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Concorsopoli a Benevento: in una chiavetta dell’ex dirigente di Mastella segnalazioni su 17 concorsi per 27 posti, 24 vinti da raccomandati

A Benevento da Tangentopoli a Concorsopoli è un attimo. Il tempo di scaricare qualche documento da alcune chiavette Usb. Quelle sequestrate a Gennaro Santamaria, il regista reo confesso del sistema di mazzette e di appalti truccati che sta agitando il Comune di Benevento guidato dal sindaco non indagato Clemente Mastella.

Nelle pennette di Santamaria, da qualche settimana libero dopo sei mesi di arresto, c’è un mondo. Ci sono le cifre delle tangenti. C’è la riconducibilità di queste somme a dirigenti, sostenitori, finanziatori e militanti del partito mastelliano ‘Noi di Centro’, e alla loro cerchia di imprenditori locali amici, che generosamente contribuivano confidando di averne qualche appalto o affidamento in cambio. E poi ci sono le cartelle denominate “Concorsi”. I carabinieri del comando provinciale, che indagano al fianco del pm Maria Colucci, hanno cliccato e hanno trovato dentro “diversi file di primario interesse investigativo per la dimostrazione delle manipolazioni delle procedure concorsuali”.

“Tali documenti – si legge in una informativa del 20 aprile che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare – presentano una struttura tabellare complessa in cui figurano elenchi di candidati affiancati da una colonna denominata ‘SEGNALATO’. Sotto il profilo indiziario, assume valenza determinante la circostanza che per ogni candidato sia stato indicato la figura del segnalatore tra virgolette, individuato nella maggior parte dei casi con nome e cognome o in via sintetica mediante delle sigle. Tali evidenze suggeriscono un’esistenza di un sistematico condizionamento delle procedure concorsuali presso l’ente gestito direttamente dal Santamaria“.

Santamaria, ricordiamolo, prima di essere intrappolato dagli investigatori con ancora in tasca una mazzetta da 6000 euro (a casa poi gli hanno ritrovato 170mila euro in contanti), era il responsabile Gabinetto dell’ufficio del sindaco. E dirigente comunale di alcuni settori, che presiedeva, sovrintendeva, osservava una quantità di concorsi pubblici: 17 concorsi svolti in due anni, con 2.321 concorrenti, per assegnare 27 posti di lavoro. Di cui, secondo il contenuto delle sue chiavette, 24 assegnati a ‘raccomandati’ di amministratori di Noi di Centro e di politici e pubblici ufficiali a loro vicini.

Con 10 interrogatori tra maggio e luglio Santamaria ha confessato il sistema corruttivo (al momento ci sono 17 indagati), ma per i concorsi, pur confermando di avere incassato tangenti per quattro assunzioni ed aver appuntato i nomi di 125 raccomandati, ha sottolineato che le procedure concorsuali sono state regolari.

L’associazione ‘Altra Benevento’, che nel 2023 ha presentato un dossier sui Concorsi alla Provincia di Benevento vinti quasi sempre da sindaci ed amministratori locali, e segnalato nei mesi scorsi le assunzioni al Comune di Benevento di numerosi familiari di assessori e consiglieri di quell’ente, ha messo a confronto queste informazioni con quelle contenute nelle ‘tabelle’ di Santamaria.

La ricostruzione è stata minuziosa. Si tratta di 17 concorsi banditi dal Comune negli anni 2023, 2024 e 2025 per l’assunzione di 2 Funzionari Amministrativi, 1 Psicologo, 1 Sociologo, 1 Tecnico Ambientale, 2 Specialisti di Vigilanza, 1 Avvocato, 2 Ingegneri-Architetti, 1 Funzionario Contabile, 1 Assistente Sociale, 2 geometri, 3 Istruttori Amministrativi, 2 Istruttori Informatici, 6 Istruttori di Vigilanza (Vigili Urbani), 1 Centralinista, 2 autisti del sindaco, 1 Collaboratore Amministrativo.

Su 27 posti, solo 3 sarebbero stati vinti da concorrenti non raccomandati.

Quattro sarebbero stati assegnati in cambio di tangenti (tra 20.000 e 30.000 euro), gli altri sarebbero stati vinti (senza tangenti) dai raccomandati indicati da Santamaria nei suoi files con i rispettivi ‘segnalatori’: soprattutto politici di Noi di Centro.

Il coordinatore di Altra Benevento, Gabriele Corona, ne ha fatto i nomi in un incontro pubblico al bar Kindergaden, affollato da 200 persone e seguito sulla pagina Fb da 19mila visualizzazioni. Poche ore prima li aveva infilati in un esposto depositato in Procura.

Sono: il sindaco di Benevento e segretario nazionale di Ndc, Clemente Mastella (indicato nei files come C.M., ai carabinieri Santamaria ha precisato che è lui); l’assessore alla Urbanistica, Molly Chiusolo; l’assessore all’Ambiente Alessandro Rosa (da qualche mese sostituito); i consiglieri di maggioranza, Antonio Picariello e Giovanni Zanone; il segretario e la presidente del partito cittadino, Cosimo Lepore e Marica Mignone; ovviamente Gennaro Santamaria; il presidente di Sannio Europa, azienda speciale della Provincia, Raffaele del Vecchio; l’ex presidente della Provincia, Antonio Di Maria (recentemente condannato per turbativa di gare) e poi i sindaci di San Leucio del Sannio, Ponte, Colle Sannita, il vicesindaco di Vitulano, il Direttore Amministrativo della ASL, un componente del Distretto Idrico Sannita.

Sono i nomi scritti da Santamaria nei suoi files, e se ne assumerà lui la responsabilità di fronte alle reazioni dei politici e delle persone tirate in ballo. Mastella, che non è indagato, ha più volte ribadito di essere ignaro ed estraneo alle vicende che stanno emergendo dalle indagini. Lo stesso Santamaria precisa che il sindaco era all’oscuro della provenienza dei finanziamenti per le spese delle iniziative politiche ed elettorali di Ndc. Le confessioni dell’ex dirigente sono al vaglio dei magistrati inquirenti. A novembre inizieranno gli incidenti probatori.

Al fattoquotidiano.it Corona conferma quanto accennato in pubblico: “Altra Benevento metterà a disposizione dei candidati sconfitti ai concorsi un ufficio legale per far valere le loro ragioni”. Le opposizioni intanto hanno organizzato un corteo per chiedere le dimissioni di Mastella. Partirà domenica 25 ottobre alle 19 dalla biblioteca di corso Garibaldi, per dirigersi verso la Prefettura.

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Colombian President De la Espriella Follows the Far-Right Playbook

From a hard-line security agenda to a cultural battle, he is adopting tactics used by Trump, Bukele and Milei.

Colombian President Abelardo de la Espriella is following the playbook that other far-right leaders, such as U.S. President Donald Trump, Salvadoran President Nayib Bukele and Argentine President Javier Milei, have implemented in recent years.

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The Colombian politician is touting his commitment to the “cultural battle,” along with a hard-line approach to crime and migration, attacks on the opposition, appeals to religion, personalized communications and government actions that threaten to erode democracy and limit rights.

Emphasis on Security

Since taking office in August, De la Espriella has focused on security. Almost every morning, he announces a new operation on social media involving drug and weapons seizures, arrests and the killing of suspected guerrillas and criminals.

The president has emphasized his order to act with an “iron fist” and use the full force of “the weapons and laws of the Republic.” This show of force has led him, not without controversy, to film himself walking among bodies in bags or wearing a pistol on his belt during a police raid in the Caribbean city of Santa Marta. In addition, inspired by Bukele, he has expressed interest in building as many as six mega-prisons.

Colombia has a new far-right multimillionaire president, Abelardo de la Espriella.

He is a US citizen who voted for Trump.

He wants Colombia to adopt the US dollar.

He worked for years as a lawyer in Miami, defending drug traffickers.

He also loves Israel.

Neocolonialism. pic.twitter.com/1USSdD1xld

— Ben Norton (@BenjaminNorton) August 19, 2026

Attacks on the Opposition

Like Trump and Milei, De la Espriella targets the opposition, led by the leftist Historic Pact party and former President Gustavo Petro (2022-2026). He accuses Petro’s administration of having left public finances in their “most critical situation” because of “wasteful spending” and “corruption.”

Centralization of Communications

Similar to Bukele, De la Espriella has become the first and almost sole source of information about his government, whether regarding security operations, infrastructure meetings or talks with the International Monetary Fund (IMF). He has also prohibited all senior officials from making statements without his authorization.

De la Espriella’s approach to communications is one-way: During the 11 weeks of his presidency, he has held no news conferences at which journalists could ask questions and has granted no interviews, limiting accountability.

Alignment With the U.S. and Israel

Like Chilean politician Jose Antonio Kast, Peruvian politician Keiko Fujimori and Ecuadorian President Daniel Noboa, De la Espriella was quick to align himself with Washington, joining the Shield of the Americas, a security alliance promoted by the United States, and advancing his country’s withdrawal from the International Criminal Court.

In his rapprochement with Israel, he has gone further than Milei. The Colombian far-right leader has recognized Israeli sovereignty over the Golan Heights and moved Colombia’s embassy to Jerusalem.

Budget Cuts

De la Espriella promised during his campaign to cut government spending by 40%, following Milei’s chainsaw approach, and has already moved in this direction with his first general budget, approved by decree this week.

In addition to reducing allocations for the Special Jurisdiction for Peace (JEP) and the Ministry of Equality and Equity, the Colombian president is cutting spending on contractors, bureaucracy, subsidies and social assistance.

Colombia has opened an embassy in West Jerusalem under new far-right President Abelardo de la Espriella, who is reversing his predecessor's ‌break with Israel by also restoring a free trade agreement. pic.twitter.com/LnZ4uufnaC

— Al Jazeera English (@AJEnglish) October 14, 2026

Use of Religion

The Colombian president has surrounded himself with Christian symbols since his inauguration and adopted the practice of ending his speeches by shouting, “Long live Christ the King!” This has led to lawsuits accusing him of violating the state’s secular character.

De la Espriella, who has included a significant number of evangelicals in his Cabinet, recalls Milei and Brazil’s Bolsonaro family in these practices, including former President Jair Bolsonaro and his son and presidential candidate, Flavio.

Cultural Battle

The far-right politician has announced a “cultural counterrevolution” to eliminate “wokism,” which he believes entered Colombian institutions under his predecessor.

The most high-profile controversy in this area has been his government’s decision to remove more than 30 works from the National Museum. The move has drawn criticism over “censorship” and sparked protests outside the cultural institution for several days, recalling Trump’s moves involving the Smithsonian and the Kennedy Center.

Irregular Migration

A few days after taking office, the Colombian president announced that immigrants in irregular situations would be “identified and deported.” Although police have conducted some raids in cities such as Cartagena, Cucuta, Bucaramanga and Medellin, the issue does not appear to be a priority for the authorities.

An Outsider to the System

Like Trump, Bukele and Milei, De la Espriella denies being a politician and rejects being like other politicians, whom he disparages in general terms and frequently accuses of corruption and backroom deals. He explains his government in terms of a break with the past and a process of purging the system.

This stance goes hand in hand with behavior that departs from traditional norms, as when he accused two regional leaders of corruption in front of the cameras.

The External Enemy

De la Espriella has just announced that his government will detail, in just one month, what it considers its territories in the Caribbean Sea, including all the islets and reefs of the San Andres archipelago. The move could reignite a decades-old conflict with Nicaragua. The situation, in some ways, though with clear caveats, recalls the Falklands campaign launched by Milei.

teleSUR/ JF

Source: EFE

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Colombia Issues 2027 Budget by Decree

(FILE) Colombian Congress. Photo: EFE.

Colombia’s Government issued the 2027 General National Budget by decree on Thursday, after the bill’s approval in Congress fell through because of a procedural error.


The total amount is 634.9 trillion pesos, or 200 billion dollars at the current exchange rate, of which 391.38 trillion pesos, or 122 billion dollars, are for operating expenses, 155.43 trillion pesos, or 48.7 billion dollars, for debt service and 88.14 trillion pesos, or 27.6 billion dollars, for investment.

RELATED: Colombian President Dismisses Interior Minister Over Budget Failure

Opposition sectors described the Government’s handling of the budget as improvised.

The Senate and the Chamber approved different texts in one of the bill’s articles, and conciliation was not achieved before the October 20 deadline set by law for concluding that process, the last of the congressional debates, namely the plenary sessions.

The Government therefore had to issue the Budget by decree in the form in which it emerged from the joint economic commissions.

¡Se le cayó el presupuesto chimbo a @ABDELAESPRIELLA! Por hacer las cosas a las patadas, terminaron enredados entre dos versiones distintas y ahora el Gobierno pretende expedirlo por decreto.

Tanta improvisación con más de $634 billones de los colombianos exige responsables. ¡La… pic.twitter.com/Uivsc6N4kf

— Oscar Benavides (@ODBenavidesA) October 22, 2026

Resources for earthquake victims, health and energy subsidies added during the plenary sessions will be reduced because of the situation, Senator Alejandro Ocampo affirmed.

Representative María Fernanda Carrascal considered that Congress’s servility to the Executive vitiated the legislative process and denounced that the approved budget showed the Government’s true priority as more debt and less social investment, with debt service growing 46 percent while cuts hit the most vulnerable.

After the events, President Abelardo de la Espriella dismissed Interior Minister Rodrigo Lara.

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Colombian President Dismisses Interior Minister Over Budget Failure

The Executive plans to cut the budget in social areas such as public health and energy subsidies for vulnerable sectors.

On Thursday, Colombian President Abelardo de la Espriella dismissed Interior Minister Rodrigo Lara following the crisis triggered by the failure of the 2027 National Budget bill in Congress.

RELATED: Colombia Budget Bill Faces Legal Challenge Over Text Discrepancy

The controversy arose after the Senate and the House of Representatives approved different versions of the budget without reaching a consensus before the constitutional deadline for the legislative process.

Faced with the impossibility of passing the initiative through parliamentary means, the government decided to use a decree to implement the national budget for the next fiscal year.

Senator Esmeralda Hernandez criticized the procedure followed during the legislative debate and attributed the failure to irregularities and errors committed during the discussion of the bill.

According to complaints, the version of the budget decreed by the Executive includes cuts in social areas such as public health, energy subsidies for vulnerable sectors, and programs for senior citizens.

The Colombian Congress approved a 634.9 trillion peso ($201.14 billion USD) national budget for 2027, cutting funding for peace accord bodies while increasing debt service and defense allocations.#News pic.twitter.com/FqIZRk6t8s

— Dubon007 (@gdubon007) October 20, 2026

To replace Lara, the president appointed Alejandro Ordoñez, former Attorney General and former ambassador to the Organization of American States, as the new Minister of the Interior. Ordoñez is one of the most prominent figures in Colombia’s conservative sector.

He served as Attorney General from 2009 to 2016, a period marked by controversial decisions, including the dismissal of Gustavo Petro, then-mayor of Bogota, a decision later overturned by international bodies.

While his appointment is being formalized, the Ministry of the Interior will be led on an interim basis by Minister of Justice Ivan Cancino, amid concerns about the country’s projected fiscal deficit.

The government confirmed that it will use the mechanism provided for in the budget legislation to directly enact the 2027 budget, arguing that this measure will guarantee the functioning of the State following the failure of the legislative process.

#Colombia | Artists and cultural workers rallied outside the Culture Ministry in Bogotá against a proposed nearly 30% cut to the sector’s 2027 budget.
Demonstrators demanded funding for cultural programs and payment for artistic work, warning the cuts are already affecting the… pic.twitter.com/lhtVLTRY0V

— teleSUR English (@telesurenglish) September 21, 2026

teleSUR: JP

Source: teleSUR

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Regolare gli affitti brevi non basta a risolvere la questione della casa

Un regolamento europeo in attesa di approvazione permetterà di limitare gli affitti brevi. Darà un sollievo temporaneo alla questione abitativa. Per affrontarla in modo strutturale servono però interventi e politiche per le famiglie meno abbienti.

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Colombia’s far-right president faces first round of major protests

On October 14, tens of thousands of Colombians took to the streets to protest against the government of far-right leader Abelardo de la Espriella, who has been in office for just two months.

The protests demonstrated the opposition’s clear ability to mobilize its base and fill the streets of several Colombian cities, even though the new government is still in its early days.

Protesters – including members of labor unions, Indigenous organizations, opposition parties, and students – marched through the streets of the capital, Bogotá, as well as other major cities across the country, such as Cali, Medellín, Bucaramanga, Riohacha, and Pereira.

In an address to the nation, De la Espriella stated that 98% of the protests were peaceful, though he also warned the demonstrators: “From the very first day of my administration, I have issued a directive that leaves no room for interpretation: peaceful protest is respected, protected, and guaranteed. But violence, vandalism, and any attempt to violate the rights of others will have no place under my administration.”

He also added: “Here there is a state, here there is authority, and here there is a government that respects freedoms, enforces the law, and protects the millions of Colombians who get up early every day to work and build our nation.”

Criticism

The main criticisms leveled against the government focused on the executive branch’s neoliberal agenda and its security policy. According to the protesters, De la Espriella is failing to address the difficult labor, educational, economic, and territorial conditions faced by Colombians; on the contrary, his political agenda is making these circumstances worse.

Specifically, the protesters complained about cuts and adjustments to the budgets of public institutions, the lack of greater public investment in education, and the fear among several indigenous organizations that the government’s new measures will prevent them from freely exercising their right to protest.

In fact, one of the main catalysts for the protests has been the signing of a presidential decree that empowers state agents to intervene more directly against protesters – a move that has been criticized, according to the protesters, for its anti-democratic intent.

On this point, social organizations, such as the Cauca Regional Indigenous Council assert that, fearing a popular backlash like the one Iván Duque faced (which turned into what some called a “rebellion” by young people that lasted several weeks in 2021), De la Espriella signed Decree 1525, which modifies law enforcement protocols to give state forces greater leeway when dealing with protesters.

Among other measures, law enforcement can now take direct action in response to protests without the need for exhaustive dialogue, as previously required by the regulation. Several human rights organizations have expressed concern about the decree, stating that it could increase the risk of abuses and reduce mediation as the primary course of action, which already was barely used. During the 2021 national strike in Colombia, 46 people were killed in the context of the heavy police repression of the strike.

One of the people attending the demonstrations last week was former President Gustavo Petro, who optimistically stated that the protests reflect a popular response to the executive branch’s decisions: “The people can organize themselves, and two months into the start of a tyrannical and imposed government, this is the best wake-up call. The time has come for a Latin American day of popular mobilization.”

Petro, who has just resumed leadership of the Pacto Histórico – a coalition of movements that supported his political project – also said: “This is how we respond to adversity with dignity, with the determination to win again, without fear. Life is our companion, not death. The people won’t give up, damn it.”

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Who stands to gain from France’s unrest?

Part of Paris’s 3rd arrondissement, ground zero of the city’s bo-bo (bourgeois-bohemian) universe, had burned the night before under the banner of student protests. The black smoke from torched plastic garbage bins, rental bikes piled into barricades and street signs drifted into homes around 8 p.m., and its stench never really left.

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© Abdul Saboor (REUTERS)

A protester next to a burning vehicle during a demonstration against the rising cost of living and fuel prices in Paris, France, on Saturday.
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Colombia’s government under fire over removals at the National Museum

The National Museum of Colombia is rarely at the center of national debate, but this weekend it became the main focal point of controversy. On Thursday, alarm bells rang for many citizens when they saw that part of the nation had been erased from the galleries displaying objects, documents and photographs selected by curators to represent Colombia’s history and diversity.

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© Fernando Vergara (AP Photo/Fernando Vergara)

Protest at the National Museum in Bogotá on October 17.
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US increases military presence in Latin America with training in Panama, Honduras and Colombia

The United States is increasing its military presence in Latin American countries. The U.S. military has sent hundreds of soldiers to conduct training in Panama, an activity they will repeat later in Honduras and Colombia, The New York Times reported. The military detachment is preparing to take part in special operations against drug trafficking cartels, sources for that outlet said.

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© CONTACTO vía Europa Press (CONTACTO vía Europa Press)

Several U.S. Army soldiers conduct a training exercise at the Panama Naval Air Base.
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Claro para la voz, poco apto para la música: así suena el mayor anfiteatro romano de Hispania

Treinta y cinco mil espectadores. Esa es la capacidad que los autores de un nuevo estudio atribuyen al anfiteatro romano de Itálica, en Santiponce (Sevilla), y en aquellas gradas no había ni un altavoz. Lo que ocurría en la arena tenía que llegar al público sin ayuda de aparatos, y hasta ahora había pocos estudios […]

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Working to change the culture from within in Argentine women’s soccer

On March 7, 2024, Cynthia Conforto’s cellphone exploded with calls. On the eve of International Women’s Day events, a sports journalist’s accusation of sexual assault against four Vélez Sarsfield players disrupted plans for 8M. Conforto had been in charge of the club’s Gender Department for only a few months; Vélez is one of the 30 clubs in Argentina’s professional league. The alleged incidents took place during a team training camp in Tucumán, about 750 miles from Buenos Aires.

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© Manuel Fernández

Vélez players arriving at the training ground.
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Elenco de “Avenida Brasil 2” se reúne pela primeira vez e revela novidades da continuação

Os fãs de “Avenida Brasil” tiveram uma prévia do que vem por aí na continuação da novela. Parte do elenco da nova produção se reuniu publicamente pela primeira vez na quarta-feira (14), durante o Upfront Globo 2027, realizado em São Paulo, evento em que a emissora apresentou novidades sobre seus próximos projetos.

Entre os artistas que marcaram presença estavam Adriana Esteves, Murilo Benício, Débora Falabella, Cauã Reymond, Eliane Giardini, Marcos Caruso, Leticia Isnard, Thalita Carauta, Karol Lannes, Thomas Aquino, Jessica Ellen e Mel Maia.

A sequência contará novamente com personagens que conquistaram o público em 2012. Adriana Esteves voltará como Carminha, Débora Falabella interpretará Nina, Murilo Benício retomará o papel de Tufão e Cauã Reymond estará de volta como Jorginho. A trama também apresentará novos personagens e conflitos.

Durante o evento, Adriana brincou sobre os desafios de reviver a vilã que marcou sua carreira. “Estou preocupada com meus picos de pressão, porque fazer a Carminha não é nada mole”, comentou.

Débora Falabella também deu pistas sobre a produção e afirmou que a história terá uma nova abordagem. “Avenida Brasil volta toda repaginada”, declarou.

Mel Maia também retorna à trama

Conhecida por interpretar Rita na primeira fase da novela original, Mel Maia está confirmada no elenco da continuação. A atriz aproveitou a ocasião para brincar sobre a possibilidade de ganhar uma produção própria no futuro.

“E ainda bem que eu volto pra Avenida Brasil 2, mas eu não volto com uma Nina não, gente. Quem sabe a minha próxima personagem não ganhe uma novelinha só pra ela?”, disse.

O que vai acontecer em “Avenida Brasil 2”?

A história se passa 14 anos depois dos acontecimentos que agitaram o fictício bairro do Divino. Nesse novo cenário, Tufão construiu uma carreira de sucesso como empresário e sua família parece viver uma fase tranquila e unida.

Carminha, por sua vez, terá passado anos na prisão e, após recuperar a liberdade, aparentará ter mudado de vida. A personagem passa a ser reconhecida pelo trabalho social voltado a famílias em situação de vulnerabilidade, realizado depois da desativação do lixão onde vivia Lucinda, sua mãe.

A antiga vilã também tentará reconstruir a relação com a filha, Agatha, interpretada por Karol Lannes. A aproximação fará com que Carminha volte a ser aceita pela família de Tufão. No entanto, a produção deixará em aberto uma questão central: a transformação da personagem é verdadeira ou faz parte de um novo plano?

Em comunicado à imprensa, o autor João Emanuel Carneiro adiantou que a trama vai explorar os impactos do retorno de Carminha na vida dos antigos personagens, especialmente na trajetória de Nina. A continuação também mostrará novos rostos e revelará o que aconteceu com os moradores do Divino ao longo dos anos.

Novos personagens movimentam o Divino

Além de recuperar figuras conhecidas, a novela apresentará novos conflitos e relações. Thomás Aquino interpretará Renan Vitória, um líder comunitário que se aproxima de Carminha. A relação entre os dois promete trazer disputas e questionamentos sobre quem realmente controla os rumos do bairro.

Jéssica Ellen dará vida a Jade, uma jovem que sonha em estudar engenharia genética nos Estados Unidos e busca se afastar de um relacionamento tóxico. Já Thalita Carauta interpretará Salomé, personagem que deve acrescentar humor e carisma à história.

Com o retorno de parte do elenco original e a chegada de novos personagens, “Avenida Brasil 2” pretende revisitar o universo que marcou a teledramaturgia brasileira, apresentando novas disputas e mostrando como a vida dos moradores do Divino mudou com o passar do tempo.

Adriana Esteves, Débora Falabella, Murilo Benício e Cauã Reymond estão entre os artistas confirmados | Foto: Globo/ Maurício Fidalgo

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Il salario non si esaurisce nel minimo contrattuale

Minimi contrattuali e retribuzioni realmente percepite sono spesso trattati come la stessa cosa. Non è così. La differenza nei dati di contabilità nazionale non è un dettaglio tecnico: cambia l’ordine di grandezza della perdita e il settore che la subisce.

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Two dozen children vs Pablo Escobar’s hippo: The legal battle to get to a Colombian school

A hippopotamus in Colombia on September 23.

Twenty-three children make their way to school with their eyes glued to the murky water of the Nare River to see if they can see the hippopotamus. The school route has become a kind of safari with the kids scanning the horizon. Everyone in the municipality has a story to tell about the hippopotamus; that his feces scare away the fish, that he eats the banana crops, that his footprints are the size of three palms, that he will capsize a canoe... The Puerto Nare hippopotamus is all that’s talked about here. For Luis and his brother Diego, he is not a stranger. They call him Selmo. Their mother shakes her head and asks them not to get too attached because the judge has allowed just 60 days for the hippo to be removed from the vicinity.

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Aerial view of the Samana River, on September 22.Luis Ángel Arango and Luis Felipe Pérez walk to their home on the Samana River.Giovanny Contreras on the Magdalena River, on September 3.

© Luis bernardo Cano

Said Adrián Bustos rests in a boat on the Magdalena River.

© Luis Bernardo Cano

This lake is located in one of the sections of the Nare River.

© Luis bernardo Cano

The presence of wild hippos in Colombia poses a risk to the region's entire ecosystem.

© Luis bernardo Cano

Jorge Bustos and Juan Aguirre in Puerto Triunfo on September 21.

© Luis bernardo Cano

Diego Tabares steers a boat on the Samana River.

© Luis Bernardo Cano

Hippos in Colombia have begun to migrate to other areas, such as the Isla del Silencio on the Magdalena River.
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Au Kosovo, la « sale guerre » de l'UCK

Douze ans après le conflit qui devait conduire la province serbe à majorité albanaise sur la voie de l'indépendance, enquêtes et témoignages révèlent l'ampleur des exactions commises par des membres de l'Armée de libération du Kosovo (UCK). Les victimes se comptent aussi bien parmi les civils serbes que dans les rangs des rivaux politiques de l'UCK.

Le 27 octobre 1999, plusieurs mois après l'entrée des troupes de la Force de maintien de la paix au Kosovo (KFOR), la mission de l'Organisation du traité de l'Atlantique Nord (OTAN) dans ce territoire placé depuis juin sous administration provisoire des Nations unies, M. Budimir Baljosevic, un enseignant de 50 ans, a tenté, en compagnie de quatre amis, de s'enfuir du « ghetto » où étaient parqués les Serbes d'Orahovac/Rahovec (1). Un Rom de la ville, M. Agron N., s'était proposé de les conduire à Rozaje, au Monténégro, contre 1 200 marks allemands (600 euros) par personne. N. avait de bons arguments pour justifier une somme aussi élevée : il travaillait auprès du Corps de protection du Kosovo (TMK), la structure supervisée par l'OTAN pour assurer la « réinsertion sociale » des anciens guérilleros de l'Armée de libération du Kosovo (UCK). N. avait déjà réussi quatre exfiltrations de Serbes d'Orahovac. Ce maçon construisait la nouvelle base du TMK dans la ville voisine de Djakovica/Gjakovë, et c'est justement là que se perd la trace des cinq Serbes.

« Je me suis arrêté pour chercher mon beau-frère, qui devait partir en convoi avec nous. J'avais laissé les Serbes dans la voiture. Quand je suis sorti de la maison de mon beau-frère, on m'a crié de me cacher, et des inconnus ont enlevé les Serbes, dont on n'a plus jamais eu de nouvelles », explique N., qui a lui-même préféré s'exiler durant plusieurs mois à Novi Pazar, en Serbie, « par sécurité ». Le frère de M. Baljosevic a tenté à maintes reprises d'obtenir des renseignements sur les disparus, sans succès. « Des militaires italiens de la KFOR sont venus me voir, ainsi que des policiers des Nations unies, mais je n'ai jamais eu de nouvelles. »

Le sort de ces disparus est tragiquement banal. M. Negovan Mavric tient un petit café à Velika Hoca, une enclave serbe située à quelques kilomètres d'Orahovac/Rahovec, et dirige la branche locale de l'Association des familles de personnes disparues. Il présente la liste des morts et disparus de la commune : les restes des dix-neuf Serbes enlevés en 1998 et 1999 ont été retrouvés, mais soixante-quatre autres personnes sont toujours manquantes, cinquante-cinq Serbes et neuf Roms. Le premier meurtre d'un civil serbe remonte au 12 mai 1998, quand ont commencé les affrontements entre la police serbe et la guérilla de l'UCK pour le contrôle de la petite région d'Orahovac, où vivaient alors de nombreux Serbes. Le dernier enlèvement a eu lieu le 28 juillet 2000, plus d'un an après l'établissement du protectorat international (lire « Des conclusions explosives »).

Les coteaux qui entourent Velika Hoca sont recouverts de vignes. Le paysage est clos par des sommets impressionnants qui marquent les frontières du Kosovo et de l'Albanie : le massif du Shar, celui de Pashtrik, les montagnes du Has et, plus au nord, vers le Monténégro, la Prokletijë, les « Cimes maudites ». Autrefois, Albanais et Serbes cohabitaient sans heurts dans la commune d'Orahovac/Rahovec, dont dépend le village. Depuis juin 1999, la présence serbe dans la région se réduit aux sept cents habitants de Velika Hoca et à trois cents autres terrés dans le ghetto de la ville haute d'Orahovac. Ils étaient près de dix mille jusqu'en 1999. Les Serbes ont été chassés des villages mixtes de Zociste, Opterusa ou Retimlije.

La majorité des « disparus » d'Orahovac ont été enlevés dès juillet 1998, quand l'UCK a brièvement investi la ville. Un groupe important de civils serbes du village de Retimlje a été conduit dans une base de cette organisation située dans le village voisin de Semetiste. Les femmes ont été libérées quatre jours plus tard par l'intermédiaire du Comité international de la Croix-Rouge, tandis que les hommes, dont un adolescent de 16 ans, n'ont jamais été revus vivants. Certains corps ont été identifiés parmi les restes, découverts en avril 2005, de vingt et une personnes jetées dans une fosse commune située dans le village de Volujak/Valljakë, près de Klina, à plusieurs dizaines de kilomètres de là.

Mme Olgica Bozanic, originaire d'Orahovac, réfugiée à Belgrade, milite au sein de l'Association des familles de personnes disparues. Elle a perdu ses deux frères, des oncles et des cousins, en tout près de dix parents. Elle affirme avoir eu des nouvelles de l'un d'eux par l'intermédiaire d'anciens voisins albanais, eux-mêmes détenus durant plusieurs mois par la guérilla pour collaboration supposée avec le régime serbe. Selon le témoignage de ces derniers, des Serbes de la région d'Orahovac auraient d'abord été détenus près de la principale base de l'UCK dans la région, dans le village de Drenovac/ Drenovcë. Après la fin de la guerre, ils auraient été transférés à Deva, un village des montagnes du Has jouxtant la frontière albanaise. Il semble que l'UCK y ait investi et transformé en centre de détention un ancien poste militaire après le retrait de l'armée yougoslave, en juin 1999. Les survivants d'Orahovac auraient ensuite été conduits à Kukës, en Albanie, puis à Durrës, sur la côte, où ces témoins albanais les auraient vus vivants, dans une prison de l'UCK, en 2001.

Toutefois, on peut supposer que la grande majorité des Serbes enlevés avant la fin de la guerre ont été assassinés à l'intérieur des frontières du Kosovo. En revanche, la piste de ceux qui ont été enlevés après le déploiement des troupes de l'OTAN se perd, même si l'hypothèse de déportations vers l'Albanie est avancée depuis longtemps. A l'automne 1999, M. Sefko Alomerovic, président du Comité Helsinki du Sandjak de Novi Pazar — une structure régionale indépendante du Comité Helsinki de Serbie —, avait longuement enquêté à ce sujet. Son rapport est aujourd'hui introuvable, et M. Alomerovic est décédé en 2003. Dans les entretiens qu'il avait accordés en 2000, il affirmait avoir pu visiter cinq centres de détention situés à l'intérieur du Kosovo. Il s'agissait de petites structures, souvent des garages ou des bâtiments industriels à la périphérie des villes, abritant de dix à cinquante détenus. L'ensemble de ce réseau de camps aurait été dirigé par un certain commandant Mala, de son vrai nom Alush Agushi, un proche de M. Ramush Haradinaj (2). Des familles de disparus auraient essayé de « racheter » leurs parents ; cependant, malgré des sommes d'argent importantes effectivement versées à des intermédiaires, aucune libération n'est jamais intervenue. De même, certains Serbes auraient été retenus en vue d'un échange contre des prisonniers albanais détenus en Serbie — dont le nombre était encore évalué à huit cents à la fin de l'année 2000.

Là encore, il est impossible de confirmer le moindre échange. Selon certaines sources, beaucoup de détenus serbes auraient été exécutés en 2001, quand Belgrade a adopté une loi d'amnistie et libéré les Albanais suspectés d'avoir appartenu à l'UCK. Certains centres de détention situés au Kosovo auraient servi de « camps d'étape » avant un transfert des prisonniers vers l'Albanie. M. Alomerovic avait, le premier, évoqué un trafic d'organes, en supposant l'implication de réseaux criminels internationaux qui auraient acheté les organes fournis par les séides de l'UCK.

Le long isolement des premiers investigateurs

Aucune enquête n'a fait suite aux révélations de M. Alomerovic, qui ont été rejetées par les organisations internationales présentes au Kosovo, notamment par la Mission des Nations unies (Minuk), alors dirigée par M. Bernard Kouchner. M. Alomerovic, militant connu de la défense des droits humains et opposant de longue date au régime de Milosevic, parlait d'un véritable « mur du silence » (3), la KFOR ayant, contre l'évidence, démenti l'existence du moindre centre de détention au Kosovo… Dans ses Mémoires, Mme Carla Del Ponte, ancienne procureure générale du Tribunal pénal international pour la Yougoslavie (TPIY), évoque elle aussi ce mur du silence auquel elle s'est heurtée quand elle a voulu enquêter sur les disparitions de civils serbes et sur l'hypothèse d'un trafic d'organes (4).

Comme le souligne M. Dick Marty dans les nombreuses interviews qu'il a données depuis la publication du rapport dont il a été chargé par le Conseil de l'Europe (lire« Des conclusions explosives »), « tout le monde au Kosovo » était pourtant au courant des disparitions de civils serbes, mais aussi de la détention, durant la guerre, de nombreux « collaborateurs » albanais supposés du régime serbe. Un quotidien de Pristina, Bota Sot, n'a cessé, depuis 1999, de dénoncer les éliminations physiques de sympathisants de la Ligue démocratique du Kosovo (LDK), la formation de feu Ibrahim Rugova, durant et après la guerre. Bajrush Morina, son rédacteur en chef, résume la situation : « Depuis 1999, trois mille personnes ont été abattues au Kosovo, et seuls six cents de ces meurtres ont été élucidés. On a beaucoup parlé de vengeances familiales, mais, dans la grande majorité des cas, il s'agissait de meurtres politiques. » Le journal a lui-même payé son tribut de sang : deux de ses journalistes ont été abattus, et M. Morina a longtemps dû se déplacer sous la protection de gardes armés fournis par une compagnie privée de sécurité. Les informations publiées par le journal ont pourtant toujours été frappées de suspicion, en raison des liens que Bota Sot entretient avec la LDK.

Ce journal a aussi régulièrement évoqué l'existence de centres de détention au Kosovo et en Albanie, où étaient emprisonnés des Albanais accusés de « collaboration ». Le 28 février 2011 s'est ouvert devant le tribunal de Mitrovica le procès de deux anciens commandants de l'UCK, MM. Sabit Geci et Riza Alijaj, accusés d'avoir commis des crimes graves dans le camp de Cahan, situé dans les montagnes du nord de l'Albanie, à quelques kilomètres des frontières du Kosovo.

Petit village de montagne, Cahan a servi durant la guerre de centre logistique à l'UCK et de base arrière pour les volontaires qui partaient se battre au Kosovo. M. Bedri Cahani, l'homme fort du lieu, reconnaît volontiers que les habitants de Cahan se livraient à la contrebande de cigarettes avec le Kosovo et qu'il a été recruté dès l'automne 1997 par la guérilla, notamment pour faire passer, de nuit, les combattants par la montagne. L'UCK utilisait comme base une ancienne caserne de l'armée albanaise, abandonnée en 1992, dont les bâtiments se dressent toujours à l'entrée du village. Pour rejoindre Cahan depuis la bourgade de Kruma, il faut suivre sur près de dix kilomètres une mauvaise piste de montagne. L'endroit est discret, et l'ancienne caserne a aussi abrité un centre de détention, évoqué par M. Marty.

M. Z. Z. a séjourné deux mois et demi dans « l'enfer » de Cahan, et il sera l'un des principaux témoins protégés du procès de MM. Geci et Alijaj. Il évoque des mauvais traitements systématiques et des actes graves de torture. Certains détenus étaient forcés à avoir entre eux des relations sexuelles, d'autres ont subi des simulacres d'exécution. « Je suis probablement le prisonnier resté le plus longtemps à Cahan, et je n'ai rencontré que des détenus albanais », assure-t-il cependant. M. Z. Z. précise y avoir vu passer les chefs les plus importants de l'UCK, notamment M. Hashim Thaçi, l'actuel premier ministre du Kosovo.

Toutes les personnes détenues à Cahan durant les mois de guerre du printemps 1999 auraient été, comme M. Z. Z., des cadres de la LDK, généralement arrêtés dans les villes de Kukës et de Kruma, où se pressaient les réfugiés chassés du Kosovo par les forces serbes. Certains étaient engagés dans les Forces armées de la République de Kosovo (FARK), le mouvement de guérilla concurrent de l'UCK créé, sans grand succès sur le terrain, par les partisans d'Ibrahim Rugova.

Dans son rapport, M. Marty pointe la responsabilité particulière d'une faction interne au sein de l'UCK, qu'il nomme « groupe de la Drenica », citant les noms de MM. Hashim Thaçi, Azem Syla, Xhevat Haliti, Kadri Veseli, Fatmir Limaj, Sabit Geci ou Riza Alijaj. Ces anciens commandants de la guérilla sont effectivement originaires de la Drenica, mais ils ont un autre point commun : ils appartenaient tous au Mouvement populaire du Kosovo (LPK), un groupe clandestin d'inspiration marxiste-léniniste « envériste », c'est-à-dire favorable au régime stalinien albanais d'Enver Hodja.

Ce mouvement, né dans la diaspora albanaise de Suisse, disposait d'un assez large réseau de militants clandestins au Kosovo. C'est également le LPK qui prit l'initiative, en 1996, de créer l'UCK, fédérant les quelques groupes de francs-tireurs qui opéraient déjà dans le pays, principalement dans la région de la Drenica. Le plus célèbre de ces francs-tireurs, le « commandant légendaire » Adem Jashari, objet d'une véritable dévotion au Kosovo, a été tué par la police serbe le 6 mars 1999. Son cousin, M. Gani Geci, autre franc-tireur de la première heure, est resté en vie, échappant de peu à un attentat en 2001. Il n'a jamais rejoint le Parti démocratique du Kosovo (PDK), héritier direct du LPK. Issu de la famille des bajraktar — les « chevaliers de village » de l'Empire ottoman — du village de Llausha, au cœur de la Drenica, il a toujours milité dans les rangs de la LDK, puis d'une petite scission de ce parti, dont il fut député au Parlement du Kosovo lors de la précédente mandature.

« Nous étions fidèles à Ibrahim Rugova, nous n'avions jamais entendu parler du LPK, ni d'ailleurs des FARK : pour nous, le sigle UCK fédérait tous les combattants. Quand les gens du LPK sont venus de Suisse, nous les avons accueillis. Ils avaient de l'argent, promettaient des armes, mais nous avons vite compris que seul le pouvoir les intéressait. » M. Geci réfléchit un instant, dans le somptueux oda, la pièce de réception traditionnelle de son immense demeure reconstruite après la guerre, avant de lancer : « De toute façon, ils n'ont jamais combattu les Serbes. Pour cela, ils comptaient sur l'OTAN. Ils se sont uniquement battus contre d'autres Albanais pour établir leur pouvoir absolu et, depuis la fin de la guerre, ils ont mis le Kosovo en coupe réglée. »

Ces assertions sont largement confirmées par un rapport de l'OTAN datant de 2003 et récemment déclassifié, qui désigne M. Haliti comme le « parrain » du Kosovo, contrôlant l'essentiel des activités illégales, de la contrebande au trafic de drogue et à la prostitution. Cadre majeur du LPK, il était aussi notoirement connu comme un agent de la Sigurimi, les services secrets de l'Albanie stalinienne. Il est l'un des principaux chefs du « groupe de la Drenica » qui, en réalité, est identifiable aux structures dirigeantes du LPK et de l'actuel PDK.

Pour parvenir à ses fins, le PDK pouvait compter sur un puissant instrument : le Shërbimi informativ i Kosovës (SHIK), un service de renseignement dirigé par MM. Veseli et Syla. A la fin de 2009, le Kosovo a été secoué par les révélations d'un ancien agent du SHIK, M. Nazim Bllaca, qui a publiquement reconnu le meurtre d'un collaborateur albanais de la police serbe. Placé en résidence surveillée dans l'attente de son procès, M. Bllaca peut à nouveau s'exprimer dans la presse. Dans une interview accordée en janvier 2011 au quotidien Koha Ditore, il affirme que le SHIK a abattu « six cents personnes dans les mois qui ont suivi l'instauration du protectorat international, un millier en une année ».

Les langues commencent à se délier au Kosovo, du moins sur les violences commises par l'UCK contre des Albanais accusés de collaboration ou défendant une autre option politique que celle de la guérilla. En revanche, nul ne veut encore parler du sort des Serbes disparus. M. Z. Z. explique ainsi qu'à la fin de la guerre, il a été transféré du camp de Cahan vers la ville de Prizren, au Kosovo. « Je suis resté détenu plusieurs jours dans la cave d'une maison, en compagnie de sept Serbes âgés et d'un Rom. Nous étions deux prisonniers albanais du camp de Cahan, et nos geôliers nous forçaient à frapper les vieux Serbes. J'ai finalement été libéré par les soldats allemands de la KFOR, mais les Serbes avaient précédemment été emmenés vers une destination que j'ignore. »

Nous n'avons pu trouver confirmation du fait que le camp de Cahan a aussi accueilli, après la fin de la guerre, des prisonniers serbes qui auraient été destinés à alimenter un trafic d'organes. En revanche, quand Cahan abritait un centre de torture destiné aux « dissidents » de l'UCK, au printemps 1999, cette base de la guérilla était régulièrement fréquentée par les hommes des unités spéciales de l'armée américaine (5).

Voir en ligne : /2011/03/DERENS/20228

(1) La première forme est celle du nom serbe de la ville, la seconde, celle de son nom albanais.

(2) M. Haradinaj, ancien commandant de l'UCK dans l'ouest du Kosovo, a été premier ministre du Kosovo de décembre 2004 à mars 2005. Dirigeant toujours sa formation, l'Alliance pour l'avenir du Kosovo (AAK), il est actuellement détenu à la prison internationale de Scheveningen (Pays-Bas), en attente de son procès en appel devant le TPIY. En première instance, il avait été acquitté, plusieurs témoins à charge ayant été assassinés ou s'étant rétractés à l'audience.

(3) Cf. Vanja Mekterovic et Vladimir Radomirovic, « Kosovo : l'archipel des camps de l'UCK », 17 avril 2000.

(4) Carla Del Ponte, La Traque, les criminels de guerre et moi, Héloïse d'Ormesson, Paris, 2009.

(5) Ce que confirme notamment le témoignage d'un médecin australien : Craig Jurisevic, Blood on my Hands : A Surgeon at War, Wild Dingo Press, Melbourne, 2010.

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Faillite de la mission européenne au Kosovo

Des crimes impunis, un déficit extérieur colossal, une partie de la population fuyant un chômage de masse, des responsables rêvant tout haut de « Grande Albanie » : le Kosovo semble livré à ses démons. Le patronage de l'Union européenne ne lui a pas permis de décoller, et des affaires de corruption entachent la mission internationale visant à instaurer un Etat de droit.

En moins d'un an, près de cent mille Kosovars auraient tenté de rejoindre l'Union européenne. Le flux a grossi avec l'arrivée du printemps. Chaque jour, des familles entières, parents, enfants, vieillards, traversent la Serbie pour gagner la frontière hongroise. Soixante mille Albanais du Kosovo auraient demandé des passeports serbes pour obtenir un visa européen, selon les autorités de Belgrade.

« Sept ans après la proclamation d'indépendance et la mise sous tutelle du Kosovo par l'Union européenne, c'est la débâcle », nous affirme M. Andrea Capussela, qui fut jusqu'en avril 2011 directeur des affaires économiques du Bureau civil international (International Civilian Office, ICO), l'une des principales missions déployées au Kosovo. « La situation est pire qu'avant l'arrivée de la mission européenne », ajoute l'expert italien, qui vient de publier un brûlot sur la politique européenne dans les Balkans (1). Selon lui, cette situation ne met pas seulement en cause les investissements de l'Union européenne dans le pays — plus de 4 milliards d'euros sur la période 1999-2013 —, mais aussi la crédibilité de sa politique étrangère.

Depuis l'automne dernier, la responsable de la diplomatie européenne, Mme Federica Mogherini, tente d'éteindre l'incendie qui gagne la mission européenne pour l'instauration de l'Etat de droit au Kosovo (Eulex). Celle-ci, décidée en février 2008, vise à renforcer les institutions judiciaire et policière. Dotée d'un financement annuel de 111 millions d'euros, elle mobilise mille six cents personnes afin, notamment, de combattre la corruption et la criminalité organisée. Mais plusieurs de ses responsables sont soupçonnés de malversations, tandis que l'institution est accusée d'avoir couvert ces dérapages.

« Pendant un an, ils ont non seulement enterré, mais aussi compromis l'enquête », dénonce Mme Maria Bamieh, par qui le scandale est arrivé. Cette procureure britannique travaillait pour la force d'intervention indépendante chargée des affaires criminelles au sein de la mission européenne. Dans un rapport de 2012, elle a averti ses supérieurs de soupçons de corruption visant notamment deux hauts responsables : le juge italien Francesco Florit, alors président de l'assemblée des juges d'Eulex, et la procureure en chef Jaroslava Novotna. La magistrate britannique fonde ses allégations sur les écoutes de conversations téléphoniques entre l'ex-secrétaire du ministère de la santé du Kosovo, M. Ilir Tolaj, poursuivi pour corruption et fraude fiscale en 2010, et des intermédiaires. Ceux-ci l'assuraient être en contact avec ces deux juges, capables de se montrer compréhensifs (2)…

« Nos chefs dînent avec des mafieux »

La procureure évoque d'autres cas de compromission en lien avec Eulex. En particulier ceux concernant le très influent Fatmir Limaj, ancien ministre des transports, inculpé pour crime organisé et détournement de fonds, ou M. Enver Sekiraqa, un petit chef mafieux de Pristina mis en cause dans une affaire d'attentat à la bombe. Mais, curieusement, son rapport disparaît et aucune suite n'est donnée.

En octobre 2014, le principal quotidien du Kosovo, Koha Ditore, se procure des éléments du dossier et obtient un entretien avec Mme Catherine Fearon, la conseillère politique du nouveau chef d'Eulex, l'Italien Gabriele Meucci. Le journaliste Vehbi Kajtazi affirme que, lors de leur entrevue, Mme Fearon l'a sommé de livrer ses sources et l'a menacé de poursuites judiciaires. En dépit de ces pressions, le journal commence à publier une enquête dans son édition du 27 octobre 2014. Ces révélations provoquent la suspension… de Mme Bamieh ! « Epuisement au travail », décrète M. Meucci, qui reproche aussi à la Britannique d'avoir donné des informations aux médias. Rentrée depuis à Londres, Mme Bamieh accuse ses supérieurs d'être trop proches de puissants hommes politiques au cœur d'enquêtes criminelles : « Comment pouvons-nous remplir notre mission quand nos chefs dînent avec des mafieux et des politiciens kosovars soupçonnés de corruption ? »

Devant le scandale, Mme Mogherini ordonne une enquête, confiée au professeur Jean-Paul Jacqué, ancien directeur de l'Institut des hautes études européennes de Strasbourg. Cet expert en droit international a dirigé entre 1992 et 2008 le service juridique du Conseil des ministres de l'Union européenne, l'institution qui a mandaté Eulex. Dans son rapport, rendu public le 14 avril dernier, il ne considère pas qu'une affaire aurait été étouffée ; il invoque plutôt une série d'erreurs administratives. Bruxelles n'a pas été suffisamment informé du document détaillant les soupçons au sein d'Eulex, et ses cadres supérieurs auraient tardé à enquêter car ils ne trouvaient pas le contenu des interceptions téléphoniques « particulièrement crédible ». Il juge pourtant qu'une enquête « aurait dû être ouverte dès le départ », après l'avertissement de Mme Bamieh à sa hiérarchie. Evoquant les menaces contre Kajtazi (3), Jacqué estime que la conseillère du chef de la mission « a mis en garde le journaliste contre la divulgation d'informations concernant des cas criminels, puisque ce serait une infraction en vertu de la loi kosovare ».

Pour Kajtazi, on ne peut pas considérer le rapport de Jacqué comme indépendant : « Il conclut que je n'ai pas été l'objet de menaces. Il s'agirait d'une erreur de communication. La vérité est que la mission Eulex m'a bien menacé de poursuites si je venais à publier un article », nous affirme le journaliste. « Jacqué a essayé de minimiser la possibilité que la mission soit impliquée dans la corruption. »

Le rapport se démarque néanmoins du discours officiel des institutions européennes, qui présentent la mission au Kosovo comme un modèle de reconstruction. Le professeur constate de graves dysfonctionnements au sein de la représentation de l'Union et décrit une corruption « omniprésente » dans le pays, en précisant que « le secteur judiciaire ne fait pas exception ». Sept ans d'une action visant à restaurer l'Etat de droit n'ont pas suffi à éradiquer les prévarications, mais « il devait être néanmoins possible d'établir les fondations d'un système capable de combattre la corruption ». Selon lui, Eulex — dont le mandat s'achève en 2016 — perdra son sens si on ne parvient pas à la réformer. Mais son retrait lui apparaît prématuré, car le système judiciaire local ne semble pas capable de traiter certaines affaires.

Dans une lettre ouverte à Jacqué, Mme Bamieh juge son rapport décevant et imprécis. Elle y voit davantage une note interne qu'un travail indépendant. « Les transcriptions [des écoutes] indiquent que l'argent a bien été versé », souligne-t-elle. Elle déplore que l'enquête ne concerne pas la procureure en chef Novotna. Elle regrette en outre que celle visant M. Florit n'ait été lancée qu'en 2013, après la réception d'informations provenant des services de renseignement allemands, et non sur la base de son propre rapport interne, transmis à ses supérieurs en 2012. Elle cite également les noms d'anciens collègues qui l'ont soutenue et qui ont dû quitter Eulex.

Après les errements du Tribunal pénal international pour l'ex-Yougoslavie (TPIY) (4), et toujours dans l'attente de suites judiciaires au rapport du procureur américain Clint Williamson sur les trafics d'organe et les crimes de l'Armée de libération du Kosovo (UCK) (5), l'affaire Bamieh révèle l'ampleur des compromissions européennes : « On parle de la corruption, du crime organisé, mais on ne dit jamais que c'est un régime autoritaire semi-consolidé que nous avons créé, et qu'une élite de criminels issue de l'UCK vole l'argent public et s'accroche au pouvoir », s'enflamme M. Capussela, qui a travaillé durant quatre ans pour l'Union européenne au Kosovo.

Principale force de la guérilla soutenue par les Occidentaux dans le conflit de 1999, l'UCK a pris le pouvoir après les bombardements de l'Organisation du traité de l'Atlantique nord (OTAN) et la capitulation de la Serbie. Les enquêtes de la procureure du TPIY, Mme Carla Del Ponte, puis de M. Dick Marty, au nom du Conseil de l'Europe, ont montré que cette milice s'était livrée à des exactions contre des civils serbes ou roms et contre ses opposants politiques albanais. Une partie de ces meurtres, enlèvements, séquestrations et tortures ont eu lieu dans les premières années de l'après-guerre, en présence des troupes de l'OTAN et de la Mission d'administration intérimaire des Nations unies au Kosovo (Minuk), dont le Français Bernard Kouchner fut le premier dirigeant.

« La mission n'était pas capable de défendre les civils », estime M. Christopher Decker, venu au Kosovo en 1999 comme membre de l'International Crisis Group, avant de rejoindre l'Organisation pour la sécurité et la coopération en Europe (OSCE). « La police de l'ONU était mal équipée et pas du tout préparée. C'était facile pour l'UCK de se livrer à la violence », explique cet Américain qui a passé douze ans sur place. « La communauté internationale répète les mêmes erreurs : on intervient militairement, puis on laisse des éléments criminels prendre le pouvoir, ce qui empêche l'instauration de l'Etat de droit », se désole-t-il.

Dès le début, on a épargné l'élite locale, les « gros poissons », car cela pouvait déranger l'ordre établi et provoquer une instabilité. Mme Del Ponte affirme non seulement que les plus hauts dirigeants de l'UCK représentaient un danger pour l'accomplissement de sa mission, mais aussi qu'ils pouvaient mettre en péril tout l'édifice du processus de paix dans les Balkans : « Hashim Thaçi [premier ministre de 2008 à 2014] et Agim Ceku [de 2006 à 2008] étaient en mesure de déclencher des violences en Macédoine, dans le sud de la Serbie et dans d'autres régions, en appelant les minorités albanaises rebelles aux armes (6). »

« Au début, j'étais surpris par la négligence, l'incompétence et la paresse qui régnaient au sein de la mission. J'ai compris plus tard que des choix politiques expliquaient en partie cette attitude », raconte M. Capussela. « Ceux qui voulaient européaniser le Kosovo se sont balkanisés », estime le politiste kosovar Belul Beqaj. S'y ajoute une culture de l'impunité propre à toutes les missions internationales, puisque leurs membres échappent aux poursuites judiciaires. « Leurs employés ne sont pas justiciables. Les pays ne veulent pas que leurs représentants nationaux soient jugés », nous explique Mme Sian Jones, spécialiste du Kosovo à Amnesty International.

Poursuites contre des innocents

Dans son livre, M. Capussela dresse une liste des défaillances flagrantes d'Eulex, qu'elles soient économiques, financières ou relatives aux droits humains. Ainsi, la mission n'a pas enquêté sur les affaires de corruption liées aux privatisations (télécommunications, ciment), aux constructions de routes, à l'expropriation des terres, à la fraude électorale, à l'intimidation des journalistes, aux assassinats politiques, ni sur certains crimes de guerre.

Pis, Eulex a parfois poursuivi des innocents. La mission a par exemple gardé en détention pendant quatre mois le gouverneur de la banque centrale sans révéler les charges pesant contre lui — qui furent abandonnées par la suite. Pour l'économiste italien, qui a alerté Eulex sur des accusations qu'il jugeait peu crédibles, l'homme a été arrêté parce qu'il s'opposait aux intérêts de personnages puissants.

Avec la corruption et l'impunité qui règnent au Kosovo, les tensions montent. Les politiciens, l'homme fort du pays Hashim Thaçi en tête, détournent l'attention vers l'extérieur : « Grâce à leurs réseaux, ils peuvent provoquer des émeutes en Macédoine, où la situation est très instable, contre les Serbes du Kosovo, ou contre les représentants de l'Union, estime M. Capussela. Ils enverraient ainsi un message à Bruxelles et à Washington : “Vous franchissez la ligne rouge.” » Pour M. Decker aussi, la classe dirigeante kosovare sait tirer parti de la violence : « S'il n'y avait pas eu d'émeutes en 2004 [contre les Serbes et les autres minorités], il n'y aurait pas eu autant de pressions pour l'indépendance. »

L'incapacité d'Eulex, après celle de la Minuk, à établir une justice fonctionnelle ne pose pas seulement la question des investissements européens dans la mission — plus d'un milliard d'euros —, mais aussi celles du respect des droits des citoyens kosovars et du maintien de la paix dans la région.

Voir en ligne : /2015/06/OTASEVIC/53059

(1) Andrea Lorenzo Capussela, State-Building in Kosovo : Democracy, Corruption and the EU in the Balkans, I. B. Tauris, Londres, 2015.

(2) Julian Borger, « EU's biggest foreign mission in turmoil over corruption row », The Guardian, Londres, 7 novembre 2014.

(3) « Un journaliste d'investigation menacé par la mission européenne au Kosovo », Reporters sans frontières, 31 octobre 2014.

(4) Lire Jean-Arnault Dérens, « Justice borgne pour les Balkans », Le Monde diplomatique, janvier 2013.

(5) « Statement by the Chief Prosecutor of the Special Investigative Task Force (SITF) on investigative findings », 29 juillet 2014. A partir de ce rapport, le Parlement du Kosovo avait jusqu'à la fin mai pour mettre en place le tribunal spécial devant juger ces crimes, qui sont hors du mandat du TPIY.

(6) Carla Del Ponte, La Traque, les criminels de guerre et moi, Editions Héloïse d'Ormesson, Paris, 2009.

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Colombian president ends university autonomy policy, granting police access to campuses

A little over a month into his term, far-right President Abelardo de la Espriella continues to advance a security agenda that often conflicts with certain rights historically won by Colombians.

This time, De la Espriella has signed a decree allowing police access to university campuses. In several Latin American countries, the prohibition of police access to universities has been established through student struggle to prevent abuses by authorities against student movements.

Thus, universities have historically become places where students seek refuge from repression, arrest, and regroup during times of intense social mobilization.

This was evident during the 2021 protests, known as the “National Strike,” in which students, workers, left-wing political parties, young people, and others took to the streets to protest against the right-wing government of Iván Duque. The mobilization, which lasted several months, was considered a true “social upheaval,” and many experts have seen in it the consolidation of a democratic alternative (the government of Gustavo Petro) to decades and decades of right-wing rule.

During these protests, universities became hubs of popular mobilization, driven primarily by the youngest members of society. On university campuses, protesters were able to regroup, defend themselves against police repression, and coordinate new demonstrations – among other things – always protected by the fact that police are barred from entering university grounds.

De la Espriella calls popular protests “terrorism”

Clearly, De la Espriella seeks to nip this possibility in the bud – that is, to prevent universities from once again becoming coordination centers for the protests. Many have speculated that the president is signing this decree precisely because he knows that his radical neoliberal agenda could spark major protests, and in this way, he hopes to proactively undermine the protest movement.

Read more: One month of De la Espriella’s administration in Colombia

Whether or not this is De la Espriella’s primary intention, only time will tell. What is certain is that the president views university autonomy as an obstacle to the implementation of his security agenda, which also includes curtailing the ability of informal opposition political groups to participate in public life.

“Under no circumstances will I allow public universities to continue to be sanctuaries of violence. I respect and guarantee peaceful protest, but I will not allow universities to continue to be used as sanctuaries of vandalism and crime,” said De la Espriella on X.

Furthermore, true to his combative rhetoric, he compared social protests to terrorism – a common trope in the historical discourse of the Colombian right: “University autonomy is not a blank check for impunity: I have issued precise instructions for a national protocol of action that allows us to distinguish between the legitimate exercise of protest and acts of violence, flagrant offenses, danger, or extraordinary disturbances of public order that require intervention by the authorities. The university is for knowledge and ideas, not to serve as a refuge for violence and terrorism.”

A violation of the Constitution

However, the opposition has viewed this decision as a serious attack on university autonomy. Ana Erazo, a member of the House of Representatives from Valle del Cauca, wrote: “It is an ATTACK ON UNIVERSITY AUTONOMY and a direct threat to the young people at the country’s public universities. With this, Mr. Abelardo de la Espriella is beginning to reveal what could become a BRUTAL RETALIATION against the student movement, against its ability to organize and mobilize, and against thousands of young people who historically have not supported his political agenda.”

Some universities have joined in this criticism. One of them is the National Pedagogical University, whose academic council stated that in the past, “the serious consequences of resolving conflicts within public universities through militarization have been demonstrated on repeated occasions.” Furthermore, the council stated that university autonomy is one of the pillars of Colombian democracy, along with freedom of thought and research, among other things. Losing autonomy means jeopardizing these values of the republic, it stated.

For his part, former presidential candidate Iván Cepeda said that De la Espriella’s measure contradicts Article 69 of the Constitution, which guarantees university autonomy. Regarding the announcement, Cepeda also said: “Such an announcement is not only an affront to university autonomy. It also demonstrates, once again, the authoritarian and despotic nature of De la Espriella, who seeks to stigmatize, persecute, and violate the rights of Colombian youth and the university community. Colombia has not forgotten the victims of police abuse during the National Strike, nor the history of security forces intervening on university campuses, resulting in student deaths. Young people cannot once again be persecuted or treated as an internal enemy and an enemy of the state.”

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