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Il sorpasso del tennis deve far riflettere i signori del pallone: da sempre litigiosi, inaffidabili e assetati di potere – Il commento

Fantozzi/Villaggio aveva capito tutto mezzo secolo fa, quando, nel primo film della serie (1975), raccontò la partita scapoli ammogliati giocata sotto un diluvio e poi descrisse quella di tennis all’alba, tra il mitico ragionier Ugo e il collega Filini: sono gli sport italiani per eccellenza, fortemente intrecciati con la cultura pop, dallo Scolapasta del torneo di Ugo Tognazzi alle serate di calcetto di milioni di over 20, fino al nostro cinema. Le ultime statistiche raccontano però un sorpasso epocale, emerso in uno studio relativo al 2024 e visionato in anteprima da Il Sole 24 ore: «Monitoraggio Coni-Fns-Dsa», ovvero il censimento delle associazioni affiliate e dei soggetti aderenti alle 48 Federazioni sportive, alle 15 Discipline associate e ai 14 Enti di promozione. Tradotto: la Federazione italiana tennis e padel ha raggiunto quota 1.162.477 tesserati (il 20,2% del totale), contro 1.123.054 di quella calcistica (19,5%). Uno scarto di circa 40 mila unità, ma che nel 2025 potrebbe essere aumentato: il tennis continua infatti a crescere.

Angelo Binaghi, dal 2001 presidente del tennis, ha festeggiato a ostriche e champagne: non solo per il primato inseguito da tempo, ma anche perché questa notizia arriva nei giorni in cui l’eterno nemico Giovanni Malagò, commissario del calcio, deve fare i conti con la rivolta di alcuni club di Serie A che, con un colpo di mano, dopo averlo sostenuto nelle elezioni del 22 giugno 2026 (vinte da Giovannino con il 68,58% dei consensi), vorrebbero rimuovere la sua candidatura per il voto–bis del 14 dicembre. I “rivoltosi” hanno deciso di puntare sull’ex senatore di Forza Italia Adriano Galliani, 82 anni, 38 dei quali trascorsi nel mondo del pallone, tra Milan, Monza e presidenza della Lega. Galliani, a completare il quadro, è fresco di tesseramento come dirigente accompagnatore per l’Enotria 1908, società in orbita Inter (uno degli ispiratori della manovra-Galliani è il presidente nerazzurro Giuseppe Marotta).

Ma proprio il sorpasso del tennis dovrebbe far riflettere i signori del pallone, da sempre litigiosi, inaffidabili – basta vedere quello che sta succedendo nella questione-Malagò -, miopi, conservatori e assetati di potere. Quello personale, naturalmente. Premesso che nel sorpasso del tennis ha dato un discreto contributo il padel e che i successi della miglior generazione di sempre (Sinner, Cobolli, Musetti, Berrettini, Darderi, Arnaldi, Paolini, Errani, Schiavone, Pennetta, Vinci) hanno avuto un formidabile effetto-trascinante, resta il fatto che il sistema tennis si è evoluto, mentre quello calcistico è sprofondato. Se solo consideriamo la piramide, siamo stati esclusi da tre edizioni del mondiale di fila. Tra i primi trenta del Pallone d’Oro 2026, non c’è un giocatore italiano. L’unico rappresentante della serie A nella classifica del premio di France Football è l’interista argentino Lautaro Martinez: 22° posto. Non vinciamo la Champions dal 2010.

In una situazione del genere, sarebbe doveroso e intelligente avviare seri programmi di ristrutturazione partendo dal basso, affidare i settori vitali a persone competenti, tenere alla larga la politica e mettere da parte le battaglie personali. Invece, l’esatto contrario: la rappresentanza della serie A, il cui esito nella lotta Malagò–Galliani per effetto domino determinerà il voto delle altre leghe e delle associazioni di categoria, continua a offrire, nonostante la crisi, il panorama desolante dell’ultimo quarto di secolo.

Calcio e tennis sono sempre stati mondi vicini. Il calcetto, per dire, nacque grazie alle partitelle sulla terra rossa di Nicola Pietrangeli e di un gruppo di pionieri. I giocatori, d’estate, si sfidavano in tornei con la racchetta. Alcuni tennisti di oggi, vedi il caso di Cobolli, sono partiti dal calcio prima di approdare alla disciplina dove si sono affermati. Il romanista Adriano Panatta e il milanista Paolo Bertolucci seguono da sempre il football, con passione e competenza. Il calcio era però la forza dominante. Oggi, grazie anche alla seduzione del padel, diventato una fabbrica di denaro con la proliferazione degli impianti, il tennis ha celebrato un sorpasso che spezza un primato ultrasecolare.

Questi numeri sono un avvertimento per il calcio. Dovrebbero essere il punto di partenza per riformare il settore in profondità. L’aria che tira è però pessima. Di questo passo, non ci sarà da sorprendersi se altri sport dovessero riuscire in futuro a appassionare i giovani e a sottrarre risorse importanti. Del resto, anche in questo caso Fantozzi/Villaggio potrebbe rivelarsi profetico: “Sono stato azzurro di sci”. Ecco, appunto.

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Harry Kane vince il pallone d’oro 2026: l’attaccante “noioso” e poco appariscente sempre in prima linea contro le discriminazioni

Bomber e gentiluomo. Il Pallone d’Oro assegnato al centravanti inglese Harry Kane premia non solo uno degli uomini gol più prolifici dell’ultimo decennio, ma anche un campione che sfugge agli stereotipi del football moderno. Nella patria dei tabloid e di una certa informazione scandalistica, Kane non ha mai regalato titoli a effetto. Al contrario: se c’è una critica nei suoi confronti, è quella di essere un po’ noioso, poco appariscente. Non si ubriaca. Non si tatua. Non fa scappatelle. Non coltiva hobby particolari, tranne il golf, che, come scrisse una volta Oscar Wilde “è il sistema migliore per rovinare una passeggiata sui prati”.

Le ragioni del trionfo nel Pallone d’Oro di Kane, quinto giocatore del football inglese a riceverlo – l’ultimo, nel 2001, era stato Michael Owen – sono però di natura calcistica. La stagione 2025-2026 è stata la migliore di questo attaccante nato il 28 luglio 1993 a Walthamstow – area a Est di Londra -, entrato a sei anni nella scuola calcio dei Ridgeway Rovers e a otto trasferito all’accademia dell’Arsenal, dove fu presto rilasciato perché “un po’ paffuto”: Harry ha firmato 61 gol con la maglia del Bayern Monaco e 12 con la nazionale. Kane è ripartito in quella attuale a passo di carica: 10 reti in 12 gare, per un totale di 156 in 159 presenze con i bavaresi. L’uragano Harry è a quota 543 in carriera: 452 con i club (280 con il Tottenham, 16 nei prestiti con Leyton Orient, Millwall, Norwich e Leicester, 156 con il Bayern) e 91 con l’Inghilterra, di cui è il King di tutti i tempi. Ma Kane non è solo uno spietato killer dell’area: ha la visione di un trequartista e la capacità di mandare a segno i suoi compagni. Un attaccante moderno, versatile, abile con i piedi e bravissimo in acrobazia.

Cresciuto con il mito di David Beckham, Kane nel 2009 fu arruolato dal Tottenham. Dopo una serie di prestiti (Leyton Orient, Millwall, Norwich e Leicester), nel 2013 avvenne finalmente il decollo in prima squadra. La data storica del gol numero uno in Premier (il totale è di 213) è il 2 novembre 2014, avversario l’Aston Villa. Kane non consuma alcol, segue una dieta curata da uno chef privato, è il primo ad arrivare al centro tecnico e l’ultimo a uscire. “Desidero chiudere la carriera senza rimpianti. Non vorrei mai guardarmi indietro e pensare che avrei dovuto rispettare le regole per fare meglio”.

La gestione di Kane è un affare di famiglia. Il fratello Charlie è l’agente. Il padre Patrick si occupa della parte finanziaria. Il profilo basso e il senso della misura sono riconducibili alle origini e all’educazione ricevuta. I genitori di Kane sono nati a Galway, città della costa occidentale irlandese. Il fratello maggiore Charlie è stato a lungo il supereroe di Harry e affidare a lui la gestione degli affari è stato un fatto naturale. In un articolo per “Players’ Tribune”, Harry ha ricordato di andare spesso in un parco dietro casa per giocare a calcio con suo padre e il fratello. “Niente porte. Niente campo da gioco vero e proprio – il racconto -. Bastava un po’ d’erba, due alberi ed eravamo felici. Devo ringraziare mio fratello Charlie per avermi sfidato uno contro uno per migliaia di ore e di avermi permesso di essere qualche volta Teddy Sheringham, uno dei miei idoli. Mio padre mi aiutò dopo la bocciatura dell’Arsenal. Era piccolo, avevo solo otto anni e mi disse le parole giuste ‘Non preoccuparti, Harry. Lavoreremo di più e troveremo un’altra squadra, va bene? E così è stato”.

Una famiglia “open mind”, di mentalità aperta. Non c’è quindi da sorprendersi che abbia prodotto un campione attento alle questioni sociali. Kane è da sempre in prima linea nella battaglia contro le discriminazioni e uno dei portavoce nel calcio della comunità LGBTQ+. È un figlio dell’Inghilterra blairiana, di una nazione che, alla fine degli anni Novanta, si aprì al mondo, salvo poi fare marcia indietro con la Brexit. È stato uno dei sostenitori del Black Live Matter (traduzione: le vite nere contano), il gesto dell’inginocchiamento rispettato a lungo in Premier League per ricordare la morte di George Floyd, ucciso dalla polizia americana a Minneapolis il 25 maggio 2020.

“Non esageriamo, non sono un asceta – le parole di Kane al magazine del Times nel 2019 -. In estate qualche mojito me lo concedo. E se stiamo in vacanza, la sera qualche volta si fa tardi. Durante l’annata calcistica però non sgarro mai. Ho una routine che rispetto con scrupolo. Sarò noioso, ma lo sport non è solo divertimento”. Meglio, durante la stagione, una tazza di tè. Una volta, dopo una tripletta, Kane telefonò alla moglie per esprimere la sua felicità e Kate, conosciuta ai tempi della scuola e sposata nel 2018, rispose: “Well done, you can make a cup of tea when you get home”. Una tazza di tè quando torni a casa, dove ti aspettano la compagna della vita e quattro figli (Ivy, Vivienne, Louis e Henry): c’è tutta la sottile ironia britannica in questa frase.

Dal 2023, Kane vive a Monaco di Baviera. I tre anni con il Bayern hanno colmato una lacuna importante della carriera. Nelle stagioni inglesi, nessun titolo. Neppure lo straccio di un trofeo da sollevare, a parte quelli individuali. In Germania, due campionati, due supercoppe e una coppa nazionale: i sogni, legittimi, sono la Champions e l’europeo 2028 con l’Inghilterra. Kane si è inserito senza problemi nello stile di vita tedesco, partecipando anche all’Oktoberfest, vestito alla bavarese. “È diverso da Londra – le sue parole -, ma le persone a Monaco di Baviera sono state davvero accoglienti. C’è molto spazio per vivere all’aria aperta ed è fantastico per la mia famiglia. È stata una scelta positiva. Siamo davvero felici qui”. A casa, ora, c’è un nuovo trofeo da accarezzare con orgoglio: il Pallone d’Oro. Meritatissimo.

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Voto Figc, dal Nord spunta “nonno” Galliani: un 82enne fedelissimo di Berlusconi per salvare il calcio | Il commento

Il nonno che avanza. L’ennesimo colpo di scena della partita per la presidenza della Federcalcio – ma c’era da aspettarselo, considerata la schiena pieghevole di molti protagonisti – ci ha regalato Adriano Galliani possibile avversario di Giovanni Malagò per le elezioni del 14 dicembre. Monsieur Lumière, come fu ribattezzato nella notte del 20 marzo 1991, in cui nei quarti di Coppa dei Campioni si spensero i riflettori dello stadio di Marsiglia e l’allora plenipotenziario di Silvio Berlusconi ordinò il ritiro dal campo del Milan, ha compiuto 82 anni il 30 luglio: 31 trascorsi come dirigente dei rossoneri (29 trofei) e 7 nel Monza, la sua città, dove nacque figlio di una famiglia borghese e dove ottenne il diploma di geometra. Lo chiamano Dottore, ma non si è mai laureato.

Il commissario Malagò è stato svaligiato in casa. Giovannino è come i gatti, quando lo danno per spacciato, riemerge puntualmente dagli abissi, ma questa potrebbe essere l’eccezione che conferma la regola. Malagò aveva vinto la partita contro Giancarlo Abete perché il sostegno plebiscitario della Lega di Serie A – 19 club su 20, unico dissidente il laziale Lotito – per effetto domino gli aveva garantito l’appoggio delle Leghe (B e C) e delle associazioni di categoria (giocatori e allenatori). Il 22 giugno scorso, con il 68,58% dei voti, Malagò si impose sull’avversario.

La questione del mancato tesseramento ha portato al commissariamento della Federcalcio e a un’estate di lunghi coltelli. Attaccato dal governo e ripudiato da alcuni personaggi eccellenti del Coni, che pure hanno fatto carriera grazie a lui, Malagò si è salvato con una soluzione tutta italiana che ha fatto ridere il mondo: Malagò commissario di se stesso. Nel caos di quei giorni, era emerso un certo scollegamento con la Lega di A, indispettita dall’autonomia di Malagò: la scelta di Mancini ct e non di Conte, come volevano i presidentissimi; la nomina di Diana Bianchedi capo delegazione della nazionale; la lotta di cappa e spada contro l’esecutivo di destra e contro la voglia di potere che accompagna alcuni suoi ministri. I presidenti della repubblica calcistica sono molto sensibili ai governi e non è difficile capirne le ragioni, soprattutto quando il sistema è indebitato e si chiedono sostegni economici ad ampio raggio. Metti questo scenario con la cosiddetta indipendenza di Malagò e il piatto è servito in tavola.

La narrazione di queste ore racconta che la nomina di Beppe Signori a capodelegazione dell’Under 20 sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Premesso che Malagò avrebbe potuto evitare – che fretta c’era, ma Giovannino ha il vizietto di muoversi come un elefante in una cristalleria -, questa chiave di lettura fa ridere. La verità è che la Lega di Serie A, più pericolosa di un rettilario, ha deciso di mollare Malagò per le ragioni già spiegate. Il vento del Nord – il dissenso parte dall’asse Milano-Bergamo – soffia contro il ponentino romano. Luca Percassi e Giuseppe Marotta sarebbero i portabandiera dei nordisti, ai quali si sono accodati Milan, Cagliari e Genoa. Cinque club. Malagò, che assicura di aver parlato nei giorni scorsi con tredici società, avrebbe dalla sua parte Roma, Napoli, Lecce, Bologna e Monza. Cinque a cinque. Il match si vincerà con le posizioni degli altri dieci, tra i quali potrebbe essere influente la scelta di Urbano Cairo, presidente del Torino, ma soprattutto di RCS. In tanti stanno fiutando l’aria per decidere, dai club alle leghe e alle associazioni di rappresentanza: il classico opportunismo all’italiana, nel quale sprofondano anche le proprietà straniere.

In democrazia il dissenso è legittimo, ma poi quando si tratta di elezioni, bisogna avere candidati credibili. Galliani, con i suoi 38 anni di lavoro nel calcio italiano, è stato presidente della Lega – in pieno conflitto d’interessi, ma visto che il suo padrino è stato Silvio Berlusconi, non c’è da sorprendersi – ed è stato coinvolto in diversi procedimenti giudiziari nello svolgimento delle sue attività, per i quali non ha avuto nessuna condanna definitiva, ma è stato squalificato per nove mesi – pena ridotta a cinque – per le vicende di Calciopoli. Un passato corposo e ingombrante, in cui da un lato spiccano i successi con il Milan, ma dall’altro, la condivisione di responsabilità del crollo economico del calcio italiano: anche lui ha dato un discreto contributo.

È stato senatore di Forza Italia e nel 2022 diede l’addio alla politica, ma in questa storia la politica, come sempre, muove i suoi fili. Non è infatti difficile immaginare nel ministro dell’Economia Giorgetti uno dei sostenitori di Galliani: Forza Italia e Lega, Varese e Monza, il Nord contro Roma. Con i problemi sociali che stanno attraversando l’Italia e con leggi finanziarie sempre più insufficienti per fronteggiare la crisi – “la coperta è corta”, l’ultima dichiarazione sensazionale di Giorgetti – verrebbe da dire che il governo dovrebbe occuparsi di altro e non di pensare all’occupazione del calcio.

Anche perché, i dissidenti, e chi li sostiene, potevano fare meglio: non serve Manuel Fantoni di Borotalco per capirlo. Affidarsi a un dirigente come Adriano Galliani, che ha avuto come unica visione quella della forza del portafoglio di Berlusconi, appare un controsenso: quali riforme, lor signori, da parte di chi non ha avuto uno straccio di idee quando governava la Lega? Obbediente con i potenti e prepotente con i deboli, Monsieur Lumière è il candidato ideale di chi vuole tenere il calcio nelle sue tenebre e non affrontare la ristrutturazione, necessaria, del settore. Malagò non è Che Guevara, ma vuole provare a accendere la luce.

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