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Stellantis prolunga la cassa integrazione a Mirafiori: il “cuore” della fabbrica chiuso fino a 6 novembre

Non c’è due senza tre, anche quando si parla di cassa integrazione. Stellantis ha prolungato la chiusura del reparto Carrozzeria di Mirafiori, il cuore della fabbrica torinese, già vuoto dal 16 ottobre. La ripresa produttiva era prevista lunedì, sabato, ma l’azienda ha comunicato ai sindacati che gli operai dovranno restare a casa anche dal 2 al 6 novembre. Diventano così tre le settimane consecutive senza lavoro per circa 1.000 addetti alla linea della Fiat 500 elettrica e ibrida.

“Purtroppo, da qui alla fine dell’anno non saranno le ultime”, avvisa la Fiom-Cgil di Torino. Stellantis ha giustificato la necessità di chiusura dell’impianto con il mancato approvvigionamento di materiale per assemblare le auto: “È una scusa che non sta in piedi, il problema sono le vendite e, con un solo modello in produzione, le fermate non potranno che aggravarsi”, commentano Edi Lazzi, segretario generale torinese del sindacato, e Gianni Mannori, responsabile della Fiom di Mirafiori. Secondo i sindacalisti, “la situazione avrà ripercussioni immediate sugli stipendi dei dipendenti Stellantis e rischia di avere conseguenze ancora più pesanti per le aziende dell’indotto, con la possibile perdita dei posti di lavoro degli interinali e, alla scadenza degli ammortizzatori sociali, il rischio di chiusure e licenziamenti”.

La Fiom guarda con preoccupazione anche ai tempi del restyling della 500 elettrica, che non arriverà prima del 2028 e che, sostiene, non sarebbe comunque sufficiente a risolvere il problema dei volumi produttivi. Lazzi e Mannori chiedono quindi un intervento di governo, Regione e Comune per favorire l’arrivo di un nuovo modello a Mirafiori, anche alla luce della disponibilità manifestata dall’azienda a investire a Torino in presenza di una riduzione dei costi energetici. Di “perdurare di una situazione di forte incertezza produttiva e occupazionale” parla Igor Albera della Fim torinese sottolineando “ancora una volta i lavoratori sono chiamati a subire le conseguenze di una situazione che continua a non offrire prospettive chiare e stabili sul futuro”.

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Ex Ilva, il governo vuol mantenere la produzione d’acciaio in Italia e “valuta partecipazione pubblica”. Fiom: “Passo avanti sugli ammortizzatori per tutti”

Il governo conferma l’obiettivo di mantenere la produzione di acciaio in Italia e di decarbonizzare l’ex Ilva con la prospettiva dei forni elettrici, anche valutando la partecipazione pubblica. E si impegna a valutare, in sede di conversione del decreto del 16 ottobre, una migliore definizione della platea dei beneficiari delle misure di sostegno al reddito e tutela occupazionale previste per i lavoratori dell’acciaieria e dell’indotto. È quanto si legge nel verbale firmato da esecutivo e sindacati al termine del tavolo a Palazzo Chigi. Il documento prevede inoltre che entro metà dicembre arrivino ulteriori informazioni sulle possibili misure per favorire le uscite volontarie e anticipate dalle aziende del gruppo, compresi strumenti per riconoscere il lavoro usurante svolto nel ciclo integrale siderurgico. Un’estensione è possibile, con risorse da individuare nella manovra di bilancio. Il segretario generale della Fiom Cgil, Michele De Palma, uscendo da Palazzo Chigi ha parlato di un risultato positivo: “La lotta paga, la lotta dei lavoratori oggi ha ottenuto delle prime risposte. Con il governo è stato fatto un passo avanti vero. Si è trovato un punto di condivisione”, a cominciare da due elementi “fondamentali: forni elettrici e tutele con gli ammortizzatori per tutti i lavoratori”.

Sul fronte industriale, tuttavia, il quadro resta estremamente incerto. Il governo pur intendendo garantire prospettive a tutti gli stabilimenti del gruppo, “con impianti DRI, forni elettrici, laminazione a caldo e lavorazioni di verticalizzazione a freddo“, non è in grado di indicare tempi e tappe della trasformazione. In particolare “non può allo stato soddisfare la richiesta delle organizzazioni sindacali di disporre e discutere di un preciso cronoprogramma del processo di decarbonizzazione”, ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. La richiesta sarà esaminata “non appena risulteranno sciolti i fattori di incertezza”. Riguardo all’ultimo capitolo dell’indagine sulla gestione di ArcelorMittal e Acciaierie d’Italia, con i pm che hanno chiesto i domiciliari per l’ex ad Lucia Morselli, Mantovano si è detto “fiero del fatto che questo governo abbia estromesso il socio Mittal tre anni prima dei recenti sviluppi giudiziari, tenendo conto delle anomalie che hanno concorso a determinare i guai successivi”.

Le incognite al momento sono soprattutto due: la scadenza dell’8 novembre per la presentazione delle offerte vincolanti di acquisto e la decisione della Cassazione sul ricorso contro il provvedimento della Corte d’appello di Milano che impone la fermata dell’area a caldo. Nel frattempo, il decreto-legge consente di mantenere gli impianti in riscaldo fino al 15 dicembre. Ma senza una soluzione per il futuro industriale del gruppo, il governo non è in grado di fornire ai lavoratori una tabella di marcia per la trasformazione degli stabilimenti.

Intanto, accanto alla ricerca di un acquirente e alla gestione della produzione, l’esecutivo prova ad aprire una strada alternativa sul fronte occupazionale. Mercoledì ha incontrato i vertici di Leonardo, Rheinmetall, Fincantieri e Ferrovie chiedendo di valutare possibili investimenti nell’area di Taranto e percorsi di reimpiego per i dipendenti dell’ex Ilva. I commissari straordinari dovrebbero mettere a disposizione delle aziende i dati sulla forza lavoro, così da consentire una valutazione delle possibili esigenze occupazionali. Il governo ha ribadito anche l’intenzione di intervenire con incentivi all’esodo e agevolazioni per favorire nuovi insediamenti produttivi. Sul fronte degli ammortizzatori sociali, Mantovano ha chiarito che la richiesta di cassa integrazione straordinaria per 8.622 lavoratori indica una platea massima potenziale, non il numero degli addetti che saranno necessariamente sospesi. Sono previste rotazioni e i commissari stanno cercando ulteriori commesse per ridurre i periodi di inattività.

I commissari straordinari hanno presentato un programma delle attività produttive e manutentive che si estende fino a febbraio 2027. Il programma contempla un fermo generale delle attività produttive dal 19 dicembre al 10 gennaio, oltre a ulteriori interruzioni tra gennaio e febbraio. I commissari sono al lavoro per reperire nuove forniture di bramme e coils e ulteriori commesse, con l’obiettivo di prolungare la continuità produttiva oltre febbraio e contenere i periodi di fermata. Il calendario prevede una ripresa delle lavorazioni a Taranto tra il 10 e il 14 novembre, essendo arrivate le prime navi con le bramme. Le attività logistiche e manutentive proseguiranno fino al 19 dicembre. A Genova sono previste attività di logistica, manutenzione, laminazione e produzione di banda stagnata fino alla fine di novembre. La ripresa è programmata dall’11 gennaio, con il riavvio della banda stagnata nella terza settimana del mese. A Novi Ligure, invece, manutenzioni, logistica e lavorazioni di verticalizzazione dovrebbero ripartire indicativamente dalla seconda settimana di febbraio.

La ministra del Lavoro Marina Calderone ha confermato le tre direttrici degli interventi previsti dal decreto 185: tutela delle imprese dell’indotto, integrazione della cassa integrazione fino al 70%, secondo quanto illustrato al tavolo, e incentivi alla ricollocazione, con misure previste fino al 30 giugno 2027. Per le aziende che assumeranno lavoratori coinvolti nella crisi è previsto un contributo di 20mila euro, erogato in due tranche da 10mila euro. Calderone ha annunciato che il ministero sta studiando la platea potenziale e la fattibilità tecnica di una misura specifica per consentire il pensionamento anticipato dei siderurgici vista la natura usurante del lavoro. Non è stata però ancora presentata una proposta.

Resta aperto anche il confronto sui requisiti per accedere agli ammortizzatori destinati alle imprese dell’indotto. Il governo sta valutando se il requisito del 50% del fatturato legato ad ADI debba essere riferito alla singola unità produttiva e quale debba essere il relativo ambito territoriale. Meno disponibilità c’è invece sulla possibilità di abbassare la soglia percentuale.

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Stellantis ferma la produzione ad Atessa, i tir in protesta non consegnano i componenti

I blocchi degli autotrasportatori hanno spinto diverse realtà nel Paese a rallentare o interrompere la produzione. Stellantis è una di queste. Ha infatti disposto lo stop per quattro turni allo stabilimento di Atessa, in Abruzzo, a causa dei ritardi nelle consegne dei componenti.

L’azienda ha fatto sapere che recupererà la fermata del terzo turno del 21 ottobre, mentre i nuovi stop avranno necessità di cassa integrazione.

Nuovi stop in Stellantis

Nuovi stop alla produzione di Stellantis. La protesta degli autotrasportatori infatti non permette la consegna di diversi componenti necessari allo stabilimento di Atessa, in provincia di Chieti. Si tratta del quarto turno di stop dopo i precedenti.

L’azienda ha comunicato al comitato esecutivo di Fim e Uilm l’intenzione di applicare diversi fermi: in totale il secondo e terzo turno, il primo turno e il turno centrale della giornata del 22 ottobre, a esclusione dei reparti Ckd e Finizione.

Mentre alcuni turni dei giorni precedenti rimasti bloccati saranno recuperati, i nuovi andranno incontro alla cassa integrazione.

Cosa c’entrano gli autotrasportatori?

A causare il primo stop di lunedì 19 ottobre è stata la carenza di componenti provocata dai blocchi della logistica che ha preso parte alle proteste degli autotrasportatori. Senza il materiale necessario alle linee produttive, i fermi si sono resi necessari.

Le prime conseguenze sono state registrate lunedì 19, con Stellantis che è stata costretta a fermare la produzione e un primo annuncio relativo a come la giornata lavorativa persa sarebbe stata recuperata.

La situazione però non si è risolta nelle ore e nei giorni successivi, anzi è peggiorata. Così martedì pomeriggio è stata annunciata un’ulteriore sospensione. Giorno per giorno sono stati annunciati i fermi, fino a quando per l’intera settimana lo stabilimento è rimasto bloccato.

Il problema di Stellantis

Secondo l’analisi di Milano Finanza, lo stabilimento di Atessa è uno dei principali centri produttivi europei di Stellantis per i veicoli commerciali leggeri. Dalle sue linee infatti escono modelli come Fiat Ducato, Peugeot Boxer, Citroën Jumper e Opel Movano, destinati ai mercati europei e internazionali.

Le sospensioni, resesi necessarie per via dell’assenza delle forniture, dimostrano quanto la produzione automobilistica dipenda da una buona logistica. L’interruzione del flusso anche di un solo componente blocca l’intera linea di assemblaggio, con conseguenze sulla produzione e anche sul piano lavorativo.

Per quanto proseguiranno i blocchi

È difficile dire per quanto proseguiranno ancora i blocchi. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto-legge con disposizioni urgenti e misure di sostegno ai settori. La premier ha rivendicato le risposte immediate, ma anche segnalato che in alcune zone diversi soggetti continuano a bloccare le strade.

Diverse realtà, come Trasportounito e le sigle di settore in Calabria, hanno sospeso le proteste contro il caro gasolio e quindi le consegne di alimentari nei negozi e nei supermercati stanno riprendendo. Hanno deciso di sospendere la protesta anche gli autotrasportatori dell’Associazione Imprese Autotrasportatori Siciliani.

Chi non si sta allineando sta andando incontro a identificazioni e denunce. Piantedosi ha confermato che prefetti e questure stanno vigilando sulle situazioni di blocco ancora in corso e cercando eventuali “infiltrazioni criminali”.

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Crescere in Italia: una generazione, ma esperienze diverse

Crescere nello stesso paese e frequentare le stesse scuole non garantisce le stesse esperienze di inclusione sociale. Perché deve esserci anche la possibilità di costruire relazioni, non essere discriminati, partecipare e avere voce nella società.

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L’occasione persa per affrontare la segregazione scolastica

Il decreto sulla soglia di studenti stranieri per classe identifica situazioni eccezionali in poche zone con recenti e massicci flussi di ingresso. Parte da un’analisi sbagliata e non permette di affrontare il problema serio della segregazione scolastica.

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