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Chi controlla gli abissi? Braw spiega le nuove vulnerabilità della sicurezza internazionale

Ai tempi della Guerra fredda, l’unica vera minaccia subacquea era costituita dai sottomarini nucleari balistici e le infrastrutture presenti sui fondali erano ancora relativamente poche. Oggi, invece, i cavi sottomarini e le condotte energetiche sono diventati la spina dorsale della vita quotidiana, ma restano in gran parte fuori dalla giurisdizione degli Stati e difficili da proteggere, mentre gli abissi si popolano di nuove minacce. Dopo anni di incidenti e attacchi alle infrastrutture sottomarine, il tema è ormai una costante nell’agenda della sicurezza globale ed è al centro del libro “The Undersea War”, che spiega come i fondali sottomarini si stiano trasformando in un nuovo campo di battaglia. Per comprendere questa trasformazione e le sue conseguenze per la sicurezza degli Stati, Airpress ha parlato con Elisabeth Braw, senior fellow dell’Atlantic Council e autrice del libro.

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro, e perché proprio ora?

Con l’editore abbiamo deciso di farlo nell’estate del 2024. All’epoca avevamo già assistito a diversi incidenti ai cavi nel Baltico, nel Mare del Nord, al largo della Norvegia e vicino a Taiwan. Quello taiwanese, a cui dedico un capitolo, è stato particolarmente drammatico, ma all’epoca ha ricevuto poca attenzione. Si capiva che era in corso qualcosa di nuovo: navi che si comportavano in modo anomalo, cavi danneggiati e pochissimo che si potesse fare. Era tutto molto drammatico e misterioso, e lì ho capito che qualcosa era cambiato.

Parliamo infatti di uno scenario strategico nuovo rispetto al passato. Cosa è cambiato dai tempi della Guerra fredda?

Durante la Guerra fredda c’era un confronto strutturale tra Nato e Patto di Varsavia, anche tra le flotte di sottomarini, e si era sempre vicinissimi alla guerra nucleare. Ricordo la prima volta che ho letto un giornale, nel 1981: parlava dell’incidente del sottomarino sovietico incagliato al largo della Svezia. Ricordo la foto del comandante in piedi sullo scafo in attesa di soccorso. Gli svedesi non sapevano cosa fare, processarli o lasciarli andare? Eppure nessuno parlava di cavi o condotte, perché non c’erano ancora stati incidenti di quel tipo. Quelle infrastrutture continuavano a funzionare, anche se sarebbe stato possibile sabotarle, pur trovandosi a un passo dall’Armageddon nucleare. È un paradosso: potevano essere colpite e non lo furono.

Rispetto ad allora, però, oggi i fondali sono molto più affollati.

Esatto. Oggi ci sono più cavi per i dati, più cavi elettrici (rari negli anni Ottanta) e più condotte. Ma la vera differenza è la nostra dipendenza. Negli anni Ottanta, se qualcuno avesse danneggiato alcuni cavi, la gente comune se ne sarebbe accorta a malapena. Oggi invece ce ne accorgeremmo nel momento stesso in cui accade. I cavi funzionano così bene e trasportano così tanto traffico che sono diventati indispensabili.

Poniamo uno scenario: se oggi i cavi sottomarini venissero colpiti, cosa succederebbe alla vita di tutti i giorni?

Prendiamo l’Italia, che è collegata da numerosi cavi. Se ne fosse danneggiato uno, accadrebbe poco, perché un altro ne assorbirebbe il traffico. Con tre o quattro cavi fuori uso si noterebbe un rallentamento. Ma se fossero colpiti tutti i cavi che collegano il Paese, la vita quotidiana si fermerebbe. Si esce di casa, si vuole prendere l’autobus, ma la carta di credito non funziona e non si può comprare nulla. Il telefono è inutilizzabile, così come la televisione. Forse resta la radio, se ne avete una vecchia. Non si può contattare nessuno né navigare in rete. E non è solo un problema individuale: le aziende, essendo digitalmente dipendenti, dovrebbero sospendere le attività. Ospedali e governi hanno una connettività di riserva via satellite, ma i satelliti trasportano solo una minima parte di ciò che passa nei cavi, quindi basterebbe appena per i servizi più critici. Il settore finanziario, allo stesso modo, non dispone di alternative e si bloccherebbe del tutto. È uno scenario quasi troppo grande per essere immaginato.

Molti parlano della necessità di più ridondanza. Basterebbe quindi posare più cavi?

Molti lo dicono, ma chi dovrebbe farlo? Parliamo di investimenti enormi e di infrastrutture molto vaste. I cavi appartengono ad aziende private, che non si possono obbligare a posarne altri, se non con una legge. Esse decidono in base a logiche commerciali e riterranno che il rischio per ciascuna di loro non sia abbastanza alto da giustificare un nuovo investimento. Dovrebbero essere quasi certe che un proprio cavo verrà danneggiato. Certamente, dal punto di vista della sicurezza nazionale, averne di più sarebbe auspicabile, ma il settore privato ragiona con altri criteri.

Nel libro lei approfondisce anche le diverse problematiche normative e legali riguardo la tutela delle infrastrutture sottomarine

Sì. Gli oceani, a differenza della terraferma, sono un bene comune globale. Solo una fascia di 12 miglia nautiche appartiene allo Stato costiero. Oltre c’è la zona economica esclusiva, dove si hanno diritti sulle risorse ma non la giurisdizione, e poi le acque internazionali. È lì che corrono i cavi, tra un Paese e l’altro, e dunque dipendono dal fatto che tutti rispettino le regole, perché fuori dalle acque territoriali gli Stati costieri non hanno autorità. Questo sistema ha funzionato così bene che il mondo oggi dipende interamente dai cavi sottomarini. Ma cosa faremmo se qualcuno smettesse di rispettare le regole? Non siamo nella condizione di approvare nuovi trattati globali: non riusciamo ad accordarci su nulla, figuriamoci su un trattato per la protezione dei cavi. Esiste l’Unclos, che li tutela, ma resta la domanda su cosa fare con chi non se ne cura.

E cosa possono fare gli Stati per proteggere tali infrastrutture?

È molto difficile a dirsi, perché cavi e condotte funzionano e sono al sicuro solo se c’è pace, o almeno se i Paesi si comportano bene. Un nuovo trattato non si riuscirebbe a far approvare. I Paesi del Baltico stanno facendo il massimo possibile: pattugliano i cavi attraverso un’unità Nato, la Ctf Baltic, sperando che la sola presenza faccia la differenza. Sembra funzionare, ma non servirebbe contro chi è davvero deciso a danneggiare i cavi. Questo è l’aspetto più inquietante, gli Stati non possono fare molto più di quanto già fanno. I Paesi del Baltico sono più avanti degli altri nel ragionarci, ma nemmeno le menti migliori sanno cosa si potrebbe fare in più. 

Che ruolo avranno i fondali nelle crisi future?

La situazione è già difficile così. Non siamo in guerra, anche se c’è chi dice di sì: subiamo attacchi continui, contro le infrastrutture e non solo. È una guerra sporca, ma non una guerra vera. Cosa accadrebbe però in un conflitto cinetico? I cavi sarebbero un bersaglio ovvio. La cosa più preoccupante è che la Russia ha pochissimi cavi sottomarini: è il Paese più grande del mondo ed è collegato via terra, quindi non ne ha bisogno. Può minacciare i nostri cavi, mentre noi non potremmo minacciare i suoi, perché quasi non esistono.

Quindi manca la deterrenza.

Esatto. Non possiamo neppure dire “se danneggiate i nostri cavi, noi danneggeremo i vostri”. Anche volendo, ce ne sarebbero ben pochi da colpire.

Droni sottomarini e nuove tecnologie di monitoraggio possono ridurre questa vulnerabilità?

Oggi molte aziende cercano di vendere queste tecnologie alla Nato e ai governi nazionali, ed è il mercato. Ma dal mio punto di vista non serve più sorveglianza. Grazie ai sistemi di controllo degli oceani, soprattutto nel Baltico ma non solo, abbiamo già un’ottima comprensione di quando una nave sospetta si avvicina a un cavo. Il problema non è capire la minaccia, ma sapere cosa fare quando si è stabilito che sta per accadere qualcosa. Possiamo avere tutti i droni del mondo a monitorare i cavi, ma la domanda resta la stessa: che si fa se notiamo un comportamento sospetto? La guardia costiera può chiedere alla nave di allontanarsi. Se non lo fa, si può inviare la Marina, ma questa dovrebbe attaccare la nave, e lo Stato che sta dietro quella nave reagirebbe a sua volta. È molto complicato, e il monitoraggio non lo risolve. Se la tecnologia fosse la risposta, bene, ma si limita ad aggiungere chiarezza su cose che già sappiamo.

Un’ultima cosa. Nel libro lei riporta diverse esperienze individuali. Come mai?

Penso che questo libro sia una storia di persone. È un argomento affascinante e vorrei che i lettori lo capissero. In molti Paesi ci sono persone che lavorano duramente, ogni giorno, per vigilare sui fondali, nell’industria e nelle istituzioni. Sono eroi silenziosi, perché il loro compito è quasi impossibile, eppure lo svolgono. Non sappiamo quanto lavoro ci sia dietro ma dovremmo essere molto grati a chi protegge e difende i fondali ogni giorno.

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Dagli Usa alla Germania, ecco chi sta puntando sul combattimento spaziale (e perché)

La Germania istituirà una formazione militare dedicata alle operazioni spaziali, con un organico previsto di almeno mille unità all’interno della Luftwaffe. Ad annunciarlo è stato il tenente generale Holger Neumann, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica tedesca. La nuova struttura, è stato spiegato, riunirà sotto un unico ombrello tutte le attività militari tedesche legate allo spazio, con l’obiettivo di consolidare e ampliare le capacità già esistenti. Secondo quanto riferito, l’organizzazione comprenderà personale incaricato del controllo dei satelliti, unità dedicate alla space situational awareness e gruppi specializzati nei cosiddetti lanci operativi.

I primi passi della forza spaziale di Berlino

Si sa ancora poco dei dettagli, ma da quanto si apprende le prime attività di formazione sarebbero già iniziate, con sette militari impegnati in attività di addestramento per la gestione remota dei satelliti. Un’apposita sotto-unità sarà inoltre responsabile dei cosiddetti “lanci operativi”, intesi come la capacità di mettere rapidamente in orbita nuovi satelliti per sostituire o integrare quelli esistenti in caso di crisi. La collocazione della nuova formazione all’interno della Luftwaffe configurerà le operazioni spaziali nelle strutture di comando già esistenti all’interno dell’aeronautica tedesca. L’organizzazione si occuperà di attività connesse ai sistemi satellitari e alla sorveglianza dello spazio, in coordinamento con le altre componenti militari interessate.

È particolarmente interessante il fatto che, pur non disponendo ancora di un lanciatore nazionale – e men che meno di un soggetto appaltatore privato in grado di fornire le infrastrutture di lancio su richiesta e in tempi celeri – le Forze armate tedesche stiano lo stesso costituendo forze militari dedicate alla predisposizione e alla gestione di lanci improvvisi e determinati da esigenze operative orbitali. A guardarla in questo modo, sembrerebbe quasi che Berlino intenda addestrare gli operatori prima ancora di disporre delle piattaforme. La domanda è dunque d’obbligo: la Germania è più avanti di quanto non ammetta sul fronte dell’accesso autonomo allo spazio?

Le “armi spaziali” americane

A metà settembre il segretario dell’US Air force, Troy Meink, ha dichiarato che gli Stati Uniti dispongono già di armi in orbita. Interpellato sulla loro natura, ha preferito non aggiungere ulteriori dettagli. Notizia confermata il giorno seguente dal nuovo capo delle operazioni spaziali, il generale Douglas Schiess, (appena subentrato a B. Chance Saltzman). Anche qui non sono stati forniti dettagli sull’esatta natura di queste armi, per quanto gli analisti sono concordi nel sostenere che non dovrebbe trattarsi di sistemi cinetici. Un annuncio a cui il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha risposto chiedendo che gli Usa frenino la loro corsa alla militarizzazione dello spazio. Appello, tuttavia, invecchiato molto male.

Il caso Iceye

Il 15 ottobre il satellite russo Kosmos 2612 ha cominciato ad avvicinarsi a Iceye-X36, un satellite radar (Sar) della società finlandese-americana Iceye che fornisce rilevamenti satellitari alle forze di Kyiv. Già il giorno successivo, Kosmos si trovava a pochi chilometri dal bersaglio, con cui ha poi giocato al gatto col topo per due giorni, passando davanti e dietro al satellite, prima di allontanarsi tra il 18 e il 19 ottobre. 

Per diversi osservatori si è trattato della prima operazione di rendez-vous and proximity (Rpo) di questo tipo contro un satellite commerciale, dal momento che finora i Kosmos avevano pedinato soprattutto assetti governativi americani, come accadde nel 2020 con Usa 245. Infatti, Kosmos 2612 era stato lanciato in aprile insieme ad altri satelliti russi, e a maggio quattro di essi, dal Kosmos 2610 al 2613, avevano già modificato la propria orbita avvicinandosi sempre ad Iceye-X36. All’epoca qualcuno aveva invitato a considerare l’evento come una “coincidenza orbitale”, ma i fatti del 15-19 ottobre rendono ormai palese che dietro ai movimenti del satellite russo ci fosse la precisa volontà di avvicinarsi al satellite di un operatore privato che lavora per un Paese in guerra con Mosca.

Lo spazio si fa caldo

Che diversi Paesi si siano dotati negli ultimi anni di Forze armate – più o meno strutturate – dedicate al dominio spaziale non è una novità. Dal 2019, anno di istituzione della Space Force, diversi Stati hanno costituito branche spaziali militari dedicate o incluso lo spazio all’interno delle prerogative delle proprie Aeronautiche (come hanno fatto tra gli altri Italia, Francia e Germania), ma le ultime settimane stanno registrando un nuovo trend: la costituzione di reparti spaziali combattenti. È il caso, ad esempio, dello Space Effects Squadron delle Forze armate britanniche, le cui prerogative includeranno “la capacità di disturbare, degradare o negare le attività avversarie”. Vale la pena sottolineare che per “reparti combattenti” non si intendono fantascientifici battaglioni di soldati-astronauti, bensì unità la cui specifica destinazione d’impiego riguarderà l’utilizzo di assetti spaziali pensati per condurre operazioni direttamente in orbita e contro assetti analoghi. Si tratta di una distinzione importante, dal momento che, finora, i reparti spaziali nelle varie Forze armate sono stati dedicati principalmente a impiegare assetti che hanno una diretta rilevanza per le operazioni sulla Terra. Si pensi, in questo riguardo, ad Iceye-X36, che osserva i movimenti russi dall’orbita. Ed è proprio la crescente dipendenza globale dai servizi spaziali a candidare i loro abilitatori, i satelliti, a bersagli privilegiati in caso di conflitto. Di conseguenza, gli Stati si stanno dotando degli strumenti per difenderli (e attaccarli) direttamente nello spazio e di personale in uniforme in grado di manovrarli. Per comprendere il cambio di paradigma in corso, si pensi al potere aereo: già nel XIX secolo i palloni aerostatici venivano impiegati per osservare gli eserciti nemici, ma fu solo con la Prima guerra mondiale e con l’impiego operativo dei primi velivoli che quello aereo è assurto a dominio del conflitto “completo”, con le conseguenze che conosciamo bene. Con i dovuti distinguo del caso, il dominio spaziale sta attraversando la stessa trasformazione, da elemento di supporto agli altri domini a scenario combat localizzato direttamente fuori dall’atmosfera. Non si tratta ancora di una transizione completa, la quale richiederà ancora diverso tempo, ma i movimenti (e gli stanziamenti) delle principali potenze non lasciano dubbi in merito: i prossimi conflitti si combatteranno direttamente in orbita.

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L’Europa non può perdere la corsa alla new space economy. Parla Santangelo (Space Industries)

La space economy si prepara a una nuova fase, in cui la competitività non dipenderà tanto dalla capacità di progettare i satelliti, ma da quella di produrli su scala industriale. Un modello inaugurato da SpaceX, ma a cui anche l’Europa, giocoforza, dovrà adeguarsi. A portare questo modello in Italia è Space Industries, realtà nata un anno fa e che si appresta a inaugurare il suo primo impianto produttivo. Obiettivo: produrre centinaia di satelliti all’anno. L’intervista di Airpress a Giuseppe Santangelo, amministratore delegato della società.

Ingegnere, come sta cambiando lo spazio e cosa si intende per “new space economy”?

Chi lavora nello spazio da anni, come me, in Italia e negli Stati Uniti, riesce a osservare certi movimenti di mercato in entrambi i contesti e a prevedere cosa potrebbe succedere. Gli Stati Uniti sono più avanti sotto diversi aspetti della space economy commerciale e secondo me la loro visione sta arrivando in Europa con qualche anno di ritardo. A questo si aggiunge la geopolitica, che evolve a sua volta. La difesa è un elemento non nuovo ma oggi più accentuato, e porta con sé il concetto di dual use, per cui tutto ciò che si trova nello spazio deve esserlo. Il cambiamento di fondo, però, è il passaggio da una logica istituzionale a una di mercato. Fino ad oggi, il settore è stato trainato dalla spinta pubblica. In Europa pensiamo ai fondi dell’Esa, con le loro logiche di ritorno geografico e un sistema di finanziamento delle missioni con un obiettivi pubblici e non privati. In questa modalità è difficile che si sviluppi un vero mercato.

Perché?

Un qualunque mercato nasce quando esiste un’esigenza che può essere risolta con una tecnologia, in questo caso spaziale. Quell’esigenza oggi c’è e possiamo declinarla attraverso il dato. Il dato può essere generato a terra con infrastrutture terrestri e usato per scopi di business, oppure generato in orbita con obiettivi terrestri, oppure in orbita con obiettivi spaziali. In ogni caso si tratta di un business industriale e tecnologico, che risponde a necessità concrete.

Se questo business non si è ancora sviluppato in modo prorompente, pur con qualche eccezione, è perché oggi il mercato è quasi un single player, SpaceX, che ha avuto per prima l’accesso allo spazio, si è costruita i suoi satelliti e ha creato il proprio mercato. Nel segmento Leo (Orbita bassa terrestre) vale quasi il 50% della space economy. Questo non vuol dire però che sarà sempre così. SpaceX ha aperto il mercato ed è arrivata prima, ma io sono convinto che il mercato spaziale del futuro sarà caratterizzato da player che oggi non sono ancora evidenti. Stiamo guardando al futuro facendo i conti senza l’oste.

Chi sono questi nuovi attori?

Saranno realtà che oggi ancora non operano nello spazio e che non fanno parte di questo mercato. Sono aziende con esigenze relative ai dati e alla connettività: monitorare siti produttivi, gestire telecomunicazioni, logistica, cybersicurezza. Quando entreranno nel settore faranno la differenza e chi oggi si occupa di spazio dovrà essere pronto a un adattamento al nuovo modello, altrimenti rischia di scomparire dal mercato. A queste realtà serve una tecnologia in orbita ma agile, che si lanci in fretta e costi il giusto per il dato che serve, in modo da essere confrontabile con le soluzioni terrestri. Se posso fare telecomunicazioni dallo spazio spendendo meno che costruendo antenne in tutto il mondo, allora è lì che, come azienda, scelgo di andare nello spazio.

Per questo l’idea che una sola costellazione basti per tutti non regge. In Europa, per esempio, ce n’è una sola ed è stata pensata con metriche istituzionali, non commerciali. Funzionerà bene per chi impara a gestire le costellazioni, ma a livello di business il concetto è diverso. Un’industria che ha grandi risorse e oggi spende molto per gestire il rapporto con diversi operatori potrà decidere di costruirsi la propria costellazione privata, e di concentrare lì tutto il suo sviluppo, dalle telecomunicazioni alla logistica alla cybersicurezza, con un’infrastruttura che nessun altro può gestire o spegnere. Se avremo cinquanta operatori nel mondo, ci saranno cinquanta costellazioni, e intorno a esse si svilupperanno i servizi: ad esempio chi le mantiene in orbita e chi effettua l’in-orbit servicing, oltre ad altre infrastrutture a un livello più alto che supporteranno quelle più basse. 

Come accennava, l’Europa registra più di una criticità nell’adeguarsi a questo nuovo mercato. Qual è, secondo lei, la più pressante?

Sicuramente l’accesso allo spazio. Oggi questo settore è di fatto monopolizzato da un solo player mondiale, SpaceX, che ha dato avvio all’intero fenomeno della new space. Infatti, senza SpaceX non staremmo facendo questa intervista. Ma chi detta le regole è anche un rischio per il mercato. Mi risulta che il manifesto dei lanci commerciali di Falcon 9 sia chiuso fino al 2029, e stiamo tutti lì a capire cosa succederà. Starship, che sarà operativa tra il 2029 e il 2030, potrebbe riaprire lo spazio commerciale. Il costo per lanciare un proprio satellite, oggi intorno ai 10mila dollari al chilo, secondo gli annunci più recenti potrebbe scendere anche sotto i 500. Gli altri lanciatori, in Europa e negli Stati Uniti, stanno emergendo ma non sono allo stesso livello, lanciano carichi più piccoli, con minore frequenza e a costi più bassi. Direi che Starship, in questo senso, ha almeno dieci anni di vantaggio rispetto a tutti gli altri. Se un operatore europeo vende un lancio a 5mila euro al chilo e SpaceX a 500, è ovvio che il mercato guarderà alla soluzione più economica.

E poi?

La scala. Per garantire continuità di servizio servono molti satelliti. Un satellite passa sopra di noi decine di volte al giorno, quindi ne servono almeno 15-20 per coprire una singola località. Poi bisogna moltiplicare per le diverse aree geografiche e per la ridondanza del segnale. Si arriva a migliaia di satelliti per fare, in sostanza, una sola cosa. In Europa il satellite è ancora trattato come un prodotto artigianale, un “proto-flight” in cui conta la missione e con i costi che ne derivano. Negli Stati Uniti si è già andati verso la modularizzazione e la scala. Venti anni fa un satellite da una tonnellata costava circa 30 milioni. Oggi, per le stesse funzioni, pesa 200-300 chili e costa 3-4 milioni. Credo che in futuro dovremo scendere almeno di un altro ordine di grandezza. Quando il satellite diventerà una commodity, con componenti commerciali qualificati e certificati e una costruzione in linea, quasi come una lavastoviglie, il mercato spaziale sarà davvero attivo.

Quali altre criticità vede, oltre a quelle industriali?

Ne vedo due, entrambe di lungo periodo. La prima è la regolamentazione. Esiste l’Unoosa, l’ufficio Onu per gli affari spaziali, che cerca un accordo su regole comuni, ma oggi di fatto ognuno fa ciò che vuole. Finché i satelliti si contavano sulle dita di una mano il rischio era contenuto, ma quando diventeranno centinaia di migliaia, la gestione del traffico spaziale e del deorbiting dovrà essere comune. Se qualcuno distrugge il satellite di un altro, o lancia troppi satelliti e rende un’orbita inutilizzabile, oggi non c’è una norma che stabilisca di chi sia la colpa o chi sanzioni. È un diritto internazionale ancora da declinare.

La seconda è proprio il deorbiting. Quei satelliti resteranno in orbita non decenni ma probabilmente un paio d’anni, poi saranno sostituiti dalla generazione successiva. Deorbitare significa distruggerli in atmosfera, e lì che fine fanno l’alluminio e i materiali delle batterie? Finiscono in mare, restano sospesi in aria? Con un lancio SpaceX a settimana, stima che sappiamo essere destinata ad aumentare, tra dieci-quindici anni la sostenibilità dei materiali con cui si costruiscono i satelliti sarà uno dei problemi principali. 

Cosa insegna, allora, il modello americano?

Che il mercato lo apre chi rischia. Musk ha dovuto mettersi in grandissima difficoltà, usando capitali propri e bruciando cassa per continuare a lanciare, prima di riuscire nell’impresa. Non è corretto dire, come tendono a fare alcuni, che sia stato semplicemente finanziato dallo Stato e dalla Nasa. Gli Stati Uniti sono avanti sulla space economy commerciale e hanno iniziato ad applicare anni fa la modularizzazione, si pensi che un satellite come quelli di Starlink ha costi di produzione molto inferiori a quelli degli analoghi europei. Ciò ovviamente non toglie che il sostegno pubblico sia e rimanga una componente importante, specialmente per attori emergenti e non ancora consolidati.

E l’Italia? Cosa sta facendo?

L’Italia, a mio avviso, è stata molto lungimirante, infatti si è dotata per prima in Europa di una legge sullo spazio. Il rischio, però, è che altri continuino a non farlo per trarre il massimo vantaggio dall’assenza di regole e sanzioni in caso di condotte ambigue. Gli Stati, dalla legislazione agli aspetti finanziari pubblici, devono ascoltare e capire cosa succederà in questo mercato, perché può essere un’opportunità grandiosa. E l’Italia questo lo sta facendo, ad esempio con le varie tappe degli Stati generali della space economy, dove noi operatori ci incontriamo molte volte e il governo ascolta tutti. 

Veniamo ora alla realtà che lei guida. Come nasce Space Industries?

Dall’incontro di due competenze. Io porto l’esperienza spaziale, maturata negli Stati Uniti e in Italia, e avevo un’idea chiara di cosa serviva. L’azionista principale, Comat, è un’industria di Torino che non aveva alcuna esperienza nello spazio ma aveva due cose: il capitale e la capacità tecnica di costruire impianti, clean room e impianti energetici. Mi sono seduto con loro, ne abbiamo discusso e poi abbiamo disegnato l’azienda a tavolino. Io ho indicato cosa andava fatto e loro hanno avuto la capacità di farlo nei tempi previsti. È un investimento interamente privato, e anche questo è un elemento “alieno” rispetto al sistema spaziale attuale. Un’industria che decide di investire fondi propri, con competenze molto diverse ma utilissime per lo spazio. Pensata principalmente per il mercato commerciale, con un approccio del tutto privato. 

Di cosa si occupa, nel concreto?

Space Industries costruisce satelliti, ma non li progetta. Non ci collochiamo nell’ambito dei “piattaformisti”, quello è un mercato in fortissima evoluzione e richiede altri tipi di focus. Noi preferiamo concentrarci su un singolo segmento della filiera e farlo bene. Il nostro obiettivo è portare l’elemento della scala nell’industria spaziale europea e puntiamo a produrre fino a centinaia di satelliti l’anno.

E come si rende sostenibile un simile produzione?

Abbiamo ribaltato la prospettiva. Nel mondo spaziale si faceva prima il satellite e poi si costruiva la fabbrica, o almeno le attrezzature di test, su misura per quell’oggetto. Noi abbiamo fatto prima la fabbrica, ottimizzata secondo i criteri della lean manufacturing, e ci aspettiamo che il satellite sia adatto a essere costruito lì. Oltre al livello di maturità tecnologica, per noi esiste un livello di maturità produttiva, e quindi se un satellite non è immediatamente producibile, per noi non è pronto. In pratica, vuol dire definire procedure di costruzione ben definite, test funzionali e di performance già predisposti e automatici, un assemblaggio agile e un ciclo produttivo di pochi mesi e non di anni. Se un cliente mi chiede di lanciare tra tre anni una costellazione da cento satelliti, devo poter rispondere di sì, restando nel budget che si aspetta. Per riuscirci abbiamo concentrato nello stesso stabilimento produzione, metrologia e tutte le macchine di test ambientale e funzionale: termovuoto, shaker, camera anecoica, il tutto in clean room. Il satellite si produce in condizioni ISO 8 ed è sottoposto a tutti i test direttamente in loco, evitando trasferimenti fuori dalla struttura e tutti i problemi annessi. È un costo importante, ma è la risposta agli errori e ai problemi che ho visto nell’approccio proto-flight.

Ecco, quali sono le principali novità rispetto al “vecchio” approccio?

Due le scelte chiave. La prima è il layout, pensato per un ciclo produttivo di linea. La seconda è che, essendo agnostici rispetto alle piattaforme, dobbiamo servire più clienti in contemporanea. Invece del solito grande stanzone, abbiamo creato dodici clean room modulari e separate, che permettono di gestire in parallelo fino a dodici progetti diversi. C’è poi un dettaglio solo apparentemente banale, ovvero le control room. Gli ingegneri di sistema, gli esperti di software, non entrano in clean room ma si collegano al satellite dall’esterno tramite degli ombelicali. In clean room lavorano solo gli operatori specializzati nell’integrazione hardware. Così si riducono le non conformance, cioè gli errori di integrazione che nascono quando mette le mani sull’hardware chi non è adatto a farlo. E si seguono procedure definite in anticipo, provate e riprovate, come avviene nelle industrie dell’automotive e dell’aeronautica.

Il prossimo 28 ottobre, a Torino, si terrà l’inaugurazione del vostro primo impianto produttivo. 

Esatto, e in quell’occasione dimostreremo che quello che volevamo fare l’abbiamo fatto. A marzo 2025, avevamo annunciato in conferenza stampa che lo stabilimento sarebbe stato pronto nel 2026, e così è stato. E non parliamo solo di un taglio del nastro, l’impianto sarà già operativo al momento dell’inaugurazione. Con questo ci teniamo a far passare due messaggi. Il primo è, appunto, il rispetto degli impegni: la fabbrica c’è e nei tempi dichiarati, secondo i piani. Il secondo è che questo modello commerciale è sostenibile. Space Industries non va in cerca di contratti istituzionali, ma scava nel modello di business commerciale. Ci sono altri player che oggi non sono ancora nello spazio e che, quando entreranno, faranno la differenza. Chi si occupa di spazio e non è pronto a un adattamento mentale al nuovo modello rischia di scomparire. Saper fare un satellite non basta, bisogna anche essere pronti a capire dove andrà il mercato. E noi siamo convinti di averlo fatto.

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Gli italiani e la difesa, un rapporto ancora da costruire. Coticchia e Mazziotti spiegano perché

Gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma questa fiducia non si traduce automaticamente nel sostegno al riarmo, alla deterrenza o alle missioni internazionali. È quanto emerge dal sondaggio realizzato da YouGov per l’Università di Genova all’interno di una ricerca sul rapporto tra gli italiani e il mondo della Difesa. I numeri descrivono bene la distanza: il 67,5% dichiara molta o abbastanza fiducia nelle Forze armate, ma solo il 35,2% le ritiene in grado di difendere l’Italia dalle minacce esterne e ancora meno si dicono favorevoli all’aumento delle spese militari. Per Fabrizio Coticchia, professore ordinario di Scienza politica all’Università di Genova, e Matteo Mazziotti di Celso, ricercatore presso la scuola Imt Alti Studi di Lucca, il risultato non sorprende, ma riflette trent’anni di narrazioni politiche sulla Difesa, aggravata da un dibattito pubblico concentrato quasi solo sulle spese a discapito delle ragioni della necessità dello strumento militare.

Spese militari e leva restano divisivi

L’Italia è un Paese pacifista? In parte. “Sicuramente gli italiani sono pacifisti, nel senso che sono critici rispetto all’aumento delle spese militari”, spiega Coticchia. Infatti, il 28,2% degli intervistati vorrebbe aumentare la spesa, il 33,9% ridurla e il 25,7% lasciarla così com’è. E chi è favorevole la vorrebbe finanziata a debito, non con nuove tasse né con tagli al welfare. Dati simili emergono anche rispetto al rischio personale. In caso di attacco all’Italia, il 31% dichiara che combatterebbe, mentre il 52,6% risponde di no. Il quadro, riassume Coticchia, è quello di “una riluttanza sia a spendere di più, sia a combattere”. Altro caso emblematico riguarda la reintroduzione della leva. Il campione si divide quasi a metà, col 45,2% di favorevoli e il 46,8% di contrari. Ma il dato cambia sensibilmente se si introduce la discriminante dell’età. “Sono molto più quelli che sono a favore fra le persone di una certa età rispetto ai giovani”, evidenzia Coticchia. Tra i 18-24enni, infatti, i favorevoli sono il 22,1%, mentre tra i 45-54enni il dato sale al 56,9%. In altre parole, a sostenere il ritorno della leva sono soprattutto coloro che, se venisse ripristinata, non sarebbero chiamati a farla.

Sensibilità e posizioni politiche

La difesa non è più un argomento bipartisan. “Sul tema della difesa ci si divide molto ormai”, osserva Mazziotti di Celso, e per l’Italia ciò rappresenta una dinamica “abbastanza nuova”. Contano l’età e soprattutto l’appartenenza politica, in linea con quanto segnala la letteratura scientifica, gli elettori tendono ad adottare le posizioni del partito che sentono più vicino. Sull’aumento della spesa, ad esempio, a favore è il 51,5% degli elettori vicini a Fratelli d’Italia, il 48% di Forza Italia, il 32% della Lega e il 26,8% del Pd; tra M5S e Avs prevale la richiesta di ridurla. Sulla politica estera, il 27,8% vuole che l’Italia faccia da sé, mentre il 24,3% punta sulla difesa europea. 

Dentro gli schieramenti ci sono anche delle sorprese. Il Movimento 5 Stelle è più vicino alla Lega nel preferire una politica estera autonoma, mentre Pd e sinistra guardano a Unione europea e Nazioni Unite. Il piano europeo Rearm Europe non convince né la destra radicale né la sinistra, di norma europeista: il 44,6% è contrario mentre il 28% favorevole. E proprio tra gli elettori leghisti, tra i più favorevoli all’uso dei militari per la sicurezza interna, si registra la minore disponibilità a combattere in caso di attacco al Paese (22,5%). Il populismo, invece, pesa meno di quanto ci si aspetti. “Non c’è una grande differenza tra populisti e non populisti”, dice Coticchia, che evidenzia come a distinguere di più rimanga l’asse destra-sinistra. Anche la classificazione delle minacce segue queste linee. In testa ci sono il cambiamento climatico (37,5%, soprattutto tra giovani e a sinistra) e l’immigrazione irregolare (32,5%, più tra gli anziani e a destra); l’aggressività russa è al 19,8%, sebbene il 50,5% degli intervistati giudichi probabile un attacco contro l’Europa. “Non è vero che non c’è questa minaccia”, sottolinea Coticchia, “anche se resta da capire di che tipo sia, ibrida o meno. Su questo c’è molta confusione”. 

Il confronto con le altre opinioni pubbliche europee

Rispetto alle opinioni pubbliche del resto d’Europa, le differenze sono poche, ma nette. Sulla fiducia nelle Forze armate e sul sostegno alla leva l’Italia è in linea con gli altri. Anche la scarsa voglia di combattere non è un’eccezione, fatti salvi i casi di Turchia, Paesi scandinavi e baltici. Lo scarto maggiore si riscontra sul tema delle spese militari. “L’Italia è molto più contraria all’aumento delle spese militari degli altri paesi, persino della Spagna”, spiega Coticchia, sottolineando che Madrid, pur opponendosi all’obiettivo del 5% del Pil, nell’ultimo anno ha aumentato le spese militari più di Roma. 

A colpire è anche lo scarto tra l’attivismo italiano all’estero e il sostegno in Patria alle operazioni multilaterali. “L’Italia cerca di aumentare la propria credibilità all’estero rispondendo di sì agli appelli di Nato e Unione Europea, ma a livello domestico si cerca di nascondere o diluire questo tipo di informazioni”. Comprensibile sul piano elettorale, ammette Coticchia, ma “totalmente controproducente nell’idea di sviluppare una cultura e una politica di difesa. Serve maggiore trasparenza, ma questa trasparenza rappresenta un costo politico che i partiti al momento non sembrano voler pagare”.

Come gli italiani vedono i militari

L’alto grado di fiducia espressa nei confronti delle Forze armate, spiega Mazziotti di Celso, va capita: gli italiani vedono la Difesa come “un’istituzione innocua, non pericolosa per la società e composta da gente onesta”. Ciò non solo in virtù di eventuali legami amicali o familiari con il personale in uniforme, ma anche per i benefici visibili in casa: attività come l’assistenza in caso di calamità naturali (82,2%), il supporto alle forze di polizia (67%) e l’operazione Strade sicure (il 77,7% vuole almeno mantenerla) registrano il maggior gradimento. Il peacekeeping e le missioni all’estero, attività più classicamente militari, si fermano invece al 45,8%. Nelle parole di Mazziotti di Celso: “Gli italiani vogliono bene alle Forze armate, però evidentemente non devono essere ‘troppo armate’ nei compiti che svolgono”.

Lo stesso meccanismo spiega perché minacce molto diverse (dalla crisi climatica alla Russia) finiscano sotto un unico ombrello. “Il ‘nemico’ nelle nostre operazioni militari non è mai stato citato, nonostante le nostre Forze armate siano state coinvolte in diversi combattimenti”, sottolinea Coticchia, “dall’Afghanistan a Mogadiscio”. L’Italia, come la Nato e l’Ue, ha adottato negli anni la logica della gestione delle crisi (crisis management), non quella della difesa da un avversario tradizionale, non solo sul piano dottrinario ma anche su quello comunicativo. Ciò, spiegano Coticchia e Mazziotti, ha contribuito ad associare sempre di più le Forze armate a compiti che non afferiscono direttamente alle competenze della Difesa. I ricercatori, ad esempio, citano il caso dell’impiego dei militari nella gestione dei flussi migratori. “È un problema di natura militare? Assolutamente no”, osserva Coticchia, “eppure è successo dagli anni Novanta, anche con governi di colore diverso, a partire dalla crisi in Albania”.

A complicare il tutto c’è poi una comunicazione pubblica poco chiara, avida di dettagli e troppo spesso demandata alla sola lettura degli atti burocratici, in grado di mettere in difficoltà persino gli addetti ai lavori nella valutazione delle iniziative e delle attività in corso. Vedasi, a tal proposito, il caso Task Force Arabia. Il problema è che tali forme di reticenza comunicativa alimentano a loro volta sospetto da parte dell’opinione pubblica, innescando un ciclo di mutua incomprensione che aiuta a spiegare i risultati, apparentemente paradossali, dell’indagine di YouGov.

Una cultura della difesa da costruire, ma insieme

Dunque, gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma le preferiscono quando svolgono incarichi di polizia, ritengono le minacce esterne reali, ma non vogliono aumentare le spese, mentre al Paese manca ancora un dibattito pubblico informato sui temi della difesa che, però, continua a preferire la voce degli opinionisti a quella degli addetti ai lavori. Come si esce dal paradosso? Non con le iniziative nelle scuole che, secondo Coticchia, che rischiano di produrre la reazione opposta e di far passare un messaggio sbagliato. Serve piuttosto un dibattito trasparente, anche se costoso politicamente: “Se come Paese vogliamo adottare delle scelte solide, strutturate, tali scelte devono essere scelte legittime, e la legittimità deriva dalla condivisione e dalla trasparenza”. La via maestra, secondo i ricercatori, sta nel perseguire un salto di qualità nella comunicazione, al pari di come hanno fatto gli Esteri e l’Intelligence. La Difesa, dice Coticchia, “dovrebbe farlo maggiormente, in maniera seria, coinvolgendo l’Accademia, la società civile e anche coloro che vi si oppongono”. 

Dall’altra parte, Mazziotti di Celso invita a una maggiore comprensione del pubblico nei confronti dei militari, che devono abituarsi a interagire con la società civile e temono un clima di ostilità nei loro confronti. Per questo, conclude, la responsabilità di fare dei passi avanti ricade su entrambi: “Le Forze armate devono aprirsi maggiormente alla società civile, interagire di più, dire di sì invece di dire di no, prendersi dei rischi”, e allo stesso tempo “la società civile deve fare uno sforzo di comprensione”, evitando giudizi ideologizzati e apriorismi. 

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Dal quantum allo spazio, l’Italia ha bisogno di investire sulla tecnologia. L’appello di Crosetto

La tecnologia è ormai diventata stabilmente una componente cruciale del potere degli Stati e della loro sicurezza e, per l’Italia, questo significa dover mettere a sistema le competenze scientifiche e industriali e coltivare capacità autonome nei settori strategici. Questo il messaggio lanciato dal ministro della Difesa Guido Crosetto in occasione dell’inaugurazione del primo sistema quantistico in Italia, il supercomputer Volta B1.

“Il quantum non può essere considerato una singola tecnologia, deve essere visto come una nuova dimensione della politica industriale, della competitività nazionale e della sicurezza”, ha dichiarato il ministro. In questa ottica, il calcolo quantistico si inserisce in una trasformazione più ampia, che coinvolge la ricerca, l’industria e la difesa. “La tecnologia sta diventando una delle principali espressioni del potere degli Stati e il quantum si colloca al centro di questa trasformazione”, ha aggiunto, richiamando ambiti che vanno anche oltre i soli sistemi di calcolo e che includono anche sensoristica, comunicazioni, materiali, sicurezza e gestione dei modelli complessi.

Per la Difesa, ha spiegato Crosetto, queste tecnologie possono aprire nuove possibilità nella gestione delle informazioni, nelle comunicazioni e nello sviluppo di capacità operative. Il loro impatto richiederà però un coordinamento più stretto tra i soggetti che lavorano allo sviluppo e all’applicazione dell’innovazione scientifica. “Il quantum rende sempre meno sostenibili le tradizionali separazioni tra ricerca scientifica, innovazione industriale, sviluppo economico e anche sicurezza e difesa. Il futuro non rispetterà queste divisioni”. Ed è proprio nella frammentazione che Crosetto ravvisa uno dei principali problemi da affrontare. L’Italia, come è noto, dispone di competenze scientifiche e industriali nei settori più avanzati, ma manca ancora di un ecosistema in grado di creare sinergie strutturali di lungo periodo o, per dirla con le parole del ministro, “trasformare le proprie eccellenze in un sistema”. 

Il tema non riguarda solo la valorizzazione dei talenti e delle eccellenze nazionali – la cui fuga verso l’estero rimane comunque una delle maggiori criticità del Paese –, ma tocca da vicino anche i temi della sicurezza e della sovranità. Una condizione che lo stesso Crosetto ha ben sintetizzato: “Vogliamo essere un Paese che utilizza le tecnologie sviluppate altrove, oppure un Paese capace di contribuire a determinare l’evoluzione, l’applicazione e le regole?”. Il punto non è tanto quello di rincorrere la chimera della completa autarchia tecnologica, quanto più quello di mettere il Paese nella condizione di essere un contributore centrale nello sviluppo delle nuove tecnologie e, di conseguenza, anche della definizione delle regole che ne accompagneranno l’impiego. 

Da oggi, l’Italia fa il suo primo passo concreto nell’implementazione delle tecnologie quantistiche, confermandosi tra i Paesi che da subito ne hanno colto l’enorme potenziale. Ma, se il primo passo serve a partire, molti altri sono necessari per arrivare al traguardo. Lo sviluppo tecnologico continua a dimostrarsi una leva impareggiabile per la competitività dei Paesi e per la loro sicurezza – che si parli di quantum, robotica, spazio, batterie, IA ecc. –, e per questo, se l’Italia intende contare, non potrà fare a meno di impostare una seria discussione al riguardo. Una maggiore coordinazione tra i soggetti interessati, tanto pubblici quanto privati, resta la via maestra da perseguire sul piano organizzativo, ma il nodo centrale rimane quello delle risorse, senza le quali anche le migliori menti possono fare ben poco, se non portare le loro competenze altrove. Un patrimonio, quello della ricerca, da preservare, sostenere e incentivare e senza il quale il Paese rischierà sempre di trovarsi a rincorrere altri. Nelle parole di Crosetto: “La prima infrastruttura strategica di una nazione tecnologica non è la macchina, è il capitale umano capace di comprenderla, trasformarla e governarla”.

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Risiko industriale su KNDS. Berlino adesso punta sul controllo alla pari con Parigi

Il governo tedesco starebbe valutando di acquistare l’intera quota del 50% che le famiglie Bode e Braunbehrens detengono in KNDS, il gruppo franco-tedesco che produce i carri Leopard 2 e Leclerc. Se l’operazione andasse in porto, la quotazione in Borsa (finora nei piani) verrebbe definitivamente accantonata e KNDS diventerebbe un’azienda interamente in mano pubblica, con i governi di Francia e Germania al 50% ciascuno. Dopo le reticenze iniziali, Berlino si sarebbe adesso convinta a rilevare l’intera quota, nel tentativo di porsi allo stesso livello di Parigi e di presidiare direttamente un attore cruciale per i piani di riarmo della Bundeswehr.

Cosa è successo

Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, la holding Wegmann & Co., posseduta dalle famiglie Bode e Braunbehrens, avrebbe rinunciato all’idea di una quotazione in borsa della società e sarebbe pronta a cedere tutte le sue azioni allo Stato federale tedesco. Il governo di Berlino, sempre secondo il giornale, “in assenza di alternative” riterrebbe sensato rilevare l’intera quota.

Il dossier KNDS è sul tavolo del governo tedesco da oltre un anno. Nell’estate del 2025 le famiglie Bode e Braunbehrens avevano informato Berlino di essere pronte a cedere parte della loro quota e il governo aveva iniziato a studiare l’acquisto del 25,1%. È la soglia che permette a un socio di porre il veto sulle delibere più importanti, che generalmente richiedono una maggioranza qualificata. A maggio, il governo tedesco ha trovato un accordo sul 40%, dopo uno scontro tra il ministro della Difesa Boris Pistorius, che puntava alla piena parità con Parigi, e il cancelliere Friedrich Merz, che con la ministra dell’Economia Katherina Reiche avrebbe preferito fermarsi al 30%. A giugno il governo aveva ufficializzato la decisione, prefigurando uno scenario che avrebbe visto l’arrivo in Borsa con Berlino e Parigi al 40% ciascuna, mentre il restante 20% sarebbe andato sul mercato. All’epoca, il Der Spiegel stimava per Berlino un esborso fino a 7,2 miliardi di euro per completare l’operazione.

I mercati, però, non hanno collaborato. A inizio luglio, pochi giorni dopo aver annunciato la quotazione a Parigi e Francoforte, KNDS ha rinviato lo sbarco in Borsa. I titoli della difesa erano in calo e, secondo il Financial Times, gli azionisti avrebbero faticato a convincere gli investitori ad accettare una valutazione superiore ai 12 miliardi di euro. A inizio ottobre l’amministratore delegato Jean-Paul Alary ha ribadito all’Handelsblatt che l’Ipo è “sospesa, ma non annullata” e nel frattempo, secondo Bloomberg, il fondo americano Warburg Pincus avrebbe avviato colloqui con la famiglia per rilevare una quota rilevante. Uno scenario che a Berlino, evidentemente, non deve essere piaciuto. 

Che cos’è KNDS e com’è composto l’azionariato

KNDS nasce nel 2015 dalla fusione tra la tedesca Krauss-Maffei Wegmann e la francese Nexter, con sede legale ad Amsterdam. Specializzata nella difesa terrestre, produce, oltre ai Leopard 2 e ai Leclerc, il veicolo da combattimento Puma, i blindati Boxer, l’obice Pzh 2000 e i semoventi Caesar. Nel 2025 ha fatturato 4,4 miliardi di euro (in crescita del 16% rispetto al 2024). Per il 2026 punta a una crescita del 30%, dispone già di un portafoglio ordini di circa 33 miliardi e impiega circa 11mila persone su 34 siti produttivi nel mondo, undici dei quali in Germania. Ad oggi, il suo capitale è diviso a metà: il 50% fa capo allo Stato francese, tramite Giat Industries, mentre l’altro 50% appartiene alla holding Wegmann, che riunisce le famiglie tedesche Bode e Braunbehrens. Proprio questa ripartizione, perfettamente paritetica, era stata un elemento fondamentale per la riuscita dell’intesa del 2015. 

Le ragioni di Berlino

Più di una ragione spingerebbe Berlino, al netto delle iniziali resistenze dell’esecutivo, a procedere con l’operazione. La prima è politica e riflette la volontà tedesca di giocare un ruolo più assertivo nella dirigenza della società, che da parte francese è detenuta direttamente dal governo di Parigi. Così facendo, Berlino potrebbe far valere le sue ragioni senza passare per un intermediario privato, bilanciando la presenza pubblica francese. La seconda ragione è di natura strategico-industriale. KNDS Deutschland (la ex Krauss-Maffei Wegmann con sede a Monaco) è tra i principali fornitori della Bundeswehr e gioca un ruolo cruciale nei piani di riarmo tedesco. Con il 50% delle azioni, Berlino si garantirebbe un perimetro importante di sovranità su un’industria strategica, evitando peraltro l’inserimento di attori esterni, chiaramente indesiderati in questa fase. Allo stesso tempo, rinunciare alla quotazione in Borsa permetterebbe di mantenere le attività del gruppo più strettamente legate alle esigenze dello Stato

Sullo sfondo di questo Risiko societario c’è un rapporto industriale franco-tedesco già molto teso. A giugno il programma congiunto con Parigi per sviluppare un nuovo caccia di sesta generazione (lo Scaf/Fcas) è definitivamente naufragato, dopo anni di attriti con i partner francesi circa la ripartizione del workshare del progetto. Adesso, Berlino starebbe valutando di inserirsi nel programma Gcap di Italia, Regno Unito e Giappone, mentre Parigi ha deciso di optare per una soluzione interamente nazionale (in altre parole, un Rafale 2.0). A inizio mese, poi, ha fatto scalpore la dichiarazione del generale Fabien Mandon, capo di Stato maggiore francese, che, riferendo al parlamento, ha affermato che Berlino ha intenzione di ritirarsi anche dal programma Mgcs (Main ground combat system), noto altresì come il futuro carro europeo. Il ministero della Difesa tedesco ha smentito tale versione, aggiungendo che la Germania resta impegnata in una “partnership paritaria”, stoccata neanche troppo velata alle ragioni che hanno portato al fallimento dello Scaf. 

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