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Autunno caldo, istruzioni per l’uso

Cortei, treni cancellati, scuole chiuse: l’autunno caldo è arrivato anche in Italia. Un’ottima occasione per rinfrescare le idee sul diritto di sciopero nel nostro ordinamento. L’articolo 40 della Costituzione stabilisce che «il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano». Nel settore privato, però, queste leggi non sono state mai approvate e sono stati i Giudici a definire i confini. Come direbbe Max Pezzali, stessa storia, stesso posto, stesso bar.

Il risultato è un diritto molto ampio che appartiene a ciascun lavoratore ma deve essere esercitato collettivamente. La proclamazione di uno sciopero non deve provenire sempre da un’organizzazione sindacale e, fuori dai servizi essenziali, non richiede nemmeno un preavviso specifico. È legittimo scioperare anche per solidarietà con altri lavoratori o per ragioni politiche, purché lo scopo non sia sovvertire l’ordine costituzionale. Mi sembra il minimo.

Lo sciopero può fermare le attività aziendali (spoiler: è proprio questo il suo senso), ma non può danneggiare in modo permanente l’azienda e non può mettere a rischio la sicurezza delle persone o l’integrità degli impianti. D’altra parte, chi lavora a rilento per recare un pregiudizio all’impresa non sta scioperando ma sta eseguendo male le proprie mansioni. Questa condotta può essere soggetta a procedimento disciplinare.

Durante lo sciopero il rapporto di lavoro resta sospeso. Il dipendente non lavora e non riceve la remunerazione. In ogni caso, l’impresa non può punire o discriminare chi esercita il diritto di sciopero. Non può nemmeno premiare chi non aderisce. Le attività possono essere riorganizzate soltanto con il personale presente in azienda perché non è possibile assumere lavoratori a termine per sostituire gli scioperanti.

Quando entrano in gioco salute, trasporti, istruzione o energia, il diritto di sciopero deve convivere con quello dei cittadini a ricevere i servizi indispensabili. La legge 146 del 1990 prevede, tra le altre cose, che lo sciopero in questi settori va annunciato con almeno 10 giorni di anticipo, indicandone la durata, e vanno comunque garantiti i livelli minimi dei servizi, come le fasce orarie protette nei trasporti. In concreto, se vuoi andare a lavoro a Milano, bisogna prendere la metro entro le 08:45; un discreto sbatti.

Insomma scioperare è un diritto e non un’assenza ingiustificata. In ogni caso, se domani mattina il vostro regionale delle 7:30 parte comunque, non è una magia, è la legge 146/1990. Trenord permettendo.

 

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni settimana. Qui per iscriversi

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Uno Stato che funziona non ha bisogno della carità delle multinazionali

IMAGE DISTRIBUTED FOR ANTHROPIC - Build with Claude poster wall at Anthropic's Code with Claude developer conference on Wednesday, May 6, 2026 in San Francisco. (Don Feria/AP Content Services for Anthropic) Asasociated Press / LaPresse Only Italy and spain

Anthropic, una delle principali corporation di intelligenza artificiale, la società che ha creato “Claude” per intenderci, ha annunciato che destinerà il cinque per cento delle proprie azioni a un “fondo di interesse pubblico”. Il fondo dovrebbe finanziare ricerche sulla disoccupazione tecnologica, donazioni a enti non profit e versamenti diretti a gruppi di cittadini, compresi quelli che l’IA lascerà senza lavoro. Se la quotazione in Borsa confermasse le valutazioni ipotizzate in questi giorni, il fondo varrebbe circa cento miliardi di dollari. Cinque manovre finanziarie del governo italiano.

Anthropic è nata in un ambiente vicino al cosiddetto effective altruism, un movimento cresciuto nelle università anglosassoni. L’idea di fondo è fare del bene in modo calcolato; scegliere le cause su cui intervenire sulla base dei dati disponibili con l’obiettivo di ottenere il maggior beneficio possibile. Il fondo proposto da Anthropic sembra declinare in concreto questa corrente di pensiero.

Si tratta di un’iniziativa ammirevole, non c’è dubbio. Da un punto di vista sistemico, però, ci costringe a fare domande scomode. L’organizzazione che sta guidando la rivoluzione tecnologica in corso decide da sola quanto restituire alla collettività e a quali condizioni. Tecnicamente, si tratta della definizione di beneficenza. In una democrazia, decidere come proteggere chi perde il lavoro spetta alla legge e alla contrattazione collettiva. Non spetta al consiglio di amministrazione di una società in procinto di quotarsi. Se un’impresa privata sente il bisogno di colmare un vuoto, è anche perché il welfare attuale non è sufficiente.

Le nostre tutele, del resto, sono state pensate per un mondo che sta scomparendo ma fatica ad arrendersi. La legge sui licenziamenti individuali per motivi economici risale al 1966, quella sui licenziamenti collettivi al 1991. Entrambe sono state più volte riformate ma restano agganciate a dinamiche vecchie, come generiche crisi aziendali e chiusure di reparti, non immaginando che in futuro un software avrebbe svuotato le mansioni di tanti colletti bianchi. Gli strumenti di riqualificazione dei dipendenti previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva sono troppo deboli e spesso inefficaci. In questo modo i lavoratori si trovano esposti a uno tsunami tecnologico senza tutele effettive. Serve un welfare capace di accompagnare i dipendenti durante la transizione. Serve un legislatore che prenda decisioni tempestive.

Fino ad allora, se l’IA vi sostituisce, fate domanda di NASpI. Per il fondo di Anthropic il modulo non c’è ancora.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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