Valentina Arcovio

Lo studio

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diting genetico, per la prima volta il Dna viene corretto direttamente nel corpo umano

Correggere un difetto genetico senza prelevare le cellule del paziente e modificarle in laboratorio, ma intervenendo direttamente all’interno del suo organismo. È la prospettiva aperta dal primo trattamento sperimentale con il prime editing somministrato a un essere umano: negli Stati Uniti, un paziente affetto dalla malattia di Wilson ha ricevuto una terapia progettata per intervenire sulla mutazione responsabile della patologia. A darne notizia è l’Ansa, che riporta l’avvio della sperimentazione condotta dall’azienda biotech Prime Medicine. I primi risultati sono attesi nel corso del prossimo anno.

Il trattamento, denominato PM577a, è al centro di uno studio clinico di fase 1/2, pensato innanzitutto per valutare la sicurezza della terapia e la risposta a dosi crescenti. Il farmaco contiene le istruzioni genetiche necessarie a correggere la specifica alterazione del Dna che causa la malattia, con l’obiettivo di intervenire sulle cellule del fegato.

Il prime editing è una tecnica di editing genomico sviluppata per modificare il Dna con maggiore precisione rispetto ai sistemi tradizionali di taglio e modifica, come Crispr-Cas9, la tecnologia che ha contribuito alla conquista del Nobel per la Chimica nel 2020. Prima di questo passaggio alla sperimentazione sull’uomo, la tecnica era stata studiata soprattutto in modelli animali.

Che cos’è la malattia di Wilson

La malattia di Wilson è una patologia genetica rara causata da mutazioni del gene ATP7B. Il difetto compromette la capacità dell’organismo di eliminare correttamente il rame, che finisce per accumularsi soprattutto nel fegato e può raggiungere anche il sistema nervoso. Senza un trattamento adeguato, l’accumulo può provocare danni epatici e disturbi neurologici.

L’idea alla base della nuova terapia è correggere direttamente il difetto genetico, con la prospettiva teorica di ottenere un beneficio duraturo. Si tratta però di un obiettivo ancora da verificare: la sperimentazione appena avviata dovrà stabilire innanzitutto se il trattamento è sicuro e potrà fornire indicazioni sulla sua efficacia.

Dai test sugli animali alla sperimentazione sull’uomo

Uno dei vantaggi potenziali dell’editing genetico in vivo è la possibilità di intervenire direttamente nell’organismo, evitando il percorso più complesso delle terapie ex vivo. In quest’ultimo caso, le cellule vengono prelevate dal paziente, modificate in laboratorio e poi reinfuse. Un trattamento somministrato direttamente nel corpo potrebbe rendere il processo più rapido e, in prospettiva, meno costoso, soprattutto se fosse possibile sviluppare una terapia utilizzabile da tutte le persone che condividono la stessa mutazione.

Le aspettative si basano sui risultati ottenuti finora nei modelli animali. A giugno, uno studio pubblicato su Nature Nanotechnology ha descritto l’impiego del prime editing in topi modello della fenilchetonuria, una grave malattia genetica del metabolismo: una singola somministrazione ha permesso di correggere la mutazione responsabile della patologia.

Un’altra ricerca ha mostrato che la tecnica può intervenire su una mutazione associata a una forma ereditaria di retinite pigmentosa. Nei topi utilizzati nello studio, la correzione ha contribuito a preservare i fotorecettori della retina e a rallentare il deterioramento della vista. Per la malattia di Wilson, risultati positivi ottenuti negli animali erano stati presentati a maggio al congresso della American Society of Gene & Cell Therapy, a Boston.

La prospettiva di estendere il trattamento

Per Prime Medicine, il primo paziente trattato rappresenta un passaggio importante verso lo sviluppo di terapie capaci di intervenire direttamente sulle cause genetiche delle malattie. “La somministrazione a un primo paziente di PM577a rappresenta un passo significativo verso l’obiettivo di un trattamento trasformativo“, ha dichiarato l’amministratore delegato Allan Reine.

L’azienda guarda già alla possibilità di estendere l’approccio ad altri gruppi di pazienti. Un ulteriore candidato terapeutico è in fase di sviluppo per correggere la mutazione R778L, indicata come la più diffusa tra le popolazioni dell’Asia orientale.

Il passaggio dai modelli animali all’essere umano apre dunque una nuova fase per il prime editing. La possibilità di correggere con precisione una mutazione direttamente nell’organismo è promettente, ma saranno i dati clinici a stabilire se questa strategia potrà diventare un trattamento sicuro ed efficace per la malattia di Wilson e, in futuro, per altre patologie genetiche.

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Virus Shamonda, l’Oms: “Improbabile un’ulteriore diffusione nell’uomo”. Cosa sappiamo del patogeno

È improbabile che il virus Shamonda si diffonda ulteriormente nell’uomo. È la valutazione espressa dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dopo l’identificazione in Francia del primo caso umano documentato di infezione da questo patogeno, finora riscontrato esclusivamente negli animali. Sulla base delle informazioni disponibili e delle conoscenze relative a virus strettamente correlati, l’infezione – che in Francia ha ucciso un paziente immunodepresso – viene considerata un caso isolato. L’Oms precisa tuttavia di non avere ancora elaborato una valutazione formale del rischio.

Il caso riguarda un paziente gravemente immunodepresso, già affetto da una patologia seria e morto all’inizio di ottobre. Le autorità sanitarie stanno ancora verificando se il virus abbia causato o contribuito al decesso e come sia avvenuta la trasmissione. L’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, ha dichiarato di monitorare attentamente la situazione e di essere in contatto con le autorità francesi e con i partner europei per valutare le possibili implicazioni per la salute pubblica.

Come sarebbe avvenuto il contagio

L’ipotesi delle autorità francesi è che l’infezione sia stata trasmessa dalla puntura di un moscerino del genere Culicoides nella Francia orientale, una zona in cui il virus era già circolato tra gli animali durante la primavera e l’estate del 2026. Non è ancora nota, però, la specie responsabile della possibile trasmissione all’uomo.

La grave immunodeficienza del paziente è un elemento importante per interpretare il caso. Come ha spiegato Martin Beer dell’Istituto Friedrich Loeffler, in Germania, quando il sistema immunitario è fortemente compromesso, la capacità di difesa contro gli agenti infettivi si riduce e l’infezione, insieme alla replicazione virale, può verificarsi più facilmente. Le complicazioni cerebrali osservate prima del decesso sono state considerate dalle autorità francesi probabilmente collegate all’infezione, ma gli accertamenti sul ruolo effettivo del virus nella morte sono ancora in corso.

Che cos’è il virus Shamonda

Shamonda è un ortobunyavirus appartenente al sierogruppo Simbu, che comprende anche il virus della malattia di Schmallenberg. Identificato per la prima volta in Nigeria a metà degli anni Sessanta, è stato segnalato sporadicamente in Africa e in Giappone. Prima del caso francese non erano mai state documentate infezioni nell’uomo.

Il virus si trasmette principalmente attraverso la puntura di insetti del genere Culicoides. I bovini sono considerati i principali ospiti, ma il patogeno è stato rilevato anche in ovini, caprini, alpaca e cavalli. Negli animali, l’infezione può provocare febbre, diarrea e una significativa riduzione della produzione di latte nei bovini; sono state inoltre segnalate associazioni con aborti. Nei cavalli può manifestarsi con gravi sintomi neurologici.

Il virus circola in Europa dal 2026

La presenza di Shamonda negli animali da allevamento è stata rilevata per la prima volta in Europa nell’estate del 2026. I segni clinici negli animali erano stati segnalati da giugno, mentre l’identificazione del virus risale alla fine di luglio. In seguito, il patogeno è stato individuato in allevamenti di diversi Paesi europei, tra cui Italia, Francia, Germania, Austria, Belgio, Irlanda, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svizzera.

In Europa, i moscerini vettori sono generalmente più attivi dalla primavera all’autunno. La loro attività varia in base alla specie, all’area geografica e alle condizioni meteorologiche e tende a diminuire con l’abbassamento delle temperature.

Il monitoraggio delle autorità sanitarie

L’Ecdc segue l’evoluzione della situazione in coordinamento con la Commissione europea e l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). L’agenzia sta inoltre collaborando con il laboratorio di riferimento dell’Unione europea per rafforzare la capacità di analisi e sostenere gli Stati membri nell’eventuale identificazione di altri casi.

Alla luce delle conoscenze attuali, le autorità francesi affermano che non è stato individuato un rischio sanitario per la popolazione generale. Il primo caso umano documentato resta un evento eccezionale, ma richiede ulteriori verifiche per chiarire le modalità di trasmissione e comprendere meglio il comportamento del virus nell’uomo. La valutazione dell’Oms è per ora rassicurante, ma resta legata alle informazioni disponibili mentre le indagini proseguono.

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Melanoma, “il vaccino a mRNA personalizzato riduce del 42% il rischio di recidiva o morte”

Un vaccino terapeutico personalizzato basato sulla tecnologia dell’RNA messaggero (mRNA) potrebbe migliorare il controllo del melanoma dopo l’intervento chirurgico. I risultati dello studio clinico internazionale di fase 3 INTerpath-001, sviluppato da Moderna e Merck e riportati da Associated Press (AP), indicano che l’aggiunta del vaccino sperimentale intismeran autogene, noto anche come V940 o mRNA-4157, a pembrolizumab riduce il rischio di recidiva o morte rispetto alla sola immunoterapia.

Lo studio ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma ad alto rischio, completamente asportato chirurgicamente. I partecipanti sono stati assegnati casualmente a ricevere pembrolizumab, un farmaco immunoterapico commercializzato come Keytruda, in associazione con il vaccino personalizzato oppure con un placebo.

Dopo un follow-up mediano di 24,6 mesi, la combinazione ha ridotto del 42% il rischio relativo di recidiva o morte. A due anni, la sopravvivenza libera da recidiva era dell’82,2% nel gruppo trattato con il vaccino, contro il 70% nel gruppo di controllo: una differenza assoluta di 12,2 punti percentuali. Il trattamento combinato ha inoltre ridotto del 38% il rischio di metastasi a distanza o morte.

Come funziona il vaccino

Il trattamento viene progettato a partire dall’analisi genetica del tumore asportato. I ricercatori identificano mutazioni che possono produrre neoantigeni, proteine riconoscibili come bersagli dal sistema immunitario. Il vaccino a mRNA fornisce alle cellule le istruzioni per produrre questi antigeni, stimolando una risposta immunitaria diretta contro eventuali cellule tumorali residue.

L’associazione con pembrolizumab punta a rafforzare tale risposta bloccando PD-1, una proteina che limita l’attività dei linfociti T. A differenza dei vaccini preventivi contro infezioni associate al cancro, come quelli contro il papillomavirus umano (HPV) e il virus dell’epatite B, questa strategia è terapeutica e mira a ridurre il rischio che un tumore già rimosso si ripresenti.

Benefici e questioni ancora aperte

Gli effetti indesiderati comprendono dolore nel sito di iniezione, stanchezza e altre reazioni associate alla vaccinazione a mRNA. Nei dati dello studio, gli eventi avversi correlati al trattamento di grado 3-5 sono stati registrati nel 14,2% dei pazienti che hanno ricevuto il vaccino e pembrolizumab, contro il 13,4% di quelli trattati con placebo e pembrolizumab.

La produzione personalizzata richiede inoltre un processo complesso: secondo quanto riportato da Associated Press, possono trascorrere circa sei settimane, o più, dall’analisi del tumore alla disponibilità del vaccino. Tempi, costi e capacità produttiva saranno quindi elementi importanti per un’eventuale applicazione su larga scala.

Moderna e Merck stanno discutendo con le autorità regolatorie i passaggi successivi per un’eventuale richiesta di autorizzazione. I risultati di fase 3 sono promettenti, ma non equivalgono all’approvazione del trattamento. Il follow-up dovrà chiarire soprattutto se la riduzione delle recidive si tradurrà in un miglioramento della sopravvivenza complessiva e quanto a lungo persisterà il beneficio.

Lo studio rappresenta un avanzamento per l’immunoterapia oncologica personalizzata, ma i risultati ottenuti nel melanoma non possono essere automaticamente estesi ad altri tumori. Saranno ulteriori studi a stabilire quali pazienti possano beneficiare maggiormente di questa strategia e quale ruolo potrà assumere nella pratica clinica.

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