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Dalle piazze alle minacce esterne. La tempesta perfetta sull’Europa raccontata dall’amb. Mattiolo

Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?

Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.

Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…

L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.

Con quali inconvenienti?

Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.

Come arriva l’Europa?

Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.

Ovvero?

Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.

Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?

Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.

Come procedere?

Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.

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Business e politica. Così l’Italia guida il commercio transatlantico negli Usa

Il gala per il 51° anniversario della National Italian American Foundation (Niaf), svoltosi sabato al Washington Hilton, ha riunito alcuni dei principali protagonisti del mondo imprenditoriale italiano, rappresentanti politici e personalità di spicco della comunità italoamericana, mettendo in evidenza i due pilastri su cui poggiano le relazioni tra Italia e Stati Uniti: cooperazione politica e partnership economica.

L’evento ha offerto una rappresentazione concreta del ruolo della Niaf come ponte transatlantico, capace di collegare istituzioni, industria e una comunità la cui influenza va ben oltre la dimensione culturale. In una fase segnata da incertezze geopolitiche e trasformazioni industriali, la diplomazia economica assume un’importanza sempre più paragonabile a quella del dialogo politico nel sostenere il rapporto bilaterale. La serata di Washington ha mostrato come queste due dimensioni si rafforzino reciprocamente.

La presenza delle imprese ha rispecchiato l’ampiezza degli interessi economici italiani sulle due sponde dell’Atlantico. Tra i principali protagonisti figuravano Fincantieri, Leonardo, Intesa Sanpaolo, Ferrovie dello Stato, Almaviva, Terna, Italgas, GE Healthcare, SHRO, Colavita, Ferrero e Campari Group, espressione di settori che spaziano dalla difesa alla cantieristica navale, dall’energia alle infrastrutture, dalla finanza alla tecnologia, fino alla sanità e ai beni di consumo. Il gala ha ricevuto inoltre il sostegno di HHH – Hospital Healthcare Holdings, parte di GKSD Investment Holding, a ulteriore conferma del coinvolgimento del settore privato.

Questa dimensione economica si inserisce in un contesto più ampio di dialogo transatlantico, al quale contribuisce anche l’American Chamber of Commerce in Italy (AmCham), impegnata a favorire i collegamenti tra imprese, investitori e istituzioni dei due Paesi. Le partnership industriali assumono infatti un peso crescente per la sicurezza nazionale, la competitività tecnologica e la resilienza economica. Per Italia e Stati Uniti, il coinvolgimento delle aziende garantisce continuità e sostanza operativa a una relazione tradizionalmente costruita sulla diplomazia e sulla condivisione di priorità politiche.

Altrettanto significativa è stata la partecipazione politica e istituzionale, rafforzata dal videomessaggio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha inquadrato l’anniversario nel contesto dei 250 anni dell’indipendenza americana e del contributo storico della comunità italiana alla costruzione degli Stati Uniti.

“La storia degli italoamericani è la storia stessa dell’America”, ha affermato Meloni, ricordando una nazione costruita attraverso il coraggio, il sacrificio e la ricerca di un futuro migliore. La premier ha richiamato anche la figura di Filippo Mazzei e la sua influenza su Thomas Jefferson come esempio del contributo italiano alla nascita degli Stati Uniti.

“Da oltre cinquant’anni, la Niaf rappresenta un ponte essenziale tra Italia e Stati Uniti”, ha aggiunto, descrivendo un legame fondato sulla storia condivisa, sui rapporti familiari, sulla cultura e sui valori comuni.

Il suo intervento ha assunto anche una dimensione geopolitica più ampia. “In questi tempi di crisi, il legame tra Italia e Stati Uniti rimane cruciale”, ha sottolineato Meloni, richiamando la necessità per i due Paesi di continuare a difendere la libertà e la democrazia.

La rappresentanza politica comprendeva l’ex segretario di Stato americano Mike Pompeo, l’ex ministro degli Esteri Angelino Alfano, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e i parlamentari Carlo Fidanza, Alessandro Cattaneo, Christian Di Sanzo ed Elena Murelli. Tra le personalità diplomatiche e istituzionali erano presenti l’ambasciatore italiano a Washington Marco Peronaci, Damiano Beleffi, Raffaele Cattaneo, Giampiero Zinzi e Antonio Giordano.

Significativa anche la partecipazione delle Regioni, con i presidenti del Lazio Francesco Rocca, della Lombardia Attilio Fontana e del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga. Il programma della Niaf ha inoltre ospitato un confronto sulle relazioni tra Italia e Stati Uniti tra Pompeo e Alfano, moderato dalla giornalista economico-finanziaria Maria Bartiromo.

L’ampiezza della partecipazione politica ha evidenziato i diversi livelli attraverso cui si sviluppa il rapporto bilaterale: dalla diplomazia nazionale agli scambi parlamentari, dalla cooperazione regionale alle partnership industriali. Le parole di Meloni hanno richiamato le fondamenta storiche e politiche di questa relazione, mentre la presenza di rappresentanti istituzionali e imprenditoriali ne ha mostrato la dimensione operativa.

Un’attenzione particolare è stata riservata alla Lombardia, scelta dalla Niaf come Regione d’Onore 2026 per il suo contributo all’industria, al design, alla moda e all’innovazione, oltre che per i consolidati rapporti economici e istituzionali con gli Stati Uniti. Fontana ha ribadito l’impegno della Regione nel rafforzamento delle relazioni transatlantiche, mentre la celebrazione ha offerto l’occasione per valorizzare uno dei principali poli manifatturieri e dell’innovazione europei. Il riconoscimento ha sottolineato come la relazione economica tra Italia e Stati Uniti sia alimentata non soltanto dalle politiche nazionali e dai grandi gruppi industriali, ma anche dagli ecosistemi produttivi territoriali.

Tra i protagonisti della serata figurava Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri, insignito del Niaf Dea Roma Special Achievement Award for Outstanding Leadership in the Maritime Industry. Il riconoscimento ha valorizzato il posizionamento internazionale del gruppo e la sua crescente rilevanza strategica, in particolare nella cantieristica avanzata, nelle tecnologie digitali e nelle capacità subacquee.

“Sono orgoglioso di guidare una squadra concentrata sulle navi digitali del futuro e sul dominio subacqueo, facendo leva sull’affidabilità tecnica italiana”, ha dichiarato Folgiero, descrivendo il premio come un ponte tra «Italia e Stati Uniti, tradizione e futuro, ambizione individuale e orgoglio collettivo».

La presenza industriale di Fincantieri negli Stati Uniti conferisce al riconoscimento una dimensione concreta. Attraverso Fincantieri Marine Group, l’azienda opera in quattro cantieri americani, impiega circa 3.000 persone e ha investito oltre 800 milioni di dollari nelle proprie attività statunitensi, anche nell’ambito della collaborazione con la Marina americana.

Il tema della leadership imprenditoriale si è esteso oltre la cantieristica. Anche Anthony Capuano, presidente e amministratore delegato di Marriott International, è stato premiato per la sua leadership nel settore dell’ospitalità, a testimonianza dell’influenza della comunità italoamericana in alcuni dei principali comparti dell’economia statunitense.

Per il presidente e amministratore delegato della Niaf Robert Allegrini, l’anniversario ha rappresentato un’occasione per riaffermare la missione della Fondazione nel collegare generazioni diverse e rafforzare i rapporti tra Italia e Stati Uniti. “Da 51 anni, la Niaf funge da ponte tra l’Italia e gli Stati Uniti”, ha dichiarato, sottolineando come la serata rappresentasse un’espressione concreta della missione dell’organizzazione.

Anche il presidente del consiglio di amministrazione della Niaf John Calvelli ha evidenziato l’importanza di investire nelle nuove generazioni e di preservare i legami che hanno contribuito a plasmare la comunità italoamericana.

Il gala ha così mostrato come un’istituzione nata per valorizzare un patrimonio culturale condiviso possa svolgere anche una funzione di piattaforma per il dialogo politico, le relazioni imprenditoriali e la cooperazione transatlantica.

Il fine settimana di Washington ha ospitato inoltre la quarta edizione degli Italpress Awards, organizzati dall’agenzia di stampa fondata e diretta da Gaspare Borsellino, in collaborazione con la Niaf. La cerimonia ha premiato personalità italiane e italoamericane che contribuiscono alla valorizzazione internazionale delle eccellenze italiane.

Tra i riconoscimenti figuravano quelli assegnati al presidente lombardo Fontana, all’ambasciatore Peronaci, al rappresentante permanente italiano presso le Nazioni Unite Giorgio Marrapodi, al giornalista Gianni Riotta e al presidente di Ferrovie dello Stato Tommaso Tanzilli. L’evento ha riunito rappresentanti della diplomazia, delle imprese, delle istituzioni e dei media. La galleria fotografica pubblicata offre una panoramica degli ospiti e delle personalità presenti alla manifestazione.

Nel complesso, il 51° anniversario della Niaf ha restituito l’immagine di una relazione bilaterale sempre più sostenuta dalla convergenza tra diplomazia politica, cooperazione industriale e legami culturali. I governi continuano a fornire il quadro istituzionale, mentre imprese, economie regionali e reti transatlantiche contribuiscono a tradurre questa partnership in rapporti economici e strategici duraturi.

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Due posizioni, una sola nave. Boschetti spiega il nuovo trucco della flotta ombra russa

Nel Mar Nero, le petroliere della flotta ombra di Mosca hanno iniziato a impiegare una nuova tecnica per nascondere la propria posizione. Almeno dodici navi avrebbero utilizzato dispositivi simili per falsificare i dati dell’Automatic Identification System (Ais), il sistema con cui le imbarcazioni comunicano la propria posizione, apparendo ferme mentre navigavano a centinaia di chilometri di distanza. In sei casi sarebbero risultate contemporaneamente in due punti diversi. La manipolazione dei segnali è già diffusa tra le petroliere che aggirano le sanzioni occidentali, ma la novità sarebbe l’uso di dispositivi identici, capaci di trasmettere coordinate congelate e sincronizzate.

La tecnica sarebbe stata impiegata soprattutto nel Bosforo, lo stretto turco che collega il Mar Nero al Mediterraneo. Le navi attivavano il segnale reale per attraversarlo, continuando però a trasmettere una seconda posizione fittizia nei pressi dell’imboccatura, così da risultare lontane dalla loro posizione effettiva e più difficili da individuare e colpire. Più che una svolta tecnologica, si tratta di un’evoluzione prevedibile. “Dal punto di vista tecnico non parlerei di una rivoluzione”, osserva Nicolò Boschetti, ricercatore presso il Blekinge Institute of Technology e il Marine Technology Center of Sweden. “Invece di uno spoofer se ne usano due. A quel punto chi osserva, che sia l’Ucraina, l’Unione europea o un altro attore, non è in grado di stabilire quale segnale sia autentico, e non può certo lanciare centinaia di droni per verificarlo. È una soluzione quasi ovvia. Semmai sorprende che ci sia voluto così tanto tempo per arrivarci”.

Parallelamente, Mosca ha rafforzato il controllo sulla flotta ombra, composta da petroliere spesso vecchie, con proprietà opache e bandiere cambiate di frequente. Secondo i dati citati dal Financial Times, oltre 80 navi avrebbero adottato la bandiera russa tra luglio e settembre e più di trenta avrebbero assunto nomi russi legati a pietre preziose, come Gagat, Labrador e Sapfir. Alcune sono state dotate di reti e gabbie contro i droni. Kyiv ha infatti dichiarato a fine settembre di aver colpito oltre 300 imbarcazioni russe in undici settimane. “Quando si dispone di uno strumento pensato per sorvegliare l’avversario, l’avversario farà di tutto per sottrarvisi”, spiega Boschetti. “I russi sono abili in questo e hanno un forte interesse economico e strategico. Era inevitabile che sviluppassero sistemi per eludere l’Ais”.

Secondo Windward, società di intelligence marittima, la flotta ombra mondiale conta circa 1.229 navi oltre le 20.000 tonnellate, più di tre quarti delle quali sanzionate da Stati Uniti, Regno Unito o Unione europea. “Questo episodio dimostra ancora una volta che affidarsi a un unico sistema non è sufficiente”, osserva Boschetti. L’alternativa passa per lo spazio: radar ad apertura sintetica (Sar), immagini ottiche, Ais satellitare. “Grazie alle aziende private attive in questi settori, oggi le navi si possono vedere. Sistemi di intelligenza artificiale correlano i dati raccolti a terra con quelli satellitari e individuano le imbarcazioni, un lavoro impossibile da affidare a migliaia di analisti. Ma si aggiungono livelli all’architettura e tutto diventa più costoso. È una complessità necessaria, ma va gestita”.

Il nodo resta la sovranità. “In ambito Nato e Ue dobbiamo assicurarci che la filiera della situational awareness sia europea, o quantomeno non interamente nelle mani degli Stati Uniti”, sottolinea Boschetti, “Se le mie operazioni dipendono da un satellite americano e Washington smette di fornire le immagini, torniamo al punto di partenza, come insegna il caso Starlink. In Europa abbiamo aziende come Iceye, non esiste solo Maxar. Non possiamo contare soltanto su Copernicus. Se le aziende ci sono, vanno sostenute”. C’è però un rovescio della medaglia. “Mentre costruiamo queste architetture, un satellite russo si trova a pochi chilometri da un satellite Iceye impiegato per il telerilevamento in Ucraina, e non sappiamo cosa stia facendo”, avverte Boschetti. “Integrandole nella sicurezza, rischiamo di rendere queste costellazioni commerciali ancora più un bersaglio militare, pur essendo usate per moltissimi scopi oltre alla guerra”. Un rischio che, conclude, non giustifica l’inazione.

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Pesca Ue 2025: 5,5 miliardi di euro di pescato sbarcato

(Adnkronos) - Nel 2025, il valore complessivo dei prodotti della pesca sbarcati nell'Ue è stato pari a 5,5 miliardi di euro, un valore analogo a quello registrato nel 2024. Lo comunica Eurostat. Il pescato dell'Ue, proveniente dalle sette zone marine contemplate dalle statistiche dell'Unione, è stimato a 3,3 milioni di tonnellate nel 2025.

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L’autonomia europea non sia una ripicca contro gli Usa. Parla Fidanza

Come ogni anno l’appuntamento promosso dalla Niaf con la floridissima comunità italoamericana, nell’ambito delle celebrazioni del Columbus Day, rappresenta anche l’occasione per fare il punto sulle relazioni bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Relazioni che rimangono solidissime, nonostante le recenti divergenze tra Trump e Meloni. Lo dice a Formiche.net il capodelegazione di FdI al Parlamento europeo Carlo Fidanza.

Qual è lo stato delle relazioni Italia-Usa dopo le recenti polemiche?

Il lavoro sulle cose concrete non si è mai fermato, anche grazie all’ottimo contributo dell’ambasciata italiana negli Usa guidata dall’ambasciatore Marco Peronaci e dell’ambasciatore americano a Roma Tillman Fertitta, così come dell’impegno di realtà consolidate come l’American Chamber of Commerce italiana. Continua il flusso di investimenti da un lato e dall’altro. E i due governi hanno positivamente concluso l’accordo sulla Pax Silica, con l’adesione dell’Italia a questa alleanza strategica sui minerali critici che è davvero decisiva se vogliamo realizzare le transizioni senza aumentare la nostra dipendenza dalla Cina.

Quale può essere ruolo geopolitico dell’ Italia?

L’Italia continua a credere nella Nato che oggi più che mai deve trasformarsi da alleanza militare ad alleanza geopolitica, coinvolgendo i Paesi likeminded che sono ancora fuori dall’orbita cinese. L’Italia porta in dote la sua proiezione nel Mediterraneo, la straordinaria intuizione del Piano Mattei per l’Africa, la solidità dei rapporti con i Paesi del Golfo, un protagonismo crescente in America Latina grazie all’allineamento politico con i nuovi governi conservatori del continente, in attesa di ulteriori buone notizie dal Brasile. Questo è il frutto della stabilità del nostro governo e della straordinaria abilità di Giorgia Meloni.

Qual è lo stato di salute del nostro export verso gli Usa?

I dati del nostro export sono eccezionali e crescono anche negli Usa nonostante i dazi. Soffriamo un po’ sul food and wine ma cresciamo grazie alla straordinaria capacità di adattamento della nostra manifattura e grazie ai risultati del settore farmaceutico. Su quest’ultimo, però, bisogna intervenire per limitare i danni derivanti dall’applicazione da parte americana del principio della Most Favoured Nation, che rischia di compromettere competitività e ricerca.

Quali i settori più promettenti?

Oltre alla farmaceutica e alle scienze della vita, ovviamente rimaniamo fortissimi nella meccanica. Abbiamo possibilità di sviluppo importanti nella difesa, estendendo questo concetto allo spazio e al dominio sottomarino, senza dimenticare la cantieristica navale su cui Fincantieri vanta ormai una presenza consolidata negli Usa. E poi abbiamo la grande opportunità di ritagliarci un ruolo nella super-intelligenza fisica, a partire dalla robotica umanoide, che è il luogo dove la super-intelligenza generativa incrocia la manifattura in cui siamo maestri. Senza dimenticare la primogenitura che Giorgia Meloni ha avuto nel porre il tema della governance globale dell’AI, a cui ha dedicato parte importante del G7 italiano, e che ora si arricchisce di una nuova opportunità promossa da AmCham Italy: fare di Milano non soltanto l’hub italiano dell’AI ma la sede di una nuova agenzia mondiale per la governance etica della super-intelligenza.

Cosa deve fare l’Ue?

Il consolidamento degli accordi di Turnberry è fondamentale. Abbiamo sempre sostenuto, a ragione, che un accordo anche non perfetto sarebbe stato meglio di un non accordo e di una conseguente guerra commerciale. L’Ue si è dotata di salvaguardie aggiuntive. Bisogna continuare a lavorare su settori come acciaio e alluminio e anche sulla lista dei prodotti alimentari esclusi dai dazi al 15%. E dobbiamo maneggiare con cura il grande elefante nella stanza, quello della tassazione digitale e delle multe alle Big Tech. Regole chiare e semplificazione sono la risposta. Infine, non dobbiamo sottovalutare l’impatto potenziale che le nuove norme doganali varate dall’amministrazione Usa a fine settembre possono avere sui nostri esportatori, soprattutto sulle Pmi.

L’autonomia strategica europea come va perseguita?

L’Ue fa bene a provare a costruire filiere con una percentuale maggiore di Made in Europe, ma l’autonomia strategica deve rimanere aperta, differenziata per settori in base alla nostra possibilità di costruire catene del valore realmente europee e non soltanto francesi, come vorrebbe qualcuno. Di più, l’autonomia strategica europea non deve essere una ripicca quotidiana contro un alleato ritenuto non più affidabile ma una politica industriale intelligente. Il contrario di quello che l’Ue ha fatto con il Green Deal, che ha massacrato le nostre imprese consegnandoci alla Cina. Da qui la coraggiosa battaglia di Giorgia Meloni contro il sistema Ets. Ecco, sulla transizione green qualche schiaffone arrivato da Trump credo debba aiutare l’Europa ad aprire gli occhi.

Ucraina e Iran: il contributo italiano e le mosse di Bruxelles.

Meloni ha espresso chiaramente il nostro giudizio su questo accordo e il sostegno alla tregua reciproca sulle infrastrutture energetiche. Mi auguro che, superate le midterm, si possa tornare a ragionare di una spinta forte alla pace in Ucraina senza umiliare Kyiv. E poi si deve trovare un modo dignitoso per chiudere questa avventura in Iran mettendo il regime di Teheran nelle condizioni di non nuocere. Il peso della doppia crisi geopolitica si sta rivelando troppo elevato, per l’Europa e per l’Italia in particolare.

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Un vertice tra Russia, Usa e Cina. Cosa c’è dietro la richiesta di Putin

Vladimir Putin ha proposto un vertice al Presidente americano Donald Trump e al leader cinese Xi Jinping per discutere di come porre fine alla guerra in Ucraina. Secondo il Wall Street Journal, Putin ritiene che i tre dovrebbero imporre a Kyiv una cessazione del conflitto favorevole a Mosca.

Una sorta di patto del diavolo, peggiore della conferenza di Monaco del 1938, quando Hitler, Mussolini e le frastornate Inghilterra e Francia imposero brutalmente all’allora Cecoslovacchia di cedere la regione dei Sudeti alla Germania nazista. Invece di contenere l’espansionismo nazista, il cedimento di Londra e Parigi incentivò le ambizioni del dittatore tedesco e accelerò lo scoppio della Seconda guerra mondiale.

“Un vertice di questo tipo, senza il coinvolgimento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky – scrive il Wall Street Journal – sarebbe senza precedenti e farebbe scattare l’allarme nelle capitali europee e non solo”.

La proposta del vertice fra Usa, Cina e Russia è stata avanzata da Putin durante la telefonata con Trump del 9 ottobre, durante la quale è stato raggiunto l’accordo per l’acquisto, da parte degli Stati Uniti, del diesel gasolio russo, liberalizzandone la vendita sul mercato globale.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha confermato che sono in corso discussioni su un possibile incontro. “Non c’è ancora una visione chiara sull’incontro in sé o sui suoi potenziali punti all’ordine del giorno, sebbene tutte e tre le parti riconoscano l’ipotesi che possa aver luogo”, ha dichiarato Peskov al Wsj.

Fonti della Casa Bianca hanno reso noto che Trump non ha ancora dato il suo assenso a un vertice del genere, ma hanno anche precisato che il Presidente potrebbe mostrarsi aperto all’idea, dato il suo desiderio di mantenere la promessa elettorale di porre fine alla guerra. Il Cremlino ha suggerito di tenere l’incontro trilaterale a margine del prossimo vertice dell’Apec, che si svolgerà in Cina il 18 e 19 novembre a Shenzhen.

Un summit a tre sul suolo cinese rappresenterebbe un notevole exploit diplomatico per Xi, nell’ambito dei suoi sforzi per rafforzare il ruolo di Pechino come baricentro internazionale. In un’ottica complessiva però il vertice comporterebbe però anche rischi per la Cina: potrebbe compromettere i rapporti economici con l’Europa e alimentare i timori che Pechino sia schierata ancora più apertamente con Mosca.

Evidente, invece, che Putin immagini il summit come sorta di nuova conferenza di Yalta, in cui le grandi potenze si spartiscono le sfere d’influenza: un’ipotesi giudicata poco realistica dagli osservatori.
Funzionari russi hanno avanzato la proposta a Pechino attraverso i canali diplomatici. La parte cinese ha fatto sapere che non si opporrebbe, a patto che Trump sia d’accordo.

“La Cina vuole essere vista come il perno tra le grandi potenzialità e, potenzialmente, come mediatrice tra Stati Uniti e Russia”, ha affermato al Wall Street Journal Yun Sun, capo del programma sulla Cina del think tank americano Stimson Center.

In passato, Putin ha già proposto un trilaterale con Trump e Xi, questa volta la proposta giunge in una fase in cui i rapporti tra Mosca e Washington sono particolarmente distesi e il presidente russo intende sfruttare il suo ritrovato feeling col tycoon per spiazzare l’Europa e uscire dalla trappola mortale della guerra con l’Ucraina nella quale si è cacciato.

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