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I Btp Valore gemelli raccolgono 16,6 miliardi di euro: i rendimenti a emissione conclusa

L’emissione dei Btp Valore si è conclusa con ottimi risultati per il Tesoro. Lo Stato ha raccolto 16,6 miliardi di euro dai titoli di Stato retail. I rendimenti sono più alti rispetto a quelli dei Btp regolari con durate simili. Per i titoli a cedola trimestrale arrivano al 4,75%, mentre per quelli a cedola unica al 22,70%.

Nonostante interessi così alti, per lo Stato si tratta comunque di titoli convenienti. I privati, infatti, tendono a non vendere i propri titoli di Stato e a portarli a scadenza nella stragrande maggioranza dei casi. In questo modo, il Tesoro può consolidare una parte del debito pubblico, che diventa meno esposto alle variazioni dei mercati.

Come è andata l’emissione dei Btp Valore

I dati pubblicati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze sull’emissione dei Btp Valore “gemelli” sono piuttosto positivi:

  • sono stati raccolti 16.622,518 milioni di euro;
  • sono stati registrati 560.029 contratti.

Questo significa che l’importo medio acquistato da ogni privato è stato di poco meno di 30.000 euro. La conclusione dell’emissione, che è terminata alle 13 di venerdì 23 ottobre, ha anche permesso di avere dati certi sui rendimenti definitivi.

I dati dei Btp Valore

Per quanto riguarda i Btp Valore a cedole trimestrali crescenti, i rendimenti sono stati:

  • 3,75% per il 1° e 2° anno;
  • 4,20% per il 3° e 4° anno;
  • 4,75% per il 5° anno.

Questo prodotto è stato il preferito degli investitori, che ne hanno acquistato 12.071,383 milioni di euro attraverso 385.962 contratti. Questo Btp Valore era più conveniente rispetto al suo gemello, il Btp Valore Insieme, solo se chi lo ha acquistato prevede di reinvestire le cedole trimestrali.

I dati dei Btp Valore Insieme

Il Btp Valore Insieme ha attratto i restanti 4.551,135 milioni di euro di investimenti, attraverso 174.067 contratti. Questo prodotto era più conveniente solo se non si pensa di reinvestire le cedole. Ha infatti un rendimento del 22,70% in cinque anni, ma stacca la cedola soltanto al momento del rimborso finale.

I Btp Valore sono convenienti per gli investitori?

Entrambi i Btp Valore scadono tra 5 anni, nel 2031. Se li si confronta con i Btp sul mercato con scadenze simili, si può notare che i rendimenti di questi ultimi sono poco superiori al 4%. Per i Btp Valore, invece, i rendimenti medi sono:

  • del 4,13% per i titoli a cedole trimestrali;
  • del 4,54% per i titoli a cedola unica.

I Btp Valore sono quindi convenienti per gli investitori, che possono essere solo cittadini privati. Questo però non vuol dire che non siano convenienti anche per lo Stato.

Perché questi titoli “convengono” anche allo Stato

Quando lo Stato emette titoli dedicati al mercato retail, spesso è molto “generoso” con i rendimenti. Questo dovrebbe rappresentare un costo in più per il Tesoro, che aumento gli interessi che ogni anno lo Stato deve pagare sul proprio debito pubblico. Si tratta però di un prezzo che il Governo accetta di pagare per ottenere un risultato: aumentare la percentuale di debito pubblico in mano ai privati italiani.

Storicamente, gli italiani non vendono i propri Btp. Li portano a scadenza, perché sono poco propensi alle operazioni finanziarie e perché spesso, per le cifre che ogni singolo privato investe, la differenza tra la vendita e il rimborso a scadenza non è mai significativa.

In questo senso, i privati sono un fattore di stabilizzazione per il debito pubblico. Quando i titoli di Stato sono sotto pressione, i grandi investitori istituzionali, come le banche e i fondi, li vendono. Questo ne fa calare il valore e, quindi, ne fa aumentare il rendimento. È quello che sta succedendo in questi giorni, con i Btp che hanno sfiorato il 4,70% di rendimento a 10 anni. I privati contrastano questo fenomeno, non vendendo e quindi stabilizzando il mercato.

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Barclays taglia 5mila dipendenti per sostituirli con l’Ai. Da Citigroup a Klarna, la corsa alle riduzioni di organico

L’intelligenza artificiale sta causando una profonda ristrutturazione globale del mondo del lavoro, in particolare nel settore bancario. Nel frattempo, la corsa all’Ai sta coinvolgendo pesantemente i risparmi delle famiglie. L’ultimo, emblematico caso è quello della banca britannica Barclays: l’istituto ha annunciato il taglio di circa 5mila posti di lavoro a livello globale, pari a oltre il 5% della sua forza lavoro totale di 93mila dipendenti. Anna Cross, direttore finanziario di Barclays, ha precisato che la riduzione dello staff – con mille addetti a tempo pieno già espulsi nella prima metà dell’anno e 4mila in corso entro fine anno – s’inserisce in un piano di efficientamento volto a risparmiare oltre 1,1 miliardi di sterline sui costi già nel prossimo anno. Circa il 60% dei tagli colpisce le funzioni di supporto e gli sviluppatori software, poiché l’Ai generativa incrementa la produttività nella scrittura e nei test del codice. L’amministratore delegato di Barclays, Coimbatore Sundararajan Venkatakrishnan, ha spiegato che gli investimenti tecnologici guidano l’efficienza, definendo l’AI “la ciliegina sulla torta, non la torta”. La segretaria generale del sindacato britannico Unite, Sharon Graham, ha duramente contestato la scelta: “L’azienda usa l’Ai come scusa per sbarazzarsi della forza lavoro anziché riqualificarla”.

Sul piano finanziario, Barclays ha registrato nei primi nove mesi dell’anno 307 milioni di sterline di costi per la riorganizzazione, stimando una spesa di altri 300 milioni entro la fine del 2026. Nel terzo trimestre 2026, l’utile ante imposte della banca è salito del 12% a 2,3 miliardi di sterline, assorbendo 201 milioni di sterline di oneri strutturali per pacchetti di buonuscite e investimenti in tecnologia, oltre a pagare 500 milioni di sterline agli azionisti per un totale di 2,8 miliardi di sterline in buyback e dividendi distribuiti da inizio anno.

Nel 2026, un sesto dei piani di riduzione del personale nel mondo è stato causato dall’Ai. La decisione di Barclays rientra quindi in un trend globale che negli ultimi anni ha visto oltre 63mila bancari tagliati o prepensionati per via dell’Ai e dell’automazione delle loro funzioni, sui circa 500mila licenziamenti complessivi causati dall’Ai e registrati dal sito ailayoffs.live. Nel settore bancario, i casi principali di tagli del personale dovuti all’intelligenza artificiale hanno riguardato Citigroup, negli Usa: con il piano “Bora Bora” della Ceo Jane Fraser, l’istituto punta a 20mila uscite, pari al 9% della forza lavoro globale di 219mila unità. Dal quarto trimestre 2025 la banca ha già tagliato 7mila posizioni, sostenendo oltre 1 miliardo di dollari in indennità di buonuscita. Nel terzo trimestre di quest’anno le spese operative di Citigroup sono scese del 2% a 13,95 miliardi di dollari e l’utile netto è salito del 40% su base annua a 5,2 miliardi di dollari. Negli Stati Uniti anche Morgan Stanley e Goldman Sachs hanno già ridotto l’organico rispettivamente di 2.500 e 3.000 bancari, su una forza lavoro di 83mila e 47.400 dipendenti, attraverso il taglio delle assunzioni di analisti junior a causa dell’automazione delle loro funzioni.

Il caso limite è la svedese Klarna: la società fintech ha ridotto l’organico del 40%, passando da oltre 5mila a 3mila dipendenti da quando l’Ai gestisce il lavoro equivalente a 700 operatori. Nel 2026 ha tuttavia avviato un parziale reintegro di operatori umani per i casi complessi. Altro esempio di pesante ristrutturazione della forza lavoro per la sostituzione con gli algoritmi è l’olandese Abn Amro che prevede una riduzione del 10% della forza lavoro, pari a un taglio di 1.500-1.800 posizioni a tempo pieno, tramite la loro digitalizzazione. Nel Regno Unito, anche Standard Chartered e Hsbc vanno nella stessa direzione. Standard Chartered prevede oltre 7mila esuberi nei prossimi quattro anni, con una riduzione del 15% del personale di back-office entro il 2030, mentre Hsbc valuta una riorganizzazione che potrebbe interessare fino a 20mila addetti, un decimo dei suoi 211mila lavoratori.

L’introduzione dell’Ai però non comporta solo la riduzione del personale assistente: il trend complessivo della forza lavoro dimostra che le aziende preferiscono optare per i cosiddetti “tagli silenziosi” (“attrition“), che realizzano attraverso il blocco delle assunzioni e il mancato rimpiazzo dei pensionati. Questa situazione è adottata particolarmente in Europa: la Germania privilegia i prepensionamenti, la Francia ricorre alla riqualificazione nella data analysis sotto tutela sindacale, l’Italia applica il vincolo legislativo sulla supervisione umana obbligatoria, mentre il settore bancario negli ultimi 15 anni ha visto 63mila uscite incentivate tramite il fondo di solidarietà di categoria, interamente autofinanziato.

Nel frattempo, la costruzione delle infrastrutture digitali richiede investimenti giganteschi che passano anche tramite il settore bancario. L’economista Stijn Van Nieuwerburgh della Brookings Institution stima un costo annuo per i data center Ai pari al 3,6% del Pil statunitense fino al 2032, per un totale di 10.300 miliardi di dollari, superiore alla somma spesa per le ferrovie del XIX secolo, le autostrade del XX secolo e due terzi dell’elettrificazione Usa. Gli hyperscaler come Alphabet, Amazon, Microsoft, Meta, Oracle e SpaceX genereranno 760 miliardi di dollari di cash flow nel 2026 ma li reinvestiranno interamente, mantenendo negativo il rispettivo flusso di cassa libero. A ciò si sommano 466 miliardi di dollari di debito Ai emesso nel 2026 attraverso obbligazioni, secondo stime di Morgan Stanley. I dubbi sulla sostenibilità di tali debiti l’altroieri hanno provocato pesanti vendite sulle Borse statunitensi, con le azioni del settore come Meta che in una sola seduta è andata al ribasso del 6%, perdendo oltre 115 miliardi di dollari di capitalizzazione, dopo la previsione di dover raccogliere “centinaia di miliardi di dollari” per i propri investimenti nella Ai.

Così la spesa per i data center coinvolge direttamente i risparmi dei cittadini. La capitalizzazione dei sei principali hyperscaler e dei produttori di chip vale ormai sui mercati azionari circa 31mila miliardi di dollari, un quinto del valore complessivo di tutte le Borse mondiali. Le famiglie statunitensi detengono circa un terzo dei propri asset in azioni. Poiché il debito legato all’Ai è prevalentemente valutato con giudizio (rating) “sufficiente” (“investment grade“), le obbligazioni delle aziende collegate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale sono presenti massicciamente nei portafogli di fondi pensione, polizze vita e assicurazioni. In tal modo, la stabilità finanziaria globale e le pensioni dei risparmiatori risultano indissolubilmente legate alla redditività futura dell’industria tecnologica, che nel frattempo sta assottigliando la forza lavoro mondiale. Un paradosso, insieme all’indebitamento per la corsa all’Ai, che rischia di scatenare una tsunami.

L'articolo Barclays taglia 5mila dipendenti per sostituirli con l’Ai. Da Citigroup a Klarna, la corsa alle riduzioni di organico proviene da Il Fatto Quotidiano.

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