❌

Reading view

Il sistema liberalburocratico

Un conoscente, animatore della Pro Loco di un borgo dell’entroterra, lamenta infastidito quanto sia difficile organizzare l’annuale sagra paesana.

Non per mancanza di fondi, di volontari o di interesse, ma per lo schiacciante, devastante potere della burocrazia.

Settimane di lavoro per ottenere permessi, compilare moduli, soddisfare le richieste di innumerevoli uffici e istituzioni, organizzare ogni evento secondo una quantità esorbitante di norme, circolari, regolamenti.

Tutto per qualche giornata di festa nella società che si vanta di essere la più libera della storia. Non è vero, come chiunque sa per esperienza diretta. Viviamo nel sistema liberalburocratico, un dispotismo a norma di legge.

Non è una contraddizione o un’eterogenesi dei fini, bensì la logica conseguenza del liberalismo reale.

Ne colse i prodromi Aléxis Tocqueville in un celebre brano de La democrazia in America.

“Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte.

È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi.

Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità; non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere?”

Un pessimo maestro, Michel Foucault, parlò di società organizzata come “dispositivo”.

Anche l’organizzazione delle grandi corporazioni private è caratterizzata da burocratismo, rigidità, adesione acritica a regole minuziose, spesso incomprensibili.

Liberismo e statalismo sono fratelli che si attaccano solo a parole: marciano divisi per colpire uniti.

Perfino le professioni dette libere sono prigioniere di protocolli, linee guida, gabbie in cui il sacro Mercato (pseudonimo dell’interesse privato) e la bulimia normativa svolgono ciascuna un compito, le cui conseguenze sono l’assenza di libertà concreta, la sanzione, il controllo.

Lo smantellamento liberale (con il fondamentale apporto marxista) delle norme culturali e delle consuetudini hanno generato un potere diffuso tanto liberal liberista quanto statalista burocratico. Viviamo in un singolare ircocervo, lo statalismo individualista.

Il liberalismo fallisce nel momento in cui è pienamente realizzato. Diventata padrona dagli anni Novanta del secolo XX, la filosofia politica nata per realizzare l’arazzo pluralista – diventato patchwork astrattista – ha prodotto squilibrio economico intollerabile, imposto uniformità (il globalismo, l’economia di scala, il consumo livellatore del McMondo e dei mall commerciali uguali dappertutto), promosso degradazione materiale e spirituale.

Deve difenderle ed estenderle attraverso l’alleanza con il fratello/coltello statalista: il mezzo privilegiato è il mostro burocratico, la progressione algebrica delle norme, dei controlli e ovviamente dei controllori.

Il suo progetto ha bisogno della megamacchina in cui si uniscono l’azione congiunta dello Stato, dell’economia, del sistema educativo, della scienza e della tecnologia.

Il prodotto è una società di solitari diversamente uguali, non relazionali, riempiti di diritti, definiti da libertà astratte se non dissolventi, impotenti, impauriti, soli.

Prede perfette per il sistema del consumo e delle burocrazie, materne, avvolgenti quanto implacabili, onnivore, punitive. Alimentate non solo dalla proliferazione di normative, ma anche dal consenso interessato di affollate classi burocratiche di cosiddetti esperti – e occhiuti controllori – che Costanzo Preve chiamava ceti dominati all’interno della classe dominante.

L’azione coordinata del dogma liberale e della prassi burocratica riduce le scelte a meccanismi depersonalizzati, corsie prefissate, capricci ribattezzati diritti all’interno di un sistema gigantesco di dipendenza e dipendenze.

Tra la richiesta di protezione della libertà individuale e l’espansione statale si cela la relazione di interdipendenza tra Stato, burocrazie e mercato. Crescono insieme necessariamente e costantemente.

Lo statalismo permette l’individualismo, che a sua volta richiede la cornice statalista. Diventiamo ogni dì più individualisti e più statalisti. Il ruolo delle forze politiche è complementare.

Alternanza senza alternativa (Jean Paul Michéa) in cui gli uni si concentrano sull’individualismo (e l’egoismo sociale) senza intaccare il quadro statalista, mentre gli altri fanno l’operazione uguale e contraria.

Entrambi si muovono nel medesimo orizzonte in sintonia con le premesse filosofiche e i risultati pratici del liberalismo. Omologando nel consumo e nell’interesse l’individuo, separato da identità, comunità, appartenenze naturali, professionali, territoriali, spirituali, il liberalismo ha bisogno di organizzare il conflitto generato dallo spezzettamento della società attraverso nuove normatività, leggi, dispositivi, proibizioni e obblighi che solo le burocrazie sanno amministrare, animate dal pregiudizio ideologico del progresso, della tolleranza, dell’inclusione.

Il sistema si chiama significativamente governance, amministrazione dell’esistente sul terreno liberal liberista, con produzione continua di nuovi diritti, nuovi significati, nuove regole da garantire attraverso la burocrazia.

I dominanti si dividono nei rispettivi ambiti, ma restano uniti ed alleati nella gestione. Sotto, vegeta la massa di tutti gli altri.

Il potere predilige i cosiddetti “ultimi”, immigrati, minoranze sessuali e simili, dipendenti per sopravvivere o rivendicare diritti, al resto della popolazione, l’esercito disarmato dei penultimi, su cui grava il peso dell’ingiustizia liberista e la prigione dell’esercito impersonale degli esperti, dei funzionari, l’apparato della burocrazia, i caporali di un memorabile film di Totò.

Il liberalismo cancella la concezione della libertà come capacità di dominare il perseguimento immediato di istinti o desideri. Si trattava della capacità di autogovernarsi differendo istinti, bisogni e pulsioni, rinunciando a ciò che era giudicato negativo perché contrario alla virtù e al bene.

Se l’esito comune di tutte le correnti liberali di destra e di sinistra è la prevalenza dell’azione soggettiva, la sua sfera giuridica è il diritto positivo. Ovvero un impianto basato sulle semplici procedure – non su principi o sul bene comune- e su mutevoli maggioranze.

Le assemblee politiche legiferano secondo il pensiero dominante in un determinato momento storico, che è il pensiero, ossia l’interesse, della classe dominante.

La formulazione delle norme è generalmente complessa, oscura e contraddittoria, fatta per richiedere il giudizio dirimente di legioni di specialisti, nonché una pletora di regolamenti, la cui elaborazione prima, attuazione poi, produce ulteriori burocrazie dai poteri sempre più ampi, autoreferenziali, debordanti nel vuoto della decisione politica voluta dal liberalismo reale.

Un esempio italiano è la vicenda dell’Ilva, il gigante siderurgico i cui impianti, strategici per il futuro industriale, sono stati spenti da una sentenza della magistratura, l’ordine di burocrati pubblici fattosi potere autonomo.

La sostanza del sistema è quella di un (dis)ordine che amplifica qualsiasi individualismo, ma lo fa garantire da un ampio impianto legale, politico e sociale di cui varie burocrazie sono guardiane e beneficiarie.

Così l’autonomia tendente all’anarchia del soggettivismo liberale è controllata, plasmata, amministrata dall’imposizione di innumerevoli leggi, con l’ovvio aumento della sfera di influenza dello Stato e di burocrazie onnivore trasformate in polizia del comportamento. Paradossalmente, più grande è l’autonomia liberale, più si fa onnipresente lo Stato.

La libertà di ieri, fatta di relazioni, legami comunitari, associativi, morali, familiari, si restringe nell’emancipazione che necessita, per evitare la guerra di tutti contro tutti, il Leviatano burocratico.

Il liberalismo raggiunge la sua compiutezza grazie all’individuo liberato e lo Stato controllore.

Il Leviatano privato padrone di tutto ha un’interfaccia statalista-burocratica con il compito di contenere – così afferma – gli eccessi del soggettivismo totale dell’homo homini lupus di Thomas Hobbes.

Non è un caso che il pensatore inglese del XVII secolo sia stato segretario di Francis Bacon, lo scienziato filosofo che voleva dominare le forze della natura per sfruttarle economicamente, e sia poi diventato il modello di riferimento di John Locke, primo teorico del liberalismo nel secolo XVIII.

Dello stesso periodo è l’idea di vizi privati rovesciati in virtù se determinano profitto della Favola delle Api di Mandeville. L’orizzonte è lo scatenamento individualista di quelli che Joseph Schumpeter chiamerà spiriti animali del liberalcapitalismo, insostenibili senza una forte impalcatura burocratica in cui lo Stato diventa il poliziotto.

In ultima analisi, il progetto liberal liberista (ora nella fase libertario/libertina), poiché esaurisce le risorse morali e naturali su cui si è inizialmente fondato, sopravvive con l’aiuto determinante della tecnologia, l’inquietante esito fintech, oscillando tra la crescente anarchia soggettiva e il controllo pervasivo, coercitivo, di un impianto burocratico di servizio.

Il futuro prossimo – e in parte già il presente – prospetta una libertà estrema nell’ambito pulsionale dentro un’oppressione estrema.

Uno dei drammi di questa contraddizione- una forma di anomia/aporia che avrebbe sorpreso Emile Durkheim, il primo che la studiò- è la tendenza dell’homo non più tanto sapiens contemporaneo a circoscrivere questa condizione fatta a imbuto a semplice problema “tecnico” da risolvere con dosi più massicce di liberismo-libertarismo o di controllo politico burocratico, a seconda del pendolo tra le due maggiori tendenze dell’arcobaleno liberale.

Soluzioni entrambe distruttive, alle quali opporre con pazienza, tenacia, apertura culturale, fantasia, ma anche radicalità, la fuoriuscita dalla ragnatela liberalburocratica.

L'articolo Il sistema liberalburocratico proviene da Blondet & Friends.

  •  

Avanza l’analfabetismo funzionale

La polemica tra Stefano Bonaccini e Giorgia Meloni in merito all’asserita ignoranza dell’elettore medio di destra mi ha fatto perdere qualche amico permaloso, perché ho riconosciuto la verità della riflessione dell’esponente ex comunista.

L’elettore di destra è oggi “maggioritariamente chi ha poco studiato, vive nelle aree interne, nelle periferie delle città e chi sta peggio economicamente”.

Lo conferma ogni analisi sociologica.

Bonaccini avrebbe dovuto aggiungere, per completare l’identikit, che la destra prevale tra gli uomini ed è minoritaria tra le donne.

Lungi dal suscitare un serio dibattito sui motivi di tale cambiamento antropologico – impensabile venti o trent’anni fa – la reazione a destra è stata iraconda.

Nulla di strano: a nessuno piace ascoltare l’elenco dei propri limiti sulla bocca degli avversari. Tanto più se la boria, la presunzione intellettuale, il sarcasmo, il disprezzo per l’altro, il neo classismo sono l’immagine insopportabile della sinistra 2.0 lontana dal popolo.

Il punto, tuttavia, è che non solo non si valuta seriamente la mole di cambiamenti intervenuta nella composizione della popolazione, nella diversità degli interessi rispetto al passato, nelle dinamiche di consenso e dissenso, ma ci si attarda in baruffe simili a quella tra i capponi di Renzo, che si beccavano a vicenda ma erano destinati tutti a finire nella pentola dell’avvocato Azzeccagarbugli.

Non possiamo aspirare a un popolo di dotti, ma la realtà, aggravata dall’affidamento cieco alla Rete, all’Intelligenza Artificiale, in generale alla tecnologia, cioè ai suoi padroni, è che il potere sta plasmando generazioni di ignoranti, analfabeti di ritorno indipendentemente da diplomi, lauree e master.

È in atto una lotta per impadronirsi della mente umana, un’ampia operazione volta al controllo della coscienza. Controllando ciò che pensano, si gestiscono i popoli e si organizza il futuro.

Geopolitica della mente: è la formula di Fabrizio Fratus, sociologo e intellettuale comunitarista.

Si estende l’analfabetismo funzionale, la condizione di chi è incapace di comprendere, valutare, utilizzare testi scritti.

Un risultato della società dell’immagine e dell’immediato?

Certamente, ma vi è di più.

L’analfabeta di ritorno ha difficoltà a comprendere testi semplici, eseguire calcoli matematici, non ha conoscenza dei fenomeni storici e il suo pensiero non sa essere critico. Il tutto anche se il soggetto ha ricevuto un’educazione scolastica e un titolo di studio.

L’analfabeta funzionale non sa di esserlo.

Il numero è altissimo in Italia: un’indagine dell’OCSE stima che si tratti del 27 per cento della popolazione adulta, la più elevata in Europa.

Il 5,5% comprende solo informazioni elementari in testi molto brevi, mentre il 22,2% capisce testi digitali o cartacei solo se brevi: oltre quindici milioni persone.

Il fenomeno colpisce diverse fasce demografiche, di cui tre milioni sono giovani. Quasi tutti hanno un lavoro, spesso manuale o ripetitivo.

Un connazionale su cinque si informa unicamente attraverso la televisione: non legge libri e giornali, non va a teatro, al cinema, non ascolta musica. Non ha particolari interessi, non riceve stimoli cognitivi.

È, tuttavia ,assai attivo sulle reti sociali, analizza le situazioni prendendo in considerazione unicamente la propria vita e il proprio microcosmo, sola realtà a cui ha accesso. È l’uomo della moderna caverna di Platone.

Secondo Fratus “oltre il settanta per cento delle persone non sono in grado di comprendere quanto dicono e ripetono come pappagalli”.

Leggono, ascoltano, guardano ma non capiscono.

Ogni giorno parliamo di politica, lavoro, sport, religione e di qualsiasi altro argomento ripetendo quanto il cervello ha immagazzinato senza avere elaborato i concetti.

In uno scambio di battute spesso non siamo capaci di spiegare quanto appena ascoltato e ricostruire il ragionamento sottostante.

Non siamo coscienti della complessità della realtà oggettiva; percepiamo esclusivamente i passaggi più semplici, elaborati senza capacità logica, razionale e riflessiva.

Da civiltà della ragione siamo divenuti una società delle emozioni, dell’immediato, come teorizzò Zygmunt Bauman.

L’evoluzione tecnologica, niente affatto neutra, guidata dai suoi padroni, ha semplificato al massimo azioni e pensieri, diminuendo le nostre capacità logiche.

L’analfabetismo funzionale non è una condizione prodotta solo dalla scarsa istruzione.

Un esempio proposto da Fratus è illuminante: cento persone accendono la TV per guardare I Promessi Sposi. Nella sala a fianco, altrettante leggono il libro. La differenza è immensa. La visione porta via meno tempo, ma nel nostro cervello avvengono fenomeni del tutto diversi.

Chi ha guardato il film, lo racconterà più o meno allo stesso modo: colori, figure, percezioni. Chi si è immerso nella lettura, farà commenti così diversi da credere che abbiano letto libri differenti.

Dinanzi allo schermo il cervello non lavora. Guardiamo, ascoltiamo, ma restiamo passivi, non creiamo connessioni, ossia sinapsi. Leggere un libro rende attivi: il cervello si accende, produce immagini e personaggi diversi configurati in base alle nostre esperienze.

Passiamo ore dinanzi agli schermi televisivi e allo smartphone. Non ascoltiamo – tanto meno seguiamo – argomentazioni complesse, per cui ci abituiamo a ragionamenti semplici che spengono progressivamente il cervello.

Diminuiscono intuizione, analisi, collegamento tra conoscenze, testi, temi diversi: la cultura, alla fine.

Uguale è il risultato dell’uso del navigatore GPS. Come facevamo senza? Eppure era normale consultare una cartina o chiedere informazioni. Il resto riguardava la memoria, l’orientamento, il buon senso.

Con il navigatore seguiamo la voce elettronica e l’immagine, obbedienti, senza ragionare, senza capire. Anche i cartelli di divieto vengono ignorati se la voce del tecnopadrone ordina di proseguire.

Il titolo di un vecchio film prendeva di mira il turismo organizzato di masse inconsapevoli: Se è giovedì, deve essere il Belgio. E non avevamo ancora il magico smartphone, la propaggine del padrone insinuata dentro di noi.

Portiamo in tasca un apparecchio che riduce progressivamente la nostra capacità intellettiva in quanto immagine: una piccola televisione che illude mentre guida e agisce nel nostro cervello rendendoci schiavi delle immagini, assuefatti ad una realtà che ci rilassa mentre ci spegne.

Il cervello si plasma su frammenti che scorrono veloci, predefinite; gli algoritmi propongono i contenuti che ci piacciono e ci trattengono sull’applicazione.

Google stima la durata della concentrazione media in otto secondi. Inevitabilmente sfuma la capacità di comprensione del mondo esterno. Lenti, passivi, ottusi, ci abituiamo a ripetere quanto riceviamo da altri senza rielaborarlo, senza argomentare.

Ci accapigliamo sui flussi elettorali legati ai titoli accademici, intanto l’ignoranza avanza, il pensiero svanisce – decrescita felice, per molti – il conformismo dilaga e si alimenta della reiterazione degli stessi messaggi.

Diventiamo incapaci di fare autonomi collegamenti. Prediligiamo la banalità, il facile accesso. Perfino fatti indiscutibili per migliaia di anni vengono revocati in dubbio e gettati nel baule del vecchiume perché non in linea con oggi.

E domani?

Chi ci dirige facendoci credere nella libertà delle nostre scelte sa che il cervello è un organo plastico che può essere modellato. La neuroplasticità può determinare cambiamenti nella sua struttura fisica.

Ciò include “la formazione di nuove sinapsi, la crescita di dendriti (le estensioni dei neuroni) e la creazione di nuovi neuroni attraverso un processo chiamato neurogenesi”. (F. Fratus).

Tutto induce a pensare (il verbo verrà presto abbandonato?) che l’Intelligenza Artificiale moltiplicherà l’analfabetismo funzionale, con effetti enormi su chi già non è capace di comprendere.

Esempi di Intelligenza Artificiale semplice sono gli assistenti digitali che rispondono alle domande, forniscono suggerimenti, organizzano la giornata. Grazie alla plasticità del cervello diventano insostituibili.

È solo l’inizio: le grandi potenze e l’apparato tecnologico lavorano a trasformare tutti gli aspetti della vita.

Quattro milioni di italiani rischiano il lavoro nei prossimi anni, nella vaga speranza che possano riconvertirsi nei servizi. Metà degli impieghi sono automatizzabili. Non è questione di ignoranza o cultura.

Riusciamo a comprendere che il gatto si morde la coda, ossia che sostituire gli esseri umani richiederà la diminuzione drastica della popolazione e, intanto, produce povertà?

Silvia Ciucciovino, docente di diritto del lavoro, scrive: “l’adozione dell’IA impatta sull’esercizio delle libertà economiche e sul ruolo gerarchico dell’imprenditore. È suscettibile di accrescere l’intensità dei tipici poteri datoriali e del committente e, più in generale, le prerogative manageriali e organizzative e, con esse, anche l’asimmetria informativa che connota il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro. Si tratta di libertà, poteri, prerogative che non possono essere annullati o compressi oltremisura, ma devono trovare un giusto bilanciamento con la protezione dei diritti delle persone che lavorano“.

Nessuno ce lo sta dicendo, perché l’informazione è proprietà privata dei soliti noti e anche le scelte elettorali sono orientate – anzi, direttamente determinate – dal vertice della piramide.

L’uso di algoritmi di IA è sfruttato per la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso la diffusione mirata di informazione o disinformazione.

La dipendenza da sistemi automatizzati riduce la capacità di svolgere compiti manuali e prendere decisioni indipendenti.

Le libere scelte non esistono più; se aggiungiamo l’analfabetismo funzionale, si comprende che siamo manovrati in ogni momento.

Cancellare la capacità di elaborazione, di memoria, l’analisi di quanto avviene attorno a noi, consente di controllare le persone. In una società individualista e materialista, creare soggetti non in grado di pensare e capire rende facilissimo soggiogarli.

Tra popolazioni rese incapaci di riflessione, regredite all’ignoranza, l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale rende immenso il potere di chi la possiede, orienta, programma, controlla.

Tecnototalitarismo in cui saremo incapaci di valutare e distinguere la realtà, inconsapevoli strumenti di chi detiene la tecnologia.

Queste le sono le poste in gioco, non le futili schermaglie a uso delle opposte tifoserie della politica, il più debole dei poteri, fungibile, intercambiabile, eterodiretto.

L'articolo Avanza l’analfabetismo funzionale proviene da Blondet & Friends.

  •  

Destra plebea, sinistra patrizia

Tra le polemiche estive, una è interessante, benché trattata dagli interessati con il corto respiro della politica italiana. Il presidente del PD Stefano Bonaccini, tipico prodotto della nomenclatura di sinistra ma personalità equilibrata – potremmo chiamarlo Stefano Bonaccioni – ha affermato in un evento del suo partito che “il voto al primo e al secondo Trump, il voto per la Brexit qualche anno fa. Il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia alla Meloni, prima a Salvini oggi forse a Vannacci, è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e di chi sta peggio economicamente”. Contra factum non valet argumentum: è la verità accertata da ogni indagine sociologica e empirica.

Con grande velocità e maestria comunicativa, Giorgia Meloni – l’unico vero attivo della coalizione che capeggia – ha replicato così “Quelli che votano per loro sono cittadini colti, consapevoli e intelligenti, mentre quelli che votano per noi sarebbero ignoranti da compatire, quando non da rieducare.” Colpito e affondato. Il punto è che entrambi hanno ragione e torto allo stesso tempo. Soprattutto non riescono a cogliere l’importanza storica di quanto osservano da mestieranti della politica preoccupati più del consenso immediato che delle ricadute di quanto osservano. Ebbene sì, due spettri si aggirano per la terra del tramonto, la sinistra patrizia e la destra plebea. E’ una novità, ma non del tutto: la rivoluzione francese, madre di tutte le rivoluzioni, la fecero avvocati, intellettuali e nobilotti di città, l’opposizione venne dagli strati popolari e contadini, sterminati in autentici genocidi come in Vandea. Fu la liberalissima legge Le Chapelier (1791) ad abolire i corpi intermedi e a lasciare indifeso il popolo dinanzi alla forza impersonale della neonata “nation” (il potere legale) e dell’economia.

Per buona parte del secolo XIX, la sinistra fu liberale, nelle varie accezioni del termine. La violenza sfruttatrice del nuovo potere generò la reazione socialista e comunista; i liberali divennero la destra, egemonizzando i conservatori. Si torna alle origini. I vincenti da un lato, i perdenti dall’altro. Cambia la segnaletica, non la sostanza. Sfumata la mistica marxista del proletariato, leva della rivoluzione comunista, è rimasto ciò che i postmarxisti francofortesi – in particolare Adorno e Horkheimer – compresero un secolo fa: i proletari non sono affatto una classe rivoluzionaria. Lottano per uscire dalla loro condizione e diventare borghesi. Furono loro, con Marcuse, a individuare nuovi gruppi “rivoluzionari”: le donne, le minoranze etniche e sessuali, i giovani visti come classe a parte, le comunità prive di rilievo sociale.

La sinistra – diventata progressista e tornata in qualche modo liberale ( le parole generiche multiuso attraggono sempre) ha imparato la lezione e si è messa dalla parte dei vincenti. Quelli veri, le oligarchie economiche e finanziarie liberatesi a loro volta dai principi di ieri in nome del nuovo dio immanente, il mercato diventato globale, onnipotente. Conquistato potere dopo aver affollato determinate facoltà universitarie e aver conquistato le casematte del potere ( eterogenesi dei fini del pensiero di Gramsci!) è ovvio che questi ceti– molto numerosi e quasi sempre garantiti – non vogliano mollarlo: per questo votano a sinistra. Poiché la loro formazione è prevalentemente giuridico-amministrativa, sociologica, filosofica, psicologica, si considerano gli unici illuminati. E’ un ampio ceto snob, con una crescente percentuale femminile . E’ a suo agio nei centri commerciali, ama le novità di ogni genere, specie tecnologiche, è affascinata dai cosiddetti “ diritti” (dinanzi ai doveri si ritrae scandalizzata) e fa parte del tipo umano sradicato volontariamente, cosmopolita, che non si sente di nessun luogo (i nowhere della sociologia anglosassone). L’altra caratteristica è il narcisismo: guardano solo se stessi, si amano e si considerano, come avrebbe detto il Principe di Salina, il Gattopardo, il sale della terra. Naturale che abbiano orrore di tutti gli altri, esattamente come le classi alte del passato, “ i signori” che almeno sapevano trarre dai loro ranghi una classe dirigente.

Bonaccini nasce comunista, sa bene che la sua parte era formata prevalentemente dallo stesso popolo che adesso si è spostato altrove. Operai, le loro famiglie, lavoratori e lavoratrici manuali , abitanti delle periferie, generazioni intere sradicate dalla rivoluzione industriale, che in Italia arrivò a fine anni Cinquanta. Non avevano master, lauree o diplomi, ma volontà, capacità di lavoro, spirito di sacrificio, amore per la famiglia e per la loro terra, speranza nel futuro. I ceti parassitari – a sud incarnati dal notabilato, da possidenti agrari, da insegnanti, burocrati di ogni ordine e grado, a nord soprattutto dalla rampante borghesia imprenditoriale insofferente delle limitazioni e sospettosa dello Stato, stavano dall’altra parte. E’ una divisione rozza e assai parziale, ma rende l’idea.

Sempre alto contro basso, centro contro periferia, oligarchie e ceti tecnici e intellettuali di supporto contro popolo. I vincenti degli ultimi sessanta-settant’anni si sono posizionati a sinistra (il termine è puramente descrittivo) perché vi hanno trovato ciò che cercavano. Indifferenti ai principi dell’identità, della religione, della nazione, della famiglia, non più interessati ai temi sociali, attratti dal fantasma della libertà intesa come liberazione dai vincoli, hanno trovato in un certo tipo di studi la chiave per affermare alcuni valori e soprattutto elevare la propria condizione economica e il proprio peso sociale. Hanno occupato le burocrazie, aumentate di numero e importanza, sempre votate al controllo, alla gestione (due sostantivi centrali nell’universo mentale progressista) a una visione legalistica, formalistica della realtà: il ceto dei “protocolli” che esentano dal pensiero e soprattutto dalla responsabilità.

Si sono impadroniti della scuola, abbandonata da molti insegnati uomini per lo scarso prestigio economico. Egemonizzano professioni come la psicologia, l’assistenza sociale, i quadri amministrativi pubblici, la legione dei cosiddetti “esperti”. Sono istintivamente di sinistra non per progressismo, ma, paradossalmente per l’opposto: ce l’hanno fatta, ora guardano dall’alto in basso la massa sottostante, i penultimi, gli sconfitti del nostro tempo. Hanno sostituito il razzismo di ieri e la distanza di classe con la supponenza culturale, il suprematismo dei semicolti, semi riflessivi, semi abbienti, semi moralisti, sempre con il dito alzato e le sopracciglia inarcate nello sdegno mentre guardano in basso senza tentare di capire. Se non fossero i padroni del linguaggio, sarebbero la destra, termine caricato di ogni negatività. Perciò Bonaccini ha ragione quando segnala il disagio che induce i meno colti, i non garantiti, gli abitanti dei piccoli e medi centri, i superstiti ceti rurali, chi non ha potuto terminare gli studi, a ideali e scelte avverse alla sua parte. Ma sono i suoi ad averli abbandonati e innanzitutto ad avere screditato, vilipeso, ridicolizzato i loro principi e valori. Non può stupirsi se i perdenti non ci stanno.

Ha ragione la Meloni a difendere i suoi elettori, ma non può dimenticarsi di rappresentarli, come è accaduto nei deludenti anni di governo. Nulla di ciò che chiedeva il suo popolo è stato realizzato su temi centrali come immigrazione, ordine pubblico, guerra, riarmo, difesa dei ceti medi. Più ancora, dovrebbe prendere atto che il giudizio sommario della sinistra sulla destra non è del tutto infondato, specie sul piano culturale, e lavorare per rimuoverlo, evitando di affidare questi temi ad azzimati maestrini da salotto televisivo. Inutile indorare la pillola: un numero gigantesco di militanti è interessato a soli tre temi: i liberalconservatori alle tasse e al totem dell’impresa; gli altri all’immigrazione, in cui confondono il fenomeno, drammatico, con l’immigrato, che è una persona.

Chi ha lottato per decenni contro l’indifferenza culturale delle varie destre lo sa. A minoranze di grandissima qualità, vasti interessi e larghe conoscenze, frequentatori di blog, siti Internet, librerie di nicchia, animatori di circoli, lettori voraci, pubblicisti accaniti, si contrappone una maggioranza enorme di indifferenti, se non di ignoranti soddisfatti. Incapaci di approfondimento, infastiditi da ogni argomentazione che non riguardi il portafogli o gli stranieri, non hanno però ogni colpa. Sono diseducati da decenni: pensa a tutto il capo di turno. Nel passato leader politici come Almirante, Malagodi o Fanfani, poi Berlusconi, adesso Meloni e l’ultimo arrivato, il generalissimo.

Dobbiamo ammetterlo con il dispiacere, l’impotenza e la delusione di una vita: discutere con i progressisti può infastidire, far male, stupire per il rifiuto della realtà di alcuni, ma farlo con l’elettore medio di destra è spesso disperante. Epperò il motivo per cui la destra è così popolare presso i gruppi sociali citati da Bonaccini – che ha dimenticato di analizzare (non gli conviene!) la forte preminenza maschile – è elementare. Nella società contemporanea il conflitto non è più esclusivamente verticale, tra ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori, ma, come dicevamo , tra centro e periferia, popolo e oligarchie, ceti burocratici, tecnici, “esperti” garantiti e masse non garantite, tra identitari e cosmopoliti. Bonaccini lo ha capito, mentre dal lato opposto ci si limita a rispondere con slogan piccati, ancorché efficaci. E’ la differenza tra riflessione e approssimazione, approfondimento e pesca delle occasioni. Se la neo destra è plebea è perché è sconfitta. Talvolta vince sfruttando i madornali errori dell’avversario, ma non rappresenta un’ alternativa. Parafrasando il comunistissimo Dario Fo: il padrone del discorso sa mille parole, il perdente trecento. Per questo vince.

L'articolo Destra plebea, sinistra patrizia proviene da Blondet & Friends.

  •  
❌