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Albufeira recebe o futuro do Ténis de Mesa Português

Albufeira recebeu, de 23 a 25 de outubro, jovens atletas de 13 associações do país para o Torneio Interassociações Regionais de Ténis de Mesa. A competição reuniu provas por equipas e de singulares nos escalões de sub-15 e sub-19 e contou com a presença do vice-presidente da Câmara Municipal de Albufeira, Jorge Carmo. Seleções do […]

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Non c’è difesa senza Europa, non c’è Europa senza difesa. Scrive Nones

Il quadro strategico internazionale è sempre più preoccupante, ma non sono molti a rendersene conto e ancora meno ad ammetterlo. Nelle autocrazie questo è scontato, ma anche nei Paesi democratici le numerose scadenze elettorali sembrano frenare ogni spinta ad ammettere i crescenti rischi e la necessità di accettare realisticamente i possibili rimedi.

Su molti di questi ultimi pesa l’imbarbarimento del dibattito politico sui temi interni e sul loro approccio alle relazioni internazionali. Ancora una volta gli Stati Uniti sono stati la guida, questa volta negativa, del mondo occidentale e hanno condizionato, direttamente e indirettamente, lo scenario europeo.

I Paesi europei, a loro volta, portano la responsabilità di essersi fatti cogliere impreparati di fronte a questo vero e proprio cataclisma che ha colpito il sistema internazionale. Inutile, ma non per questo meno necessario, sottolineare che con un minimo di lungimiranza avremmo dovuto e potuto costruire nel tempo la strumentazione necessaria per navigare anche in acque agitate oltre che in quelle calme. 

La nostra grande contraddizione è che per superare il vero grande male europeo, il nazionalismo tradizionale dei singoli Paesi, si sarebbe dovuto costruire un nazionalismo paneuropeo basato sulla prioritaria tutela degli interessi collettivi europei e non proporre un “salto nel vuoto” in nome di un’Unione europea che non è riuscita a conquistare il cuore dei suoi cittadini, contenti di utilizzarne i vantaggi ma poco disposti ad accettarne gli oneri. Un’Unione che i vertici politici degli Stati membri, indipendentemente dal colore politico, non hanno voluto si espandesse dal mercato alla governance istituzionale e alle relazioni internazionali (e conseguentemente alle politiche di difesa e sicurezza).

Oggi di fronte alla necessità di fare scelte difficili ed inevitabilmente impopolari, la carenza più grave è la mancanza della consapevolezza che non c’è difesa senza Europa e non c’è Europa senza difesa.

Pochi esempi lo dimostrano e dovrebbero essere utilizzati per contrastare la diffusa illusione che sia ancora possibile una risposta “nazionale” ai problemi che ogni giorno, sempre di più, devono affrontare governi e parlamenti nazionali e gli stessi cittadini europei.

Le sorti del mondo sono sempre più nelle mani di tre grandi potenze (a cui cercano di aggiungersene alcune medie) che sono tali sul piano politico, economico e militare. L’Europa non c’è perché lo è solo su quello economico. Non tutti la riconoscono sul piano politico e nessuno su quello militare.

In questi settant’anni dalla firma dei Trattati di Roma l’Unione è stata presentata come un nuovo “animale istituzionale”: una costruzione giuridica e politica unica nella storia perché non è uno Stato sovrano federale, come gli Stati Uniti, ma non è nemmeno una semplice organizzazione internazionale o confederazione di Stati. Allegoricamente è stata spesso definita come un “ircocervo” (un animale mitologico metà becco e metà capra), proprio per sottolineare la sua natura ibrida e senza precedenti. Questo pregio oggi rischia di metterne a repentaglio la sopravvivenza perché si è aperta la caccia e le uniche due categorie sono i “predatori” e le “prede”.

L’ironia della sorte vuole che il primo Paese a non riconoscere un ruolo all’Europa sia proprio il suo principale alleato, gli Stati Uniti. Negli ultimi due anni non si contano le occasioni in cui ha dovuto subire la prepotenza dell’amministrazione Trump e pagare i costi delle sue scelte, dai dazi ai danni provocati dalle sue avventure politiche e militari (come la gestione della crisi israelo-palestinese e la richiesta di pagamento europeo delle forniture militari americane all’Ucraina e, da ultimo, l’attacco all’Iran con la chiusura dello Stretto di Hormuz e la conseguente impennata del prezzo del gas e del petrolio).

Non ci sono alternative per l’Europa: cominciare seriamente a diventare una “potenza” come le altre o diventare un loro terreno di conquista. La responsabilità della scelta spetta ai principali Paesi europei perché sono gli unici a disporre, insieme delle risorse necessarie, ma che devono trovare il coraggio per andare avanti sulla strada del riconoscimento del prevalente interesse comune. L’avvenuto allargamento dell’Unione (per altro non ancora concluso) impone la Cooperazione Strutturata Permanente come unico strumento disponibile nell’Unione per integrare non solo le loro politiche di difesa, ma, anche e prima, quelle internazionali. E, forse, per arrivarci più velocemente, la strada migliore potrebbe essere quella di un preliminare accordo intergovernativo fra i Paesi “willing and able” (compreso il Regno Unito), al di fuori ma non contro l’Unione.

Qualsiasi passo avanti in questa direzione espliciterebbe agli occhi dei cittadini europei che l’integrazione europea non è una scelta, ma una necessità.

La maggiore minaccia militare (tradizionale, ibrida, terroristica) è oggi rappresentata da quella proveniente dall’aria, come chiaramente dimostrato dall’esperienza della guerra condotta dalla Russia contro l’Ucraina e dei ripetuti e variegati scontri militari in Medio Oriente. Con l’avvento dei droni e delle nuove tipologie di missili, insieme al loro maggiore utilizzo anche da piattaforme aree, nonché l’interazione fra queste tre categorie di armamenti, è diventato prioritario lo sviluppo di una capacità di difesa in grado di contrastare ogni possibile forma di attacco dall’aria. Non va, inoltre, sottovalutato il rischio che, nell’attuale spirale di progressivo mancato rispetto di impegni e accordi internazionali e di indebolimento degli strumenti faticosamente costruiti negli ultimi ottanta anni per cercare di gestire la governance del sistema internazionale, possa venire coinvolto direttamente (e non solo indirettamente) il dominio spaziale.

La forza intrinseca di questa minaccia è che può arrivare da qualsiasi direzione e da qualsiasi quota (dallo spazio extra-atmosferico a pochi metri di altezza) con armamenti che possono raggiungere velocità elevatissime. Per difendersi serve quindi un sistema in grado di tenere sotto costante controllo vastissime aree del pianeta e dello spazio e di contrastare ogni tipologia di vettore il più lontano possibile dai presumibili obiettivi, assumendo tempestivamente ogni decisione operativa.

Non a caso si fa riferimento ad una cupola di difesa la cui circonferenza di base deve necessariamente includere tutti i Paesi che vi rientrano. L’unico Paese che fino ad ora lo ha sviluppato, su scala ridotta, è Israele (con l’aiuto americano), mentre gli Stati Uniti sono attualmente impegnati in un gigantesco sforzo per realizzarlo. L’Europa, invece, è ancora una volta molto indietro e sta marciando in ordine sparso. Non occorre essere fini esperti di strategia, ma semplici conoscitori elementari di geografia, per comprendere che una vera cupola di difesa dell’Europa deve comprendere una pluralità di Paesi dove collocare i sistemi di avvistamento e di contrasto avanzato, prevedendo anche un consistente impiego anche di mezzi navali e assetti spaziali per completare efficacemente la cintura di protezione sulla frontiera marittima e spaziale. E, ovviamente, serve anche un sistema avanzatissimo di comunicazione e di comando e controllo, nonché un accordo politico per gestire l’intera cupola.

Quindi un sistema molto costoso che richiede un grande sforzo tecnologico e industriale e una base solida e condivisa sul piano giuridico, istituzionale, militare: nessun Paese europeo, nemmeno i più grandi e ricchi, può seriamente pensare di arrivarci da solo e nemmeno con un semplice programma comune.

Una cupola di difesa europea dimostrerebbe concretamente ai cittadini europei quanto è importante l’Europa non solo per continuare a beneficiare dei vantaggi attuali, ma anche e soprattutto per metterli al riparo dalle crescenti minacce e assicurare la loro protezione e libertà e quella dei loro figli.

Nell’ultimo quindicennio uno dei principali problemi politici e sociali dell’Europa è stato quello dell’immigrazione, troppo spesso irregolare. Complici i conflitti più o meno dichiarati e la maggiore instabilità internazionale, ma anche le esigenze di una popolazione sempre più vecchia e restia a svolgere le mansioni più semplici e, infine, la sua conformazione e collocazione geografica, l’Europa (compreso il Regno Unito) è diventata la meta di circa 25-30 milioni di persone. Nel solo 2024 si stima l’arrivo di più di 4 milioni di immigrati extra-europei. La libera circolazione dei cittadini europei ha comportato due problemi: Le diverse politiche nazionali di riconoscimento della cittadinanza hanno favorito il movimento interno all’Unione degli immigrati regolarizzati. L’abolizione dei sistematici controlli alle frontiere interne dell’Unione ha favorito il movimento anche degli immigrati irregolari.

Questo quadro già complicato è stato aggravato dall’immigrazione irregolare via mare che ha coinvolto alcuni Stati membri e, in particolare, quelli che si affacciano sul Mediterraneo, fra cui l’Italia. Qui, infatti, qualsiasi “respingimento” sui confini marittimi dell’Unione comporta il rischio di mettere a repentaglio la vita di immigrati e loro famiglie. Ma una volta entrati nel territorio dell’Unione, è necessario individuare quanti devono essere riconosciuti come “profughi” e solo per gli altri può essere organizzato il ritrasferimento verso i Paesi di origine (a condizione che vi siano specifici accordi). Quanto ai “profughi”, la loro equa distribuzione fra gli Stati membri continua ad essere disattesa.

Nel complesso una situazione caotica che potrebbe essere gestita decentemente solo a livello europeo con criteri comuni sui criteri per la selezione e regolarizzazione degli immigrati, ma anche con sforzi comuni per limitare al massimo l’arrivo di immigrati irregolari. In quest’ottica solo l’Unione europea potrebbe avere la forza politica, economica ed operativa per realizzare propri campi profughi in alcuni Paesi della sponda sud del Mediterraneo (da cui per altro partono, compresi quelli che vi sono arrivati irregolarmente). In questi campi europei potrebbero essere concentrati gli immigrati intercettati in mare per poi procedere alla individuazione degli aventi diritto. I Paesi ospitanti potrebbero beneficiare dell’investimento europeo in termini di servizi (cibo, acqua, energia), di ospitalità del personale europeo impiegato per i controlli e per il mantenimento dell’ordine all’interno dei campi e di sorveglianza svolta dalle loro forze di sicurezza all’esterno, nonché di gestione del ritorno ai Paesi di origine di quanti respinti.

Questa soluzione avrebbe anche un forte effetto deterrente nei confronti dei flussi migratori irregolari e del traffico di esseri umani perché evidenzierebbe meglio la volontà europea di contrastare l’immigrazione irregolare e consentirebbe di conciliare i principi etici che caratterizzano il Vecchio Continente con una gestione dell’immigrazione che limiti l’allarme sociale che rischia di minare le basi della società europea e di quelle nazionali.

Anche in questo caso solo l’Europa potrebbe collettivamente farci uscire dall’attuale spirale perversa con cui tutti gli Stati membri si stanno misurando e dimostrare ai suoi cittadini la validità di una sua maggiore, e non minore, integrazione.

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La Liaoning attraversa le Filippine. Il messaggio strategico della Cina

La portaerei cinese Liaoning, accompagnata da tre unità di scorta, ha attraversato il 22 ottobre le acque dell’arcipelago filippino, sta raggiungendo lo Stretto di Basilan prima di dirigersi verso il Mare delle Filippine. Il movimento, monitorato dalle forze navali di Manila, rappresenta un nuovo episodio della crescente proiezione militare cinese nell’Indo-Pacifico, con implicazioni che superano le controversie territoriali nel Mar Cinese Meridionale.

Secondo un’analisi dell’Institute for the Study of War e dell’American Enterprise Institute, la manovra potrebbe aver simulato l’attraversamento della first island chain, la cintura geografica che collega Giappone, Taiwan e Filippine e costituisce un elemento centrale della pianificazione strategica americana nella regione. La capacità di operare oltre questa barriera consentirebbe alla marina cinese di esercitare pressione sulle linee di comunicazione marittima e, in uno scenario di conflitto, contribuire all’isolamento di Taiwan o delle stesse Filippine.

La navigazione della Liaoning assume particolare rilevanza nel contesto delle pressioni esercitate da Pechino su Manila per le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale. Non si tratta necessariamente di una preparazione operativa immediata: le autorità militari filippine hanno descritto il transito come parte delle periodiche esercitazioni cinesi, escludendo motivi di allarme. Tuttavia, la dimostrazione di capacità navali contribuisce a modificare il quadro strategico entro cui si sviluppa la competizione regionale.

È in questo contesto che acquista significato la posizione espressa dalla ministra degli Esteri filippina Maria Theresa Lazaro in una recente intervista a Formiche.net. Lazaro ha sottolineato l’importanza della maritime domain awareness, ossia della capacità di monitorare e comprendere le attività negli spazi marittimi, indicando nella cooperazione con i partner europei, Italia compresa, uno strumento per rafforzare la sicurezza regionale. Una prospettiva che combina maggiore capacità di sorveglianza, diversificazione dei partenariati e mantenimento del dialogo diplomatico con Pechino.

Il movimento della Liaoning si inserisce inoltre in una competizione militare sempre più multidominio. Mentre la Cina accusa Washington di alimentare una possibile corsa agli armamenti spaziali, continua a sviluppare capacità satellitari, dual-use e controspaziali potenzialmente utilizzabili contro i sistemi americani e alleati. La superiorità navale dipende infatti sempre più dall’integrazione tra piattaforme marittime, intelligence, comunicazioni e infrastrutture orbitali.

La questione strategica non riguarda dunque soltanto dove possano arrivare le portaerei cinesi, ma quanto Pechino sia in grado di trasformare questa mobilità in capacità di condizionamento regionale, mettendo alla prova la resilienza delle Filippine e la credibilità della presenza americana nell’Indo-Pacifico.

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La guerra sotto il mare è già iniziata. La sfida della sicurezza nei fondali

Il 25 dicembre 2024 la petroliera Eagle S trascinò l’ancora nel Golfo di Finlandia, danneggiando un interconnettore elettrico e quattro cavi per le telecomunicazioni. La vicenda, arrivata davanti ai giudici di Helsinki, mostra quanto sia complesso attribuire le responsabilità. È uno dei casi raccontati da Elisabeth Braw in The Undersea War, volume presentato all’Associazione della Stampa Estera di Roma durante un incontro organizzato da Formiche e Airpress, con la moderazione di Flavia Giacobbe.

Conoscere per proteggere

Ad aprire i lavori è stato l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, capo di Stato maggiore della Marina militare, che ha richiamato il cambiamento delle condizioni di sicurezza dei fondali. Per lungo tempo la profondità del mare è stata considerata una protezione naturale, ma lo sviluppo tecnologico ha reso accessibili aree un tempo difficilmente raggiungibili, aumentando l’esposizione delle infrastrutture sottomarine. Da qui la necessità di rafforzare le capacità di sorveglianza. “Non possiamo proteggere quello che non conosciamo”, ha osservato, richiamando l’operazione Fondali sicuri, il coordinamento con la Nato e il ruolo del Polo nazionale della dimensione subacquea. Per Berutti Bergotto, “la cooperazione è la prima forma di deterrenza”, fondata sulla condivisione delle informazioni e su procedure comuni.

Tra sabotaggio e diritto del mare

Per oltre un secolo i fondali hanno garantito collegamenti affidabili proprio grazie alla loro relativa inaccessibilità. Una condizione ormai superata, come ha spiegato Elisabeth Braw, secondo cui “non possiamo più dare per scontato che i fondali marini siano sicuri”. Vi operano flotte sottomarine in espansione, sistemi autonomi e nuove attività estrattive. La competizione riguarda anche chi costruisce i cavi e autorizza il loro passaggio, fra rivalità sino-americane e controversie nel Mediterraneo orientale. Resta soprattutto la difficoltà di distinguere un incidente da un’azione deliberata, come dimostrato dalla vicenda della Eagle S, nella quale “le autorità finlandesi hanno dovuto decidere che cosa fare”, ha ricordato l’autrice.

Sul versante giuridico, Francesco Paolo Bello, managing partner di Deloitte Legal, ha richiamato proprio il caso Eagle S e i limiti della giurisdizione nelle zone economiche esclusive. Individuare la nave responsabile di un danneggiamento non basta a dimostrare un sabotaggio né a ottenere una condanna. Bello ha proposto un riconoscimento specifico delle infrastrutture sottomarine critiche, maggiori obblighi per gli Stati di bandiera e accordi che rafforzino la protezione nelle Zee. Tra autorità e operatori vanno inoltre chiariti compiti investigativi e costi delle riparazioni.

Le tecnologie e la filiera italiana

La tecnologia ha contribuito a rendere accessibili profondità prima considerate sicure, ma offre anche gli strumenti per proteggerle. È la prospettiva illustrata da Gabriele Maria Cafaro, executive vice president Underwater di Fincantieri, che ha sottolineato la necessità di sviluppare soluzioni interoperabili, integrando robotica, intelligenza artificiale e sensori, dalla manutenzione alla protezione. In questa direzione va anche l’acquisizione di Next Geosolutions, specializzata nelle ispezioni dei fondali, considerate essenziali per migliorarne la conoscenza.

Il monitoraggio dei cavi può diventare esso stesso uno strumento di sicurezza. Roberto Candela, amministratore delegato di Electrical and Optical Sensing Solutions di Prysmian, ha spiegato come variazioni di temperatura e altri segnali, un tempo destinati alla manutenzione, possano rivelare possibili intrusioni. Un guasto può essere localizzato in tempo reale con precisione di un metro, riducendo le riparazioni da mesi a poche settimane. Resta da stabilire come gestire e condividere la crescente quantità di dati raccolti.

Investimenti e capacità operative

Nelle conclusioni, il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago ha richiamato il vantaggio dell’Italia per posizione geografica e competenze industriali, insistendo sulla necessità di facilitare l’accesso ai capitali delle imprese più piccole. “Il nostro sistema Paese deve avere maggiore accesso ai capitali per poter crescere”, ha affermato, invitando anche i fondi di investimento a guardare con maggiore attenzione al comparto della difesa. Nei nuovi domini, ha sostenuto, “il meccanismo è invertito”, con un ruolo crescente dell’iniziativa privata in quella che ha definito una “partnership privato-pubblico”. Fra le prospettive indicate, sciami di droni per la sorveglianza continua delle infrastrutture e data center sottomarini raffreddati naturalmente dall’acqua. Un’evoluzione che, per il sottosegretario, richiederà di valorizzare la filiera nazionale e il contributo della Marina militare e del Polo nazionale della dimensione subacquea.

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RTVE suspende la emisión de Valle Salvaje y La Promesa en La 1 este miércoles 28 de octubre

La 1 no emitirá nuevos capítulos de las series diarias Valle Salvaje y La Promesa este miércoles 28 de octubre. El motivo no es otro que el accidente ferroviario entre Urda y Los Yébenes en Toledo, confirma el departamento de comunicación de RTVE a través de X. De esta manera, el primer canal de TVE pospone el estreno del capítulo 513 de Valle Salvaje y el capítulo 936 de La Promesa, que La 1 habría programado para este miércoles 28 de octubre a las 17.45 y 18.35 horas respectivamente. No es el único cambio significativo en la programación de La 1 con motivo del accidente ferroviario.

Además de la supresión de los seriales de época Valle Salvaje y La Promesa, La 1 tampoco emitirá Malas lenguas ni Aquí la Tierra este miércoles 28 de octubre. En su lugar, Directo al grano cogerá el relevo de la primera edición del Telediario con Alejandra Herranz. El magacín que presentan Marta Flich y Martín Barreiro ampliará su emisión desde las 16.00 hasta las 18.30 horas. Le seguirá un especial informativo hasta las 21.00 horas, momento en que empezará la segunda edición del Telediario con Pepa Bueno. La 1 tampoco emitirá el espacio de humor y entrevistas La revuelta, ni el concurso El túnel.

Valle Salvaje, avance del capítulo 513, que La 1 pospone 'sine die'

La preocupación por Bárbara pasa a mayores y Atanasio le hace una petición a la Salcedo que le va a costar más de lo que imagina. Mientras, tras la visita de Rafael, Luisa acude a Rosalía y le pide que use su influencia sobre el duque para salvar a Alejo… ¿aceptará ayudarla?

La Promesa, avance del capítulo 936, que La 1 pospone 'sine die'

Lorenzo convence a Ciro de no echarse atrás con las estafas. Si reculan, resultará incluso más sospechoso. Tomasa felicita a Candela por plantarse ante Simona, y le azuza para que no baje su hostilidad. Ricardo y Cristóbal se muestran rabiosos por que Julio haya salido indemne del sabotaje de la boda, Teresa, testigo, calla. Julieta intenta hablar con Manuel de un cobro irregular de los manuales, pero él la esquiva.

Curro dice que vigilará a Beni para dar con Pía, y Manuel se ofrece a ayudar. Máximo cuenta a Leocadia que Ángela rechazó su palacio; ella está orgullosa de la integridad de su hija. Casilda sorprende a Jacobo discutiendo con Adriano y Martina. Quiere pasear con ella, pero ésta declina la oferta y la pone en su sitio cuando juzga su personalidad. Jacobo tiene un plan para que su padre acepte su boda: contarle que está embarazada. Martina lo está valorando cuando llega Adriano.

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Endesa mejora sus beneficios un 14,7% hasta septiembre: 1.962 millones de euros

Sede de Endesa

La compañía Endesa ha presentado hoy el balance de resultados durante los nueve primeros meses del año. El beneficio neto logrado alcanza los 1.962 millones entre enero y septiembre, lo que supone una mejora del 14,7 % respecto al mismo periodo de 2025. De esta manera, Endesa se acerca al objetivo que la energética se había marcado para todo el ejercicio de superar los 2.400 millones de beneficio neto durante este año.

Si se observa el beneficio neto ordinario hasta septiembre, este creció un 22 % hasta los 2.125 millones de euros, mientras que los ingresos repuntaron un 9 % hasta los 17.389 millones. Según los resultados presentados a la Comisión Nacional del Mercado de Valores (CNMV), el resultado bruto de explotación o ebitda aumentó hasta septiembre un 8,4 % respecto al mismo periodo de 2025, hasta alcanzar 4.577 millones de euros.

Endesa señala que acelera su esfuerzo inversor para "capturar las oportunidades de la electrificación": las inversiones brutas crecen un 19% hasta 1.622 millones de euros, con la red de distribución como principal vector con un alza interanual del 42 %.

Los negocios regulados, fundamentalmente redes y generación extrapeninsular, aportan ya el cerca del 50 % del ebitda frente a un 40 % el año anterior, lo que, según explica la empresa, mejora la visibilidad y predictibilidad de la compañía.

El negocio de distribución registró un beneficio operativo de 1.747 millones de euros, un 24,8 % más y su margen bruto aumentó un 20,2 %, hasta los 2.196 millones, impulsado por el nuevo marco regulatorio en vigor desde el 1 de enero de 2026 y las regularizaciones correspondientes a ejercicios anteriores. El ebitda conjunto de generación y comercialización creció un 3 %, hasta 2.889 millones de euros.

Reducción de costes

Por su parte, los costes fijos ajustados, excluida una provisión de 202 millones de euros asociada a la reestructuración de la plantilla, disminuyeron un 8 % hasta los 1.481 millones de euros.

Asimismo, la compañía generó un flujo de caja de 3.500 millones hasta septiembre de 2026, que permitió financiar en gran medida las inversiones y destinar 2.600 millones de euros a remunerar a los accionistas, incluyendo el pago de dividendos y alrededor de 900 millones del programa de recompra de acciones.

La deuda financiera neta fue de 11.187 millones de euros, 1.100 millones más que al cierre de 2025, aunque la ratio de deuda financiera sobre ebitda se mantuvo estable en 1,8 veces y dispone de 6.900 millones de euros de liquidez, suficientes para 17 meses de vencimiento de deuda.

Crecimiento de la demanda y centros de datos

Endesa señala que la demanda peninsular aumentó un 3,3 % durante los nueve primeros meses de 2026 y un 1,6 % si se ajustan los efectos de temperatura, laboralidad y de la interrupción del suministro en el apagón de 2025.

La energética estima que esta evolución confirma la tendencia estructural hacia una mayor electrificación.

Endesa identifica los centros de datos como uno de los vectores principales de nueva demanda, aunque para convertir esta oportunidad en inversión efectiva será necesario disponer de suficiente capacidad de red y de un marco regulatorio proporcionado que preserve las ventajas competitivas de España. Las inversiones en redes, explica la empresa, buscan reforzar, modernizar y ampliar la red de distribución para atender el incremento de la demanda eléctrica, facilitar nuevas conexiones en un contexto de creciente electrificación. Endesa señala que "el refuerzo de las redes resulta esencial para que la nueva demanda pueda materializarse".

La energía distribuida por las redes de Endesa aumentó hasta 114 TWh, frente a los 109 TWh del mismo periodo del ejercicio anterior. Además, las pérdidas de red mejoraron desde el 9,5 % hasta el 9 %.

La energética valora "positivamente" la mayor visibilidad regulatoria por el aumento de límites de inversión en redes para 2027-2030, con 10.200 millones de euros adicionales en distribución y 7.700 millones adicionales en transporte, esto junto con el impulso al acceso flexible, contribuirá a atender nueva demanda en zonas con capacidad disponible limitada.

Producción electricidad

La producción de electricidad de Endesa aumentó un 6 %, hasta 49.296 GWh, mientras que la producción renovable creció un 8%, hasta 14.944 GWh. La producción solar destacó con un avance del 30 %, hasta 3.759 GWh, y la eólica aumentó un 7 %, hasta 4.407 GWh. En total, las tecnologías libres de emisiones, renovables y nuclear, representaron el 85 % de la producción peninsular de la compañía.

Precisamente, tras la ampliación de la vida útil de Almaraz, Endesa destaca que "valora positivamente" los avances en este ámbito, así como la aprobación del marco regulatorio del mercado de capacidad y el inicio del proceso de asignación de nueva capacidad en los territorios no peninsulares.

Negocio de clientes

El margen bruto del negocio de clientes creció un 16,3 %, hasta 1.579 millones de euros, 221 millones más que en los nueve primeros meses de 2025 apoyado en la resiliencia del negocio minorista de gas y en la mejora del margen del suministro eléctrico, favorecida por las estrategias de actualización de precios, aprovisionamiento y coberturas.

En concreto, de los 9,45 millones de clientes de electricidad que tiene Endesa, 3,2 millones están acogidos a una tarifa regulada; mientras que 6,15 se encuentran en el mercado libre. La compañía presentará en febrero de 2027 una actualización de su plan estratégico. 

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Cuando estudiar y seguir jugando es compatible

De izquierda a derecha, Eva Aznar, Vega Laborda, Daniela Gamarra, Camino de León y Sheila de la Cruz, jugadoras del CB Zaragoza.

Inés Francisco (Zaragoza, 16 años) andaba dándole vueltas: ¿tendré que dejar el baloncesto? Las ganas seguían intactas, ella disfruta jugando en el CB Zaragoza. Pero un miedo lícito empujaba en dirección contraria: quiere estudiar Medicina, el curso próximo afronta la Prueba de Acceso a la Universidad (PAU) y la nota media que necesita es altísima. ¿No interferirán las horas de entrenamiento con el tiempo de estudio?

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Inés Francisco, que cursa primero de bachillerato, estudiando en la nueva sala de estudio del pabellón zaragozano.Imagen del acto de inauguración del pasado martes de la nueva sala en el pabellón CDM Mudéjar.Entrenamiento de las jugadoras del CB Zaragoza.Jugadoras en la sala de estudio del pabellón de Vic.
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Bombardieri al centro della guerra aria-aria. La scommessa dell’Air Force

Sin dalla loro nascita nelle prime fasi di vita dell’aviazione militare, agli inizi del secolo scorso, i bombardieri hanno sempre svolto funzioni legate all’attacco di obiettivi terrestri (o, in alcuni casi, navali), delegando in maniera quasi assoluta ai caccia, eccezion fatta per i mezzi di autodifesa, il compito di intrattenere combattimenti aerei per ottenere e mantenere la superiorità nei cieli. Ma questa suddivisione sembra destinata a divenire sempre meno netta con l’avanzamento tecnologico di questi anni.

L’US Air Force ha infatti affermato di star esplorando alcune opzioni di impiego in ottica air-to-air dei bombardieri di nuova generazione B-21 Raider attualmente in via di sviluppo, opzioni che passerebbero dall’impiego dei Collaborative Combat Aircraft (Cca), anche noti in Italia con il nomignolo di “droni gregari”.

L’ipotesi compare nel nuovo rapporto sulla struttura della flotta caccia trasmesso al Congresso, che tra le opzioni allo studio cita esplicitamente lo “sviluppo di capacità aria-aria sui bombardieri”. Il documento non entra nei dettagli, ma dalle caratteristiche note del Raider come l’autonomia estrema, l’elevata quota operativa, la bassa osservabilità e i sensori avanzati è possibile immaginarne alcuni, come fatto dall’analista Joseph Trevithick su TheWarZone.

Il primo è quello di piattaforma di lancio per missili aria-aria a lunghissimo raggio, troppo ingombranti per i caccia tattici, o per grandi quantità di missili convenzionali. In questa veste velivoli come il B-21 (ma anche il B-52, che i vertici militari vogliono mantenere in servizio il più a lungo possibile) potrebbero agire come “navi arsenale” volanti, colpendo su richiesta dalle retrovie bersagli individuati da altre piattaforme in prima linea. Una prospettiva resa concreta dalla nuova generazione di missili come l’Aim-174B e l’Aim-424, e dalla richiesta dell’aeronautica di un vettore con portata di almeno mille miglia nautiche.

Il secondo è il ruolo di “nodo” di comando e controllo. Grazie alla capacità di penetrare spazi aerei fortemente difesi, il bombardiere potrebbe coordinare i Cca, ricevendo da questi i dati di puntamento e, in prospettiva, lanciandoli direttamente. Sulla stessa linea si muove il programma LongShot della Darpa, che punta a sviluppare droni armati di missili aria-aria sganciabili da caccia e bombardieri. A questi si aggiungono il contributo alla soppressione delle difese aeree nemiche, componente essenziale della superiorità aerea, e una dimensione difensiva. Northrop Grumman ha infatti brevettato un sistema di intercettori hard-kill capace di creare una “bolla” protettiva attorno al singolo velivolo.

Non è ancora chiaro dunque di che portata sarà questa trasformazione, ma quel che è certo è che le dinamiche della guerra del prossimo futuro vedranno venir meno un altro degli assiomi che fino ad ora rappresentavano una certezza del dominio bellico.

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FSSPX. Come si fa a scomunicare gli unici che professano la Fede Cattolica? P. Joachim Heimerl.

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Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, padre Joachim Heimerl, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sui reapporti fra il Vaticano e la FSSPX. Buona lettura e condivisione.
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“Je suis Pie X.” ovvero: Perché dobbiamo mostrare solidarietà alla “Società di San Pio X”.
Di P. Joachim Heimerl von Heimthal

Forse anche voi la pensate come me? Non appartengo alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, ma ne seguo da vicino l’operato e le sono grato. Senza la Fraternità, la Messa tradizionale sarebbe oggi dimenticata e io stesso non l’avrei mai conosciuta. Certamente esistono molte comunità tradizionaliste che praticano la Messa “antica”, ma nessuna di esse sarebbe nata senza la Fraternità Sacerdotale San Pio X; è la prima comunità ad aver preservato la fede tradizionale della Chiesa e l’unica che la difende senza compromessi, anche quando altre comunità tradizionaliste tacciono.

Ricevo regolarmente una newsletter dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X e la leggo con grande interesse. Non vi ho mai trovato nulla che contraddica o oscuri la fede cattolica, a differenza di quanto accade costantemente nei testi ufficiali della Chiesa e del Papa. Non c’è dubbio sul cattolicesimo della Fraternità; di recente ha pubblicato un’impressionante “Critica della Fede” che riassume quei principi fondamentali che la Chiesa ha sempre insegnato ma che oggi difficilmente condivide.

Questa “Critica della Fede” mette in luce, come un punto esclamativo, la gravità dell’apostasia che sta attualmente colpendo la Chiesa. Due esempi lo illustrano:

I Vangeli testimoniano che il Signore ha stabilito una nuova ed eterna alleanza con il suo sangue, e ciò è confermato dalle parole di consacrazione pronunciate dal sacerdote durante la Santa Messa. La Chiesa ha sempre affermato, sulla base della testimonianza della Sacra Scrittura, che questa alleanza ha sostituito l’alleanza di Dio con il popolo d’Israele. Oggi, essa considera questa affermazione offensiva e monopolistica, e accusa maliziosamente di “antisemitismo” coloro che insistono sulla sua precedente dottrina.

Purtroppo, ciò vale anche per la verità rivelata che non c’è salvezza al di fuori della Nuova Alleanza e che solo la Chiesa Cattolica amministra questa salvezza attraverso i sacramenti. Questo è particolarmente vero per la Santa Messa, di cui la Fraternità Sacerdotale San Pio X professa: «La Santa Messa è la continuazione nel tempo del Sacrificio della Croce, offerto per molti e rinnovato sull’altare. Sebbene offerto in modo incruento, il Santo Sacrificio della Messa è per sua stessa natura espiatorio e riconciliatore. Nessun altro culto produce un’adorazione perfetta. Nessun altro culto, slegato da esso, è gradito a Dio. Nessun altro mezzo è sufficiente per la santificazione delle anime. Di conseguenza, il Santo Sacrificio della Messa non può in alcun modo essere ridotto a un mero memoriale, a un pasto spirituale o a una santa assemblea celebrata dal popolo; né può essere ridotto a una celebrazione del Mistero Pasquale senza sacrificio, senza soddisfazione della giustizia divina, senza espiazione dei peccati, senza riconciliazione e senza la Croce».

Gli insegnamenti della Chiesa non potrebbero essere espressi con maggiore chiarezza, e non ricordo di aver mai sentito nulla di simile, né dalla stragrande maggioranza dei vescovi né dai papi del nostro tempo. Al contrario: sono nato dopo il Concilio Vaticano II e ho vissuto la mia educazione cattolica – perdonate il linguaggio – con una menzogna oltraggiosa, che, come molte altre, non ho riconosciuto come tale per lungo tempo e che oggi mi inorridisce ancor di più.

Intendo la menzogna della presunta continuità, la menzogna che afferma che la Chiesa sia rimasta la stessa dopo il Concilio e non abbia cambiato radicalmente la sua dottrina e la sua liturgia. Chiunque legga il “Credo” della Fraternità Sacerdotale San Pio X vede, come in uno specchio, che non è così, e la “nuova” Messa, con il suo orientamento fondamentale non cattolico, lo sottolinea proprio. Sembra quasi che la Chiesa di oggi assomigli a un paesaggio di rovine e che la sua fede appaia come una rovina.

Che la Fraternità Sacerdotale San Pio X abbia deciso di consacrare i propri vescovi in ​​questa situazione è comprensibile, e mi rallegro che lo stia facendo. Tuttavia, se ciò avviene senza un mandato papale, non fa che illustrare lo stato desolante della Chiesa. Ciò significa anche che comporterà la scomunica.

La questione in gioco non è più la “scomunica”. Piuttosto, la domanda dovrebbe essere se sia effettivamente possibile scomunicare coloro che sono gli unici a professare la fede cattolica, mentre i papi proclamano eresie e si inginocchiano davanti a falsi idoli. Credo che una simile “scomunica” non reggerebbe di fronte a Dio e, per questa sola ragione, nessuno è obbligato ad adottarla. Ciò è tanto più vero in quanto, in generale, oggi nessuno viene scomunicato, nemmeno per eresia o apostasia, neanche i vescovi in ​​Germania, Austria e Svizzera.

Con l’attesa “scomunica” della “Società di San Pio X”, tuttavia, crolla un altro edificio di menzogne: la Chiesa, che si presenta come “la beniamina di tutti” attraverso il suo approccio “sinodale” ed “ecumenico”, si rivela internamente divisa e acerrima nemica della propria tradizione. In definitiva, si è allontanata dalla rivelazione di Dio e lo dimostra quotidianamente.

Per questo motivo, la questione delle consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X è una questione che ci poniamo noi stessi: da che parte stiamo? Dalla parte della nuova fede pseudo-cattolica della Chiesa post-conciliare, e quindi dalla parte della “nuova” Messa? O dalla parte della fede tradizionale, che si esprime solo nella Messa tradizionale e in nessun altro luogo? Non esiste una via di mezzo facile, e persino le comunità tradizionaliste che nominalmente riconoscono il Concilio Vaticano II sono in definitiva escluse dal rispondere a questa domanda; è tutto o niente.

Pertanto, non dovrebbe importare se il nostro sostegno alla Fraternità Sacerdotale San Pio X comporti la nostra scomunica. Piuttosto, è una questione di solidarietà e sincerità prendere una posizione chiara. Per tutti coloro che professano la tradizione, ciò significa prendere le distanze dagli errori che si diffondono nella Chiesa e cessare di finanziarli, ad esempio attraverso le tasse ecclesiastiche.

Inoltre, è importante dare una testimonianza personale della fede cattolica, che oggi può essere solo: “Io sono San Pio X!”.

Ringraziamo Dio per l’esistenza della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché senza di essa la tradizione andrebbe perduta. Certamente, la Fraternità San Pio X non è una società perfetta (quale comunità lo è?), ma sono convinto che non solo preservi la fede della Chiesa, ma che la Chiesa si rinnovi attraverso di essa. È innegabile: ovunque si celebri la Messa tradizionale, la Chiesa fiorisce, e senza la Fraternità San Pio X questo non sarebbe mai accaduto.

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Risiko bancario, Intesa Sanpaolo incassa il via libera della Bce all’offerta per Mps

Intesa Sanpaolo S.p.A. (“ISP”) ha ricevuto dalla Banca Centrale Europea l’autorizzazione preventiva all’acquisizione della partecipazione diretta di controllo in Mps e all’acquisizione delle partecipazioni indirette di controllo in Wise Dialog Bank S.p.A., Mediobanca – Banca di Credito Finanziario S.p.A., Mediobanca Premier S.p.A. e Compass Banca S.p.A., nonché all’acquisizione di una partecipazione indiretta qualificata in Banca Progetto S.p.A., ai sensi degli artt. 19 e 22 del D. Lgs. 1° settembre 1993, n. 385 (“TUB”). La Banca Centrale Europea ha contestualmente rilasciato l’autorizzazione ad acquisire una partecipazione in Mps e nelle sue partecipate il cui valore supera complessivamente il 10% dei fondi propri consolidati del Gruppo Bancario Intesa Sanpaolo ai sensi degli artt. 53 e 67 del TUB e della relativa disciplina di attuazione.

Sempre in data odierna, ISP ha ricevuto dalla Banca d’Italia l’autorizzazione preventiva all’acquisizione di partecipazioni indirette di controllo in Monte Paschi Fiduciaria S.p.A., Spafid S.p.A., MBPS Leasing S.p.A., MBCredit Solutions S.p.A., MBFacta S.p.A. e Mediobanca SGR S.p.A. nonché l’acquisto di partecipazioni indirette qualificate in Fidi Toscana S.p.A. e nelle società di gestione del risparmio del Gruppo Generali, il tutto ai sensi della disciplina applicabile.

“Attraverso questa operazione noi riusciamo a stabilizzare il risparmio nel nostro Paese e a mettere in sicurezza l’indipendenza di Generali, che non sarà più scalabile una volta che noi avremo più del 13%, e saremo disponibili, come ho già ripetuto più volte, a condividere questo elemento di stabilità con Unicredit, con Delfin, con Caltagirone, con Benetton, con tutti coloro che oggi sono azionisti di Generali e non abbiamo nessuna volontà di interferire sulla gestione di Generali, ma quello che ci interessa è stabilizzare il risparmio”. Lo ha detto il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, interpellato sull’offerta sul Montepaschi al festival di Moneta. “Lo facciamo per l’Italia, lo facciamo anche per Intesa Sanpaolo”, perché “è chiaro che se qualcuno acquisisse Generali in Italia potrebbe diventare un leader nel wealth management e quindi per noi questa operazione è anche un’operazione difensiva”. 

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La fogna di ogni apostasia ed eresia ci obbliga a capire e scegliere. Massimo Viglione

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Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il prof. Massimo Viglione, che ringraziamo di cuore, offre aalla vostra attenzione questo sfogo ex abundantia cordis in merito alle famigerate “schede” sull’islam promosse dalla Conferenza Episcopale Italiana. buona lettura e condivisione.
§§§
La fogna di ogni apostasia ed eresia ci obbliga a capire e scegliere.
La CEI è un consesso di criminali teologici e spirituali (per quanto ne sappiamo, non dal punto di vista legale, almeno così speriamo), asservito all’Islamismo, al genderismo, all’omosessualismo, al vaccinismo, all’immigrazionismo, al globalismo, al sionismo, al femminismo, al trapiantismo, al post e trans-umanesimo, a ogni ideologia della Rivoluzione anti-umana, che odia i cattolici, tutti, ma specie quelli legati alla Tradizione di sempre.
La parte elitaria dei suoi membri è apostata ed eretica, oltre che schiava del mondo e strumento attivo delle sette che lo governano. Non pochi di loro sono direttamente parte integrante di tali sette, una in particolare che è inutile nominare.
La massa inerte dei vescovi forse non è proprio così, ma per quieto vivere e per attaccamento a poltrona e privilegi, sopporta tutto in silenzio, annuendo alla follia e minimizzando l’enormità dell’apostasia in corso, e divenendo così di fatto complice attiva di essa.
Ma non è solo la CEI a essere così. Così è quasi tutto l’episcopato e il cardinalato mondiale, da Zuppi in giù. Eccezioni a parte, in maniera graduata. Pochissimi, sono degni di rispetto.
E sono la Chiesa Cattolica.
Ma questa gravissima e pervasiva situazione implica inevitabilmente e logicamente la complicità di colui che deve reggere la Chiesa di cui è custode e mantenere integro quel Depositum Fidei che invece viene saccheggiato ogni giorno con la sua stessa complicità.
Negare questa realtà è negare l’evidenza dei fatti.
Lo può fare un sacerdote, un vescovo, un teologo, un abate, un cardinale, pure un ecclesiastico legato alal Tradizione, ma rimane sempre peccato contro lo Spirito Santo, chiunque lo compia.
Questa è la tragica realtà nella quale viviamo e che possiamo verificare ogni giorno.
Negarla è mentire e la menzogna non è mai giustificata.
Come detto, in pochi, pochissimi, si salvano, e tra questi molti sono ormai scomunicati o sospesi a divinis.
Ciò obbliga in coscienza ogni cattolico a dover scegliere con chi stare: se con l’autorità ufficiale apostata ed eretica o con coloro che pagano il fio della fedeltà alla Chiesa di sempre, con la sua immutabile dottrina, spiritualità e liturgia.
E’ la scelta epocale dei nostri giorni, che ci coinvolge tutti, dinanzi a ciò che Monsignor Viganò ha definito “Scisma capitale”.
Ovvero, ognuno di noi deve chiedersi, in profonda coscienza, chi sia lo scismatico, chi gli scismatici, e chi i fedeli del Vangelo, della Chiesa vera e di Cristo, unico Signore della Chiesa e unica Via, Verità e Vita, al di fuori del Quale non v’è salvezza al mondo.
E già quest’ultima verità che ho appena ricordato ora ci divide inesorabilmente dalla fogna dell’apostasia e dai suoi servi modernisti e complici conservatori dell’apostasia in corso.
Pongo ancora una questione dirimente su cui riflettere molto seriamente e onestamente e prendere posizione: chi non si indigna dinanzi a tutto questo scempio di latrina ereticale, ama veramente Gesù Cristo e la sua Chiesa?
Ed è veramente dalla parte della Verità e della Carità?
(MV)
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Rusia expresa solidaridad en ONU con el valiente pueblo cubano

Naciones Unidas 27 oct (Prensa Latina) El representante permanente de la Federación de Rusia en la ONU, Vasili Nebenzia, expresó hoy en la sede del organismo internacional la solidaridad inquebrantable de su país con el pueblo indómito de Cuba.

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CORAIS.PT reúne num só lugar os coros dos nove países da CPLP e da diáspora lusófona

Nasce o CORAIS.PT, o directório dos coros do mundo de língua portuguesa, uma plataforma gratuita e comunitária 

A Associação Cultural Ideias do Levante lançou esta segunda-feira (26) o portal CORAIS.PT, um directório digital, gratuito e bilingue que reúne os coros de Angola, do Brasil, de Cabo Verde, da Guiné-Bissau, da Guiné Equatorial, de Moçambique, de Portugal, de São Tomé e Príncipe e de Timor-Leste, bem como os coros lusófonos que ensaiam fora destes países.

Refira-se que o projecto parte da experiência do COROS.PT, o directório de referência dos coros em Portugal, e estreia-se com mais de mil coros já registados.

Cantores, maestros, programadores culturais e público passam a dispor de um ponto de encontro comum para descobrir a música coral que se faz em português nos quatro continentes. Cada coro tem uma página própria, com a localização num mapa interactivo, o tipo de vozes, a categoria, os géneros musicais que interpreta e as formas de contacto.

Salienta também a nota da Ideias do Levante chegada à nossa redação que a pesquisa pode ser feita por país, região, comunidade, tipo de vozes, categoria ou género musical, em português ou em inglês.

O registo é gratuito e o projecto tem natureza comunitária. São os próprios coros e o público que sugerem novos registos, correcções ou remoções, e cada sugestão é verificada pela equipa antes de ser publicada. Os contactos dos coros ficam protegidos contra recolhas automáticas e só aparecem quando o visitante carrega no botão correspondente.

Ideias do Levante salienta que os Coros de Portugal continuam a ser geridos no COROS.PT, cuja base de dados alimenta directamente o novo directório. Desta forma, os dados portugueses mantêm-se numa única fonte, sempre actualizada, e as sugestões de coros portugueses feitas no CORAIS.PT seguem automaticamente para o COROS.PT.

“O COROS.PT mostrou-nos a vitalidade da música coral em Portugal e a vontade dos coros de se darem a conhecer e de se encontrarem. CORAIS.PT leva essa ideia a todo o mundo de língua portuguesa. Queremos que um coro de Maputo encontre um coro de Díli, de São Paulo ou de Lagoa, e que desses encontros nasçam intercâmbios, concertos e digressões“, afirma Roberto Estorninho, presidente da Direcção da Associação Cultural Ideias do Levante.

A associação convida todos os coros de língua portuguesa, onde quer que ensaiem, a registarem-se gratuitamente em https://www.corais.pt, e pede a cantores, maestros e entidades culturais que ajudem a divulgar o projecto junto dos coros que conhecem.

Sobre a Associação Cultural Ideias do Levante
Fundada em 1995 e sediada em Lagoa, no Algarve, a Associação Cultural Ideias do Levante é uma entidade sem fins lucrativos que desenvolve trabalho de formação, produção e promoção cultural nas áreas do teatro, da dança, da música e do bem-estar. Na música coral, mantém coros próprios, organiza festivais e concertos e criou o COROS.PT, o directório de referência dos coros em Portugal. Mais informação em www.ideiasdolevante.info

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O “guarda-chuva nuclear” francês ganhou dez parceiros europeus

A França está a trabalhar com 10 países europeus para reforçar a sua dissuasão nuclear. O plano de “dissuasão avançada” prevê criar novas infraestruturas e ligações de comunicações, alerta precoce e partilha de informações com os aliados de França. A França está a trabalhar com outros 10 países europeus para alargar a sua capacidade enquanto potência nuclear no continente e dissuasor da agressão russa, numa altura em que a Europa perde a confiança no compromisso dos EUA com a sua segurança, noticiou o Wall Street Journal esta segunda-feira. O plano de dissuasão avançada, ou “guarda-chuva nuclear” francês, prevê criar novas

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Missili da crociera low cost da Kyiv. La Bundeswehr punta sul Bars

La Germania si appresta a dotare le proprie forze armate di un sistema d’arma nato in Ucraina. Secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità tedesche dovrebbero chiudere nelle prossime settimane un accordo per l’acquisto di un primo lotto di Bars, il missile cruise a basso costo sviluppato da Kyiv. Si tratterebbe del primo acquisto noto di un’arma offensiva di concezione ucraina destinato all’uso diretto della Bundeswehr, un fenomeno che segnala quanto stia cambiando nella dimensione di apparato militare-industriale il rapporto tra l’Ucraina e i suoi alleati europei, sempre più interessati a sfruttarne il know-how militare. Si tratta di un vettore con propulsione a getto, capace di raggiungere fino a 1.000 chilometri di distanza e di trasportare una carica fino a 105 chilogrammi, a seconda della variante. Il lotto iniziale servirà a condurre prove tecniche all’inizio del prossimo anno. In caso di esito positivo, potrebbe seguire un ordine più consistente, nell’ordine di diverse centinaia di esemplari.

Un elemento centrale dell’operazione è la dimensione industriale. Negli ultimi mesi il Bars è stato fabbricato anche in Germania da una joint venture ucraino-tedesca, sui cui dettagli vige grande riservatezza, costituita nell’ambito del programma Build with Ukraine lanciato da Zelensky lo scorso anno. L’iniziativa nasceva con l’obiettivo di produrre armamenti per l’Ucraina al di fuori dei suoi confini, così da aumentarne la capacità produttiva, ridurre l’esposizione agli attacchi russi e favorire lo scambio di competenze. La mossa di Berlino si inserisce in una tendenza più ampia. Danimarca, Estonia e Lettonia hanno manifestato la disponibilità ad acquistare armamenti ucraini, e Copenaghen ha annunciato il mese scorso l’acquisto di nove veicoli terrestri senza equipaggio Dropla a scopo di sperimentazione. Sempre il mese scorso l’esercito statunitense ha assegnato un contratto da 10 milioni di dollari alla filiale americana dell’ucraina Skyeton per il drone da ricognizione Raybird, sistema per cui anche la Germania ha mostrato interesse.

L’acquisizione riflette anche un cambio di mentalità negli apparati della difesa tedeschi, a lungo caratterizzati da procedure lente e burocratiche e orientati verso i grandi gruppi industriali. Oggi Berlino si mostra più aperta verso le start-up e disposta a testare i prodotti mentre definisce i contratti, così da accelerare i tempi. Sullo sfondo c’è il piano di riarmo da 780 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, varato in risposta all’invasione su larga scala dell’Ucraina e ai dubbi sulle garanzie di sicurezza americane per l’Europa. Sul fronte del lungo raggio, la Germania ha firmato un accordo preliminare per i Tomahawk di Raytheon, dopo che Trump ha cancellato il previsto dispiegamento in territorio tedesco di un battaglione statunitense dotato di questi missili. I Tomahawk, però, hanno un costo compreso tra 4 e 6 milioni di dollari e scontano colli di bottiglia produttivi che ne rendono improbabile la consegna prima degli anni Trenta.

Per questo Berlino lavora in parallelo su sistemi più economici e producibili in massa. Oltre al Bars, prevede di acquistare e testare un piccolo lotto di missili Anthem della start-up statunitense Covenant, che la settimana scorsa ha annunciato un accordo anche con la Danimarca. L’Anthem costa circa un decimo di un Tomahawk, mentre il Bars sarebbe ancora meno caro, ma i funzionari tedeschi non escludono di acquisire entrambi. Resta invece congelata, per ora, l’ipotesi di acquistare il missile ucraino Flamingo.

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Dagli Usa alla Germania, ecco chi sta puntando sul combattimento spaziale (e perché)

La Germania istituirà una formazione militare dedicata alle operazioni spaziali, con un organico previsto di almeno mille unità all’interno della Luftwaffe. Ad annunciarlo è stato il tenente generale Holger Neumann, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica tedesca. La nuova struttura, è stato spiegato, riunirà sotto un unico ombrello tutte le attività militari tedesche legate allo spazio, con l’obiettivo di consolidare e ampliare le capacità già esistenti. Secondo quanto riferito, l’organizzazione comprenderà personale incaricato del controllo dei satelliti, unità dedicate alla space situational awareness e gruppi specializzati nei cosiddetti lanci operativi.

I primi passi della forza spaziale di Berlino

Si sa ancora poco dei dettagli, ma da quanto si apprende le prime attività di formazione sarebbero già iniziate, con sette militari impegnati in attività di addestramento per la gestione remota dei satelliti. Un’apposita sotto-unità sarà inoltre responsabile dei cosiddetti “lanci operativi”, intesi come la capacità di mettere rapidamente in orbita nuovi satelliti per sostituire o integrare quelli esistenti in caso di crisi. La collocazione della nuova formazione all’interno della Luftwaffe configurerà le operazioni spaziali nelle strutture di comando già esistenti all’interno dell’aeronautica tedesca. L’organizzazione si occuperà di attività connesse ai sistemi satellitari e alla sorveglianza dello spazio, in coordinamento con le altre componenti militari interessate.

È particolarmente interessante il fatto che, pur non disponendo ancora di un lanciatore nazionale – e men che meno di un soggetto appaltatore privato in grado di fornire le infrastrutture di lancio su richiesta e in tempi celeri – le Forze armate tedesche stiano lo stesso costituendo forze militari dedicate alla predisposizione e alla gestione di lanci improvvisi e determinati da esigenze operative orbitali. A guardarla in questo modo, sembrerebbe quasi che Berlino intenda addestrare gli operatori prima ancora di disporre delle piattaforme. La domanda è dunque d’obbligo: la Germania è più avanti di quanto non ammetta sul fronte dell’accesso autonomo allo spazio?

Le “armi spaziali” americane

A metà settembre il segretario dell’US Air force, Troy Meink, ha dichiarato che gli Stati Uniti dispongono già di armi in orbita. Interpellato sulla loro natura, ha preferito non aggiungere ulteriori dettagli. Notizia confermata il giorno seguente dal nuovo capo delle operazioni spaziali, il generale Douglas Schiess, (appena subentrato a B. Chance Saltzman). Anche qui non sono stati forniti dettagli sull’esatta natura di queste armi, per quanto gli analisti sono concordi nel sostenere che non dovrebbe trattarsi di sistemi cinetici. Un annuncio a cui il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha risposto chiedendo che gli Usa frenino la loro corsa alla militarizzazione dello spazio. Appello, tuttavia, invecchiato molto male.

Il caso Iceye

Il 15 ottobre il satellite russo Kosmos 2612 ha cominciato ad avvicinarsi a Iceye-X36, un satellite radar (Sar) della società finlandese-americana Iceye che fornisce rilevamenti satellitari alle forze di Kyiv. Già il giorno successivo, Kosmos si trovava a pochi chilometri dal bersaglio, con cui ha poi giocato al gatto col topo per due giorni, passando davanti e dietro al satellite, prima di allontanarsi tra il 18 e il 19 ottobre. 

Per diversi osservatori si è trattato della prima operazione di rendez-vous and proximity (Rpo) di questo tipo contro un satellite commerciale, dal momento che finora i Kosmos avevano pedinato soprattutto assetti governativi americani, come accadde nel 2020 con Usa 245. Infatti, Kosmos 2612 era stato lanciato in aprile insieme ad altri satelliti russi, e a maggio quattro di essi, dal Kosmos 2610 al 2613, avevano già modificato la propria orbita avvicinandosi sempre ad Iceye-X36. All’epoca qualcuno aveva invitato a considerare l’evento come una “coincidenza orbitale”, ma i fatti del 15-19 ottobre rendono ormai palese che dietro ai movimenti del satellite russo ci fosse la precisa volontà di avvicinarsi al satellite di un operatore privato che lavora per un Paese in guerra con Mosca.

Lo spazio si fa caldo

Che diversi Paesi si siano dotati negli ultimi anni di Forze armate – più o meno strutturate – dedicate al dominio spaziale non è una novità. Dal 2019, anno di istituzione della Space Force, diversi Stati hanno costituito branche spaziali militari dedicate o incluso lo spazio all’interno delle prerogative delle proprie Aeronautiche (come hanno fatto tra gli altri Italia, Francia e Germania), ma le ultime settimane stanno registrando un nuovo trend: la costituzione di reparti spaziali combattenti. È il caso, ad esempio, dello Space Effects Squadron delle Forze armate britanniche, le cui prerogative includeranno “la capacità di disturbare, degradare o negare le attività avversarie”. Vale la pena sottolineare che per “reparti combattenti” non si intendono fantascientifici battaglioni di soldati-astronauti, bensì unità la cui specifica destinazione d’impiego riguarderà l’utilizzo di assetti spaziali pensati per condurre operazioni direttamente in orbita e contro assetti analoghi. Si tratta di una distinzione importante, dal momento che, finora, i reparti spaziali nelle varie Forze armate sono stati dedicati principalmente a impiegare assetti che hanno una diretta rilevanza per le operazioni sulla Terra. Si pensi, in questo riguardo, ad Iceye-X36, che osserva i movimenti russi dall’orbita. Ed è proprio la crescente dipendenza globale dai servizi spaziali a candidare i loro abilitatori, i satelliti, a bersagli privilegiati in caso di conflitto. Di conseguenza, gli Stati si stanno dotando degli strumenti per difenderli (e attaccarli) direttamente nello spazio e di personale in uniforme in grado di manovrarli. Per comprendere il cambio di paradigma in corso, si pensi al potere aereo: già nel XIX secolo i palloni aerostatici venivano impiegati per osservare gli eserciti nemici, ma fu solo con la Prima guerra mondiale e con l’impiego operativo dei primi velivoli che quello aereo è assurto a dominio del conflitto “completo”, con le conseguenze che conosciamo bene. Con i dovuti distinguo del caso, il dominio spaziale sta attraversando la stessa trasformazione, da elemento di supporto agli altri domini a scenario combat localizzato direttamente fuori dall’atmosfera. Non si tratta ancora di una transizione completa, la quale richiederà ancora diverso tempo, ma i movimenti (e gli stanziamenti) delle principali potenze non lasciano dubbi in merito: i prossimi conflitti si combatteranno direttamente in orbita.

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Vi racconto il ruolo dei cattolici nelle elezioni del Brasile, Paese di Nostra Signora Aparecida

La devozione del Brasile a Nostra Signora Aparecida avrà svolto un ruolo nella campagna elettorale brasiliana che questa notte ha visto prevalere per quattro milioni di voti il presidente uscente, il cattolico Lula? Può sembrare una battuta, ma che il voto brasiliano abbia visto gran parte della base cattolica mobilitata per Lula e di quella della galassia evangelicale sostenere lo sfidante Bolsonaro è noto. Ed è interessante che in queste ore alcuni giornali abbiano ricordato che durante la campagna elettorale, Flavio Bolsonaro abbia detto espressamente che avrebbe reso chiaro una volta Presidente che il Brasile appartiene solo a Gesù Cristo. La patrona del Brasile, però è Maria, Nostra Signora di Aparecida. Lasciamo stare la festa nazionale del 12 ottobre, quella appunto della patrona del Brasile, sarebbe stata rivista. Cosa c’è di politico nella presenza o assenza di questa “patrona”, di Nostra Signora di Aparecida?

Il ruolo della religioni, e in particolare la vicinanza di molti cattolici a Lula e il progressivo identificarsi degli evangelicali con l’altro fronte, indicano che le due idee di Dio sono molto diverse e questo ha ed ha avuto un peso politico evidente. Tutti i temi forti della politica di destra di Jair Bolsonaro e ora di suo figlio, Flavio Bolsonaro, incrociano la  visione di queste chiese, che ritengono la Bibbia “parola di Dio”, quindi da applicare alla lettera, senza interpretare o discutere. Lo slogan elettorale di Flavio Bolsonaro è stato “Dio, patria, famiglia”. Ma non ci sono solo questi tre termini: ci sono le “armi”, strumenti di difesa, ci sono la “droga” e l’“omosessualità”, cioè offese o sfide a Dio, e poi “aborto”, l’“educazione sessuale”, la “salute”, tutti temi che accompagnano il fronte guidato dai Bolsonaro da quando il padre Jair, già cristiano e cattolico, si fece battezzare da un influentissimo pastore evangelicale nelle acque del fiume Giordano. In questa tornata elettorale la linea evangelicale è stata rafforzato dal figlio, con l’ingresso prepotente dei temi apocalittici nel confronto politico. Una questione enorme.

È evidente che di tutto questo il tema della violenza e delle armi non può essere sottovalutato. Parliamo di un’America Latina dove gli assassinii perpetrati in questi ultimi anni raggiungono il 30% di quelli commessi nel mondo, con un popolazione che non arriva certo a tale percentuale. È chiaro che la violenza è un’emergenza vissuta come parte della propria quotidianità e l’idea di combatterla dando a tutti un’arma come strumento di difesa convince. Il contrario, che può apparire più logico, apparirà invece un lasciare alla malattia, alle varie forme di malavita, l’esclusiva della violenza armata. Ma è il legame con le altre proposizioni “religiose”, oltre che le connivenze politiche con ambienti non limpidi, che costituisce lo specifico di questo tempo e che danno alla vittoria di Lula un peso non solo brasiliano. Il cattolicesimo, antica fede prevalente in Brasile, ha perso consistenza nel tempo fino ad arrivare a qualcosa come il 50%, a fronte di una crescita costante dei pastori (i famosi telepredicatori) evangelicali e del consenso di cui godono le loro Chiese. Così il successo di Lula va capito e letto anche in questa chiave. Ovviamente non tutta la chiesa cattolica lo ha sostenuto, come non tutto il mondo protestante o segnatamente evangelicale ha sostenuto Bolsonaro, ma le tendenze popolari sono state queste: i sondaggi dicono che Lula ha ottenuto il sostegno del 48% dei cattolici, il suo sfidante circa il 27%: le percentuali si capovolgono nell’altro campo. E qui entra in campo il valore di Aparecida. C’è ancora? Sarà ancora un simbolo così forte?

Quando Benedetto XVI visitò il Brasile, un viaggio breve, non andò a Rio, dove è nota la presenza della grandissima statua di Gesù Cristo: dopo la grande messa celebrata a San Paolo si recò al santuario di Aparecida.

La storia di quella statua di Maria persa nel fiume attiguo e ritrovata dopo tempo da pescatori è notissima. Emerse per caso, quando alcuni pescatori furono mandati a pesca per offrire del buon pesce a un illustro ospite in transito. Prima trovarono il corpo, poi la testa, poi, si racconta, tanto pesce, prima assente. Ma tutto il tempo trascorso nell’acqua e le sostanza che vi si trovavano presenti ha reso quella statuetta lignea di un colore scuro, molto più di quanto accada normalmente. Questo ha diffuso l’idea, la percezione o il racconto di una vicinanza alla popolazione di colore, ai discendenti degli schiavi che costruiscono così ampia parte del Brasile. Ma, leggendo sulla stampa confessionale italiana, è un po’ più ampio  il “messaggio” forte, il valore della Vergine di Aparecida, ciò che ha maggior peso. Trovo interessante quanto ha scritto nel 2019 il Messaggero di San’Antonio: “L’immagine dell’Aparecida si ricollega all’Immacolata Concezione. Ha la luna sotto i piedi, e calpesta il serpente. I suoi sono quindi simboli di potere e di vittoria. Eppure la statuetta è nera e rotta. Si è fatta trovare da persone povere, facendo capire che preferisce rimanere in mezzo ai poveri per proteggerli. Sin dall’epoca del suo ritrovamento si sparse come un fulmine la notizia che la Vergine di Aparecida faceva miracoli in favore delle persone più povere e oppresse della società”.

La devozione mariana è diffusa in tanti Paesi dell’America Latina e visitando Aparecida ci si può facilmente ricordare del santuario boliviano di Copacabana, dove si venera un’altra Madonna scura, come gli Indios anche del vicino Perù, che giungono annualmente  fin lì in pellegrinaggio.

Chi conosce la storia di Nostra Signora Aparecida narra anche delle successive avventure, del ruolo di alcuni missionari cattolici accanto alla popolazione ma anche di altri, diversi comportamenti ecclesiali.

Ora è difficile dire se la devozione a Nostra Signora Aparecida abbia avuto un peso, un qualche ruolo nella scelta di quei cattolici che magari si erano astenuti al primo turno e che al ballottaggio, magari offesi dalla battuta di Flavio Bolsonaro che ha irriso Lula perché ha nove dita, avendone perso un dito in un incidente in fabbrica, come ha prontamente replicato nel dibattito televisivo, sono tornati a votare. Ma certo nella vittoria di Lula, all’ultimo momento utile, si può cogliere un senso cattolico, visto il coinvolgimento così tanto spesso citato dei cattolici nel sostegno a Lula, che il possibile, imminente viaggio di Papa Leone potrebbe cogliere come messaggio latino-americano: per la Chiesa cattolica non tutto è perso, ma le sfide sono enormi e il papa anche peruviano, vista la sua lunghissima permanenza in quel Paese e la conservazione anche di quella cittadinanza, lo sa bene.

Tra Teologia della Liberazione, emendata da errori di quel tempo, e Teologia del Popolo , forse si possono trovare bandoli importanti per ciò che verrà. E questo riguarda anche i temi che ha trattato Leone XIV nella sua enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata all’Intelligenza Artificiale.

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Mediterraneo orientale. Le giravolte di Turchia, Libia ed Egitto spiegate da Caffio

I fattori geografici giocano un ruolo decisivo nel favorire le politiche di potenza degli Stati. La Grecia da anni fa perno sulle sue tante isole per proiettare i confini della Zee e della sottostante Piattaforma continentale (Pc) a ridosso della costa della Turchia. La quale a sua volta ha rovesciato il paradigma elaborando la teoria della Patria Blu (Mavi Marmar) con cui si è attribuita estesissimi spazi marittimi a danno di quelli delle isole greche.

Due opposte interpretazioni del diritto del mare si confrontano: rigidamente ortodossa quella greca nel seguire l’equidistanza geometrica senza tener conto di criteri di proporzionalità; più creativa quella turca che, per raggiungere i suoi scopi, spesso forza l’interpretazione delle norme.

Il Mediterraneo, con la sua conformazione ristretta, non consente iniziative marittime unilaterali. Quando questo si verifica, come nel nostro caso, si ha una forma di lawfare che crea estese grey zones dai confini incerti simili a quella del Mar della Cina

Memorandum turco-libico del 2019

Una mossa inaspettata ed estrema è stato nel 2019 il Memorandum di delimitazione tra il Governo di Accordo Nazionale (GNA) tripolino e la Turchia. L’intesa prevede una fascia diagonale di Pc, in un’area ricca di idrocarburi, tra l’Anatolia e la Cirenaica attribuendo una proiezione marittima alla costa turca in direzione est-ovest. Per conseguenza, le isole greche di Kastellorizo, Rodi, Scarpanto e Creta sono state private di qualsiasi spazio di Pc oltre le acque territoriali.

L’accordo ha ovviamente determinato varie proteste da parte greca che lo considerano nullo perchè contrastante con la Convenzione del diritto del mare (Unclos). Analoga la posizione della Ue nel non riconoscere efficacia all’iniziativa verso gli Stati terzi. L’Egitto ha egualmente subito condannato il Memorandum.

La risposta greca è stata immediata: nel 2020 ha firmato al Cairo un parziale accordo di delimitazione della Zee con l’Egitto che determina una sovrapposizione con la pretesa turco-libica: ignorando la costa anatolica, dà pieno effetto alle isole greche davanti al litorale egiziano sino al meridiano 28°. L’Egitto non ha tuttavia accettato la proposta greca di spingersi fino alla Zee di Cipro ed ha lasciato la porta aperta ad un successivo accordo con la Turchia.

Ratifica del Parlamento di Tobruk

Dopo essere stato in sonno per sette anni a testimoniare la difficile situazione interna della Libia divisa tra il GNA e quello del Libyan National Army (LNA), ora il Memorandum è stato ratificato lo scorso 20 dalla Camera dei Rappresentanti (HoR) di Bengasi.
Nella stessa seduta è stata votata la revoca di una precedente risoluzione sulla rottura delle relazioni diplomatiche tra il LNA ed Ankara.

Sono state così superate quelle riserve che – su istanza della HoR – avevano portato ad una pronuncia sfavorevole della corte di appello di Al-Bayda basata, sul fatto che il GNA di Tripoli non avessero l’autorità legale di siglare un simile accordo.

Reazioni internazionali

Immediata la reazione della Grecia che, assieme a Cipro, ha reiterato le iniziali proteste depositandole alle Nazioni Unite. Nicosia ha in particolare evidenziato i pericoli per la stabilità del Mediterraneo Orientale giudicando provocatoria l’iniziativa.
Molto decisa anche la posizione Ue che ancora una volta ha eccepito sia la nullità del Memorandum che la violazione dei diritti sovrani di propri Paesi membri.

L’Egitto ha ovviamente rinnovato la sua contrarietà. Tuttavia, a sorpresa, in un colloquio tenutosi il 24 ottobre ad Istanbul tra i rispettivi ministri degli esteri nell’ambito del Gruppo quadripartito di cui fanno parte Arabia e Pakistan, ha evidenziato la necessità per Turchia ed Egitto di negoziare un proprio accordo di delimitazione conforme ai principi equitativi dell’Unclos.

Più sfumata la posizione statunitense che, senza condannare il Memorandum, ha indicato i benefici di un approccio economico basato su investimenti ed estrazione delle risorse energetiche.

Verso una nuova fase

Artefice della nuova situazione è senz’altro la Turchia che, in questo modo, dimostra di aver superato le frizioni che la opponevano alla Cirenaica di Haftar perseguendo l’ambizioso progetto di estendere la sua influenza su una Libia unificata. Tutti da dimostrare invece i vantaggi concreti che ad Ankara verranno dalla ratifica del Memorandum visto che appare difficile lo sfruttamento di zone di mare contestate.

Proprio per questo, seguendo il consiglio degli Usa, l’Egitto potrebbe rilanciare l’Eastern Mediterranean Gas Forum (EMGF) invitando la Turchia a farne parte.

Più difficile prevedere la futura linea di Grecia e Cipro che, forti dell’appoggio Ue, al momento sembrano sul piede di guerra.

Quanto all’Italia, noi non siamo confinanti lateralmente con la Pc libica avendo ad est un limite già concordato con la Grecia. Tuttavia, oltre ad essere direttamente interessati a mantenere buone relazioni con la Turchia in una futura Libia riunificata, abbiamo proposto a Tripoli di iniziare un negoziato di delimitazione: si tratta dell’area a sud est della Sicilia dove la Pc libica si sovrappone in parte a quella Maltese la quale, a sua volta, è in overlapping totale con la nostra.

Da notare infine che nel 2023 l’Eni, per voce di Claudio Descalzi, dichiarò che l’accordo per la costruzione del gasdotto EastMed avrebbe dovuto necessariamente includere la Turchia, a significare la necessità di superare le contrapposizioni sulle pretese marittime in una prospettiva economica.

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Portuguesa Tekever vende drones às operações especiais dos EUA

Fabricante de drones assentes em inteligência artificial não divulgou o valor do negócio, nem o número, o modelo e a configuração específica dos sistemas adquiridos. A portuguesa Tekever, fabricante de drones assentes em inteligência artificial (IA), anunciou esta segunda-feira a compra de sistemas aéreos não tripulados (UAS) pelo Comando de Operações Especiais dos Estados Unidos (USSOCOM), sem adiantar o valor da operação. Os sistemas “concluíram com sucesso um programa de ensaios de validação e aceitação, apoiado por ações de formação específicas, com uma extensa campanha de voos realizada em vários locais”, refere a empresa, que não divulga o número, o

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Um triângulo negro passou por um local militar nos EUA. Ninguém explica o que era

Era um objeto triangular muito rápido. Desapareceu de repente e em silêncio. O caso consta de uma nova leva de ficheiros desclassificados pelo Pentágono. Dois observadores militares seniores dizem ter visto um misterioso objeto triangular negro a voar a uma velocidade extraordinariamente alta sobre um local sensível no oeste dos EUA, no início deste ano. O relato consta do mais recente conjunto de avistamentos de OVNIs divulgado na sexta-feira pela administração Trump. O objeto não identificado não tinha nenhuma das características de uma aeronave militar convencional, segundo o relatório entregue ao Departamento de Defesa, e desapareceu de repente e em

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Era um objeto triangular muito rápido. Desapareceu de repente e em silêncio. O caso consta de uma nova leva de ficheiros desclassificados pelo Pentágono. Dois observadores militares seniores dizem ter visto um misterioso objeto triangular negro a voar a uma velocidade extraordinariamente alta sobre

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