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La rivoluzione di Ansarallah: lo Yemen oltre la propaganda atlantista (INTERVISTA A TIM ANDERSON)

 

Dietro la narrazione occidentale che li etichetta sbrigativamente come "ribelli Houthi" o meri burattini dell'Iran, si nasconde una delle rivoluzioni popolari più complesse e censurate del nostro tempo. Il movimento yemenita di Ansarallah non solo ha resistito per un decennio alle brutali guerre per procura scatenate dalle monarchie del Golfo e da Washington, ma ha avuto il coraggio di sfidare l'egemonia israelo-americana nel Mar Rosso in difesa del popolo palestinese. In questa intervista esclusiva a Tim Anderson di Roberta Rivolta - traduttrice in italiano del suo libro sullo Yemen -  viene smontata la propaganda che impazza in tutti i media filo NATO, ripercorrendo la genesi di un movimento fondato su giustizia sociale, indipendenza nazionale e lotta all'imperialismo, che si prepara a sconfiggere definitivamente le forze occupanti e a ridisegnare gli equilibri dell'intera Asia Occidentale.

 

di Roberta Rivolta


D: Come ti è venuta l'idea del libro? Qual era il tuo scopo e come lo hai pianificato?

R: Dopo molteplici tentativi sono riuscito a visitare lo Yemen all'inizio del 2025. Ho incontrato varie persone nel settore delle relazioni estere, tra cui il responsabile degli archivi della presidenza, il quale, sapendo che avevo scritto di Siria e di Asia Occidentale, mi ha suggerito di pubblicare un libro sullo Yemen. Avevo già dedicato all’argomento alcuni articoli e un capitolo di West Asia After Washington, ma sapevo che questi miei scritti non erano completi. Dal momento che ritengo interessante a volte raccogliere le voci di più autori, che si occupino di argomenti simili e condividano alcuni valori fondamentali, ho proposto di comporre una raccolta di saggi, con l’obiettivo di spiegare che cosa è accaduto davvero in Yemen. Nonostante l'interesse suscitato dalle operazioni condotte nel Mar Rosso, non si sapeva quasi niente della rivoluzione di Ansarallah del 2014. Si sapeva che gli Stati Uniti chiamano Ansarallah “proxy dell’Iran”, o “ribelli Houthi”, e che in Yemen era in corso quella che a un certo punto è stata definita la peggiore catastrofe umanitaria del mondo. Credo che in molti si siano sorpresi quando nel 2023 gli yemeniti, dopo l'inizio del genocidio a Gaza, sono intervenuti contro gli israeliani in sostegno del popolo palestinese. Uno degli obiettivi fondamentali che mi sono proposto è stato, quindi, spiegare alle persone oneste e curiose — quelle a cui mi rivolgo quando scrivo — come il governo rivoluzionario yemenita abbia potuto, nonostante le circostanze molto difficili, intervenire in aiuto dei fratelli arabi e musulmani. Il progetto è partito da qui.



D: Puoi darci un quadro di come è nato Ansarallah e di come è cresciuto?

R: Ansarallah è nato nel nord dello Yemen come movimento di rinascita zaidita. All’epoca era presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh che, mentre da una parte appoggiava gruppi estremisti settari allineati all'Arabia Saudita, tipo al-Qaeda, dall'altra scatenò una serie di guerre contro il movimento su incoraggiamento di Bush, nel quadro della sua supposta guerra al terrorismo. Questa repressione militare fu uno dei fattori che alimentarono le rivolte contro Ali Abdullah Saleh nel 2011, l’anno in cui il Qatar metteva in scena le cosiddette rivoluzioni colorate in Libia e Siria. A quel tempo Ansarallah assunse una posizione molto cauta e non cercò di prendere il potere immediatamente. Non aveva un piano per prendere il potere, in realtà, ma era molto preoccupato dagli interventi stranieri sulle politiche di Saleh. Anche dopo che Saleh fu cacciato, Ansarallah non cercò di riempire il vuoto politico ma, insieme a gran parte dei movimenti insurrezionali, accettò Mansour Hadi quale presidente ad interim e la formazione di un Dialogo nazionale. Negli anni ‘90, dopo oltre un secolo di divisione imposta dalle potenze colonizzatrici, lo Yemen aveva riconquistato l’unità nazionale sotto la presidenza di Ali Abdullah Saleh. Ansarallah aveva sostenuto la sua nomina allo scopo di scongiurare il rischio di una guerra civile, ma quando, nel 2014, prima ancora che gli yemeniti avessero dato effettivamente inizio al Dialogo nazionale, le monarchie del Golfo presentarono una proposta di rinnovata ripartizione del Paese, scoppiò la rivoluzione. La divisione dello Yemen promossa dalle monarchie del Golfo, dietro le quali si sospettò immediatamente un’ingerenza statunitense, avrebbe prodotto un diseguale accesso alle risorse nazionali; in particolare a quelle petrolifere, i cui proventi sarebbero finiti nelle mani di un gruppo ristretto di beneficiari. Ansarallah si impegnò per includere nel processo rivoluzionario quante più fazioni possibile. È anche per questo motivo che è disonesto chiamare il movimento "ribelli Houthi” o “forza di destabilizzazione", fino al paradosso di accusarlo di collusione con al-Qaeda. Su questa calunnia infondata avanzata dagli USA si è basata la sua classificazione da parte dell’ONU quale “minaccia alla sicurezza della regione”. In realtà sono proprio gli alleati degli Stati Uniti i responsabili della nascita di al-Qaeda. nella Penisola Arabica. E questo è risaputo, al punto che perfino fonti statunitensi ammettono che al-Qaeda. ha combattuto contro Ansarallah. Come in Siria, gli Stati Uniti hanno cercato di incolpare le forze politiche indipendenti, i popoli indipendenti, della destabilizzazione che essi stessi provocavano.



D: Quali pensi siano state le idee principali che hanno guadagnato ad Ansarallah il favore degli yemeniti?

R: Il punto di forza principale è stata l'idea dell'unificazione del Paese, il principio che le risorse appartengano a tutti, e non a gruppi particolari per il loro beneficio personale.
In secondo luogo, il progetto di sviluppo di una società equa fondata su principi islamici – nella visione di Ansarallah, i principi fondanti di una società giusta vanno ricercati nel Corano – che ha avuto presa perfino nello Yemen del Sud il quale, nonostante fosse socialista, ha sempre riconosciuto l’Islam come religione di stato.
L’obiettivo dell’espulsione delle potenze straniere e delle forze regionali ad esse asservite. Gli yemeniti desideravano sinceramente l'indipendenza, desideravano avere voce in capitolo nella gestione del Paese e non doversi assoggettare a regole dettate da governi stranieri. E stato questo il problema di Ali Abdullah Saleh: venne visto sempre di più come un agente delle ambizioni occidentali e dei sauditi. Infine, la difesa della cultura musulmana. Ansarallah insegna a distinguere con chiarezza gli amici dai nemici, e insegna a non lasciarsi irretire dalla cultura occidentale, che punta a distruggere quella islamica autoctona.


D: Quali sono stati i rapporti tra lo Yemen e l’Asse della Resistenza nel tempo?

R: Lo Yemen di Saleh è stato l'unico paese dell'Asia Occidentale ad aderire all'Organizzazione Mondiale del Commercio, il che è interessante perché nel dibattito globale sviluppatosi tra fine anni '90 e inizio anni 2000 sulla Banca Mondiale e sull’OMC, circolavano posizioni molto critiche nei confronti del liberismo. Non solo l’Iran, ma praticamente tutti i paesi arabi e islamici hanno sostanzialmente bypassato l’imposizione dei principi liberali da parte di Washington negli anni '90: le cosiddette politiche di aggiustamento strutturale, le privatizzazioni, il "chi usa paga", la distruzione dei sistemi di istruzione e dei sistemi sanitari pubblici, eccetera. Lo Yemen, invece, ci finì dentro perché alla presidenza c’era Ali Abdullah Saleh. E questo fu uno degli elementi che portarono alla sua caduta, perché fu visto sempre più come un agente delle potenze occidentali. Hussein al-Houti sostenne l'unificazione dello Yemen sotto Ali Abdullah Saleh, anche se non era d'accordo con quelle politiche, perché non voleva che si scatenasse una guerra civile, e perché tutte le principali fazioni yemenite sostenevano l'unificazione da molto tempo.

Per quanto riguarda l’Asse, se ne cominciò a parlare davvero solo dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003, credo. Sebbene la propaganda statunitense si fosse scatenata contro l'Iran fin dalla rivoluzione del 1979, nel 2003 Washington avviò il progetto per un “Nuovo Medio Oriente”, che prendeva di mira tutti i popoli indipendenti nella regione. Il nome di “Asse della Resistenza” nacque in risposta alla definizione di Bush di un “asse del male” composto da Iran, Iraq e Corea del Nord. Gli iraniani in risposta ribaltarono la sua espressione: “In realtà noi siamo l’asse della resistenza”.
Se si pensa a Hezbollah, o anche ad Hamas, la resistenza esisteva già da prima. Ma nacque allora l'idea di una coalizione per combattere quella che assumeva sempre più i contorni di una guerra coordinata contro l’intera regione. Ricordiamo che fu coinvolta la NATO nell'invasione dell'Afghanistan, per esempio, e che, nonostante la defezione della Francia, molti Paesi parteciparono all'invasione dell'Iraq. L'idea dell’Asse dava corpo alla prospettiva di un’alleanza nella regione che potesse agire di concerto. Gli iraniani hanno sempre aiutato i palestinesi, fin dall'inizio. Hanno istituito la Giornata di al-Quds e hanno sempre sostenuto in varie forme il popolo palestinese. Durante la guerra imposta da Saddam Hussein per mandato delle potenze occidentali, l’Iran si ritrovò costretto a sviluppare una propria capacità militare, perché nessuno gli offrì sostegno, neanche l’Unione Sovietica, alleata di Saddam Hussein.
Perduta ogni fiducia negli altri Paesi, molto presto Teheran si mise in contatto con la resistenza irachena sorta in opposizione a Saddam Hussein. Nei primi anni ‘80 nacque Hezbollah, che prese ispirazione dalla rivoluzione iraniana, e si formarono i gruppi della resistenza islamica palestinese, richiamandosi prima alla Fratellanza Musulmana e poi alla Rivoluzione Iraniana.
Si formò così, a poco a poco, un'alleanza tra gruppi di resistenza che combattevano contro quello che era percepito sempre più come un nemico comune, soprattutto dopo l'invasione dell'Iraq, e le numerose guerre ibride scatenate contro l’intera regione da Bush e Obama. L’Asse divenne così una realtà sempre più forte, con l'Iran in prima linea, motivo per cui gli Stati Uniti e gli israeliani hanno sviluppato una vera ossessione nei confronti della Repubblica Islamica.



D: Molti in Occidente sono convinti che le popolazioni arabe si siano rivolte all'Islam dopo il fallimento del socialismo. Concordi con questa teoria?

R: L’Islam è sempre stato una componente fondamentale nelle culture della regione. Come ho già detto, era la religione di stato perfino nello Yemen del Sud socialista. L’adesione al Corano non è un fenomeno nuovo. Un fattore ben più rilevante è stato il declino del panarabismo, dopo il crollo del nasserismo, la riconciliazione di Sadat con gli israeliani e il tradimento della Siria, nella guerra del Tishrin del 1973. Anche la Lega Araba, una creazione chiave del panarabismo, quando cadde ostaggio delle monarchie del Golfo Persico perse del tutto il suo carattere antimperialista e indipendente. Penso, quindi, che sia stato il fallimento delle alleanze panarabe la vera causa dell’affermarsi della resistenza islamica in Asia occidentale.

Quanto al socialismo, il partito Baath era un gruppo panarabista revivalista e dichiaratamente socialista. Quindi sono sempre esistite correnti socialiste nella regione. Ce ne sono state anche in Iran. Ali Shariati fu un intellettuale socialista di spicco in Iran. Ma alla fine non fu quella socialista la componente dominante nella rivoluzione. Diversi gruppi socialisti presero parte alla rivoluzione iraniana e sostennero il governo islamico nei primi anni. Il Partito Comunista Tudeh, per esempio, sostenne la rivoluzione islamica nei primi anni, ma facendo sostanzialmente il doppio gioco. Era molto legato all'Unione Sovietica, ma l'Unione Sovietica non fu mai un’alleata dell’Iran come lo è oggi la Russia. Non solo non aiutò la rivoluzione iraniana, nonostante la politica estera sovietica fosse in genere molto progressista e a favore dei movimenti anticoloniali, ma si schierò con Saddam Hussein nella guerra imposta dall’Iraq. Gli iraniani non avevano alcun motivo di legarsi all'Unione Sovietica o a partiti alleati all'Unione Sovietica. Il Tudeh collaborò con i rivoluzionari per un certo periodo, in sostanza perché voleva sbarazzarsi dei suoi rivali di sinistra; e immagino che tutti i piccoli gruppi di sinistra che parteciparono alla rivoluzione si aspettassero di avere alla fine un ruolo più importante di quello che ebbero. Ma in fondo la leadership era a stragrande maggioranza islamica, anche a causa della precedente repressione di ogni forma di dissenso da parte dello scià. Nel regime autoritario instaurato da Reza Pahlavi, grazie alla particolare struttura sociale del Paese, gran parte della mobilitazione e dell’organizzazione politica da parte dei rivoluzionari avvenne attraverso le moschee. Quindi la socialdemocrazia non ebbe un ruolo molto rilevante perché era già stata schiacciata negli anni Cinquanta. Ma, come ho detto, c’erano correnti, come quella di Shariati, che consideravano le idee socialiste perfettamente coerenti con la tradizione sciita di lotta contro l'oppressione e per la giustizia sociale.
Alla vittoria della rivoluzione, come sappiamo, la fazione guidata da Khomeini assunse la posizione dominante. E l’Iran produsse un sistema ibrido, inventando l'Islam politico. I liberali conservarono un ruolo importante, ma il blocco antimperialista guidato da Khomeini, e poi da Khamenei, divenne fondamentale nel mantenere il regime liberale con i piedi per terra quando era al potere. Tradizionalmente, infatti i cosiddetti hardliner, che in Iran sono chiamati “principalisti”, sono la fazione che persegue politiche più allineate con quelle che l’Occidente percepisce come “di sinistra”: sussidi per gli strati poveri della popolazione, previdenza sociale, sovvenzioni dirette, pianificazione urbana, eccetera. Temi non propugnati di certo dai partiti conservatori, nei Paesi occidentali. Al contrario, i liberali iraniani sono più aperti all’economia privata, più filo-capitalisti. Lo sono anche oggi, tra l’altro, perché nutrono molte illusioni sul liberalismo occidentale, sperano di esservi incorporati, di beneficiarne. Gran parte delle classi medie in Iran aspira a questo obiettivo, mentre le politiche delle sinistre occidentali in Iran sono promosse, di fatto, dai principalisti.

In Yemen succede qualcosa di simile, perché ci sono sempre state correnti panarabiste, soprattutto nello Yemen del Nord, influenzate dall'Egitto di Nasser e dal partito Baath. Esisteva anche un partito Baath, e forse c’è ancora. E sopravvive una parte del Partito Socialista, che ha anche contribuito alla rivoluzione nel 2014.

Passando alla Palestina, il Fronte Popolare e il Fronte Democratico sono popolari in Occidente perché, in quanto correnti socialiste, sono più comprensibili agli occidentali; ma oggi non sono necessariamente le componenti dominanti della resistenza palestinese. Ed è naturale, in un certo senso, se si osserva come nel Sud globale tutti i processi rivoluzionari hanno conquistato il consenso popolare solo quando si sono fondati sulla cultura autoctona. L’umanesimo socialista di José Marti a Cuba, per esempio. O la teologia della liberazione in Venezuela. Una cosa simile è avvenuta in Nicaragua. In tutta l'America Latina hanno avuto molta influenza l'educazione popolare e la teologia della liberazione. Tutte le correnti rivoluzionarie del Sud del mondo hanno conquistato consenso costruendo sui valori culturali esistenti, piuttosto che cercando di soppiantarli con sottoculture provenienti da altri Paesi, per esempio da quelli occidentali. Molti autori latinoamericani hanno ribadito più volte che non si può trapiantare un movimento politico da una cultura a un'altra.



D: Puoi dirci qualcosa sull'attuale leader di Ansarallah, Abdul Malik al-Houti?

R: Abdul Malik è un fratello minore di Hussein al-Houti, fondatore del movimento. È un leader molto abile ed è sostanzialmente il capo della rivoluzione. Pronuncia regolarmente discorsi che, grazie alla tecnologia odierna, sono disponibili al pubblico in rete, a differenza di quelli di suo fratello, quasi irreperibili. A me ricorda Hassan Nasrallah, in un certo senso, perché Abdul Malik Al-Houthi è un pensatore, è un analista geopolitico, e allo stesso tempo è un comandante militare. Lo stesso duplice ruolo che ricopriva Nasrallah. Soleimani non era così. Soleimani era un comandante militare ma ha concesso pochissime interviste, perché il suo capo era Khamenei, e lui demandava sempre alla Guida Suprema la prospettiva geopolitica. Khamenei è stato una specie di genio, in termini di preparazione del Paese. Era tremendamente esperto, era stato un presidente eletto molto popolare negli anni '80. Andò al fronte durante la guerra ed è risaputo che, quando successivamente fu reclutato per il ruolo di Guida Suprema, cercò di sottrarsi alla nomina perché a quel tempo non era ancora un vero leader religioso. Ma era stato un presidente tremendamente esperto.

In ogni caso, Abdul Malik non ricopre lo stesso ruolo di leader religioso, è semplicemente fedele ai principi del Corano. Inoltre, Ansarallah non crede nel governo religioso. Credo che la loro visione sia che la società debba essere improntata ai valori islamici, quali furono enunciati da Hussein, ma non aspirano a un imamato. Hanno istituito una leadership rivoluzionaria, e un governo parallelo che coesiste con essa, e penso che il loro sistema politico sia ancora in via di formazione. Come per Chavez in Venezuela, la leadership rivoluzionaria permette loro di agire rapidamente, senza farsi rallentare dalla burocrazia, ma non hanno ancora un piano economico, per esempio. Come a Cuba, come in Iran, la leadership rivoluzionaria agisce sulla base dei propri principi ispiratori, ma definisce il percorso man mano, adattandosi alle circostanze, strada facendo, o “sobre la marcha”, come diceva Chavez.



D: Tornando a oggi, vorrei chiederti di spiegare quali siano le forze politiche in campo in Yemen, in questo momento.

R: Basandosi sul progetto coranico – che si è diffuso enormemente dopo l’uccisione del suo fondatore nel 2004 – Ansarallah ha cercato di allargare la sua coalizione il più possibile, includendovi praticamente tutte le forze politiche presenti nel Paese, compresi membri della Fratellanza Musulmana, una parte del vecchio Partito Socialista e una corrente del Congresso Generale del Popolo, il partito di Saleh. Per gran parte degli ultimi dodici anni l’incarico di Primo Ministro non è stato ricoperto da membri di Ansarallah, ma da rappresentanti del CGP. Dato il suo carattere fortemente inclusivo, nella coalizione coesistono prospettive diverse, ma la leadership rivoluzionaria, che è una sorta di potere parallelo a quello governativo, appartiene ad Ansarallah. La struttura amministrativa è un progetto in formazione. Ansarallah nomina i governatori delle province, che collaborano con i consigli tribali locali. Alcune dispute commerciali, civili e persino penali, per esempio, vengono risolte a livello locale, avvalendosi delle norme del diritto tradizionale. Quindi, piuttosto che fingere che tali consuetudini non esistano, mi sembra che Ansarallah stia cercando di infondere i principi del Progetto Coranico nel sistema dei clan, che è molto forte, molto influente. Stanno creando qualcosa di nuovo, qualcosa che non si può categorizzare in termini totalmente occidentali. Stiamo parlando di un sistema che esiste da migliaia di anni, e che non si può buttare via alla leggera, perché vi sono inscritti valori sociali e di giustizia sociale. Forse vi sono presenti anche elementi di ingiustizia sociale, ma è qui che cerca di intervenire la supervisione della leadership rivoluzionaria. Naturalmente esistono anche i tribunali nazionali, ma in molti casi è più vantaggioso risolvere le diatribe a livello locale. Quindi, penso che stiano creando qualcosa di nuovo.

Sappiamo, inoltre, che hanno respinto con decisione la proposta di ripartizione del Paese, perché il grosso delle risorse petrolifere sarebbe finito nelle mani di poche persone abbastanza fortunate da vivere a Marib o in altre zone ricche di giacimenti. E non era questo che volevano, ciò a cui aspirano è un’industria nazionale. Questo coerentemente con la logica della riunificazione, secondo la quale unità del paese significa che i proventi delle industrie nazionali, come quella petrolifera, un giorno permetteranno di costruire infrastrutture pubbliche, come ospedali, scuole e università. Quindi vediamo che l’obiettivo dell’unificazione già di per sé contiene valori sociali. A questi si aggiungono i principi coranici, promossi dalla rivoluzione. Sono principi già presenti da molto tempo anche nella cultura tribale, ma che forse hanno bisogno di qualche correzione, di un rinnovamento.

Sul fronte interno, penso sia molto difficile parlare di contrasti quando c’è una guerra in corso. È un po’ come parlare di conflitti all’interno della società palestinese, quando il loro obiettivo primario è liberarsi dal dominio coloniale. Sì, ci sono differenze nella società palestinese. C'è differenza tra le persone totalmente espropriate e quelle che ancora possiedono una casa o un terreno, ma non c’è contrapposizione oggi in Cisgiordania tra i diseredati e le classi medie. Non è questa la loro priorità. Penso non lo sia né per i palestinesi né per gli yemeniti. Gli yemeniti vogliono liberare il loro paese, preservare l'unità nazionale, e solo dopo potranno cominciare a occuparsi di giustizia sociale.

Il conflitto esiste con le fazioni che si sono alleate con l'occupazione; come l’Islah, il partito dei Fratelli Musulmani. Non so in che misura siano cambiate le posizioni di questi gruppi da quando sono cambiati gli sponsor dell’occupazione. Come sappiamo, i sauditi hanno cacciato il Qatar nel 2017, e hanno cacciato gli Emirati tra la fine dell'anno scorso e l’inizio di quest’anno. Ovviamente Emirati e Qatar avevano costruito relazioni con i rispettivi proxy; che non erano esattamente gli stessi dei sauditi. Come in Siria, le monarchie del Golfo avevano ciascuna le proprie brigate, che condividevano alcune idee settarie, ma avevano finanziatori diversi e approcci leggermente diversi, oltre alle gelosie su chi riusciva ad accaparrarsi più armi e denaro. Sospetto che qualcosa di simile stia accadendo oggi nella parte occupata dello Yemen. Cosa è successo al Consiglio di Transizione del Sud di Aden? Non lo so. Il loro principale patrocinatore erano gli Emirati, ora sono i sauditi. Ci sarà stato qualche cambiamento in termini di relazioni, probabilmente, ma non saprei dire in quale direzione. So che Ansarallah ha reclutato parecchi combattenti dalle aree occupate, e questo potrebbe essere molto importante quando si arriverà alla liberazione finale di posti come Marib e soprattutto Aden. Perché, dopo che questa battaglia per Taiz sarà risolta, penso che sarà Aden il prossimo obiettivo.



D: Pensi che, dopo che avrà liberato Marib e Aden, il governo rivoluzionario di Ansarallah sarà riconosciuto da altri stati?

R: Penso di sì. Penso che diverrà molto difficile per qualsiasi governo continuare a definire pochi individui residenti a Riyadh come “governo dello Yemen”. È già stato difficile mantenere questa finzione per dodici anni, ma diventerà del tutto insostenibile a quel punto. E, una volta che i governi internazionali inizieranno a rompere i ranghi... È pazzesco che al momento solo un Paese al mondo, l’Iran, riconosca il governo di Sana'a. Gli Stati Uniti e gli israeliani potrebbero mantenere le loro posizioni, perché per loro il governo guidato da Ansarallah è un anatema. Non lo accetteranno mai. Ma i Paesi con un minimo di cervello dovranno riconsiderare la loro posizione. Perché la liberazione di Marib e Aden significherà che Ansarallah controllerà non solo l’intera popolazione yemenita, ma tutte le attività commerciali e finanziarie del Paese. I sauditi non riusciranno più a mantenere il blocco economico, e a quel punto come potranno gli europei continuare a sostenere un governo in esilio? Sarà molto difficile. A meno di essere così servili verso gli Stati Uniti da ubbidire a ogni loro diktat in modo spudorato. Ma sospetto che gli europei, e anche gli asiatici, cominceranno a rompere i ranghi.

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Tim Anderson: "Il governo rivoluzionario yemenita è intervenuto in aiuto dei fratelli arabi e musulmani, nonostante le difficoltà"


di Roberta Rivolta


D: Come ti è venuta l'idea del libro? Qual era il tuo scopo e come lo hai pianificato?

R: Dopo molteplici tentativi sono riuscito a visitare lo Yemen all'inizio del 2025. Ho incontrato varie persone nel settore delle relazioni estere, tra cui il responsabile degli archivi della presidenza, il quale, sapendo che avevo scritto di Siria e di Asia Occidentale, mi ha suggerito di pubblicare un libro sullo Yemen. Avevo già dedicato all’argomento alcuni articoli e un capitolo di West Asia After Washington, ma sapevo che questi miei scritti non erano completi. Dal momento che ritengo interessante a volte raccogliere le voci di più autori, che si occupino di argomenti simili e condividano alcuni valori fondamentali, ho proposto di comporre una raccolta di saggi, con l’obiettivo di spiegare che cosa è accaduto davvero in Yemen. Nonostante l'interesse suscitato dalle operazioni condotte nel Mar Rosso, non si sapeva quasi niente della rivoluzione di Ansarallah del 2014. Si sapeva che gli Stati Uniti chiamano Ansarallah “proxy dell’Iran”, o “ribelli Houthi”, e che in Yemen era in corso quella che a un certo punto è stata definita la peggiore catastrofe umanitaria del mondo. Credo che in molti si siano sorpresi quando nel 2023 gli yemeniti, dopo l'inizio del genocidio a Gaza, sono intervenuti contro gli israeliani in sostegno del popolo palestinese. Uno degli obiettivi fondamentali che mi sono proposto è stato, quindi, spiegare alle persone oneste e curiose — quelle a cui mi rivolgo quando scrivo — come il governo rivoluzionario yemenita abbia potuto, nonostante le circostanze molto difficili, intervenire in aiuto dei fratelli arabi e musulmani. Il progetto è partito da qui.



D: Puoi darci un quadro di come è nato Ansarallah e di come è cresciuto?

R: Ansarallah è nato nel nord dello Yemen come movimento di rinascita zaidita. All’epoca era presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh che, mentre da una parte appoggiava gruppi estremisti settari allineati all'Arabia Saudita, tipo al-Qaeda, dall'altra scatenò una serie di guerre contro il movimento su incoraggiamento di Bush, nel quadro della sua supposta guerra al terrorismo. Questa repressione militare fu uno dei fattori che alimentarono le rivolte contro Ali Abdullah Saleh nel 2011, l’anno in cui il Qatar metteva in scena le cosiddette rivoluzioni colorate in Libia e Siria. A quel tempo Ansarallah assunse una posizione molto cauta e non cercò di prendere il potere immediatamente. Non aveva un piano per prendere il potere, in realtà, ma era molto preoccupato dagli interventi stranieri sulle politiche di Saleh. Anche dopo che Saleh fu cacciato, Ansarallah non cercò di riempire il vuoto politico ma, insieme a gran parte dei movimenti insurrezionali, accettò Mansour Hadi quale presidente ad interim e la formazione di un Dialogo nazionale. Negli anni ‘90, dopo oltre un secolo di divisione imposta dalle potenze colonizzatrici, lo Yemen aveva riconquistato l’unità nazionale sotto la presidenza di Ali Abdullah Saleh. Ansarallah aveva sostenuto la sua nomina allo scopo di scongiurare il rischio di una guerra civile, ma quando, nel 2014, prima ancora che gli yemeniti avessero dato effettivamente inizio al Dialogo nazionale, le monarchie del Golfo presentarono una proposta di rinnovata ripartizione del Paese, scoppiò la rivoluzione. La divisione dello Yemen promossa dalle monarchie del Golfo, dietro le quali si sospettò immediatamente un’ingerenza statunitense, avrebbe prodotto un diseguale accesso alle risorse nazionali; in particolare a quelle petrolifere, i cui proventi sarebbero finiti nelle mani di un gruppo ristretto di beneficiari. Ansarallah si impegnò per includere nel processo rivoluzionario quante più fazioni possibile. È anche per questo motivo che è disonesto chiamare il movimento "ribelli Houthi” o “forza di destabilizzazione", fino al paradosso di accusarlo di collusione con al-Qaeda. Su questa calunnia infondata avanzata dagli USA si è basata la sua classificazione da parte dell’ONU quale “minaccia alla sicurezza della regione”. In realtà sono proprio gli alleati degli Stati Uniti i responsabili della nascita di al-Qaeda. nella Penisola Arabica. E questo è risaputo, al punto che perfino fonti statunitensi ammettono che al-Qaeda. ha combattuto contro Ansarallah. Come in Siria, gli Stati Uniti hanno cercato di incolpare le forze politiche indipendenti, i popoli indipendenti, della destabilizzazione che essi stessi provocavano.



D: Quali pensi siano state le idee principali che hanno guadagnato ad Ansarallah il favore degli yemeniti?

R: Il punto di forza principale è stata l'idea dell'unificazione del Paese, il principio che le risorse appartengano a tutti, e non a gruppi particolari per il loro beneficio personale.
In secondo luogo, il progetto di sviluppo di una società equa fondata su principi islamici – nella visione di Ansarallah, i principi fondanti di una società giusta vanno ricercati nel Corano – che ha avuto presa perfino nello Yemen del Sud il quale, nonostante fosse socialista, ha sempre riconosciuto l’Islam come religione di stato.
L’obiettivo dell’espulsione delle potenze straniere e delle forze regionali ad esse asservite. Gli yemeniti desideravano sinceramente l'indipendenza, desideravano avere voce in capitolo nella gestione del Paese e non doversi assoggettare a regole dettate da governi stranieri. E stato questo il problema di Ali Abdullah Saleh: venne visto sempre di più come un agente delle ambizioni occidentali e dei sauditi. Infine, la difesa della cultura musulmana. Ansarallah insegna a distinguere con chiarezza gli amici dai nemici, e insegna a non lasciarsi irretire dalla cultura occidentale, che punta a distruggere quella islamica autoctona.


D: Quali sono stati i rapporti tra lo Yemen e l’Asse della Resistenza nel tempo?

R: Lo Yemen di Saleh è stato l'unico paese dell'Asia Occidentale ad aderire all'Organizzazione Mondiale del Commercio, il che è interessante perché nel dibattito globale sviluppatosi tra fine anni '90 e inizio anni 2000 sulla Banca Mondiale e sull’OMC, circolavano posizioni molto critiche nei confronti del liberismo. Non solo l’Iran, ma praticamente tutti i paesi arabi e islamici hanno sostanzialmente bypassato l’imposizione dei principi liberali da parte di Washington negli anni '90: le cosiddette politiche di aggiustamento strutturale, le privatizzazioni, il "chi usa paga", la distruzione dei sistemi di istruzione e dei sistemi sanitari pubblici, eccetera. Lo Yemen, invece, ci finì dentro perché alla presidenza c’era Ali Abdullah Saleh. E questo fu uno degli elementi che portarono alla sua caduta, perché fu visto sempre più come un agente delle potenze occidentali. Hussein al-Houti sostenne l'unificazione dello Yemen sotto Ali Abdullah Saleh, anche se non era d'accordo con quelle politiche, perché non voleva che si scatenasse una guerra civile, e perché tutte le principali fazioni yemenite sostenevano l'unificazione da molto tempo.

Per quanto riguarda l’Asse, se ne cominciò a parlare davvero solo dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003, credo. Sebbene la propaganda statunitense si fosse scatenata contro l'Iran fin dalla rivoluzione del 1979, nel 2003 Washington avviò il progetto per un “Nuovo Medio Oriente”, che prendeva di mira tutti i popoli indipendenti nella regione. Il nome di “Asse della Resistenza” nacque in risposta alla definizione di Bush di un “asse del male” composto da Iran, Iraq e Corea del Nord. Gli iraniani in risposta ribaltarono la sua espressione: “In realtà noi siamo l’asse della resistenza”.
Se si pensa a Hezbollah, o anche ad Hamas, la resistenza esisteva già da prima. Ma nacque allora l'idea di una coalizione per combattere quella che assumeva sempre più i contorni di una guerra coordinata contro l’intera regione. Ricordiamo che fu coinvolta la NATO nell'invasione dell'Afghanistan, per esempio, e che, nonostante la defezione della Francia, molti Paesi parteciparono all'invasione dell'Iraq. L'idea dell’Asse dava corpo alla prospettiva di un’alleanza nella regione che potesse agire di concerto. Gli iraniani hanno sempre aiutato i palestinesi, fin dall'inizio. Hanno istituito la Giornata di al-Quds e hanno sempre sostenuto in varie forme il popolo palestinese. Durante la guerra imposta da Saddam Hussein per mandato delle potenze occidentali, l’Iran si ritrovò costretto a sviluppare una propria capacità militare, perché nessuno gli offrì sostegno, neanche l’Unione Sovietica, alleata di Saddam Hussein.
Perduta ogni fiducia negli altri Paesi, molto presto Teheran si mise in contatto con la resistenza irachena sorta in opposizione a Saddam Hussein. Nei primi anni ‘80 nacque Hezbollah, che prese ispirazione dalla rivoluzione iraniana, e si formarono i gruppi della resistenza islamica palestinese, richiamandosi prima alla Fratellanza Musulmana e poi alla Rivoluzione Iraniana.
Si formò così, a poco a poco, un'alleanza tra gruppi di resistenza che combattevano contro quello che era percepito sempre più come un nemico comune, soprattutto dopo l'invasione dell'Iraq, e le numerose guerre ibride scatenate contro l’intera regione da Bush e Obama. L’Asse divenne così una realtà sempre più forte, con l'Iran in prima linea, motivo per cui gli Stati Uniti e gli israeliani hanno sviluppato una vera ossessione nei confronti della Repubblica Islamica.



D: Molti in Occidente sono convinti che le popolazioni arabe si siano rivolte all'Islam dopo il fallimento del socialismo. Concordi con questa teoria?

R: L’Islam è sempre stato una componente fondamentale nelle culture della regione. Come ho già detto, era la religione di stato perfino nello Yemen del Sud socialista. L’adesione al Corano non è un fenomeno nuovo. Un fattore ben più rilevante è stato il declino del panarabismo, dopo il crollo del nasserismo, la riconciliazione di Sadat con gli israeliani e il tradimento della Siria, nella guerra del Tishrin del 1973. Anche la Lega Araba, una creazione chiave del panarabismo, quando cadde ostaggio delle monarchie del Golfo Persico perse del tutto il suo carattere antimperialista e indipendente. Penso, quindi, che sia stato il fallimento delle alleanze panarabe la vera causa dell’affermarsi della resistenza islamica in Asia occidentale.

Quanto al socialismo, il partito Baath era un gruppo panarabista revivalista e dichiaratamente socialista. Quindi sono sempre esistite correnti socialiste nella regione. Ce ne sono state anche in Iran. Ali Shariati fu un intellettuale socialista di spicco in Iran. Ma alla fine non fu quella socialista la componente dominante nella rivoluzione. Diversi gruppi socialisti presero parte alla rivoluzione iraniana e sostennero il governo islamico nei primi anni. Il Partito Comunista Tudeh, per esempio, sostenne la rivoluzione islamica nei primi anni, ma facendo sostanzialmente il doppio gioco. Era molto legato all'Unione Sovietica, ma l'Unione Sovietica non fu mai un’alleata dell’Iran come lo è oggi la Russia. Non solo non aiutò la rivoluzione iraniana, nonostante la politica estera sovietica fosse in genere molto progressista e a favore dei movimenti anticoloniali, ma si schierò con Saddam Hussein nella guerra imposta dall’Iraq. Gli iraniani non avevano alcun motivo di legarsi all'Unione Sovietica o a partiti alleati all'Unione Sovietica. Il Tudeh collaborò con i rivoluzionari per un certo periodo, in sostanza perché voleva sbarazzarsi dei suoi rivali di sinistra; e immagino che tutti i piccoli gruppi di sinistra che parteciparono alla rivoluzione si aspettassero di avere alla fine un ruolo più importante di quello che ebbero. Ma in fondo la leadership era a stragrande maggioranza islamica, anche a causa della precedente repressione di ogni forma di dissenso da parte dello scià. Nel regime autoritario instaurato da Reza Pahlavi, grazie alla particolare struttura sociale del Paese, gran parte della mobilitazione e dell’organizzazione politica da parte dei rivoluzionari avvenne attraverso le moschee. Quindi la socialdemocrazia non ebbe un ruolo molto rilevante perché era già stata schiacciata negli anni Cinquanta. Ma, come ho detto, c’erano correnti, come quella di Shariati, che consideravano le idee socialiste perfettamente coerenti con la tradizione sciita di lotta contro l'oppressione e per la giustizia sociale.
Alla vittoria della rivoluzione, come sappiamo, la fazione guidata da Khomeini assunse la posizione dominante. E l’Iran produsse un sistema ibrido, inventando l'Islam politico. I liberali conservarono un ruolo importante, ma il blocco antimperialista guidato da Khomeini, e poi da Khamenei, divenne fondamentale nel mantenere il regime liberale con i piedi per terra quando era al potere. Tradizionalmente, infatti i cosiddetti hardliner, che in Iran sono chiamati “principalisti”, sono la fazione che persegue politiche più allineate con quelle che l’Occidente percepisce come “di sinistra”: sussidi per gli strati poveri della popolazione, previdenza sociale, sovvenzioni dirette, pianificazione urbana, eccetera. Temi non propugnati di certo dai partiti conservatori, nei Paesi occidentali. Al contrario, i liberali iraniani sono più aperti all’economia privata, più filo-capitalisti. Lo sono anche oggi, tra l’altro, perché nutrono molte illusioni sul liberalismo occidentale, sperano di esservi incorporati, di beneficiarne. Gran parte delle classi medie in Iran aspira a questo obiettivo, mentre le politiche delle sinistre occidentali in Iran sono promosse, di fatto, dai principalisti.

In Yemen succede qualcosa di simile, perché ci sono sempre state correnti panarabiste, soprattutto nello Yemen del Nord, influenzate dall'Egitto di Nasser e dal partito Baath. Esisteva anche un partito Baath, e forse c’è ancora. E sopravvive una parte del Partito Socialista, che ha anche contribuito alla rivoluzione nel 2014.

Passando alla Palestina, il Fronte Popolare e il Fronte Democratico sono popolari in Occidente perché, in quanto correnti socialiste, sono più comprensibili agli occidentali; ma oggi non sono necessariamente le componenti dominanti della resistenza palestinese. Ed è naturale, in un certo senso, se si osserva come nel Sud globale tutti i processi rivoluzionari hanno conquistato il consenso popolare solo quando si sono fondati sulla cultura autoctona. L’umanesimo socialista di José Marti a Cuba, per esempio. O la teologia della liberazione in Venezuela. Una cosa simile è avvenuta in Nicaragua. In tutta l'America Latina hanno avuto molta influenza l'educazione popolare e la teologia della liberazione. Tutte le correnti rivoluzionarie del Sud del mondo hanno conquistato consenso costruendo sui valori culturali esistenti, piuttosto che cercando di soppiantarli con sottoculture provenienti da altri Paesi, per esempio da quelli occidentali. Molti autori latinoamericani hanno ribadito più volte che non si può trapiantare un movimento politico da una cultura a un'altra.



D: Puoi dirci qualcosa sull'attuale leader di Ansarallah, Abdul Malik al-Houti?

R: Abdul Malik è un fratello minore di Hussein al-Houti, fondatore del movimento. È un leader molto abile ed è sostanzialmente il capo della rivoluzione. Pronuncia regolarmente discorsi che, grazie alla tecnologia odierna, sono disponibili al pubblico in rete, a differenza di quelli di suo fratello, quasi irreperibili. A me ricorda Hassan Nasrallah, in un certo senso, perché Abdul Malik Al-Houthi è un pensatore, è un analista geopolitico, e allo stesso tempo è un comandante militare. Lo stesso duplice ruolo che ricopriva Nasrallah. Soleimani non era così. Soleimani era un comandante militare ma ha concesso pochissime interviste, perché il suo capo era Khamenei, e lui demandava sempre alla Guida Suprema la prospettiva geopolitica. Khamenei è stato una specie di genio, in termini di preparazione del Paese. Era tremendamente esperto, era stato un presidente eletto molto popolare negli anni '80. Andò al fronte durante la guerra ed è risaputo che, quando successivamente fu reclutato per il ruolo di Guida Suprema, cercò di sottrarsi alla nomina perché a quel tempo non era ancora un vero leader religioso. Ma era stato un presidente tremendamente esperto.

In ogni caso, Abdul Malik non ricopre lo stesso ruolo di leader religioso, è semplicemente fedele ai principi del Corano. Inoltre, Ansarallah non crede nel governo religioso. Credo che la loro visione sia che la società debba essere improntata ai valori islamici, quali furono enunciati da Hussein, ma non aspirano a un imamato. Hanno istituito una leadership rivoluzionaria, e un governo parallelo che coesiste con essa, e penso che il loro sistema politico sia ancora in via di formazione. Come per Chavez in Venezuela, la leadership rivoluzionaria permette loro di agire rapidamente, senza farsi rallentare dalla burocrazia, ma non hanno ancora un piano economico, per esempio. Come a Cuba, come in Iran, la leadership rivoluzionaria agisce sulla base dei propri principi ispiratori, ma definisce il percorso man mano, adattandosi alle circostanze, strada facendo, o “sobre la marcha”, come diceva Chavez.



D: Tornando a oggi, vorrei chiederti di spiegare quali siano le forze politiche in campo in Yemen, in questo momento.

R: Basandosi sul progetto coranico – che si è diffuso enormemente dopo l’uccisione del suo fondatore nel 2004 – Ansarallah ha cercato di allargare la sua coalizione il più possibile, includendovi praticamente tutte le forze politiche presenti nel Paese, compresi membri della Fratellanza Musulmana, una parte del vecchio Partito Socialista e una corrente del Congresso Generale del Popolo, il partito di Saleh. Per gran parte degli ultimi dodici anni l’incarico di Primo Ministro non è stato ricoperto da membri di Ansarallah, ma da rappresentanti del CGP. Dato il suo carattere fortemente inclusivo, nella coalizione coesistono prospettive diverse, ma la leadership rivoluzionaria, che è una sorta di potere parallelo a quello governativo, appartiene ad Ansarallah. La struttura amministrativa è un progetto in formazione. Ansarallah nomina i governatori delle province, che collaborano con i consigli tribali locali. Alcune dispute commerciali, civili e persino penali, per esempio, vengono risolte a livello locale, avvalendosi delle norme del diritto tradizionale. Quindi, piuttosto che fingere che tali consuetudini non esistano, mi sembra che Ansarallah stia cercando di infondere i principi del Progetto Coranico nel sistema dei clan, che è molto forte, molto influente. Stanno creando qualcosa di nuovo, qualcosa che non si può categorizzare in termini totalmente occidentali. Stiamo parlando di un sistema che esiste da migliaia di anni, e che non si può buttare via alla leggera, perché vi sono inscritti valori sociali e di giustizia sociale. Forse vi sono presenti anche elementi di ingiustizia sociale, ma è qui che cerca di intervenire la supervisione della leadership rivoluzionaria. Naturalmente esistono anche i tribunali nazionali, ma in molti casi è più vantaggioso risolvere le diatribe a livello locale. Quindi, penso che stiano creando qualcosa di nuovo.

Sappiamo, inoltre, che hanno respinto con decisione la proposta di ripartizione del Paese, perché il grosso delle risorse petrolifere sarebbe finito nelle mani di poche persone abbastanza fortunate da vivere a Marib o in altre zone ricche di giacimenti. E non era questo che volevano, ciò a cui aspirano è un’industria nazionale. Questo coerentemente con la logica della riunificazione, secondo la quale unità del paese significa che i proventi delle industrie nazionali, come quella petrolifera, un giorno permetteranno di costruire infrastrutture pubbliche, come ospedali, scuole e università. Quindi vediamo che l’obiettivo dell’unificazione già di per sé contiene valori sociali. A questi si aggiungono i principi coranici, promossi dalla rivoluzione. Sono principi già presenti da molto tempo anche nella cultura tribale, ma che forse hanno bisogno di qualche correzione, di un rinnovamento.

Sul fronte interno, penso sia molto difficile parlare di contrasti quando c’è una guerra in corso. È un po’ come parlare di conflitti all’interno della società palestinese, quando il loro obiettivo primario è liberarsi dal dominio coloniale. Sì, ci sono differenze nella società palestinese. C'è differenza tra le persone totalmente espropriate e quelle che ancora possiedono una casa o un terreno, ma non c’è contrapposizione oggi in Cisgiordania tra i diseredati e le classi medie. Non è questa la loro priorità. Penso non lo sia né per i palestinesi né per gli yemeniti. Gli yemeniti vogliono liberare il loro paese, preservare l'unità nazionale, e solo dopo potranno cominciare a occuparsi di giustizia sociale.

Il conflitto esiste con le fazioni che si sono alleate con l'occupazione; come l’Islah, il partito dei Fratelli Musulmani. Non so in che misura siano cambiate le posizioni di questi gruppi da quando sono cambiati gli sponsor dell’occupazione. Come sappiamo, i sauditi hanno cacciato il Qatar nel 2017, e hanno cacciato gli Emirati tra la fine dell'anno scorso e l’inizio di quest’anno. Ovviamente Emirati e Qatar avevano costruito relazioni con i rispettivi proxy; che non erano esattamente gli stessi dei sauditi. Come in Siria, le monarchie del Golfo avevano ciascuna le proprie brigate, che condividevano alcune idee settarie, ma avevano finanziatori diversi e approcci leggermente diversi, oltre alle gelosie su chi riusciva ad accaparrarsi più armi e denaro. Sospetto che qualcosa di simile stia accadendo oggi nella parte occupata dello Yemen. Cosa è successo al Consiglio di Transizione del Sud di Aden? Non lo so. Il loro principale patrocinatore erano gli Emirati, ora sono i sauditi. Ci sarà stato qualche cambiamento in termini di relazioni, probabilmente, ma non saprei dire in quale direzione. So che Ansarallah ha reclutato parecchi combattenti dalle aree occupate, e questo potrebbe essere molto importante quando si arriverà alla liberazione finale di posti come Marib e soprattutto Aden. Perché, dopo che questa battaglia per Taiz sarà risolta, penso che sarà Aden il prossimo obiettivo.



D: Pensi che, dopo che avrà liberato Marib e Aden, il governo rivoluzionario di Ansarallah sarà riconosciuto da altri stati?

R: Penso di sì. Penso che diverrà molto difficile per qualsiasi governo continuare a definire pochi individui residenti a Riyadh come “governo dello Yemen”. È già stato difficile mantenere questa finzione per dodici anni, ma diventerà del tutto insostenibile a quel punto. E, una volta che i governi internazionali inizieranno a rompere i ranghi... È pazzesco che al momento solo un Paese al mondo, l’Iran, riconosca il governo di Sana'a. Gli Stati Uniti e gli israeliani potrebbero mantenere le loro posizioni, perché per loro il governo guidato da Ansarallah è un anatema. Non lo accetteranno mai. Ma i Paesi con un minimo di cervello dovranno riconsiderare la loro posizione. Perché la liberazione di Marib e Aden significherà che Ansarallah controllerà non solo l’intera popolazione yemenita, ma tutte le attività commerciali e finanziarie del Paese. I sauditi non riusciranno più a mantenere il blocco economico, e a quel punto come potranno gli europei continuare a sostenere un governo in esilio? Sarà molto difficile. A meno di essere così servili verso gli Stati Uniti da ubbidire a ogni loro diktat in modo spudorato. Ma sospetto che gli europei, e anche gli asiatici, cominceranno a rompere i ranghi.

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La moda fatta a pezzi di Beate Skonare Karlsson

Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema dei limiti, disponibile in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

«I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo», scrive nel 1921 il filosofo Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus Logico-Philosophicus, proposizione 5.6: una frase breve, quasi una puntura di spillo nel velluto nero della logica, eppure sufficiente a far sanguinare un secolo intero. In Beate Skonare Karlsson, però, i limiti non sono soltanto linguistici. Sono muscolari, economici, scenografici, sociali, epidermici. Sono il punto in cui una modella cade e la moda, per una volta, non riesce a fingere di non aver visto. Sono il tacco che si spezza, la cucitura che cede, il pubblico che lancia rifiuti come una folla medievale con accesso al front row. Sono il corpo che smette di essere tempio e torna a essere incidente, animale, carne con una laurea breve in imbarazzo. Il limite, in Karlsson, non somiglia a una legge. 

Somiglia a una sutura mal chiusa nel corpo del lusso: la passerella ci cammina sopra con aria innocente, ma basta un passo troppo sicuro perché la ferita si riapra. Non delimita soltanto uno spazio, lo rende sensibile. Entri nella moda convinto di conoscere il catechismo spettrale del defilé, quell’arte di camminare come se il mondo fosse stato stirato a vapore, e lei ti mostra che la grazia, spesso, è una ferita amministrata con buone maniere. Cadono le modelle. Si sfasciano i vestiti. Le scarpe diventano zampe, artigli, protesi di un bestiario scandinavo che ha letto Vogue e poi ha deciso di mordere il direttore marketing. Il pubblico viene trascinato dentro il rito: da spettatore a complice, da occhio a gesto. Beate nasce a Stoccolma nel 1995, ma non nella Svezia levigata, con il design in ordine e il trauma sotto un tappeto Ikea. Viene da una Scandinavia più carnale e nerissima, dove l’oggetto quotidiano può diventare creatura. Cresce fra musica, sorelle creative, piccoli mondi fabbricati a mano; a diciannove anni va a New York per Parsons, poi passa da Central Saint Martins, Coach e Pyer Moss. È lì che l’accessorio smette di essere orpello e diventa frase filosofica con una fibbia. Prima che Avavav diventi sinonimo di passerella che crolla ridendo, Karlsson lavora sulla mutazione: The Bum, replica indossabile in silicone del sedere di Kim Kardashian, e poi le chicken feet shoes indossate da Doja Cat, trasformano celebrity culture e anatomia in zoologia morale.

Avavav, collezione autunno/inverno 2026-27: maglione a rete geometrica

Quando nel 2020 entra nell’orbita di Avavav, marchio fiorentino nato prima di lei e poi reincarnato sotto la sua direzione creativa, trova il teatro ideale: scarti nobili, tessuti deadstock, artigianalità italiana, residui aristocratici del lusso da rianimare come spiritelli in sartoria. Firenze, ma dopo una seduta spiritica con TikTok. Avavav cerca libertà creativa, humour, entertainment, evoluzione del design. Karlsson la chiama creative playhouse, ma non è un parco giochi: è una clinica del contemporaneo con le giostre accese. «Credo che la moda abbia un rapporto complicato con i limiti», dice Karlsson. «Alcuni sono necessari, altri sono giustificati. Abitudini ereditate che non abbiamo messo abbastanza in discussione». Dentro questa frase educata c’è un’intera anatomia del sistema: calendario, produttività infinita, obbligo di mostrarsi, tic della rilevanza, devozione alla novità. Il limite da smascherare è quello che decide, in silenzio, come un designer debba esistere: produrre, mostrare, esibire, restare visibile senza sembrare esausto. «La libertà totale può essere paralizzante», aggiunge. Dunque non abolire ogni confine, gesto da adolescente con forbici e cattiva playlist, ma scegliere quelli che proteggono il lavoro e lasciar morire quelli che lo soffocano. 

La prima grande soglia pubblica è Filthy Rich, primavera estate 2023. Le modelle cadono intenzionalmente, trasformando l’errore più temuto della passerella in grammatica. La caduta non è una gag. È un memento mori. È il capitalismo estetico che scopre la gravità, questa vecchia comunista. La moda, che vende verticalità si ritrova orizzontale, umana, sporca. Con Fake It Till You Break It non cedono più i corpi, cedono i vestiti. Top che si aprono, minigonne che franano, tacchi che si spezzano, set che collassa. Il lusso non teme il brutto, teme il difetto. Con No Time to Design, No Time to Explain il limite diventa tempo: contratti, fornitori, avvocati, ritardi, ansia, l’agenda che divora l’immaginazione con le posate da dessert. Karlsson lo dice senza ornamenti: il problema non è solo la velocità del ciclo moda, ma «la frammentazione del ruolo, soprattutto in un piccolo marchio. Non ti limiti a disegnare, fai tutto». Il sogno si trasforma in una contabilità del nervo. Poi arriva Thanks For Your Feedback. Sullo schermo scorrono commenti velenosi, il pubblico è invitato a lanciare spazzatura sulle modelle: bucce di banana, lattine, uova, cartacce. La sezione commenti diventa materia. Il like diventa braccio. 

L’algoritmo trova finalmente un cassonetto. Qui il limite è etico. Karlsson lo formula con precisione: «Tutto si riduce al consenso e all’autonomia. Nessuno dovrebbe sentirsi intrappolato, esposto o spinto a fare qualcosa contro la propria volontà». E ancora: «Nel momento in cui qualcosa accade a spese di qualcuno, anziché con lui, il confine è superato». È questo che la salva dal cinismo: non addomestica la violenza che convoca, ma non finge che sia innocente. La vergogna, in questo teatro, è una corrente sotterranea. Karlsson non la tratta come jersey o pelle. La lascia affiorare, perché «ci sono tantissime cose che possono causare imbarazzo. È ovunque». L’imbarazzo è produttivo quando resta visibile per un momento, come una macchia su un abito costoso che improvvisamente lo rende più interessante del gala. Il lavoro, dice, forse serve a evitare «un crollo silenzioso». Meglio far cadere le cose fuori che lasciarle franare dentro. Nel 2025, con The Hole, la soglia si fa quasi sepolcrale. I modelli emergono da una fossa come cadaveri risorti, coperti di terra, sangue, stanchezza, mani scheletriche.

Avavav, felpa con cappuccio Shoulderless Hoodie, collezione autunno/inverno 2026-2026.

Il corpo non è tempio, ma scavo archeologico con pressione bassa. Il grottesco perde brillantezza pop e diventa grave, quasi tenero. È una moda che non finge salute eterna. Finalmente. Con Adidas, Karlsson ironizza sulla performance sportiva: High fashion, low performance, piccolo manifesto contro l’efficienza in sneaker costose e inutili per correre. Poi, con Soon on Sale, compie un gesto meno teatrale e forse più spietato: mette la collezione nell’aldilà commerciale della moda, l’outlet. Non più corpi caduti, abiti rotti, spazzatura. Qui la catastrofe è silenziosa: ha un’etichetta, una percentuale, un neon stanco sotto cui anche il desiderio sembra chiedere il rimborso. Il titolo è una bestemmia pronunciata con educazione. Invece di fingere che il nuovo nasca puro, Avavav lo mostra come se fosse già stato bocciato dal mercato. L’aura benjaminiana non muore solo quando l’opera viene copiata, ma quando viene scontata dell’80 per cento e appesa sotto una luce da supermercato depresso. 

Un abito rosso di paillettes con la scritta 80% Sale sulla schienauna pugnalata perfetta fra gala e bancarella. Qui il limite diventa economico, ontologico: quando un vestito smette di essere desiderio e diventa avanzo? Il Minotauro del sistema moda non vive in un labirinto. Vive nei margini, nelle giacenze, nei resi, nelle percentuali innominabili. Nel 2026, con The Female Gaze, Karlsson ribalta il dispositivo: le modelle osservano, gli ospiti camminano. Il front row resta senza scudo. Alcuni attraversano lo spazio in fretta, dice lei, quasi volessero scendere dalla passerella prima di diventare se stessi. Altri rallentano, si offrono, si godono i quindici secondi di fama. Poi nasce «una sorta di silenzioso effetto domino». La moda, che vive guardando corpi, costringe il pubblico a diventare corpo guardato. Non ti spoglia. Ti osserva. È molto peggio. La viralità resta lì, coinquilina brillante e tossica. Karlsson non la insegue più: «La visibilità precede la struttura. Dall’esterno può sembrare crescita, ma internamente crea pressione». Il vero lavoro, ora, è costruire fondamenta, una squadra, un ritmo. Non essere più vista, ma reggere lo sguardo.

Avavav, The Female Gaze, collezione autunno/inverno 2026-2027: blazer nero dal taglio sartoriale asciutto e strutturato. Sotto, shorts ibridi grigi con tagli asimmetrici (cut-out) e calze autoreggenti integrate con le calzature monster toes o anatomical feet.

Avavav è diventato famoso facendo rumore, ma il rumore non basta a fondare una casa. Ecco allora il cuore del suo pensiero: la soglia non è ciò che Karlsson attraversa, è ciò su cui ci costringe a sostare: «Per me non si tratta tanto di eliminare del tutto i limiti, quanto piuttosto di sceglierli con cura». È una frase adulta, quasi scandalosa in un’epoca che confonde la trasgressione con la digestione rapida di qualunque cosa. Il limite giusto non è censura. È forma. È ritmo. È una stanza abbastanza stretta perché il pensiero smetta di svenire nel troppo spazio. Per questo la sua biografia è già una teoria della soglia. Stoccolma e New York. Arte e prodotto. Meme e sartoria. Mostro e capo vendibile. Ironia e dolore. Corpo e mercato. Karlsson rifiuta due trappole opposte: l’artista pura che non deve vendere nulla e la stilista commerciale che deve fingere di non pensare. Si sforza di stare in mezzo, dove il prodotto deve funzionare e tuttavia l’idea deve mordere: «Non mi piace ridurre un marchio a un singolo prodotto», dice. «È più come un cast di personaggi». Infatti Avavav è una compagnia teatrale di oggetti lunatici: scarpe a forma di dito, borse larva, sciarpe millepiedi, pantaloni Shar Pei. Oggetti, ma anche personalità. Una piccola borghesia del mostruoso, vestita benissimo. 

Resta il limite personale, forse il più difficile. Karlsson lo dice senza eroismo: non è più disposta ad accettare lo squilibrio, «l’idea di dover scegliere tra avere una vita e dedicarsi completamente alla creatività». È quasi commovente, detta da una designer che ha fatto cadere modelli, abiti, pubblici, prezzi e certezze. La prossima soglia non sarà necessariamente spettacolare. Sarà quotidiana. Creare una struttura in cui vita e lavoro possano coesistere: «Perché credo che il lavoro risulti più efficace quando non nasce dalla stanchezza». In un sistema che scambia l’esaurimento per passione, questa frase è più sovversiva di qualunque tacco artiglio. Beate Skonare Karlsson lavora lì, sul bordo dove la moda perde il contegno e, nel panico, dice finalmente qualcosa di interessante. Non demolisce il lusso. Fa di peggio: gli toglie la sedia mentre posa.

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A tutto Sud con i Banda Maje

Un 45 giri a tiratura limitatissima: la contrabbando version di Living Disco Club, è stata confezionata a mano con la carta del pane e lo spago. Rapidamente, il pubblico di nicchia locale, dj e addetti ai lavori di Salerno e dintorni se ne accaparrano una copia. In effetti i Banda Maje sono discepoli dell’ascolto tradizionale, nonché ferventi idolatri del supporto fisico: il disco. Incuriosito, Andrea Fabrizii, direttore artistico influente nel panorama delle colonne sonore italiane e internazionali, li mette allora in contatto con Pierpaolo De Santis, di For Flies Records. Da lì il déclic: groove partenopeo e funk salmastro iniziano a propagarsi lungo tutta la costiera. 

Se l’album di esordio, «Ufo Bar» (2021), trasporta l’ascoltatore in una Salerno immaginaria che fonde tradizione locale e cultura pop e cinematografica anni Settanta, con «Costa Sud» (2026), il gruppo compie un passo ulteriore. «Rispetto a Ufo Bar ci siamo amalgamati, il sound è diventato più organico» confida Peppe Maiellano, all’origine del progetto. È un road trip che insegue la sua spensieratezza e quella dei suoi soci nell’immaginario della  “Salifornia” , fantomatica provincia meridionale dove, tra onde ed edifici decadenti, affiorano chimere. Una colata di asfalto torrido che si snoda lungo il paesaggio mozzafiato del golfo salernitano, ferito allo stesso tempo dall’abusivismo edilizio, dalla malavita e dalla cattiva amministrazione. «Le storie che raccontiamo sono mosse da un intento di evasione. Partendo dal contesto campano ci riferiamo al sud del mondo: America Latina, Africa e Italia condividono la stessa grande contraddizione tra bellezza e degrado, con problemi a livello sociale e politico che hanno un impatto diretto sulla vita delle persone».

Courtesy of Banda Maje

Baia, la seconda traccia dell’ultimo album, è una spiaggia urbana che, prima della costruzione del porto commerciale, era considerata l’ingresso naturale della costiera amalfitana «Il territorio ne è uscito completamente deturpato. Quando hai poco tempo, vai alla Baia: è sempre un’esperienza, un crocevia di culture, dove negli anni sono spuntati anche locali modaioli, circondati da quella sorta di degrado urbano, a due passi dall’incanto della costiera.» prosegue Francesco Cirillo, parte del nucleo storico della band, insieme al rapper e producer Tonico 70.

Attorno a loro gravita un numero di componenti in continua evoluzione, mossi da una passione sincera per una commistione di generi d’importazione, siano essi samba-funk, soul, disco o afrobeat che amano incrostare alle melodie partenopee. Sparsi principalmente tra Napoli e Salerno, sono una grande famiglia: prima di tutto amici, accomunati del legame con la loro terra, da un forte spirito goliardico e da una precisa idea artistica indipendente. «Ci riteniamo fortunati, in una formazione così numerosa (una decina di musicisti, a volte di più NDLR) siamo orientati a contribuire alla musica insieme. Non c’è spazio per l’ego, lavoriamo tutti per il risultato finale, per ottenere il sound giusto. Siamo al servizio l’uno dell’altro, anche negli arrangiamenti: molte volte si sentono degli incastri, dei botta e risposta inaspettati.» spiega Maiellano. Al momento, si esibiscono una sezione fiati (tromba, sax e flauto), due voci femminili, Chiara Della Monica e Cristina Cafiero, batteria e basso, mentre lo stesso Maiellano si dedica alle tastiere.

Courtesy of Banda Maje

Insieme, i Banda Maje suonano le radici e riflettono sul cambiamento: «La tradizione lascia un’impronta: anche nel momento in cui la rielabori, resta lì, sedimentata nell’inconscio. Diceva Quincy Jones che “la melodia è la voce di Dio”, quel parametro musicale che non si può controllare in maniera matematica o scientifica, come invece accade con armonia e ritmo. È lì che si innesta il vissuto, fatto di tutti quegli ascolti che abbiamo assorbito negli anni. Siamo cresciuti con i canti di lavoro partenopei, e ce li portiamo dentro: anche se altri elementi convergono nella nostra musica, cerchiamo sempre di rispettarli. Del cambiamento non bisogna avere mai timore: è nella natura umana evolvere, senza restare fermi. L’importante è avere ben presente il punto di partenza, sapé chi simmo e ‘a addó venimmo (sapere chi siamo e da dove veniamo, NDLR)». 

Questa varietà di atmosfere riflette la profondità del loro linguaggio sonoro, plasmato dai vicoli stretti pieni di vita, dell’amore incondizionato per la canzone napoletana, per le colonne sonore italiane, per i B-movies e per la saga dei contrabbandieri di sigarette. Un tuffo nei ricordi d’infanzia di Maiellano, insomma, che confluiscono nel concerto. Il live rappresenta la liberazione di tutte le fatiche della sala prove, un processo un po’ oscuro, spesso invisibile agli occhi del pubblico. Da qui germoglia l’essenza del progetto: un momento che rende il gruppo ancora più unito, in cui le emozioni si amplificano e i pezzi si dilatano, anche grazie all’energia degli spettatori.

Courtesy of Banda Maje

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Il cambiamento spesso è una sfida che ti presenta la vita, a volte è un atto liberatorio che serve a migliorare noi stessi, altre volte ancora si è vittime dei cambiamenti imposti e bisogna reagire. La nostra vita, la società e le arti sono in perenne evoluzione, per cui pensiamo che non si debba avere timore del cambiamento, ma scrutarne i segni e assecondarne il flusso cogliendone il lato positivo. 

In alcuni di questi brani si parla direttamente di questo: cambiamenti spirituali (Kokoroko e Battiato), cambiamenti sociali e collettivi (Area, Esa Williams e Ezra Collective), riflessioni sul flusso del tempo (Khruangbin, Zero 7, Moloko), speranza nel futuro (Marcos Valle, Blundetto, Black Pumas), momenti di transizione personali (George Benson, Black Sabbath) o un cambiamento di ordine musicale, come nel caso di Habbanera in cui James Senese decide di fare il suo esordio discografico da solista, cambiando sonorità rispetto a Napoli Centrale. 

Fedeli alla goliardia, non potevamo non introdurre questa playlist con un messaggio a tema degli adorati Squallor, che nel loro album “Cambiamento” del 1994 descrissero in maniera geniale e dissacrante la fine della prima Repubblica e l’avvento dell’era berlusconiana, assolutamente in linea con una certa visione caustica e disincantata di Ennio Flaiano che già negli anni ’50 ci ricordava che “la situazione politica in Italia è grave ma non è seria”. Ci auguriamo che questi ascolti possano essere di ispirazione soprattutto a chi sta affrontando un cambiamento importante nella propria vita. Con amore, Banda Maje.

Ascolta la playlist di Banda Maje per Linkiesta Etc

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