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Divieto social ai minori, stop della Commissione Ue: “Leggi nazionali rinviate per un anno, prima il nostro regolamento Kids act”

Dopo il divieto social per i minori approvato dalla Grecia, primo paese in Europa a varare il ban, arriva lo stop di Bruxelles. “La Commissione ha deciso di rinviare di 12 mesi qualsiasi progetto di legge nazionale che si sovrapponga alle future norme armonizzate, ritenendolo fondamentale per evitare una frammentazione del nostro mercato interno”, ha dichiarato Thomas Regnier, portavoce della Commissione Ue. “Per salvaguardare il lavoro dei nostri co-legislatori, dobbiamo ora concentrarci sui negoziati relativi all’EU Kids Act e garantire un’efficace applicazione delle nostre norme”, ha aggiunto il funzionario di Bruxelles. Come effetto del rinvio, l’avvocato Stefano Bertone e Antonio Affinita (Moige) indicano i rischi sulla salute pubblica, ricordando la sanzione inflitta a Meta dal tribunale del New Mexico.

In attesa del provvedimento europeo per proteggere i più giovani, Regnier ha citato il Digital service act come strumento di tutela. Il portavoce della Commissione ha lanciato lo stop alle cancellerie del Vecchio Continente esprimendo il parere di Bruxelles sulla proposta di legge austriaca, con il ban previsto fino a 14 anni. La decisione del rinvio si ripercuote anche sull’Italia. Pochi giorni fa la presidenza del Consiglio dei ministri aveva lasciato trapelare sulle pagine di Repubblica la linea di Giorgia Meloni. La premier “non è contraria o ostile” al divieto per i giovanissimi. Tuttavia mai hai espresso il suo favore esplicito verso il ban dai social network, contenuto nel disegno di legge 1136, fermo da oltre un anno in attesa dei pareri del governo, ma con il via libera incassato proprio dall’Europa. Fratelli d’Italia, con Lavinia Mennuni, aveva esortato il Parlamento ad approvare il provvedimento, anche un emendamento per tutelare i giovani. Invito subito raccolto dal Partito democratico e Italia Viva. Ma ora il progetto bipartisan potrebbe arenarsi, dopo la decisione annunciata da Bruxelles.

Il portavoce Ue ha indicato l’Italia tra gli Stati che hanno già notificato le proprie leggi alla Commissione, insieme a Slovenia, Belgio e Francia. “Il lavoro è in corso”, ha detto Regnier, precisando che “questo non cambierà la nostra posizione di base: non frammenteremo il nostro mercato interno. Se lo si fa, con età diverse e leggi diverse nei vari Stati membri, diventa quasi impossibile far rispettare le norme”. La Commissione europea punta ora ad approvare la sua proposta di regolamento battezzata Kids act, accelerando il trilogo dei negoziati con Consiglio e Parlamento europeo.

Il divieto social è fortemente sostenuto dalle associazioni delle famiglie promotrici della class action contro Meta e TikTok, per i possibili danni ai minori. Tra le sigle c’è il Moige, Movimento genitori italiani. Il direttore generale Antonio Affinita, interpellato da ilfattoquotidiano.it esprime stupore per la mossa di Bruxelles: “Molto grave lo stop al divieto, si tratta di una ingerenza nelle politiche sulla salute pubblica degli Stati membri, un tema su cui gli i governi nazionali restano sovrani. Di fatto è impedito di legiferare in attesa di un provvedimento europeo”, ha dichiarato Affinita. “Del resto siamo perplessi sul Kids act, a partire dalla soglia troppo bassa fissata a 13 anni, come è già ora”, conclude il direttore generale. Il Moige aveva elencato 8 profili critici del provvedimento in discussione a Bruxelles, per tutelare i giovani dalle conseguenze dei social network. Ad esempio, l’assenza di responsabilità economica, penale e civile per i danni che un minore può subire. Oppure il parental control, eludibile, difficile da comprendere per i non esperti e interamente a carico dei genitori. I limiti di sicurezza da imporre alle piattaforme, secondo il Moige, troppo lasco e senza garanzie concrete. Infine, l’incertezza sulle sanzioni.

Anche l’avvocato Stefano Bertone, tra i legali del team della class action contro Meta e TikTok, si concentra sui rischi del rinvio di Bruxelles sulla salute pubblica: “La sopravvivenza e la salute mentale dell’età adolescenziale è una pretesa dell’oggi, non di dopodomani o tra 12 mesi”. L’avvocato ricorda il precedente legale negli Stati Uniti, con la maxi sanzione per i danni ai minori inflitta alla casa madre di Facebook e Instagram: la priorità è “evitare che si moltiplichino e aggravino anche da noi gli effetti di quella ‘tempesta’ che ha investito la salute mentale di milioni di adolescenti nel Nuovo Messico, come ha dichiarato il tribunale locale poche settimane fa, condannando Meta a quasi un miliardo di dollari di sanzioni”.

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Salari fermi e prezzi alle stelle: ecco quel che dovrebbe fare il centrosinistra di concreto

Il popolo italiano vuole il pane, e non solo promesse di rose. Il popolo ha certamente bisogno di pace, di sanità e scuole migliori, ma ha bisogno anche di avere subito soldi per arrivare alla fine del mese. Ormai da parecchi anni i prezzi aumentano e gli stipendi no, e il centrosinistra si lamenta, protesta, ma non propone nulla di concreto.

Renzi vinse il 40% degli elettori con gli 80 euro in più in busta paga. Berlusconi vinse le gare elettorali con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa. La destra prende voti con la flat tax (incostituzionale) per i lavoratori autonomi e con i condoni fiscali. La sinistra invece protesta per l’inflazione che mangia i salari ma non indica una soluzione semplice e immediata: indicizzare in tutto o in parte gli stipendi al carovita, non per aumentare i salari reali, ma solo per recuperare potere d’acquisto.

Per migliorare sanità, scuole e pensioni dovrebbe proporre una tassa patrimoniale e tasse di successione ai super-ricchi; dovrebbe imporre all’Unione Europea di abolire i paradisi fiscali che sono dentro la Ue; imporre un controllo sui prezzi dell’energia per diminuire le bollette a famiglie e imprese, e altre cose di sinistra che invece il nostro morbidissimo centrosinistra – molto di centro e poco di sinistra – non propone.

Per vincere le elezioni ed essere nuovamente credibili dopo i fallimenti passati, le forze di centrosinistra dovrebbero per prima cosa garantire la difesa del potere di acquisto delle famiglie massacrato dall’inflazione crescente. Il centrosinistra ha già promesso di introdurre un salario minimo indicizzato all’inflazione; questa è una misura giusta e sacrosanta, ma non basta: infatti riguarda solo 4 o 5 milioni di lavoratori e non i 19 milioni di lavoratori dipendenti che in grande maggioranza hanno stipendi da fame o insufficienti.

Il centrosinistra dovrebbe dimostrare di non avere timore di scontrarsi con Confindustria, e anche con l’Ue; e dovrebbe proporre una grande riforma fiscale, fondata su imposte sui redditi non basate su scaglioni fissi ma su una progressività continua e continuamente aggiornata, come in Germania.

Occorrerebbe tassare meno il lavoro e il capitale produttivo e più la finanza. Il centrosinistra dovrebbe avere il coraggio e la lungimiranza di proporre una tassa patrimoniale sui super-ricchi chiarendo che, per esempio, i miliardi presi a chi ha lo yacht verranno destinati a finanziare il taglio delle imposte per il lavoro e per i ceti medi. Occorre stabilire un vero controllo sui prezzi dell’energia, magari nazionalizzando l’Eni, ormai in gran parte in mano a azionisti stranieri. In Italia dominano le grandi banche private; occorre invece anche una banca pubblica che faccia credito per lo sviluppo delle piccole e medie aziende.

Alle ultime elezioni politiche italiane del 2022, gli astenuti che non si sono recati alle urne sono stati circa 16,6 milioni di cittadini, pari a circa il 37% del corpo elettorale. Le statistiche dicono che in grande maggioranza sono povera gente, i meno istruiti, i disoccupati e i lavoratori disillusi da una sinistra che non ha fatto nulla per loro. Il centrosinistra rischia di perdere i voti che la grande maggioranza degli astenuti gli darebbe volentieri se si impegnasse su cose concrete. Purtroppo è invece ammalato di moderatismo per non impaurire l’establishment italiano ed europeo: così però rischia di perdere e di dare tutto il potere a Meloni.

Al centrosinistra non basterà denunciare le disfunzioni della sanità pubblica o le spese per il riarmo del governo Meloni. Ormai anche la Lega di Salvini e Futuro Nazionale di Vannacci condannano il fatto che il governo italiano da anni fa morire inutilmente gli ucraini finanziando con miliardi la guerra inutile di Zelensky contro la Russia (una guerra scatenata soprattutto per il fatto che Zelensky voleva fare entrare la Nato in Ucraina).

Non basta promettere, come fanno inutilmente tutti i partiti, di recuperare l’evasione fiscale. Occorre imporre tasse sulle plusvalenze finanziarie e sulle grandi eredità. Occorre che il governo riacquisti le quote di maggioranza delle società strategiche dell’energia, in modo da controllare i prezzi per le imprese e le famiglie. Occorre che il centrosinistra denunci apertamente che l’Unione Europea non fa nulla per impedire lo scandalo dei grandi paradisi fiscali dentro la Ue: Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Malta, Cipro.

Il centrosinistra appoggia ciecamente la tedesca Ursula von der Leyen e le sue assurde politiche belliciste; non denuncia però il fatto che ogni anno lo Stato italiano a causa dell’euro – e quindi dell’impossibilità di finanziare gli investimenti pubblici con la propria moneta – paga 90 miliardi circa ai mercati finanziari solamente per pagare gli interessi sui debiti pregressi. Una tassa enorme che soffoca l’economia nazionale a beneficio della finanza nazionale ed estera.

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“Vi indignate per le vetrine, ma non per chi non riesce a pagare l’affitto. Siete parte del problema”: l’eurodeputata Montero contro il Parlamento Ue

“Se vi fa arrabbiare tantissimo un cassonetto bruciato in Francia e se trovate insopportabile una vetrina rotta in Italia, ma non vi indignate per la gente che non riesce a pagare l’affitto o per i milioni di giovani che, a causa delle vostre politiche, sono costretti a studiare in baracche, vuol dire che voi siete parte del problema“. È il duro affondo dell’eurodeputata di Podemos Irene Montero contro il Parlamento Europeo, in risposta ai commenti dei suoi colleghi sugli episodi, avvenuti in diversi Paesi, in cui migliaia di giovani hanno manifestato con violenza la loro rabbia sociale.

La politica spagnola ha accusato il presidente del Consiglio Ue Antonio Costa e i presenti di essere più preoccupati per le banche, i fondi di investimento e le multinazionali, che delle persone schiacciate da violenza sociale ed economica. Cittadini che vedono i loro governi dirottare sul riarmo fondi che dovrebbero essere utilizzati per la sanità, per il diritto all’abitare o per l’istruzione. “Siete voi parte del problema”, ha concluso Montero.

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Anche in Spagna la sinistra fa fatica a stare insieme: come si stanno organizzando i partiti alleati di Sànchez per il (difficile) voto di novembre

Il Frente Amplio che prova a riunire la sinistra spagnola alla sinistra dei socialisti, ha perso una delle sue figure più riconoscibili tre giorni dopo la presentazione. Martedì la ministra della Salute Mónica García, medico anestesista e leader di Más Madrid (la forza progressista della capitale), ha annunciato che non sarà candidata alle elezioni del 29 novembre. Il posto di numero due nella lista di Madrid andrà a una compagna di partito, la deputata Tesh Sidi, mentre lei si concentrerà sulle regionali di Madrid di maggio 2027, dove vuole togliere la presidenza della Comunità a Isabel Díaz Ayuso, la leader dei popolari (PP, centrodestra) che governa la regione.

La spiegazione ufficiale è una “profonda riflessione” e la volontà di mettere “il bene comune” prima dell’interesse personale. Il capolista di Madrid Emilio Delgado (vicecapogruppo di Más Madrid nell’Assemblea regionale) ha assicurato che García “starà dove vuole stare” e che avrà il suo sostegno. Perché una scelta così, a poche settimane dal voto? I motivi reali non li ha spiegati nessuno, ma le letture possibili sono due. La prima è che García preferisca preservare il proprio capitale politico per la sfida con Ayuso, evitando di legare il suo nome a un risultato che i sondaggi descrivono molto difficile: Sigma Dos, uno dei principali istituti privati, stima che il cartello perderebbe seggi anche a Madrid rispetto al 2023. La seconda, sostenuta soprattutto dai media di destra come Libertad Digital, è che sia stata scavalcata da Ada Colau, l’ex sindaca di Barcellona, diventata la candidata di tutta la coalizione.

Sabato scorso, in un auditorium all’aperto sulle rive del Manzanares (il fiume di Madrid), il Frente Amplio aveva aperto la sua campagna elettorale. Sul palco sette volti, alle spalle un grande striscione rosso e giallo. Doveva essere la fotografia dell’unità, ma lo scatto più eloquente era quello di chi non c’era. Il giorno prima, scaduti i termini per registrare le coalizioni, l’accordo con Podemos era definitivamente saltato.

Anche in Spagna la sinistra fa fatica a stare insieme: ecco perché

Il Frente Amplio riunisce quattro sigle. C’è Sumar, la piattaforma dell’ex vicepremier Yolanda Díaz, che fino a oggi ha governato con il Psoe (i socialisti del premier Pedro Sánchez). C’è Izquierda Unida, erede dei comunisti spagnoli. C’è Más Madrid, forza ecologista e progressista della capitale, nata in parte da una scissione di Podemos. E ci sono i Comuns, la formazione barcellonese di Ada Colau, oggi leader dell’intera coalizione e capolista a Barcellona.

Dall’altra parte c’è Podemos, il partito nato dagli indignados del 2014 e oggi molto ridimensionato, guidato da Ione Belarra e con Irene Montero, ex ministra dell’Uguaglianza ed eurodeputata, come candidata. Poi c’è Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), la sinistra indipendentista catalana, il cui volto più noto a Madrid è Gabriel Rufián, portavoce del partito al Congresso.

Fu proprio Rufián a lanciare l’idea di un fronte ampio, capace di rimettere insieme ciò che Sumar aveva lasciato in frantumi. Per mesi è stato il principale promotore del progetto, che sulla carta sembrava interessante, soprattutto considerando le frizioni tra i partiti alla sinistra del Psoe. Poi la svolta: lui e Montero hanno aperto un canale diretto tra Erc e i viola. Da lì le trattative con il Frente Amplio non sono più ripartite.

L’argomento più plausibile è che, quando è comparso il nome di Colau, Erc abbia deciso di sbarrare la strada a qualsiasi intesa. Il motivo è una ferita barcellonese. Nel 2019 Esquerra vinse le elezioni comunali con Ernest Maragall, ma Colau fu rieletta sindaca grazie ai voti della destra di Manuel Valls (ex premier francese, candidato a Barcellona), con l’obiettivo dichiarato di impedire agli indipendentisti di governare la città. Per Erc non è mai stata archiviata. Rufián, che parla di una “telenovela nefasta” e ammette il proprio fallimento, ha scelto il suo campo: sarà capolista di Erc in Catalogna, con Podemos come unico alleato. L’intesa è ormai operativa. Podemos non si presenta in Catalogna e sostiene Erc, che inserisce alcuni esponenti viola come indipendenti nelle sue liste. Rufián e Montero faranno campagna insieme in tutta la Spagna: il primo appuntamento è sabato 24 a Barcellona, nel quartiere popolare di Nou Barris, con lo slogan “Casa, Vida, Futur“.

Poche ore prima della scadenza il Frente Amplio ha messo nero su bianco l’ultima proposta: un capolista a Madrid e uno in Catalogna per Podemos, la portavoce al Congresso, risorse divise in modo equo. Diario Red, il media diretto dal fondatore di Podemos Pablo Iglesias, l’ha liquidata come una “trappola“, perché un seggio catalano ai viola avrebbe imposto di rompere con Erc. In cambio Podemos chiedeva a Izquierda Unida di fare un passo indietro nelle province più a rischio, ma i dirigenti territoriali hanno chiuso la porta, come aveva già annunciato il coordinatore Antonio Maíllo: niente accordi a pezzi. Montero e Belarra hanno poi sostenuto che le divergenze erano politiche e non di poltrone, rimproverando al Frente Amplio la vicinanza al Psoe. Un riferimento alla lista comune che le due forze presenteranno al Senato, con il nome “Senado de Progreso“.

Dal palco di Manzanares, Colau ha chiuso la questione: “Se qualcuno non vuole sedersi a un tavolo, non si può obbligarlo”. Poi ha ringraziato le 15 organizzazioni della coalizione e assicurato di aver dato “tutto”. Delgado ha scelto l’ironia: basta drammi, non siamo qui per contarci le ferite.

Perché Podemos non ha voluto l’accordo? La risposta più convincente guarda oltre il 29 novembre. I sondaggi sembrano anticipare un governo di PP e Vox (la destra radicale di Santiago Abascal), e Podemos sembra già posizionarsi sui quattro anni successivi. Presentarsi da sola, con una campagna centrata sulla critica al governo uscente, significa farsi trovare pronta a raccogliere la mobilitazione che un governo di destra produrrà quasi da sé. Il prezzo lo pagherà l’intera sinistra. L’unità si è fatta solo dove esiste un terzo attore forte. Nel País Valencià, storicamente terra di destra, Compromís (la sinistra valenciana), Podemos, Izquierda Unida ed Esquerra Republicana hanno firmato una lista unica, “Compromís-Front Valencià”, a poche ore dal limite. Alle Canarie nasce Unidad del Pueblo Canario, con Podemos; in Aragona, CHA-Frente Amplio, senza Podemos.

Cosa dicono i sondaggi: com’è messa la sinistra

Il Congresso ha 350 seggi e la maggioranza assoluta è a 176. La media degli otto principali sondaggi privati di ottobre dà il Pp al 31,9%, il Psoe al 26,5% e Vox al 18,7%: PP e Vox sommati sono in media a 201 seggi e superano la maggioranza in tutte le rilevazioni. Fa eccezione il Cis, l’istituto statistico pubblico, che a inizio ottobre (prima della rottura tra Frente Amplio e Podemos) vedeva il Psoe al 34%, il Pp al 22,2% e Vox al 17,1%.

Per la sinistra radicale le stime sono più basse di quelle che l’accordo avrebbe potuto produrre. Il Cis attribuisce al Frente Amplio il 6,1% e a Podemos il 3,1%. Sigma Dos per El Mundo lo dà al 7,2%, con 9-10 seggi: tra Frente Amplio, Podemos e alleanza valenciana si arriverebbe a 13 seggi, contro i 31 che Sumar aveva ottenuto nel 2023. Nei vari istituti l’area oscilla tra 5 e 17 seggi.

Programmi e fragilità degli alleati a sinistra di Sànchez

Sommati, Frente Amplio e Podemos metterebbero insieme il 9,2% secondo l’istituto Cis, ma divisi restano entrambi sotto soglia in gran parte delle province. La Spagna non vota in un collegio unico: sono 52 elezioni provinciali, con il sistema d’Hondt (proporzionale, ma che premia chi arriva primo). Nel 2023 il seggio più economico di Sumar costò il 9,6% (a Murcia). Dove il collegio è piccolo l’effetto diventa paradossale: a Girona, Lleida e Tarragona, con 6, 4 e 6 seggi, solo i socialisti o Erc hanno speranze realistiche di ottenerne uno a sinistra. Ogni voto dato al Frente Amplio o a Podemos non produce deputati e finisce per favorire i partiti più forti, destra compresa. E superare il 10% non basta: in Navarra e nell’Araba (Álava, nei Paesi Baschi), con oltre il 12% nel 2023, non è scattato nessun seggio. Una coalizione nata per essere «ampia» si presenta, in questo momento, come una forza di nicchia.

Il discorso del Frente Amplio punta tutto sulla casa. Colau ha ricordato il suo passato da attivista contro gli sfratti e da sindaca, rivendicando più di 1.600 abitazioni espropriate e oltre mille costruite in cessione d’uso, e ha chiesto più coraggio al Psoe. L’ex ministro Ernest Urtasun ha evocato il governo di PP e Vox come una copia del “programma della motosega” di Javier Milei, il presidente argentino. L’ex ministro Pablo Bustinduy ha promesso lo stop agli affitti turistici. A convincere dovrà essere quel 21,8% di ex elettori di Sumar che a inizio ottobre non aveva ancora deciso, mentre sullo sfondo cresce il richiamo del voto utile al Psoe. Con l’addio di García e la campagna parallela di Montero e Rufián, il Frente Amplio ha poco tempo per dimostrare di essere qualcosa di più di una somma di sigle.

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