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“Il nipote del boss fotografato col politico FdI, chiedeva di votare per lui”: l’inchiesta de Lo Stato delle cose

Il nipote del boss mafioso avrebbe fatto campagna elettorale per un candidato di Fratelli d’Italia. A raccontarlo è l’ultima puntata dell’inchiesta de “Lo Stato delle cose”, la trasmissione condotta da Massimo Giletti, che da diverse settimane indaga sul rischio delle infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti per le pulizie negli ospedali. L’inviato Silvio Schembri ha ricostruito come molti appartenenti della famiglia Genova lavorino persino all’interno del Tribunale di Palermo. Quasi tutti sono incensurati e occupano posti al vertice delle ditte che si occupano di pulizie negli uffici pubblici.

Anche Nino Genova è stato a capo dell’area operativa della ditta Dusmann, una delle aziende che si occupano delle pulizie negli uffici pubblici. Incensurato, nipote del boss detenuto Salvatore Genova, la trasmissione Rai ha trovato una sua foto con Fabrizio Ferrara, deputato regionale di FdI. Un testimone che ha lavorato per Nino Genova, inoltre, racconta che proprio il parente del boss avrebbe chiesto di votare per Ferrara alle ultime elezioni del 2022. Lo Stato delle cose è in onda stasera su Rai3 alle 21 e 15.

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Il pm chiede il carcere per Youssef Siher: “Può sviluppare strategia rivoluzionaria”

Youssef Siher, il ricercatore 30enne italiano di origini marocchine, fermato su disposizione della Procura di Milano per essere la presunta “mente” del canale social Movimento 17 ottobre, avrebbe avuto una conoscenza degli strumenti informatici tale da poter “sviluppare una strategia rivoluzionaria“. È uno degli elementi valorizzati dai pm nella richiesta di convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare in carcere, nella quale si ritiene sussistente, oltre al pericolo di fuga, anche quello di reiterazione del reato.

Il 30enne, che si trova al carcere di San Vittore, è accusato di istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità del terrorismo e dal mezzo informatico e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (reato quest’ultimo che fa parte dell’ultimo decreto del governo). La procura, nella richiesta firmata dal procuratore Marcello Viola e dalla pm Francesca Crupi, ritiene che Siher abbia assunto “un profilo di spicco nel movimentismo” ed era “conoscenza degli strumenti informatici idonei a sviluppare una strategia rivoluzionaria anche attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone“. Le istruzioni fornite agli utenti “denotano un chiaro disegno strategico nel senso che le piazze indicate come luogo di concentramento risultavano per l’appunto strategiche al fine di impedire i controlli delle forze dell’ordine. Sull’ideologia manifestata tale da far ritenere insufficienti gli arresti domiciliari”, si sottolinea nel provvedimento.

Quanto al pericolo di fuga “appare evidente la sussistenza”, scrivono i pm. Sebbene Siher sia “italiano di seconda generazione”, per la Procura “ha dimostrato di avere particolari abilità e capacità di muoversi e di aver contatti relazionali che lo potrebbero aiutare a far perdere le sue tracce”.

Secondo quanto trapela, sarebbe finita al centro degli accertamenti degli investigatori anche una chat WhatsApp. Da quanto si è saputo, infatti, si indaga anche sugli ultimi contatti che Youssef Siher avrebbe avuto prima di essere rintracciato e sottoposto a perquisizioni informatiche la mattina del 24 ottobre. Dal suo notebook, infatti, a cui la Polizia Postale ha potuto accedere perché non protetto da password, a differenza del telefono (lui si è rifiutato di comunicare la chiave di accesso), risultava, si legge negli atti, che il 30enne avesse utilizzato quel “devices in questione anche per collegarsi al proprio whatsappweb dove all’interno era attivo l’account denominato Youssef Siher”. E in questa pagina “si poteva riscontrare la presenza di diversi messaggi da parte di terzi che chiedevano informazioni sulla manifestazione del 24 ottobre”. Negli atti del provvedimento di fermo, come già emerso anche ieri, né in quelli della richiesta di convalida e di custodia cautelare in carcere, non c’è alcun elemento su presunti contatti tra Siher e hacker filorussi.

“Per lo smartphone l’indagato non ha fornito le credenziali di accesso”, hanno scritto i pm negli atti. Sul telefono sotto sequestro, ad ogni modo, si tenterà comunque di accedere nell’ambito delle indagini in corso, probabilmente con accertamenti irripetibili. Si sta analizzando, intanto, anche altro materiale trovato negli altri dispositivi sequestrati. In un’annotazione del 24 ottobre della Polizia Postale, che conduce le indagini assieme alla Squadra mobile e alla Digos della Polizia, si dà conto di come Siher avesse attiva sul suo notebook anche “l’applicazione Telegram Desktop configurata” con il suo account e che nella “sezione Comunicati del Movimento 17 Ottobre risultavano attivi i due messaggi programmati relativi all’indicazioni della piazze in cui concentrarsi” sabato scorso. Il 30enne, scrive la Procura, aveva “programmato l’invio, rispettivamente per le ore 14.31 e 15.31, di disposizioni organizzative sui luoghi ossia le varie piazze d’Italia, dove gli appartenenti al citato gruppo Telegram ed i loro adepti avrebbero dovuto riunirsi”. Messaggi che, però, non sono mai partiti, perché sono scattate le perquisizioni e i sequestri a suo carico.

L’udienza di convalida, davanti alla giudice per le indagini preliminari di Milano Tiziana Landoni, è attesa per domani, martedì 27 ottobre.

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Operaio muore sul lavoro in un’azienda agricola a Brindisi schiacciato da un macchinario

Un operaio di 51 anni è morto in un’azienda agricola di Brindisi, schiacciato da un macchinario che stava trasportando. L’incidente sul lavoro è avvenuto nelle campagne tra il capoluogo adriatico e San Pietro Vernotico. Sul posto è intervenuto il personale sanitario del 118, ma i tentativi di rianimare l’uomo di Cellino San Marco sono stati vani.

La dinamica dell’incidente è ancora da chiarire e sul posto è intervenuto anche il personale del servizio per la prevenzione e la sicurezza negli ambienti di lavoro (Spesal) per verificare il rispetto delle norme sulla sicurezza e accertare eventuali responsabilità.

La Polizia locale di Brindisi sta effettuando sul posto ulteriori accertamenti per chiarire la dinamica esatta che ha portato al decesso dell’operaio. Si tratta del quinto morto sul lavoro oggi. La notizia dell’operaio 51enne segue quella dell’incidente di stamattina nell’Agrigentino, in cui hanno perso la vita quattro operai in un incidente frontale con un tir.

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Dio benedica l’indigestione. Così Papa Leone ha scoperto di avere un tumore

A volte le grandi svolte cominciano con qualcosa di molto poco solenne. Nel caso di Leone XIV, non una visione mistica né un segnale dal cielo: un mal di stomaco. Quel genere di contrattempo che normalmente si liquida con una dieta in bianco e qualche giorno di prudenza. Per il Pontefice, invece, potrebbe aver rappresentato la coincidenza più preziosa della sua vita.

Il malessere in Francia e gli esami inattesi

A ricostruire il retroscena è Stefano Iannaccone su Domani. Durante un viaggio in Francia, Robert Francis Prevost avrebbe accusato disturbi gastrointestinali piuttosto intensi, affrontando gli appuntamenti previsti non senza difficoltà. Dopo un paio di giorni tutto sarebbe rientrato, lasciando aperto un dubbio: semplice indigestione oppure infezione virale?

I medici, poco inclini ad affidarsi al proverbiale «passerà da sé» quando il paziente abita in Vaticano, avrebbero consigliato ulteriori verifiche. Prima un’ecografia, poi accertamenti più approfonditi. Dallo stomaco nessuna cattiva notizia. Ma le indagini avrebbero portato alla luce una piccola lesione polmonare, fino a quel momento insospettata.

Una precisazione è necessaria: la Santa Sede aveva parlato di controlli di routine. Il collegamento con il malessere francese emerge dalla ricostruzione di Domani, non da una conferma ufficiale.

L’operazione al Gemelli e il responso dei medici

L’11 ottobre, all’Angelus, il Papa ha scelto di raccontare personalmente la diagnosi: un nodulo individuato precocemente, ben delimitato, da rimuovere chirurgicamente. Due giorni dopo, al Policlinico Gemelli di Roma, l’intervento ha confermato un adenocarcinoma polmonare. I chirurghi hanno asportato il lobo inferiore del polmone destro con una procedura videoassistita, senza complicanze. Il 17 ottobre Leone XIV è tornato in Vaticano. Gli esami istologici definitivi hanno confermato che il tumore era localizzato e, secondo la valutazione oncologica comunicata il 21 ottobre, non sono necessarie ulteriori terapie.

Resta la convalescenza, con qualche appuntamento da rinviare e un’agenda pontificia da riorganizzare. Se il racconto dei controlli scaturiti dall’indigestione troverà conferma, la vicenda avrà un paradosso perfetto: uno stomaco ribelle avrebbe permesso di scoprire una malattia silenziosa. Chiamarlo miracolo sarebbe naturalmente eccessivo. Ma anche il più rigoroso degli scettici potrebbe riconoscere che, stavolta, la Provvidenza sembra aver scelto una strada decisamente insolita.

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Riarmo, ad Augusta la Flotilla blocca una nave che rifornisce la base Usa di Sigonella. Poi il blitz della Finanza

Per oltre sei ore, nella mattinata di lunedì 26 ottobre, due barche a vela della Global Sumud Flotilla hanno impedito l’accesso al porto siciliano di Augusta alla Sunaid X, una nave cargo di 129 metri battente bandiera portoghese che deve scaricare materiali destinati alla base Usa di di Sigonella. Il blocco è iniziato alle 5 del mattino, sono intervenute la Guardia di finanza e la Guardia costiera. Poco prima delle 11.30, raccontano gli attivisti, la nave “è ripartita a tutta velocità” e i finanzieri “hanno minacciato di salire a bordo” delle due barche, che hanno preferito seguire la motovedetta in porto.

“Su quella nave sono materiali dual use, civile e militare, prodotti chimici, roba destinata ai doni che partono da lì a supporto delle operazioni militari di Stati Uniti e Israele”, dicono gli attivisti. Secondo la campagna “No Harbour For Genocide” la nave avrebbe preso il posto della Vm Vita nei trasporti per la Defence Logistics Agency (Dla), l’agenzia del Dipartimento della Difesa Usa che gestisce gli approvvigionamenti per le basi statunitensi nel mondo. Il supporto almeno logistico fornito da Sigonella alle forze armate israeliane che hanno devastato Gaza e alla guerra israelo-statunitense contro l’Iran è largamente documentato.

La Sunaid X è la stessa nave fermata giovedì 22 per quattro ore davanti al porto di Livorno, in un’azione organizzata dagli attivisti della Flotilla con il Gap (Gruppo autonomo portuali) e l’Usb (Unione sindacale di base), che per venerdì 30 ha proclamato lo sciopero generale in Italia a supporto della giornata mondiale di lotta dei portuali contro i traffici d’armi. Coinvolgerà un centinaio di scali marittimi in 17 Paesi di tutto il pianeta, da San Francisco all’India passando per numerosi porti europei.

A bordo delle due barche, con le bandiere palestinesi e le vele e gli scafi dipinti secondo la tradizione della Flotilla per Gaza, c’erano attivisti italiani e di altri Paesi europei. Tra gli altri Spagna, Grecia e Regno Unito. In un filmato diffuso su Instagram uno di loro, con la kefiah, chiama la nave, che si vede in lontananza, sulla radio Vhf: “Sunaid X, Sunaid X, qui è Sumud, mi ricevete?”. Dal cargo rispondono e l’attivista avverte: “State trasportando forniture a una base militare che è profondamente coivolta nella guerra sionista e nel genocidio del popolo palestinese, il porto è bloccato per voi, non siete i benvenuti qui, siamo contro la macchina della guerra. I lavoratori portuali – aggiunge l’attivista della Sumud – sono in sciopero e non scaricheranno i vostri materiali, non vogliono essere complici di un genocidio, lavorano per dare da mangiare alle loro famiglie, non per uccidere bambini innocenti”.

Le altre navi, ovviamente, entravano e uscivano liberamente dalla grande rada del Porto Megarese di Augusta, dove c’è la base della Marina militare oltre ai terminal del Petrolchimico di Priolo. Per oltre sei ore la Guardia di Finanza e la Guardia costiera hanno chiesto agli attivisti di togliere il blocco, poi la minaccia di un’azione di forza. A Livorno è finita con il sequestro di tre barche e la denuncia dei partecipanti all’azione per interruzione di pubblico servizio.

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Incidente tra auto e tir su una statale nell’Agrigentino: morti quattro operai

Quattro operai sono morti in un incidente stradale nell’Agrigentino. Si stavano dirigendo al lavoro nelle campagne quando l’auto sulla quale viaggiavano, una Fiat Punto, si è scontrata frontalmente, poco prima delle 7, con un tir condotto da un uomo di 43 anni. Un impatto violentissimo che non ha lasciato scampo ai quattro operai.

L’incidente è avvenuto lunga la strada statale 123 in territorio di Naro, Agrigento. Ai sanitari del 118 giunti sul luogo dello scontro non è rimasto che constatarne il decesso. L’uomo alla guida del mezzo pesante, invece, è rimasto illeso.

Le vittime sono tutte originarie di Canicattì: Antonio Agrò, 64 anni; Diego Giordano, 53 anni; Antonino Di Vincenzo, 60 anni e Gioacchino Liborio. I vigili del fuoco hanno estratto i corpi degli operai dalla vettura accartocciata per l’impatto violento col tir. Carabinieri e polizia hanno eseguito i rilievi per ricostruire la dinamica dell’incidente mortale. Il traffico sulla statale è rimasto bloccato per permettere la rimozione dei mezzi.

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L’ex portavoce del Comitato No Pfas assolto dall’accusa di diffamazione per aver detto che la Regione Veneto nascose le prove dell’inquinamento

BELLUNO – “Come possiamo avere fiducia di gente come Bottacin o di gente come lui che negavano la questione Pfas… lo stesso Bottacin che nascose i documenti sanitari di Mantovan (direttore della Sanità veneta) in un cassetto…”. La frase, pronunciata nell’aprile 2019 durante la trasmissione “Centocittà” su Radio Rai 1, è costata un processo infinito all’ecologista vicentino Alberto Peruffo, all’epoca portavoce del Comitato No Pfas. A querelarlo era stato l’allora assessore regionale all’Ambiente e alla Protezione civile, l’ingegnere bellunese Gianpaolo Bottacin, rimasto in carica fino a un anno fa. Si era sentito diffamato da una critica politica aspra che nascondeva un’accusa nemmeno tanto larvata “di presunte omissioni nelle pratiche relative all’inquinamento da Pfas”. Sette anni dopo il Tribunale di Belluno ha assolto Peruffo perché il fatto non costituisce reato. Ha così messo fine allo scontro giudiziario tra l’esponente della giunta di Luca Zaia (che partecipò alla trasmissione Rai) e il mondo dell’ambientalismo che si è battuto per conoscere la verità intorno all’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche della falda che attraversa il sottosuolo di tre province del Veneto (Vicenza, Verona e Padova), in un’area abitata da 350mila persone.

Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 6 mesi di reclusione, il difensore avvocato Edoardo Bortolotto, invece, l’assoluzione con formula piena. L’esito di un processo apparentemente minore ha aperto uno squarcio non tanto sulla vicenda ben nota di inquinamento ambientale tra le più gravi in Italia negli ultimi decenni, ma sulla sottovalutazione da parte della Regione Veneto. Quest’ultimo filone, nonostante le denunce e i sospetti emersi anche durante il processo per disastro ambientale a Vicenza, non ha mai portato a incriminazioni di responsabili politici per possibili omissioni.

L’arringa del difensore è apparsa particolarmente suggestiva perché tenuta a Belluno, dove si indagò per la tragedia del Vajont del 1963, che era stata annunciata dalle denunce inascoltate della giornalista Tina Merlin. La corrispondente de “L’Unità” era stata processata per procurato allarme, salvo vedere dopo alcuni anni la drammatica conferma delle sue previsioni. L’avvocato ha preso spunto dal parallelismo tra l’acqua caduta dal cielo a Longarone e l’acqua inquinata nel sottosuolo del Veneto dalla società Miteni di Trissino (Vicenza). Se il numero spaventoso dei morti del Vajont fu subito evidente, quello dei morti invisibili da possibile contaminazione da Pfas è perfino superiore, arrivando a 3899 unità (dal 1985 al 2018), secondo uno studio dell’Università di Padova.

Le accuse di Peruffo riguardavano una relazione che Domenico Mantoan, direttore del settore Sanità del Veneto, aveva redatto nell’autunno 2016, sostenendo la necessità di chiudere la Miteni. Averla “tenuta nel cassetto”, riferito a Bottacin, censurava il ritardo con cui i risultati erano stati comunicati alla cittadinanza che continuava a bere l’acqua inquinata. “Per anni la popolazione dell’area rossa hanno chiesto di conoscere i risultati completi del piano di campionamento degli alimenti. – ha ricordato il legale – Greenpeace e le Mamme No Pfas hanno dovuto ricorrere al difensore civico, quindi al Tar del Veneto per ottenere che fossero consegnati dopo tanti anni i risultati di quelle ricerche”. Nel 2016 la crisi si stava per manifestare in modo drammatico. Mantoan aveva sottolineato le preoccupazioni per la produzione Miteni, inviando la relazione a tre assessori (Salute, Ambiente e Agricoltura). Bottacin ha confermato di averne a sua volta consegnato una copia al procuratore della Repubblica di Vicenza, dopo averla ricevuta.

Al processo è stato interrogato anche l’ex governatore Luca Zaia che si era arrabbiato pubblicamente nel gennaio 2017 per non essere stato informato tempestivamente dei risultati delle analisi sulla Miteni. In aula non ha però datato con precisione il momento in cui ne venne a conoscenza, anche se Bottacin ha detto di avergli consegnato personalmente una copia della relazione il giorno dopo averla ricevuta. Ciò che accadde nei palazzi della Regione è rimasto in parte nebuloso. “Eppure possiamo dire che le informazioni sanitarie e ambientali sono state effettivamente sottratte alla conoscenza dei cittadini, illegittimamente per anni. – ha detto l’avvocato Bortolotto – Peruffo, con l’immagine del ‘cassetto’ voleva denunciare l’inerzia di un’amministrazione”. Particolare importanza ha avuto la testimonianza del dottor Vincenzo Cordiano, dell’ospedale di Valdagno che dal 2013 aveva denunciato come in alcuni Comuni del Vicentino si morisse più che altrove, per tumori ed altre patologie. Altre testimonianze hanno confermato i sospetti di una sottovalutazione istituzionale dell’inquinamento da Pfas in Veneto, visto che nel 2017 alla Miteni fu concesso di proseguire la produzione.

Ritornando al parallelismo tra il Vajont e i Pfas, l’avvocato Bortolotto ha concluso: “Nel 1960 un Tribunale della Repubblica assolse Tina Merlin che aveva scritto la verità sul Vajont. Tre anni dopo quella verità costò quasi duemila vite. Nel 2024 la scienza ci ha detto che l’acqua del Veneto occidentale ne è costata 3.890. Nel mezzo, c’è stato chi ha chiesto di sapere e chi ha tenuto chiusi i documenti, ma un giudice ha già stabilito chi aveva ragione”. Il riferimento è al processo di Vicenza per disastro ambientale, chiuso in primo grado con pesanti condanne. “Alberto Peruffo non ha diffamato nessuno. Ha fatto ciò che una democrazia chiede ai suoi cittadini migliori: ha preteso trasparenza, l’ha pretesa a voce alta, l’ha pretesa per gli altri. Punirlo significherebbe dire a chiunque, domani, voglia denunciare un pericolo per la salute pubblica, che è più prudente tacere. E la storia di questa provincia ci ha insegnato fin troppo bene quanto costa il silenzio”.

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L’eurodeputato Fdi Mantovani querela un pensionato che chiede conto dell’uso dei soldi del Pnrr. Parte raccolta fondi per le spese legali

Da quasi mezzo secolo vive a Castelletto, frazione di Cuggiono nel cuore del Parco del Ticino e affacciata sul Naviglio Grande. Achille Moneta – 72 anni, pensionato – non è un criminale, è un uomo che pratica la cittadinanza attiva. E che per questo finirà davanti a un giudice. Ha fatto troppe domande e ha avuto la sfortuna di incrociare sul proprio cammino un politico ricco e potente. Voleva sapere come sarebbero stati spesi 10,3 milioni di euro del Pnrr, soldi pubblici elargiti a un privato per trasformare la seicentesca Villa Clerici in uno studentato universitario. Ne ha scritto su Facebook, chiamando in causa Mario Mantovani, eurodeputato di Fratelli d’Italia, sindaco di Arconate ed ex vicepresidente della Regione Lombardia. Che lo ha querelato per diffamazione. La Procura di Busto Arsizio ha chiesto l’archiviazione, ma il politico si è opposto: l’udienza davanti al Gip è fissata per il 3 dicembre. Intanto, per sostenere le spese legali del pensionato, è partita una raccolta fondi dal basso che ha raggiunto 640 euro, grazie a piccole somme versate da semplici cittadini in solidarietà con un uomo libero, anche di criticare un potente.

La storia comincia con due post su Facebook. Moneta si interroga sul progetto che prevede la trasformazione di Villa Clerici in una residenza universitaria da 330 posti letto. Vuole capire come saranno utilizzati i finanziamenti pubblici, quanto costeranno le camere, come potranno raggiungere le università centinaia di studenti e quale sarà il futuro dell’immobile una volta terminato il vincolo di destinazione previsto dal Pnrr. Ma soprattutto si chiede quale sia il ruolo di Mario Mantovani in un’operazione promossa da Sodalitas, cooperativa sociale che l’eurodeputato fondò nel 1990, divenendone presidente per poi lasciare anni dopo le cariche sociali.

Mantovani si ritiene diffamato proprio perché Moneta lo ha associato alla cooperativa e al progetto, dai quali sostiene di essere estraneo. “Secondo l’onorevole Mantovani – spiega Moneta – avrei pubblicato due post diffamatori su Facebook, nei quali parlavo di finanziamenti pubblici per oltre 10 milioni di euro ad iniziative private. So che molti querelati, in situazioni simili, sono intimoriti dallo stress a cui vanno incontro e dai costi: anch’io lo sono, non ho dimestichezza con i tribunali“. Ma il pensionato aggiunge di essere convinto che la giustizia debba garantire a tutti gli stessi diritti, indipendentemente dalla condizione economica e sociale. Per questo non vuole che la vicenda si esaurisca in un confronto giudiziario privato. Lanciare un crowdfunding è un appello all’intera comunità, affinché chi esprime le proprie opinioni non venga lasciato solo.

Ma perché un eurodeputato querela un pensionato? Il punto centrale è la cooperativa Sodalitas, soggetto promotore dello studentato e beneficiario dei 10,3 milioni di euro del Pnrr. Sul piano formale Mantovani ha ragione: una visura camerale indica come presidente Lorenzo Pobbiati, vicepresidente Angela Gorla e consigliere Simone Zorzi. Lui non compare. L’assenza di incarichi societari, però, non coincide per forza con l’estraneità a un progetto. E proprio su questo punto emergono circostanze che rendono le domande di Moneta del tutto legittime.

Per esempio, quella sui 10,3 milioni di fondi Pnrr: “Al termine dei lavori, il valore dello storico immobile sarà molto maggiore, indipendentemente dal successo o meno del progetto di studentato: chi ne trarrà giovamento, dato che si tratta anche di soldi pubblici, di soldi nostri?”. Oppure quella sulla scarsa informazione: “Un’opera così impattante è stata discussa con la comunità locale? Ne è stata perlomeno informata? Gli amministratori mi dicono che non ci sono stati confronti”. E anche le considerazioni sulla visita del ministro Tommaso Foti a Cuggiono nel maggio 2026, in occasione della campagna elettorale: “Il ministro verrà, oltre che per supportare la lista di destra e il suo candidato sindaco, forse anche per vedere come vengono usati i fondi Pnrr da lui assegnati alla società del suo compagno di partito (compagno solo nel senso che sono entrambi di Fratelli d’Italia) onorevole Mantovani, per la ristrutturazione di Villa Clerici”.

Del resto, a parlare pubblicamente e sui giornali dello studentato di Castelletto, illustrandone caratteristiche, tariffe delle camere e prospettive, è stato Vittorio Mantovani, figlio dell’eurodeputato. Che non è tra gli amministratori della cooperativa. Eppure promuove il progetto, sostenendo peraltro che la trasformazione della villa in un servizio per gli studenti era un sogno di suo padre. Poi, soprattutto, c’è il ruolo svolto personalmente da Mario Mantovani nei rapporti con il Comune di Cuggiono. Il 22 aprile 2026 l’amministrazione comunale pubblica una nota ufficiale, nella quale si legge: “Abbiamo incontrato i promotori (Sodalitas, i progettisti e l’eurodeputato Mantovani) e in tale occasione ci è stato illustrato il progetto”. Ancora più preciso l’allora sindaco Giovanni Cucchetti, sentito da ilfattoquotidiano.it: “In Comune si presentò personalmente l’onorevole Mantovani, assieme al progettista, ingegner Luigi Paolino. E fu Mantovani a illustrare il progetto dello studentato. Inoltre, tempo prima era stato proprio lui a chiamarmi per chiedermi, preventivamente, se il Comune fosse d’accordo”. Dunque, secondo l’ex primo cittadino di Cuggiono, Mantovani non si limita ad accompagnare i promotori all’incontro istituzionale, ma contatta preventivamente il sindaco per testarne il gradimento sui lavori di recupero in Villa Clerici.

Tutti elementi che spiegano perché Achille Moneta abbia chiamato in causa il politico di Fratelli d’Italia nei suoi post. Voleva solo sapere come vengono spesi i soldi pubblici. Ora dovrà spendere i propri per difendersi da una querela. In Italia, spesso, fare domande costa.

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