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Missili da crociera low cost da Kyiv. La Bundeswehr punta sul Bars

La Germania si appresta a dotare le proprie forze armate di un sistema d’arma nato in Ucraina. Secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità tedesche dovrebbero chiudere nelle prossime settimane un accordo per l’acquisto di un primo lotto di Bars, il missile cruise a basso costo sviluppato da Kyiv. Si tratterebbe del primo acquisto noto di un’arma offensiva di concezione ucraina destinato all’uso diretto della Bundeswehr, un fenomeno che segnala quanto stia cambiando nella dimensione di apparato militare-industriale il rapporto tra l’Ucraina e i suoi alleati europei, sempre più interessati a sfruttarne il know-how militare. Si tratta di un vettore con propulsione a getto, capace di raggiungere fino a 1.000 chilometri di distanza e di trasportare una carica fino a 105 chilogrammi, a seconda della variante. Il lotto iniziale servirà a condurre prove tecniche all’inizio del prossimo anno. In caso di esito positivo, potrebbe seguire un ordine più consistente, nell’ordine di diverse centinaia di esemplari.

Un elemento centrale dell’operazione è la dimensione industriale. Negli ultimi mesi il Bars è stato fabbricato anche in Germania da una joint venture ucraino-tedesca, sui cui dettagli vige grande riservatezza, costituita nell’ambito del programma Build with Ukraine lanciato da Zelensky lo scorso anno. L’iniziativa nasceva con l’obiettivo di produrre armamenti per l’Ucraina al di fuori dei suoi confini, così da aumentarne la capacità produttiva, ridurre l’esposizione agli attacchi russi e favorire lo scambio di competenze. La mossa di Berlino si inserisce in una tendenza più ampia. Danimarca, Estonia e Lettonia hanno manifestato la disponibilità ad acquistare armamenti ucraini, e Copenaghen ha annunciato il mese scorso l’acquisto di nove veicoli terrestri senza equipaggio Dropla a scopo di sperimentazione. Sempre il mese scorso l’esercito statunitense ha assegnato un contratto da 10 milioni di dollari alla filiale americana dell’ucraina Skyeton per il drone da ricognizione Raybird, sistema per cui anche la Germania ha mostrato interesse.

L’acquisizione riflette anche un cambio di mentalità negli apparati della difesa tedeschi, a lungo caratterizzati da procedure lente e burocratiche e orientati verso i grandi gruppi industriali. Oggi Berlino si mostra più aperta verso le start-up e disposta a testare i prodotti mentre definisce i contratti, così da accelerare i tempi. Sullo sfondo c’è il piano di riarmo da 780 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, varato in risposta all’invasione su larga scala dell’Ucraina e ai dubbi sulle garanzie di sicurezza americane per l’Europa. Sul fronte del lungo raggio, la Germania ha firmato un accordo preliminare per i Tomahawk di Raytheon, dopo che Trump ha cancellato il previsto dispiegamento in territorio tedesco di un battaglione statunitense dotato di questi missili. I Tomahawk, però, hanno un costo compreso tra 4 e 6 milioni di dollari e scontano colli di bottiglia produttivi che ne rendono improbabile la consegna prima degli anni Trenta.

Per questo Berlino lavora in parallelo su sistemi più economici e producibili in massa. Oltre al Bars, prevede di acquistare e testare un piccolo lotto di missili Anthem della start-up statunitense Covenant, che la settimana scorsa ha annunciato un accordo anche con la Danimarca. L’Anthem costa circa un decimo di un Tomahawk, mentre il Bars sarebbe ancora meno caro, ma i funzionari tedeschi non escludono di acquisire entrambi. Resta invece congelata, per ora, l’ipotesi di acquistare il missile ucraino Flamingo.

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Dagli Usa alla Germania, ecco chi sta puntando sul combattimento spaziale (e perché)

La Germania istituirà una formazione militare dedicata alle operazioni spaziali, con un organico previsto di almeno mille unità all’interno della Luftwaffe. Ad annunciarlo è stato il tenente generale Holger Neumann, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica tedesca. La nuova struttura, è stato spiegato, riunirà sotto un unico ombrello tutte le attività militari tedesche legate allo spazio, con l’obiettivo di consolidare e ampliare le capacità già esistenti. Secondo quanto riferito, l’organizzazione comprenderà personale incaricato del controllo dei satelliti, unità dedicate alla space situational awareness e gruppi specializzati nei cosiddetti lanci operativi.

I primi passi della forza spaziale di Berlino

Si sa ancora poco dei dettagli, ma da quanto si apprende le prime attività di formazione sarebbero già iniziate, con sette militari impegnati in attività di addestramento per la gestione remota dei satelliti. Un’apposita sotto-unità sarà inoltre responsabile dei cosiddetti “lanci operativi”, intesi come la capacità di mettere rapidamente in orbita nuovi satelliti per sostituire o integrare quelli esistenti in caso di crisi. La collocazione della nuova formazione all’interno della Luftwaffe configurerà le operazioni spaziali nelle strutture di comando già esistenti all’interno dell’aeronautica tedesca. L’organizzazione si occuperà di attività connesse ai sistemi satellitari e alla sorveglianza dello spazio, in coordinamento con le altre componenti militari interessate.

È particolarmente interessante il fatto che, pur non disponendo ancora di un lanciatore nazionale – e men che meno di un soggetto appaltatore privato in grado di fornire le infrastrutture di lancio su richiesta e in tempi celeri – le Forze armate tedesche stiano lo stesso costituendo forze militari dedicate alla predisposizione e alla gestione di lanci improvvisi e determinati da esigenze operative orbitali. A guardarla in questo modo, sembrerebbe quasi che Berlino intenda addestrare gli operatori prima ancora di disporre delle piattaforme. La domanda è dunque d’obbligo: la Germania è più avanti di quanto non ammetta sul fronte dell’accesso autonomo allo spazio?

Le “armi spaziali” americane

A metà settembre il segretario dell’US Air force, Troy Meink, ha dichiarato che gli Stati Uniti dispongono già di armi in orbita. Interpellato sulla loro natura, ha preferito non aggiungere ulteriori dettagli. Notizia confermata il giorno seguente dal nuovo capo delle operazioni spaziali, il generale Douglas Schiess, (appena subentrato a B. Chance Saltzman). Anche qui non sono stati forniti dettagli sull’esatta natura di queste armi, per quanto gli analisti sono concordi nel sostenere che non dovrebbe trattarsi di sistemi cinetici. Un annuncio a cui il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha risposto chiedendo che gli Usa frenino la loro corsa alla militarizzazione dello spazio. Appello, tuttavia, invecchiato molto male.

Il caso Iceye

Il 15 ottobre il satellite russo Kosmos 2612 ha cominciato ad avvicinarsi a Iceye-X36, un satellite radar (Sar) della società finlandese-americana Iceye che fornisce rilevamenti satellitari alle forze di Kyiv. Già il giorno successivo, Kosmos si trovava a pochi chilometri dal bersaglio, con cui ha poi giocato al gatto col topo per due giorni, passando davanti e dietro al satellite, prima di allontanarsi tra il 18 e il 19 ottobre. 

Per diversi osservatori si è trattato della prima operazione di rendez-vous and proximity (Rpo) di questo tipo contro un satellite commerciale, dal momento che finora i Kosmos avevano pedinato soprattutto assetti governativi americani, come accadde nel 2020 con Usa 245. Infatti, Kosmos 2612 era stato lanciato in aprile insieme ad altri satelliti russi, e a maggio quattro di essi, dal Kosmos 2610 al 2613, avevano già modificato la propria orbita avvicinandosi sempre ad Iceye-X36. All’epoca qualcuno aveva invitato a considerare l’evento come una “coincidenza orbitale”, ma i fatti del 15-19 ottobre rendono ormai palese che dietro ai movimenti del satellite russo ci fosse la precisa volontà di avvicinarsi al satellite di un operatore privato che lavora per un Paese in guerra con Mosca.

Lo spazio si fa caldo

Che diversi Paesi si siano dotati negli ultimi anni di Forze armate – più o meno strutturate – dedicate al dominio spaziale non è una novità. Dal 2019, anno di istituzione della Space Force, diversi Stati hanno costituito branche spaziali militari dedicate o incluso lo spazio all’interno delle prerogative delle proprie Aeronautiche (come hanno fatto tra gli altri Italia, Francia e Germania), ma le ultime settimane stanno registrando un nuovo trend: la costituzione di reparti spaziali combattenti. È il caso, ad esempio, dello Space Effects Squadron delle Forze armate britanniche, le cui prerogative includeranno “la capacità di disturbare, degradare o negare le attività avversarie”. Vale la pena sottolineare che per “reparti combattenti” non si intendono fantascientifici battaglioni di soldati-astronauti, bensì unità la cui specifica destinazione d’impiego riguarderà l’utilizzo di assetti spaziali pensati per condurre operazioni direttamente in orbita e contro assetti analoghi. Si tratta di una distinzione importante, dal momento che, finora, i reparti spaziali nelle varie Forze armate sono stati dedicati principalmente a impiegare assetti che hanno una diretta rilevanza per le operazioni sulla Terra. Si pensi, in questo riguardo, ad Iceye-X36, che osserva i movimenti russi dall’orbita. Ed è proprio la crescente dipendenza globale dai servizi spaziali a candidare i loro abilitatori, i satelliti, a bersagli privilegiati in caso di conflitto. Di conseguenza, gli Stati si stanno dotando degli strumenti per difenderli (e attaccarli) direttamente nello spazio e di personale in uniforme in grado di manovrarli. Per comprendere il cambio di paradigma in corso, si pensi al potere aereo: già nel XIX secolo i palloni aerostatici venivano impiegati per osservare gli eserciti nemici, ma fu solo con la Prima guerra mondiale e con l’impiego operativo dei primi velivoli che quello aereo è assurto a dominio del conflitto “completo”, con le conseguenze che conosciamo bene. Con i dovuti distinguo del caso, il dominio spaziale sta attraversando la stessa trasformazione, da elemento di supporto agli altri domini a scenario combat localizzato direttamente fuori dall’atmosfera. Non si tratta ancora di una transizione completa, la quale richiederà ancora diverso tempo, ma i movimenti (e gli stanziamenti) delle principali potenze non lasciano dubbi in merito: i prossimi conflitti si combatteranno direttamente in orbita.

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Vi racconto il ruolo dei cattolici nelle elezioni del Brasile, Paese di Nostra Signora Aparecida

La devozione del Brasile a Nostra Signora Aparecida avrà svolto un ruolo nella campagna elettorale brasiliana che questa notte ha visto prevalere per quattro milioni di voti il presidente uscente, il cattolico Lula? Può sembrare una battuta, ma che il voto brasiliano abbia visto gran parte della base cattolica mobilitata per Lula e di quella della galassia evangelicale sostenere lo sfidante Bolsonaro è noto. Ed è interessante che in queste ore alcuni giornali abbiano ricordato che durante la campagna elettorale, Flavio Bolsonaro abbia detto espressamente che avrebbe reso chiaro una volta Presidente che il Brasile appartiene solo a Gesù Cristo. La patrona del Brasile, però è Maria, Nostra Signora di Aparecida. Lasciamo stare la festa nazionale del 12 ottobre, quella appunto della patrona del Brasile, sarebbe stata rivista. Cosa c’è di politico nella presenza o assenza di questa “patrona”, di Nostra Signora di Aparecida?

Il ruolo della religioni, e in particolare la vicinanza di molti cattolici a Lula e il progressivo identificarsi degli evangelicali con l’altro fronte, indicano che le due idee di Dio sono molto diverse e questo ha ed ha avuto un peso politico evidente. Tutti i temi forti della politica di destra di Jair Bolsonaro e ora di suo figlio, Flavio Bolsonaro, incrociano la  visione di queste chiese, che ritengono la Bibbia “parola di Dio”, quindi da applicare alla lettera, senza interpretare o discutere. Lo slogan elettorale di Flavio Bolsonaro è stato “Dio, patria, famiglia”. Ma non ci sono solo questi tre termini: ci sono le “armi”, strumenti di difesa, ci sono la “droga” e l’“omosessualità”, cioè offese o sfide a Dio, e poi “aborto”, l’“educazione sessuale”, la “salute”, tutti temi che accompagnano il fronte guidato dai Bolsonaro da quando il padre Jair, già cristiano e cattolico, si fece battezzare da un influentissimo pastore evangelicale nelle acque del fiume Giordano. In questa tornata elettorale la linea evangelicale è stata rafforzato dal figlio, con l’ingresso prepotente dei temi apocalittici nel confronto politico. Una questione enorme.

È evidente che di tutto questo il tema della violenza e delle armi non può essere sottovalutato. Parliamo di un’America Latina dove gli assassinii perpetrati in questi ultimi anni raggiungono il 30% di quelli commessi nel mondo, con un popolazione che non arriva certo a tale percentuale. È chiaro che la violenza è un’emergenza vissuta come parte della propria quotidianità e l’idea di combatterla dando a tutti un’arma come strumento di difesa convince. Il contrario, che può apparire più logico, apparirà invece un lasciare alla malattia, alle varie forme di malavita, l’esclusiva della violenza armata. Ma è il legame con le altre proposizioni “religiose”, oltre che le connivenze politiche con ambienti non limpidi, che costituisce lo specifico di questo tempo e che danno alla vittoria di Lula un peso non solo brasiliano. Il cattolicesimo, antica fede prevalente in Brasile, ha perso consistenza nel tempo fino ad arrivare a qualcosa come il 50%, a fronte di una crescita costante dei pastori (i famosi telepredicatori) evangelicali e del consenso di cui godono le loro Chiese. Così il successo di Lula va capito e letto anche in questa chiave. Ovviamente non tutta la chiesa cattolica lo ha sostenuto, come non tutto il mondo protestante o segnatamente evangelicale ha sostenuto Bolsonaro, ma le tendenze popolari sono state queste: i sondaggi dicono che Lula ha ottenuto il sostegno del 48% dei cattolici, il suo sfidante circa il 27%: le percentuali si capovolgono nell’altro campo. E qui entra in campo il valore di Aparecida. C’è ancora? Sarà ancora un simbolo così forte?

Quando Benedetto XVI visitò il Brasile, un viaggio breve, non andò a Rio, dove è nota la presenza della grandissima statua di Gesù Cristo: dopo la grande messa celebrata a San Paolo si recò al santuario di Aparecida.

La storia di quella statua di Maria persa nel fiume attiguo e ritrovata dopo tempo da pescatori è notissima. Emerse per caso, quando alcuni pescatori furono mandati a pesca per offrire del buon pesce a un illustro ospite in transito. Prima trovarono il corpo, poi la testa, poi, si racconta, tanto pesce, prima assente. Ma tutto il tempo trascorso nell’acqua e le sostanza che vi si trovavano presenti ha reso quella statuetta lignea di un colore scuro, molto più di quanto accada normalmente. Questo ha diffuso l’idea, la percezione o il racconto di una vicinanza alla popolazione di colore, ai discendenti degli schiavi che costruiscono così ampia parte del Brasile. Ma, leggendo sulla stampa confessionale italiana, è un po’ più ampio  il “messaggio” forte, il valore della Vergine di Aparecida, ciò che ha maggior peso. Trovo interessante quanto ha scritto nel 2019 il Messaggero di San’Antonio: “L’immagine dell’Aparecida si ricollega all’Immacolata Concezione. Ha la luna sotto i piedi, e calpesta il serpente. I suoi sono quindi simboli di potere e di vittoria. Eppure la statuetta è nera e rotta. Si è fatta trovare da persone povere, facendo capire che preferisce rimanere in mezzo ai poveri per proteggerli. Sin dall’epoca del suo ritrovamento si sparse come un fulmine la notizia che la Vergine di Aparecida faceva miracoli in favore delle persone più povere e oppresse della società”.

La devozione mariana è diffusa in tanti Paesi dell’America Latina e visitando Aparecida ci si può facilmente ricordare del santuario boliviano di Copacabana, dove si venera un’altra Madonna scura, come gli Indios anche del vicino Perù, che giungono annualmente  fin lì in pellegrinaggio.

Chi conosce la storia di Nostra Signora Aparecida narra anche delle successive avventure, del ruolo di alcuni missionari cattolici accanto alla popolazione ma anche di altri, diversi comportamenti ecclesiali.

Ora è difficile dire se la devozione a Nostra Signora Aparecida abbia avuto un peso, un qualche ruolo nella scelta di quei cattolici che magari si erano astenuti al primo turno e che al ballottaggio, magari offesi dalla battuta di Flavio Bolsonaro che ha irriso Lula perché ha nove dita, avendone perso un dito in un incidente in fabbrica, come ha prontamente replicato nel dibattito televisivo, sono tornati a votare. Ma certo nella vittoria di Lula, all’ultimo momento utile, si può cogliere un senso cattolico, visto il coinvolgimento così tanto spesso citato dei cattolici nel sostegno a Lula, che il possibile, imminente viaggio di Papa Leone potrebbe cogliere come messaggio latino-americano: per la Chiesa cattolica non tutto è perso, ma le sfide sono enormi e il papa anche peruviano, vista la sua lunghissima permanenza in quel Paese e la conservazione anche di quella cittadinanza, lo sa bene.

Tra Teologia della Liberazione, emendata da errori di quel tempo, e Teologia del Popolo , forse si possono trovare bandoli importanti per ciò che verrà. E questo riguarda anche i temi che ha trattato Leone XIV nella sua enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata all’Intelligenza Artificiale.

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Mediterraneo orientale. Le giravolte di Turchia, Libia ed Egitto spiegate da Caffio

I fattori geografici giocano un ruolo decisivo nel favorire le politiche di potenza degli Stati. La Grecia da anni fa perno sulle sue tante isole per proiettare i confini della Zee e della sottostante Piattaforma continentale (Pc) a ridosso della costa della Turchia. La quale a sua volta ha rovesciato il paradigma elaborando la teoria della Patria Blu (Mavi Marmar) con cui si è attribuita estesissimi spazi marittimi a danno di quelli delle isole greche.

Due opposte interpretazioni del diritto del mare si confrontano: rigidamente ortodossa quella greca nel seguire l’equidistanza geometrica senza tener conto di criteri di proporzionalità; più creativa quella turca che, per raggiungere i suoi scopi, spesso forza l’interpretazione delle norme.

Il Mediterraneo, con la sua conformazione ristretta, non consente iniziative marittime unilaterali. Quando questo si verifica, come nel nostro caso, si ha una forma di lawfare che crea estese grey zones dai confini incerti simili a quella del Mar della Cina

Memorandum turco-libico del 2019

Una mossa inaspettata ed estrema è stato nel 2019 il Memorandum di delimitazione tra il Governo di Accordo Nazionale (GNA) tripolino e la Turchia. L’intesa prevede una fascia diagonale di Pc, in un’area ricca di idrocarburi, tra l’Anatolia e la Cirenaica attribuendo una proiezione marittima alla costa turca in direzione est-ovest. Per conseguenza, le isole greche di Kastellorizo, Rodi, Scarpanto e Creta sono state private di qualsiasi spazio di Pc oltre le acque territoriali.

L’accordo ha ovviamente determinato varie proteste da parte greca che lo considerano nullo perchè contrastante con la Convenzione del diritto del mare (Unclos). Analoga la posizione della Ue nel non riconoscere efficacia all’iniziativa verso gli Stati terzi. L’Egitto ha egualmente subito condannato il Memorandum.

La risposta greca è stata immediata: nel 2020 ha firmato al Cairo un parziale accordo di delimitazione della Zee con l’Egitto che determina una sovrapposizione con la pretesa turco-libica: ignorando la costa anatolica, dà pieno effetto alle isole greche davanti al litorale egiziano sino al meridiano 28°. L’Egitto non ha tuttavia accettato la proposta greca di spingersi fino alla Zee di Cipro ed ha lasciato la porta aperta ad un successivo accordo con la Turchia.

Ratifica del Parlamento di Tobruk

Dopo essere stato in sonno per sette anni a testimoniare la difficile situazione interna della Libia divisa tra il GNA e quello del Libyan National Army (LNA), ora il Memorandum è stato ratificato lo scorso 20 dalla Camera dei Rappresentanti (HoR) di Bengasi.
Nella stessa seduta è stata votata la revoca di una precedente risoluzione sulla rottura delle relazioni diplomatiche tra il LNA ed Ankara.

Sono state così superate quelle riserve che – su istanza della HoR – avevano portato ad una pronuncia sfavorevole della corte di appello di Al-Bayda basata, sul fatto che il GNA di Tripoli non avessero l’autorità legale di siglare un simile accordo.

Reazioni internazionali

Immediata la reazione della Grecia che, assieme a Cipro, ha reiterato le iniziali proteste depositandole alle Nazioni Unite. Nicosia ha in particolare evidenziato i pericoli per la stabilità del Mediterraneo Orientale giudicando provocatoria l’iniziativa.
Molto decisa anche la posizione Ue che ancora una volta ha eccepito sia la nullità del Memorandum che la violazione dei diritti sovrani di propri Paesi membri.

L’Egitto ha ovviamente rinnovato la sua contrarietà. Tuttavia, a sorpresa, in un colloquio tenutosi il 24 ottobre ad Istanbul tra i rispettivi ministri degli esteri nell’ambito del Gruppo quadripartito di cui fanno parte Arabia e Pakistan, ha evidenziato la necessità per Turchia ed Egitto di negoziare un proprio accordo di delimitazione conforme ai principi equitativi dell’Unclos.

Più sfumata la posizione statunitense che, senza condannare il Memorandum, ha indicato i benefici di un approccio economico basato su investimenti ed estrazione delle risorse energetiche.

Verso una nuova fase

Artefice della nuova situazione è senz’altro la Turchia che, in questo modo, dimostra di aver superato le frizioni che la opponevano alla Cirenaica di Haftar perseguendo l’ambizioso progetto di estendere la sua influenza su una Libia unificata. Tutti da dimostrare invece i vantaggi concreti che ad Ankara verranno dalla ratifica del Memorandum visto che appare difficile lo sfruttamento di zone di mare contestate.

Proprio per questo, seguendo il consiglio degli Usa, l’Egitto potrebbe rilanciare l’Eastern Mediterranean Gas Forum (EMGF) invitando la Turchia a farne parte.

Più difficile prevedere la futura linea di Grecia e Cipro che, forti dell’appoggio Ue, al momento sembrano sul piede di guerra.

Quanto all’Italia, noi non siamo confinanti lateralmente con la Pc libica avendo ad est un limite già concordato con la Grecia. Tuttavia, oltre ad essere direttamente interessati a mantenere buone relazioni con la Turchia in una futura Libia riunificata, abbiamo proposto a Tripoli di iniziare un negoziato di delimitazione: si tratta dell’area a sud est della Sicilia dove la Pc libica si sovrappone in parte a quella Maltese la quale, a sua volta, è in overlapping totale con la nostra.

Da notare infine che nel 2023 l’Eni, per voce di Claudio Descalzi, dichiarò che l’accordo per la costruzione del gasdotto EastMed avrebbe dovuto necessariamente includere la Turchia, a significare la necessità di superare le contrapposizioni sulle pretese marittime in una prospettiva economica.

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Portuguesa Tekever vende drones às operações especiais dos EUA

Fabricante de drones assentes em inteligência artificial não divulgou o valor do negócio, nem o número, o modelo e a configuração específica dos sistemas adquiridos. A portuguesa Tekever, fabricante de drones assentes em inteligência artificial (IA), anunciou esta segunda-feira a compra de sistemas aéreos não tripulados (UAS) pelo Comando de Operações Especiais dos Estados Unidos (USSOCOM), sem adiantar o valor da operação. Os sistemas “concluíram com sucesso um programa de ensaios de validação e aceitação, apoiado por ações de formação específicas, com uma extensa campanha de voos realizada em vários locais”, refere a empresa, que não divulga o número, o

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