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Una donna alla presidenza della Germania? Chi è Ilse Aigner

Non ci sono ancora conferme ufficiali, ma nello scenario politico tedesco una dei favoriti per prendere il posto del capo di Stato, Frank-Walter Steinmeier, è Ilse Aigner. Nata a Feldkirchen-Westerham nel 1964, potrebbe assumere l’incarico il 19 marzo del 2027, dopo le elezioni previste per il 30 gennaio a Berlino. Frank-Walter Steinmeier ha compiuto due incarichi e non potrà più presentarsi come presidente federale.

Ancora mancano le formalizzazioni delle candidature. Ma tra le condizioni ci sono avere la cittadinanza tedesca e avere almeno 40 anni. Uno dei nomi che più risuona è quello di Aigner, che dovrà ottenere l’approvazione dei tre partiti principali della Germania nella coalizione di governo: il Cdu, il Spd e il Csu. Tra loro, sommano la maggioranza del Bundestag e dell’Assemblea Federale, l’ente che sceglie il presidente.

Aigner è presidente del Parlamento regionale di Baviera e membro dell’Unione Cristiano-Sociale (Csu), il partito più piccolo della coalizione. È stata ministra dell’Agricoltura ed è vista come una figura conciliatoria. Anche membri del Die Grünen e dell’Spd hanno elogiato la candidatura.

Aigner è perito radiotelevisivo ed ingegnera elettrotecnica; ha lavorato all’Eurocopter prima di dedicarsi alla politica e a diversi incarichi pubblici. La sua candidatura però dovrà attendere le riunioni dell’Cdu del 9 novembre, per concordare la proposta, e poi seguiranno incontri e negoziati con gli alleati regionali. Saranno sicuramente interpellati anche Spd e Die Grünen per ottenere una base ampia dentro tutto l’ambito democratico tedesco.

In Germania, il presidente federale è il capo dello Stato, ha un ruolo rappresentativo con autorità morale, senza però i poteri della stessa figura negli Stati Uniti o in Francia. Tuttavia, ha un enorme peso politico perché in caso di crisi può decidere di sciogliere il Bundestag o favorire un governo di minoranza, così come rivedere e promulgare leggi.

E il Paese attende che in questo incarico ci sia una donna. Un sondaggio di Forsa per RTL ad agosto del 2026 indica che il 74% degli elettori crede sia indifferente se il presidente è maschio o femmina, ma un 19% lo preferisce donna e solo un 5% maschio.

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L’Africa è entrata nella rotta della droga latino-americana. Ecco come

Da molti anni, la cocaina latinoamericana ha viaggiato attraverso alcuni Paesi africani per arrivare ai mercati internazionali, come quelli dell’Europa. Ora però l’aumento della richiesta di consumo di cocaina e altre droghe sintetiche, tra cui la metanfetamina, ha costretto i narcos a spostare la logistica. E l’Africa si presenta come un epicentro vantaggioso per alcune tappe della produzione e commercializzazioni delle sostanze illegali.

Così, le autorità hanno individuato un aumento significativo nelle attività dei cartelli latinoamericani nel continente africano. Come sostiene un report dell’Africa Center for Strategic Studies, un’istituzione del Dipartimento della Difesa americano finanziata dal Congresso per lo studio delle questioni di sicurezza globale.

I dati parlano anche di operazioni per contrastare questo fenomeno. Lo studio svela che l’Agenzia nazionale per l’applicazione della legge sugli stupefacenti (NDLEA) della Nigeria, ad esempio, ha sequestrato 2025 circa 5.000 tonnellate di droga e arrestato quasi 20.000 persone. “Si tratta di un incremento di 17 volte rispetto alle 273 tonnellate sequestrate nel 2020. Dal 2011, la NDLEA ha individuato e smantellato circa 25 laboratori di metanfetamina”, si legge nello studio.

La crescente influenza delle organizzazioni criminali latinoamericane in Africa si traduce in ripercussioni profonde sulla sicurezza. Questo a causa di un aumento nella richiesta di consumo della cocaina. Quasi tutta la cocaina prodotta a livello mondiale proviene da Colombia, Perù e Bolivia. “Dato che l’Europa assorbe circa un quarto dell’offerta globale di cocaina – spiega l’Africa Center for Strategic Studies -, l’Africa funge da tempo da snodo per questo commercio illecito. I carichi di cocaina attraversano solitamente l’Atlantico partendo dalle coste del Brasile – occultati all’interno di container diretti verso i porti dell’Africa occidentale, lungo il Golfo di Guinea – per poi proseguire verso l’Europa”.

I narcos hanno dunque dimostrato una grande capacità di adattamento e di essere molto sofisticati. Disegnano carichi più piccoli su imbarcazioni di ridotte dimensioni (dagli yacht privati ai sommergibili senza equipaggio) e cercano di farli partire da porti meno sorvegliati in Brasile, Guyana e Suriname.

Anche la produzione di metanfetamina è aumentata come mai nella storia. “Il mercato globale degli stimolanti di tipo anfetaminico ha un valore stimato tra i 17 e i 29 miliardi di dollari, con un tasso di crescita del 13% annuo” […] L’Africa è diventata un nodo sempre più centrale per questa droga sintetica illecita, poiché i cartelli cercano di sfruttare contesti favorevoli alla produzione e al traffico. I cartelli della droga latinoamericani hanno stretto accordi con gruppi criminali africani per ottenere supporto logistico, terreni e protezione, stabilendo così laboratori per la produzione di metanfetamina nel continente”.

In questo nuovo scenario, l’Africa si presenta come un luogo strategico per i cartelli della droga latinoamericani perché ci sono “reti di traffico illecito già consolidate, rotte di contrabbando secolari, scarsa capacità di interdizione marittima e costiera, nonché la presenza di numerosi pescherecci – cinesi e non solo – impegnati in attività di pesca illegale al largo delle coste dell’Africa occidentale, che offrono una copertura ideale per le operazioni di trasbordo di stupefacenti”.

E quali organizzazioni sono presenti? Dal famoso cartello di Sinaloa a quello di “Jalisco Nueva Generación”, entrambi del Messico. Ma anche “Primeiro Comando da Capital”, il più grande del Brasile e il Clan del Golfo della Colombia. Il report indica anche la presenta dell’Ndrangheta dell’Italia.

“La crescente influenza dei cartelli latinoamericani in Africa accresce i rischi per la sicurezza nel continente, includendo la possibile introduzione di tecnologie basate su droni tra i gruppi criminali locali e la collaborazione con formazioni estremiste violente. Analogamente a quanto accade in America Latina, una volta che questi cartelli riescono a radicarsi, diventano una minaccia per le attività economiche lecite, per interi settori produttivi, nonché per le amministrazioni locali e le forze dell’ordine”, avverte lo studio.

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Cosa significa la vittoria di Lula per la sinistra mondiale e per l’America Latina

Ancora una volta i sondaggi hanno fallito. Sebbene il vantaggio fosse marginale, tutte le previsioni davano per certa la vittoria del candidato di destra alla presidenza del Brasile, Flávio Bolsonaro. Ma gli elettori hanno sorpreso con l’ultima parola: con circa il 51,8% dei voti, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto nel ballottaggio di ieri. Un risultato che si interpreta come un sollievo per chi critica l’influenza degli Stati Uniti in America latina.

Con circa 4,4 milioni di voti in più, Lula da Silva è stato dichiarato vincitore. Ancora Bolsonaro non accetta la sconfitta e ha chiesto che tutti i risultati siano annullati, a causa di alcune irregolarità in alcuni centri di votazione e in seguito alla straordinaria decisione – dell’ultimo momento – di lasciare aperti i seggi due ore in più.

“Si tratta di una rimonta storica per Lula – sostiene l’emittente Bbc -: da quando il Brasile ha questo sistema elettorale, ormai da quasi quattro decadi, nessuno fino ad ora aveva vinto il ballottaggio presidenziale dopo essere stato superato nel primo turno”.

Questo risultato elettorale interrompe una lunga traiettoria di sette elezioni presidenziali in America latina, nell’ultimo anno, che sono state vinte dagli alleati di destra del presidente americano Donald Trump.

Dalla Colombia al Perù, passando per Cile, Costa Rica, Honduras, Bolivia, Ecuador… Il capo della Casa Bianca non ha nascosto l’interesse ad aumentare l’influenza nella regione, sostenendo i candidati che ideologicamente sono in sintonia con lui e le sue politiche di governo, e appoggiano i suoi interventi militari diretti per consolidare la sicurezza regionale.

Lula da Silva è uno dei pochi leader che si è schierato contro Trump. Nel suo intervento alle Nazioni Unite ha ribadito che il Brasile, con il potenziale di diventare una delle economie più grandi del mondo con un Pil di 2,6 bilioni di dollari, non sarà mai il cortile di nessun altro Paese. E ha denunciato davanti ai leader internazionali le “tentazioni egemoniche” degli Usa.

Ma la gestione di questo nuovo governo del presidente socialista non sarà facile. Magna Inácio, docente di Scienze politiche dell’Università di Minas Gerais, ha ricordato alla Bbc che “i partiti di destra (in Brasile, ndr) contano con un maggior numero di deputati e oggi hanno chiaro che possono fortificarsi e mantenersi come un’alternativa di governo molto solida”. Questo significa che il governo di Lula da Silva avrà non solo molto lavoro davanti a sé, ma anche minacce costanti di giudizio politico.

Edgar Franco-Vivanco, professore di Scienze politiche e direttore del Centro di Elezioni di America latina dell’Università di Michigan, ha aggiunto le difficoltà fisiche a cui va incontro il leader brasiliano. Non solo ha 80 anni, ma ha anche superato due tumori che l’hanno indebolito.

 

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Lula da Silva o Bolsonaro? Il peso di Trump nel voto brasiliano

Ultimi giorni prima della grande scelta presidenziale in Brasile. Ad oggi, il candidato Flávio Bolsonaro si mantiene in testa nei sondaggi, che prevedono una sua vittoria nel ballottaggio di domenica 25 ottobre. Tuttavia, la distanza dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva è marginale, come nel primo turno. La possibilità di un pareggio tecnico c’è ancora.

Il sondaggio di Quaest pubblicato mercoledì scorso indica che il figlio dell’ex presidente Bolsonaro gode del 45% del consenso, con un solo punto di vantaggio rispetto a Lula, che ha il 44% del gradimento dei brasiliani. Il report di mercoledì è il primo studio sulle proiezioni di voti dopo il dibattito di domenica tra i due candidati. La scorsa settimana, la stessa impresa di sondaggi dava a Bolsonaro il 46% e a Lula il 44%.

Invece per Nexus, che ha eseguito un sondaggio lunedì, subito dopo il confronto tra Bolsonaro e Lula da Silva, la differenza sarebbe di soli 0,6%, vedendo in vantaggio l’attuale presidente con il 46,5% dei voti e Bolsonaro figlio con il 45,9%. Il sondaggio precedente registrava una distanza di oltre tre punti percentuali. Per Nexus, circa il 4,7% degli elettori avrebbe deciso di votare in scheda nulla o bianca e il 2,9% è ancora indeciso.

La consultazione della firma Datafolha del 15 ottobre indica che Bolsonaro avrebbe il 47% dei voti e Lula da Silva il 45%. Gli ultimi sondaggi sembrano avere dato conto dell’effetto della riforma del lavoro approvata dal governo di Lula e dal Congresso, che offre un giorno di riposo a settimana (pagato).

Nell’ultimo tratto della campagna elettorale, il candidato di destra invece si è concentrato sul bisogno di un cambiamento di direzione per il Paese e nelle potenzialità del Brasile, che potrebbe diventare una delle sette principali economie del mondo. “Avevano detto che il bolsonarismo era finito, ma si sono dimenticati che Jair Bolsonaro ha lasciato milioni e milioni di semi”, ha detto il figlio, Flávio. Il candidato ha mantenuto il discorso sulla lotta contro la criminalità e la proposta di ridurre la età di responsabilità penale per reati gravi.

“Non dite all’indeciso per chi votare – ha detto il presidente brasiliano -. Chiedetegli di pensare in quale Brasile vuole vivere. Sicuro che voteranno per noi, siamo l’unica opzione per migliorare il Brasile”.

Oltre agli argomenti e i progetti di governo, il tema dell’ingerenza degli Stati Uniti nelle elezioni presidenziali brasiliane è al centro del dibattito. Molti esperti sostengono che gli Usa hanno preso misure politiche, economiche e diplomatiche per favorire il candidato Bolsonaro – più vicino alla linea del presidente Donald Trump – perché una possibile vittoria della destra agevolerebbe gli interessi americani nella regione.

James N. Green, professore di storia politica del Brasile dell’Università Brown, ha detto alla Bbc che i dazi sono stati disegnati dall’amministrazione Trump per fare pressione sul governo di Lula: “Non c’era una giustificazione economica. Era semplicemente un’altra forma per interferire nelle elezioni”.

Anche il quotidiano Folha de São Paulo ha pubblicato un documento in cui l’Agenzia dell’Intelligence Brasiliana eleva a livello critico la possibilità di ingerenza degli Stati Uniti nel voto di domenica 25 ottobre. Per il Dipartimento di Stato americano, “qualsiasi insinuazione di una ‘strategia’ per danneggiare le elezioni in un Paese democratico è una bugia senza fondamento”.

Oggi ci sarà l’ultimo dibattito televisivo per confrontare le due proposte di Lula da Silva e Bolsonaro jr. prima del voto finale. Entrambi i candidati hanno promesso di svelare il loro patrimonio e quello delle loro famiglie in diretta.

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Chi è Gurmeher Kaur, leader del movimento degli scarafaggi in India

Da molti mesi, il Cockroach Janta Party dell’India, conosciuto come il Movimento degli Scarafaggi, in riferimento agli esclusi, chiede profondi cambiamenti nel sistema politico indiano. L’ultima protesta, dove hanno partecipato principalmente giovani, esigeva le dimissioni del ministro dell’Istruzione indiano, Dharmendra Pradhan. La manifestazione è diventata violenta, con feriti e detenuti.

Gli “scarafaggi” chiedono anche le dimissioni del commissario elettorale, Gyanesh Kumar. Lo accusano di avere annullato il diritto al voto di circa 130 elettori. Ma tra le richieste ci sono anche più diritti, protezione e autonomia per le donne, dopo il caso di stupro di gruppo di una ragazza di 17 anni a New Delhi alla fine di settembre del 2026, diventato simbolo dello stato precario della sicurezza nel Paese.

Una delle portavoce di questa causa è la giovane attivista Gurmehar Kaur. Nata a Jalandhar nel 1996, si è laureata al Lady Shri Ram College e ha un master all’Università di Oxford. È ambasciatrice dell’organizzazione benefica inglese “Postcards for Peace”, che si dedica a combattere ogni forma di discriminazione. Nel 2017 la rivista Time l’ha definita una “paladina della libertà di parola”, e l’ha considerata uno dei “10 leader della prossima generazione”. Ha scritto un libro autobiografico intitolato “Small Acts of Freedom” e “The Young and the Restless: Youth and Politics in India”.

Il suo attivismo l’ha portata a numerosi arresti. Il prezzo da pagare per le giovani donne che si battono per un cambiamento è molto più alto rispetto agli uomini. Kaur racconta che, mentre i colleghi maschi festeggiano la visibilità nei media, le donne si preparano a minacce di morte, stupro, umiliazioni e altri abusi in rete. Su internet si trovano immagini sessualizzate delle manifestanti create con intelligenza artificiale, inserite tra quelle delle proteste.

In un’intervista all’emittente tedesca Deutsche Welle, Kaur ha spiegato che per lei “la resistenza non può essere un evento isolato. Un giorno e il seguente tornare alla vita quotidiana […] La resistenza è essere presenti e mettere il corpo in prima linea”. Per questo ha deciso di entrare a fare parte del gruppo giovanile del Congresso Nazionale, il primo partito dell’opposizione dell’India.

 

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Così Trump prova a riconquistare il voto delle donne per le midterm

Il rapporto con le donne del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è da sempre complicato. Cause aperte, accuse di molestie, offese pubbliche, intimidazioni (è stato anche condannato per ricatto). Per questo, e molto altro, una fascia elettorale in cui non gode di consenso è quella del voto femminile. A poco meno di un mese dalle elezioni di midterm, i sondaggi di Reuters e Ipsos indicano che solo il 32% delle donne voterà i repubblicani. I report del Washington Post e ABC News sostengono che il 61% voterà per i democratici.

E, siccome è un voto che pesa, Trump ha iniziato una strategia per provare a conquistare l’approvazione delle donne. Il piano si centra nel ruolo della moglie, Melania Trump, fino ad ora lontana dai riflettori.

Questa settimana l’ex modella ha presentato dai giardini della Casa Bianca un nuovo programma dedicato alla cura e prevenzione della salute femminili. Ad accompagnarla, in un angolo, il marito. Non sono ancora stati diffusi dettagli su quante risorse economiche saranno dedicate, ma la first lady ha assicurato che ci sarà un decreto esecutivo per avviare subito l’iniziativa.

Il programma consta di cinque pilastri, a cominciare con il trattamento di malattie che affliggono specialmente le donne. “Il secondo aspetto – ha spiegato Melania – sarà l’applicazione della ‘superintelligenza’ (in riferimento all’intelligenza artificiale, ndr) per migliorare la comprensione della biologia femminile e accelerare le scoperte mediche, in beneficio delle donne”.

Successivamente ci sarà un processo per guidare terapie promettenti dai laboratori fino a paziente donne, seguendo rigidi protocolli di sicurezza. Il quarto punto sarà assicurare che i progressi medici siano accessibili alle donne, indipendentemente dalla posizione economica. In fine, il programma si dedicherà alla formazione delle nuove generazioni perché parlino in maniera aperta e con compassione di molte malattie e malesseri che fino ad oggi sono stati considerati tabù.

https://t.co/QBs6J1uGsR

— MELANIA TRUMP (@MELANIATRUMP) October 20, 2026

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Tutto sul possibile incontro tra Xi, Trump e Putin

Vladimir Putin è entusiasta e avrebbe invitato i due grandi alleati internazionali, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente americano Donald Trump a una riunione trilaterale per discutere le sorti della guerra in Ucraina, ma non solo. Il luogo dell’importante appuntamento potrebbe essere la Cina, sfruttando l’impegno del Forum di Cooperazione Economica Asia-Pacifico a Shenzhen il 18 e 19 novembre.

Una specie di riedizione dello storico summit di Yalta tra Stalin, Churchill e Roosevelt nel 1954. Tra gli argomenti di discussione il più urgente sarebbe la guerra in Ucraina. Infatti, secondo il quotidiano americano The Wall Street Journal, Xi, Putin e Trump potrebbero “disegnare” in quell’occasione una nuova mappa divisa tra zone di influenza.

A proporre l’incontro sarebbe stato Putin, per via telefonica, lo scorso 9 ottobre. Dmitry Peskov, portavoce del governo russo, ha confermato l’idea di questa possibile riunione. Anche se Xi e Trump ancora non hanno risposto all’invito.

Tutto indica però che almeno Trump ci sarà. In un post ha spiegato la sua strategia (semplice) sulla Russia: “Sto negoziando la pace nella guerra tra Russia e Ucraina e non voglio fare nulla che, imprudentemente, possa allontanare la Russia dal tavolo di negoziati. Si stanno facendo grandi progressi!”.

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La dolce vita di Kim. Dentro la villa di lusso del leader nordcoreano

Scivoli acquatici, piscine, un enorme yacht. Grazie a un’indagine con immagini satellitari è stato individuato il centro vacanze di lusso del leader della Corea del Nord, Kim Jong-un. L’imbarcazione è il suo luogo del cuore ed è stato avvistato da luglio a metà ottobre di quest’anno nella costa nordcoreana Wonsan, conosciuta come la penisola di Kalma. Sarebbe di circa 80 metri. Si crede che questa enorme nave sia di Kim e della sua famiglia perché i suoi movimenti coincidono con le date in cui il leader è stato assente da apparizioni pubbliche. Con queste navi si sposterebbero anche nelle isole Tae e Sin che offrono spazi marittimi ritirati con totale privacy.

Kim e la sua famiglia si recano molto spesso in un’enorme villa della località balneare Wonsan, secondo un reportage dell’emittente britannico Bbc. Nelle sue vicinanze sono state identificate diverse imbarcazioni di grandi dimensioni, che d’inverno sono in porto e d’estate sono usate per la ricreazione. Non ci sono conferme di quanto sia il valore di queste navi, ma può arrivare a 100 milioni di dollari. Uno yacht di Kim, più piccolo, di 29 metri, si calcola possa valere 7 milioni di dollari.

Gli esperti indicano Wonsan come il posto del cuore di Kim, giacché è stato in questa località che il dittatore coreano è cresciuto da piccolo, insieme alla madre. Secondo la testimonianza di un disertore che è stato custode negli anni ’90 nell’unità 974 del leader Kim Jong Il, Wonsan era il rifugio dell’élite nordcoreana e il luogo dove trascorrevano l’estate praticando sport acquatici.

Alcuni media statali nordcoreani dicono che a Wonsan ci sono alberghi di lusso, ristoranti, negozi e parchi acquatici che accolgono più di 20.000 visitatori. Altri media russi hanno diffuso immagini di turisti russi che visitano il complesso Wonsan Kalma inaugurato a luglio del 2025.

L’ex giocatore dell’NBA e amico di Kim Jong-un, Dennis Rodman, ha raccontato al quotidiano The Sun l’ultima visita in Corea del Nord nel 2013, dicendo di essere stato una settimana a Wonsan con il dittatore praticando sci acquatico ed equitazione.

Questa scoperta evidenza il paradosso che rappresenta la dualità in cui vivono i nordcoreani, sommersi dalla carestia di una crisi umanitaria senza precedenti e con una leadership che non risparmia spese quando si tratta di confort e intrattenimento.

“Si crede che Kim e la sua famiglia usino queste navi. Ex funzionari nordcoreani, disertori ed esperti affermano che sarebbe difficile per qualsiasi persona lontano dal vertice del regime possedere o utilizzare liberamente navi di questa dimensione”, sostiene la Bbc. “La ricchezza di chi occupa posti di potere nella ermetica dittatura nordcoreana è difficile da determinare quanto le cifre economiche del Paese”, prosegue l’emittente.

Per le Nazioni Unite, la Corea del Nord è uno dei Paesi più poveri al mondo, ma ha una grande spesa militare, specialmente dedicata al programma nucleare. Circa il 40% della popolazione, però vive in stato di denutrizione, e subisce “violazioni gravi, generali e sistematiche dei diritti umani”, da quanto si legge nel report 2025 dell’Onu.

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Vita e pensiero di Meredith Whittaker, la donna più scomoda dell’IA

Meredith Whittaker è una delle persone più influenti nel mondo dell’intelligenza artificiale, consacrata recentemente dal Time. Dal Vaticano al famoso summit di Davos, questa giovane donna parla del futuro del settore digitale perché lo conosce da dentro. Da sempre critica dei sistemi di sorveglianza e controllo tecnologico, non è così catastrofista sull’intelligenza artificiale e la minaccia contro l’umanità.

“Il rischio c’è ed è reale – afferma Whittaker – ma non è la storia di fantasmi di cui ci parlano giovani esaltati”. Secondo lei, il pericolo risiede nell’uso negligente della tecnologia. “Siamo stati quasi per entrare in guerra con la Cina”, ha detto all’emittente Bbc in riferimento ad un caso nel quale una chatbot usata dall’intelligence americana inventò un’informazione su una nave cinese che trasportava materiale nucleare. Gli Usa erano pronti ad una risposta militare ma nulla era vero.

Laureata in Letteratura e Retorica all’Università della California, Berkeley. Prima aveva lavorato solo dando una mano nei jazz club di Los Angeles dove suo padre suonava il trombone. “Non avevo ambizioni di carriera; è stato tutto molto casuale”, racconta al Financial Times. Nel 2006 Whittaker è entrata a lavorare a Google senza avere ancora formazione nell’area informatica. Whittaker ha fondato Google Open Research, che ha collaborato con diverse realtà sulla questione della sicurezza e le conseguenze dell’uso dell’intelligenza artificiale. “Oggi vedo ragazzi le cui vite sono pianificate fin nei minimi dettagli, minuto per minuto. Deve essere davvero difficile, quando si è giovani e si sta cercando di capire chi si è e quale sia il proprio posto nel mondo”, prosegue.

Nel 2014, un ingegnere in visita da Harvard parlò a Whittaker di un’idea: utilizzare un software di IA per prevedere i genocidi. Lei ricorda che in quel momento ha iniziato ad avere dubbi di natura etica su questa tecnologia: “Mi chiedevo: come si può avere la certezza che sia davvero accurato? E come ci si assume la responsabilità del fatto che una previsione, di per sé, possa far pendere l’ago della bilancia? Che ruolo può avere uno strumento del genere?”.

Tre anni dopo ha saputo del Progetto Maven, un contratto segreto di Google con il Dipartimento di Difesa americano per lo sviluppo di intelligenza artificiale per la localizzazione di obiettivi grazie ai droni. Nel 2018, ha perso il lavoro – ma è stata subito assunta dall’azienda americana Palantir – dopo avere organizzato uno sciopero con 20.000 lavoratori per protestare sulla gestione di molte questioni sensibili, tra cui l’ingerenza della tecnologia in ambiti della quotidianità.

Ora Whittaker è presidente della Fondazione Signal, che gestisce l’omonima app di messaggi cifrati. Signal ha circa 70 milioni di utenti – molto meno rispetto a WhatsApp – ma si vanta di offrire protezione dei dati agli utenti. L’informazione che “viaggia” nei messaggi resta nei propri server, per cui è improbabile che possa arrivare a terzi.

La Fondazione Signal “è finanziata principalmente tramite donazioni e l’applicazione è stata scaricata centinaia di milioni di volte in tutto il mondo”, scrive il Financial Times. Per il giornale, Whittaker è “una figura rara nel panorama tecnologico: denuncia gli eccessi del potere aziendale, si scaglia contro quello che definisce un ‘modello di business basato sulla sorveglianza di massa’ e si batte per la tutela della privacy”. “È probabilmente la voce più critica e scomoda della Silicon Valley. Negli ultimi anni è diventata l’antitesi delle Big Tech”, scrive il Financial Times.

Whittaker vive molti mesi all’anno in viaggio. Per mantenere il proprio equilibrio, segue routine ovunque si trovi: prepararsi un caffè aromatizzato con il cardamomo e con una miscela di cicoria e funghi, lezione di yoga (che pratica da 20 anni) e cucinare la cena quando torna a casa, per ritrovare il contatto con la realtà. Legge continuamente libri di storia politica della tecnologia.

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