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Trump Exempts Some Canadian Products From Section 338 Tariffs—But His Illegal Trade War Continues

An American flag breaks with a Canadian flag
Illustration: Midjourney

Last week, the Liberty Justice Center (the public interest group I worked with on the case challenging Trump's earlier IEEPA tariffs, which led their invalidation by the Supreme Court)  filed the first lawsuit challenging President Donald Trump's massive Section 338 tariffs against a variety of Canadian imports. Three days later, Trump exempted some previously covered Canadian products from the tariffs, probably to help Maine Sen. Susan Collins and other congressional Republicans fearful of voter backlash in the upcoming midterm election:

President Donald Trump signed a proclamation on Friday that removes some Canadian products from tariffs imposed under Section 338 of the Tariff Act of 1930 and adds others, the White House said. The changes take effect Oct. 30.

Plywood sheets, some paper products, certain machinery and refrigeration equipment, and certain packing crates and boxes come off the list. Some valves, along with carpets, waste products and other goods, take their place.

The tariffs, set at 50% according to CNBC, apply whether or not a good originates under the U.S.-Mexico-Canada Agreement….

The fact that American businesses and consumers in states like Maine are suffering from the tariffs gives the lie to the notion that only foreigners are burdened by them. Trump's action here also underscores how the tariffs have become highly unpopular, and a drag on GOP prospects in the upcoming election.

While Trump may have (perhaps only temporarily) lifted some of the Section 338 tariffs, most remain in place. As noted above, he  imposed additional tariffs on some goods, even as he lifted them on others. And the Section 338 tariffs are still still illegal for a variety of reasons I summarized in my previous post on the LJC lawsuit against them, as well as earlier writings:

I have previously written about why Trump's Section 338 tariffs are harmful and illegal. See my recent Montreal Economic Institute paper on this topic, and earlier pieces here, here, and here. To briefly summarize, the tariffs on Canada are illegal because 1) Section 338 has been superseded by later legislation, 2) even if Section 338 is still operative, Trump's tariffs do not meet its requirements because the Canadian actions they supposedly respond to do not "discriminate" against US goods, as the law requires, 3) Trump's tariffs do not "offset" the Canadian actions (as Section 338 also requires), but go far beyond that, 4) the administration's interpretation of Section 338 runs afoul of the "major questions" doctrine, and 5) if Section 338 is operative and does authorize the Trump actions, it would violate the constitutional nondelegation doctrine (which restricts delegation of legislative power to the executive).

The LJC complaint advances all five of these arguments. To prevail, they need win on only one.

Trump has also used Section 338 to ban some Canadian imports entirely. That too is illegal, though the bans (unlike the tariffs) are not directly at issue in the LJC case. They may well be challenged in future litigation, however.

In addition to illegally usurping congressional power over taxation, the Trump trade war against Canada damages our economy and poisons relations with a key ally. Courts should strike it down, just as they did with the IEEPA tariffs and the more recent Section 122 tariffs. They should also invalidated the massive Section 301 "forced labor" tariffs, which have been challenged in three cases currently before the US Court of International Trade.

UPDATE: It's worth reiterating that giving one person the power to impose and lift tariffs whenever he feels like it is an affront to the rule of law.

The post Trump Exempts Some Canadian Products From Section 338 Tariffs—But His Illegal Trade War Continues appeared first on Reason Magazine.

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In ginocchio da Putin: dopo aver sabotato la diplomazia, Bruxelles ora cerca un posto al tavolo

 

di Alessandro Bartoloni

 

La capacità di negoziare è uno degli strumenti fondamentali del potere politico. Si può essere in disaccordo con un avversario, imporgli sanzioni o sostenere militarmente i suoi nemici, ma rinunciare al dialogo significa rinunciare anche alla possibilità di influenzare l’esito di un conflitto. E quando si smette di parlare con qualcuno, non lo si cancella dalla realtà: si lascia semplicemente che siano altri a trattare con lui e a decidere le condizioni della pace.

È la lezione che l’Unione europea sembra aver imparato nel modo più umiliante.

Dopo anni trascorsi a inseguire la contrapposizione con la Russia, a inasprire le sanzioni economiche, a sostenere militarmente l’Ucraina e a perseguire l’isolamento politico di Mosca, Bruxelles starebbe ora valutando la nomina di un rappresentante di alto livello incaricato di dialogare direttamente con Vladimir Putin.

Una prospettiva che, se confermata, avrebbe un significato politico enorme. L’Unione europea, che per anni ha presentato la propria linea come l’unica moralmente e strategicamente accettabile, si ritroverebbe a cercare disperatamente un canale diplomatico proprio con quel governo con cui aveva promesso di non normalizzare i rapporti.

La questione non è soltanto chi verrà mandato a parlare con il Cremlino. La domanda è molto più scomoda: com’è possibile che una delle maggiori potenze economiche mondiali si sia ridotta a inseguire gli altri per ottenere un posto al tavolo delle trattative su una guerra che coinvolge direttamente la sua sicurezza?

Il presidente ceco Petr Pavel avrebbe sollevato la possibilità di nominare un negoziatore europeo incaricato di trattare con Mosca. Tra i possibili candidati sarebbe emerso il nome del presidente finlandese Alexander Stubb, sebbene non risulti ancora definita alcuna nomina.

Il solo fatto che questa ipotesi venga presa in considerazione è già indicativo della crisi politica europea.

L’Unione dispone infatti di un apparato istituzionale e diplomatico imponente. Ha una presidente della Commissione, un presidente del Consiglio europeo, un Alto rappresentante per gli Affari esteri e un servizio diplomatico destinato a coordinare la propria azione internazionale. Eppure, quando si tratta di affrontare il dossier più importante per la sicurezza del continente, tutto questo apparato sembra non bastare.

Il motivo è semplice: avere istituzioni non significa avere una strategia, così come disporre di una diplomazia non significa essere in grado di negoziare.

Ursula von der Leyen è diventata uno dei simboli della linea dello scontro con Mosca: sanzioni, sostegno militare a Kiev e isolamento della Russia. Una linea che può raccogliere consenso in determinati ambienti politici europei, ma che rende estremamente difficile presentarsi al Cremlino come un’interlocutrice credibile e disposta a esplorare un compromesso.

Lo stesso problema riguarda Alexander Stubb, che si è distinto per il suo sostegno all’Ucraina e per le sue dure critiche alla Russia. Posizioni che possono rafforzarne il profilo presso una parte della classe dirigente europea, ma che non costituiscono necessariamente un vantaggio quando si tratta di sedersi al tavolo con la controparte.

Bruxelles rischia così di confondere ancora una volta la fedeltà alla propria linea politica con la capacità di ottenere risultati.

Il problema, infatti, non è trovare un politico abbastanza importante da rappresentare l’Unione. È trovare qualcuno che possa parlare a nome dell’Europa senza essere considerato da Mosca il semplice portavoce di una politica di ostilità.

E qui emerge tutta la contraddizione di una classe dirigente che ha investito enormi risorse politiche nel confronto con la Russia, salvo poi scoprire che per negoziare con un avversario non basta condannarlo, sanzionarlo o dichiarare che prima o poi sarà costretto a cedere.

Il fallimento della strategia europea emerge con particolare evidenza se si guarda a Washington.

Secondo la ricostruzione citata, Vladimir Putin avrebbe incontrato a lungo a San Pietroburgo l’inviato statunitense Steve Witkoff, dopo consultazioni a Oslo che avevano coinvolto rappresentanti ucraini ed europei.

Al di là delle possibilità concrete di raggiungere un accordo, la sequenza è politicamente eloquente: gli Stati Uniti continuano a mantenere un canale diretto con Mosca, mentre l’Unione europea fatica a conquistarsi un ruolo autonomo nel processo negoziale.

In altre parole, Washington tratta con il Cremlino mentre Bruxelles rischia di restare a guardare.

Il paradosso è evidente. L’Europa è direttamente esposta alle conseguenze della guerra: dalla sicurezza continentale ai rapporti energetici, dalle sanzioni economiche agli impegni militari e finanziari a sostegno dell’Ucraina. Eppure, proprio quando si discute del possibile assetto futuro del continente, rischia di essere relegata a un ruolo marginale.

Chi negozia ha la possibilità di avanzare proposte, sondare la disponibilità al compromesso, modificare le priorità e influenzare le condizioni di un accordo. Chi resta fuori deve invece limitarsi a reagire alle decisioni altrui, cercando di correggere a posteriori gli equilibri che altri hanno contribuito a definire.

È questo il prezzo dell'irrilevanza diplomatica: non essere necessariamente privi di potere, ma non riuscire a trasformarlo in influenza politica.

I dirigenti europei possono ripetere quanto vogliono che nessun accordo sulla sicurezza del continente dovrebbe essere concluso senza il coinvolgimento dell’Europa. Ma le dichiarazioni solenni non bastano. Per sedersi al tavolo bisogna essere considerati interlocutori necessari, capaci di offrire qualcosa, modificare le proprie posizioni e assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Non basta rivendicare un posto al tavolo. Bisogna avere qualcosa da negoziare e la capacità di farlo.

La contraddizione più grave riguarda la politica delle sanzioni.

Von der Leyen ha ribadito la propria opposizione alla revoca delle restrizioni sull’energia russa prima della fine del conflitto, continuando a promuovere una maggiore integrazione del sistema energetico europeo.

La linea è chiara: mantenere la pressione economica su Mosca e proseguire nel percorso di distacco energetico dalla Russia. Ma se l’obiettivo è anche quello di ottenere un accordo, sorge una domanda inevitabile: quale margine di trattativa intende lasciare Bruxelles?

Le sanzioni non sono soltanto una dichiarazione politica. Possono essere uno strumento negoziale, perché la loro modifica o revoca rappresenta una possibile contropartita da offrire in cambio di concessioni. Se, invece, la loro rimozione viene esclusa preventivamente da qualsiasi discussione seria, l’Unione finisce per privarsi volontariamente di una delle poche leve economiche che potrebbe utilizzare al tavolo delle trattative.

In sostanza, Bruxelles pretende di negoziare senza mettere in discussione nessuno dei pilastri della propria strategia.

Ma questa non è diplomazia: è la pretesa di ottenere risultati senza accettare il rischio di un compromesso.

Le difficoltà non riguardano soltanto le sanzioni. Secondo la ricostruzione citata, il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov avrebbe espresso scarso entusiasmo per le proposte trasmesse a Mosca dopo le consultazioni di Oslo.

E anche qualora riprendessero i colloqui trilaterali tra Russia, Ucraina e Stati Uniti, non vi sarebbe alcuna garanzia di un accordo.

Per questo la nomina di un inviato europeo, da sola, servirebbe a ben poco. Se Bruxelles non chiarirà quali obiettivi sia disposta a perseguire, quali compromessi possa prendere in considerazione e quali risultati sia realisticamente in grado di sostenere, il nuovo rappresentante rischierà di essere soltanto un altro funzionario incaricato di ripetere formule già respinte.

C'è un altro aspetto che la classe dirigente europea sembra fare fatica ad accettare: la diplomazia non si svolge nel vuoto, ma dentro rapporti di forza concreti.

Mosca è in una posizione militare favorevole e, secondo la ricostruzione citata, non sembra disposta ad accettare proposte che lascino irrisolte le sue principali richieste.

Washington, dal canto suo, sembra interessata a individuare una soluzione diplomatica, pur continuando a perseguire obiettivi che non coincidono necessariamente con quelli russi.

L’Europa si trova invece davanti a un problema che ha contribuito a creare: come conciliare il sostegno agli obiettivi dichiarati di Kiev con la possibilità che l’esito finale della guerra sia diverso da quello auspicato dai governi europei?

Per anni, una parte della leadership dell’Unione ha presentato il confronto con Mosca attraverso una narrazione nella quale la pressione economica, il sostegno militare all’Ucraina e l’isolamento internazionale avrebbero dovuto condurre a un risultato politico favorevole all’Occidente. Oggi, la difficoltà di ritagliarsi un ruolo autonomo nei negoziati mostra quanto sia pericoloso scambiare le proprie aspettative per una descrizione realistica dei rapporti di forza.

L’Europa non è priva di strumenti. Il suo peso economico rimane considerevole; le sanzioni, l’assistenza finanziaria e le future garanzie di sicurezza possono incidere sull’esito di una trattativa.

Ma queste risorse devono essere trasformate in una strategia. E una strategia richiede la capacità di distinguere gli obiettivi desiderabili da quelli concretamente raggiungibili, di valutare i costi delle proprie decisioni e di modificare la propria linea quando i risultati smentiscono le previsioni iniziali.

È proprio questa capacità che oggi sembra mancare.

Ma la realtà non si piega ai comunicati di Bruxelles.

La questione decisiva è quindi un’altra: il nuovo rappresentante avrà il mandato di esplorare compromessi reali oppure sarà incaricato soltanto di ribadire le posizioni di Bruxelles, anche quando queste non trovano alcuna disponibilità dall’altra parte?

Nel primo caso, la nomina potrebbe rappresentare un passo verso il recupero di una capacità diplomatica autonoma. Nel secondo, rischierebbe di essere l’ennesima operazione di facciata, utile soprattutto a salvare le apparenze di fronte all’emarginazione europea.

Ma la diplomazia non funziona così. Per negoziare bisogna essere disposti ad ascoltare, riconoscere i rapporti di forza, formulare proposte credibili e accettare che un accordo non coincida necessariamente con la realizzazione integrale dei propri obiettivi.

La vera domanda, dunque, non è chi l’Europa manderà da Putin. La vera domanda è se i dirigenti europei saranno finalmente disposti a cambiare politica, oppure se intendono continuare a proclamare la propria fermezza e ipocrisia contro gli interessi dei propri popoli mentre altri decidono il futuro del continente.

 

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