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Da Belgrado a Brasilia, il consenso non è più blindato. La sfida per l’Europa secondo Pirozzi (Iai)

Le urne non abbattono soltanto governi: possono incrinare sistemi di potere che sembravano inamovibili e rimettere in discussione gli equilibri geopolitici. Dalla Serbia, dove la mobilitazione degli studenti ha trasformato la protesta in una sfida politica alla leadership consolidata, al Brasile, dove Lula ha prevalso su Flávio Bolsonaro, affiora una domanda di cambiamento che attraversa contesti diversi e supera i confini nazionali. Non è ancora una ritirata globale del populismo, né la prova di una nuova stagione democratica. È, piuttosto, il segnale che il consenso resta contendibile e che la partecipazione dal basso può riaprire partite che parevano chiuse.

Per l’Europa, stretta tra le ambizioni delle grandi potenze, le ingerenze esterne e la crescente sfiducia dei cittadini nelle istituzioni, la questione è cruciale: capire se questi scossoni possano diventare un’occasione politica o se finiranno per lasciare spazio a nuove forme di instabilità.

Per Nicoletta Pirozzi, vicedirettrice e responsabile delle relazioni istituzionali dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), il caso serbo rappresenta un modello politico di particolare interesse, osservato da mesi e capace di sorprendere per la portata del risultato. Ma la discontinuità elettorale, da sola, non garantisce una svolta geopolitica: la composizione eterogenea del movimento studentesco lascia aperti interrogativi sulla futura collocazione internazionale di Belgrado. Anche in Brasile, la capacità di intercettare il malcontento e costruire coalizioni ampie si intreccia con la ricerca di autonomia dalle grandi potenze. Per l’Unione europea, la sfida è trasformare questi segnali in una strategia, senza sottovalutare le minacce che arrivano dall’esterno e le fratture che attraversano le proprie società.

La vittoria degli studenti serbi è il risultato di una mobilitazione durata circa due anni, nata attorno alla lotta alla corruzione e alla difesa dello Stato di diritto. Che cosa rende questo modello così interessante? E quanto è replicabile in altri Paesi europei?

È un’affermazione molto importante. Seguivamo questo modello da alcuni mesi e immaginavamo che potesse esserci un cambiamento, anche se la portata della vittoria ha sorpreso tutti. L’elemento più significativo è la capacità di trasformare un malcontento diffuso, soprattutto tra i giovani, in partecipazione politica e quindi in una maggioranza parlamentare, mettendo in discussione una leadership consolidata. La mobilitazione ha trovato nella lotta alla corruzione e nella difesa dello Stato di diritto i suoi principali motori. Non è semplice dire se questa dinamica possa riprodursi altrove. Nel caso serbo, infatti, la protesta si è legata anche alle aspettative di democratizzazione, benessere e avvicinamento all’Europa. È una componente specifica del contesto nazionale, che rende il fenomeno particolarmente interessante ma non automaticamente trasferibile ad altre realtà europee.

La vittoria elettorale non significa necessariamente una svolta europeista. Il movimento studentesco e i suoi referenti politici sono eterogenei, con sensibilità anche vicine alle posizioni russe. Quale spazio ha Bruxelles per riaprire il percorso di avvicinamento della Serbia all’Unione?

Non è automatico che da questo risultato discenda una trasformazione in senso europeista, proprio per l’eterogeneità delle componenti che hanno sostenuto il cambiamento. All’interno del movimento convivono sensibilità diverse, anche rispetto alla collocazione internazionale del Paese. C’è però un dato politico rilevante: l’affermazione di principi come la democrazia e lo Stato di diritto, che appartengono all’eredità europea e possono costituire una base per avvicinare Belgrado a Bruxelles. Su queste fondamenta occorre costruire. Il rinnovamento elettorale può offrire l’occasione per riavviare il processo di avvicinamento all’Unione, ma serve un investimento politico europeo. Bruxelles non può limitarsi a osservare: deve accompagnare il cambiamento, sostenendo le riforme e facendo in modo che le aspettative democratiche trovino uno sbocco concreto.

Dal fronte europeo a quello latinoamericano. In Brasile, Lula ha prevalso su Flávio Bolsonaro in una competizione segnata anche dalla polarizzazione e dal peso internazionale di Donald Trump. Quanto ha inciso il fattore americano e che cosa ci dice questo risultato sulla tenuta del consenso populista?

Il fattore Trump ha inciso parecchio. Lula ha puntato molto su una politica estera orientata all’autonomia strategica e alla diversificazione delle relazioni internazionali, rivendicando la capacità del Brasile di determinare autonomamente le proprie scelte. Sul piano interno, ha saputo intercettare istanze sociali importanti, costruendo una coalizione ampia e mobilitando il consenso attorno alla democrazia e al contrasto alla corruzione. È un elemento significativo: la capacità di aggregare sensibilità diverse e trasformare il malcontento sociale in partecipazione politica può fare la differenza anche in contesti fortemente polarizzati. Naturalmente, Serbia e Brasile sono realtà differenti e non vanno sovrapposte. Ma in entrambi i casi emerge quanto sia importante saper dare rappresentanza a domande di cambiamento che non trovano più risposte nelle leadership consolidate.

Dalla Serbia al Brasile sembra emergere una domanda di autonomia, tanto dalle leadership nazionali consolidate quanto dai condizionamenti delle grandi potenze. È un segnale di arretramento del populismo o piuttosto l’inizio di una nuova fase, nella quale la mobilitazione dal basso torna a condizionare gli equilibri internazionali?

Il messaggio che si può cogliere è proprio la ricerca di autonomia rispetto alle autocrazie e alle grandi potenze internazionali, insieme alla volontà di diversificare i modelli politici rispetto a quelli populisti. In queste esperienze emerge la centralità delle dinamiche democratiche e della mobilitazione dal basso, con lo Stato di diritto come obiettivo politico di riferimento. Non parlerei necessariamente di un arretramento generalizzato del populismo: siamo di fronte a contesti diversi, nei quali il consenso resta contendibile e gli equilibri possono cambiare rapidamente. Il punto è che la partecipazione democratica può riaprire spazi politici che sembravano chiusi. Per capire la portata di questa fase bisogna osservare non soltanto chi vince le elezioni, ma anche quali principi riesce a tradurre in scelte di governo e in una diversa collocazione internazionale.

La vulnerabilità delle democrazie, tuttavia, non dipende soltanto dalle dinamiche elettorali. Disinformazione, ingerenze esterne e sfiducia nelle istituzioni sembrano alimentarsi reciprocamente. Quali strumenti deve mettere in campo l’Unione europea per difendere il proprio modello, soprattutto in vista dei prossimi appuntamenti elettorali?

Una delle principali debolezze delle democrazie europee è la loro permeabilità alle influenze esterne che puntano a frammentare le società e a minare il modello democratico. Non abbiamo ancora tutte le difese necessarie per contrastare efficacemente le ingerenze e la propaganda, comprese quelle riconducibili ad attori come Russia e Cina. Ma il problema non è soltanto esterno: esiste anche uno scollamento tra cittadini e istituzioni, accompagnato da un calo della fiducia e da un dibattito politico sempre più polarizzato. La disinformazione può sfruttare proprio queste fratture, amplificando le divisioni già presenti. Occorre quindi agire su due fronti. Da una parte, ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, rendendo le persone più capaci di riconoscere e contrastare la propaganda. Dall’altra, l’Unione deve reagire con maggiore fermezza alle ingerenze esterne. Il contesto non è semplice e i prossimi appuntamenti elettorali saranno cruciali. Difendere la democrazia significa rafforzarne la capacità di resistere alle pressioni, ma anche tornare a renderla credibile agli occhi dei cittadini.

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Da un leader autoritario al populismo? Tutti i rischi della nuova Serbia secondo Loperfido

Sono contrari alle sanzioni alla Russia, non riconoscono il Kosovo, non sono così certi della strada verso l’Ue. La pensa così una parte dell’elettorato serbo che ieri ha consegnato il Paese alla Lista degli Studenti, rompendo il monopolio durato 14 anni di Aleksandar Vucic. Di contro, molte analisi stanno oggi riconducendo il cambio di potere in Serbia a una svolta pro Bruxelles, ma gli interrogativi in questa fase sono forse più delle certezze, dal momento che del programma dei nuovi amministratori poco si sa. Formiche.net ne ha parlato con il deputato di FdI Emanuele Loperfido, membro della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e inviato dell’Osce proprio a Belgrado per seguire il processo elettorale. “Come Europa, dovremo essere bravi a metterci nelle condizioni di far risultare più attraente la sponda europea per la Serbia”.

Perché Vucic ha perso le elezioni?

Fisiologicamente, dopo 14 anni, anche il miglior premier sul mercato può stancare il proprio elettorato che sceglie di metterlo da parte. Di fronte ha avuto un movimento politico studentesco che è cresciuto, avendo sempre Vucic come obiettivo: e quindi, di fronte a un mondo che è cambiato rapidamente, anche loro hanno voluto cambiare, invertendo un trend di un establishment che si era consolidato in Serbia. Il sentimento tipico giovanile di volontà di cambiamento è esacerbato probabilmente da un sistema che era diventato un po’ oppressivo. Inoltre Vucic deve aver perso anche il polso del Paese e qualche suo collaboratore non è stato in grado di interpretare l’intensità della volontà del cambiamento.

Da osservatore Osce cosa ha visto durante le elezioni? Il rischio brogli e aggressioni ritiene che complichi la strada del Paese verso l’Ue?

I Balcani non possono mai essere analizzati in modo manicheo, da una parte o dall’altra: piuttosto occorre valutare le tante sfaccettature per comprendere il quadro generale. Sicuramente c’era da parte del movimento studentesco un allarme circa il fatto che potessero verificarsi brogli, per cui c’è stato un presidio molto capillare nei seggi. Noi abbiamo visto durante le operazioni di voto tanti rappresentanti di lista. Una presenza quasi asfissiante ai seggi, che racconta un dato abbastanza emblematico di queste elezioni: ovvero in tutti i seggi sono arrivati gli esponenti del movimento studentesco con in mano la loro penna perché venivano ipotizzati vari brogli tramite l’utilizzo da parte del regime di penne cancellabili. Quindi erano tutti premuniti, andando al seggio con la loro penna, scattando anche una foto alla scheda. Però poi la volontà popolare è stata così forte per cui, già pochi minuti dopo la chiusura dei seggi, quando stava avanzando l’ipotesi di scontri in piazza, Vucic ha riconosciuto la sconfitta e il Paese ha potuto godere del risultato elettorale che è stato netto. Inoltre il regime non ha assolutamente reagito, come qualcuno ipotizzava. Forse in realtà Vucic era molto meno sicuro di quello che pensavano nel suo staff e il monitoraggio nella parte pre elettorale ha esemplificato un dato che è apparso chiaro a tutti noi presenti: ovvero che la Lista degli studenti è un movimento che ha saputo interpretare la volontà di cambiamento, ma senza avere un programma politico ancora ben chiaro.

Quali sono le idee della Lista degli studenti? Sono realizzabili e in linea con le politiche Ue?

Il programma consiste in 1900 pagine che non avevano pubblicato in toto, perché ancora erano in fase di comprensione: ovvero si ragionava su quali potevano essere gli elementi caratterizzanti un movimento politico che raccoglie di tutto. Senza dubbio sono stati abili nell’intercettare il dissenso verso Vucic, ma poi alla conta dei fatti tra i loro elettori ci sono serbi contrari alle sanzioni alla Russia, serbi che non riconoscono il Kosovo, serbi non sono così certi della strada verso l’Ue, serbi che non hanno chiara la dimensione della pace giusta in Ucraina. Inoltre nei confronti dell’Europa non si sono alleati con un partito europeista che comunque si era presentato alle elezioni, perché al loro interno hanno un’anima ancora dubbiosa rispetto al percorso europeo. Quindi si tratta di un movimento che oggi verrà chiamato a stabilire quali sono le priorità dal punto di vista della politica internazionale. Fino a ieri i loro elementi distintivi erano soprattutto la volontà di trasparenza, la lotta alla corruzione e il ricambio anche generazionale dell’establishment.

E adesso?

Ora verrà una fase molto difficile: quindi per chi in Italia ha fatto una lettura molto semplice, dicendo che ha vinto l’Europa, in realtà stando fisicamente lì in quelle ore per le elezioni credo occorrerà più tempo per capire dove andranno davvero.

Hanno vinto studenti, manifestanti, neofiti della politica: esiste il rischio di passare da un leader autoritario ad una fase di caos e populismo?

Può essere un’ipotesi, perché i leader al momento riconosciuti sono essi stessi senza esperienza politica. Sono sicuramente validi accademici, validi, professori, validi professionisti, ma senza esperienza politica. La loro organizzazione è fatta di comitati che, come ci hanno tenuto a ribadire più volte, sono comitati orizzontali e non verticali, per cui si decide sulla base dell’esito di piattaforme internet e magari vengono prese decisioni che sono anche diverse e non compatibili l’una con l’altra. Un de javu di ciò che abbiamo già visto in Italia. Noi possiamo essere sicuramente contenti dell’esito del risultato elettorale dal punto di vista della democrazia, che ha dimostrato come nonostante quello che veniva dagli studenti indicato come “regime” c’è stata una altissima affluenza. Quindi da questo punto di vista si può dire che la democrazia serba è matura e funziona: passi in avanti che, come Europa, noi dobbiamo essere contenti che si siano verificati. Adesso vediamo se sceglieranno la sponda europea oppure se magari si faranno affascinare ancora dalla Russia.

In che senso?

Beh, non avendo accessi al mare, la Serbia è ancora costretta a prendere l’energia da Mosca.

Vede il rischio che con la nuova classe dirigente la Serbia rischi essenzialmente di fare un salto nel buio?

Premetto che ultimamente forse era più Putin che aveva bisogno di Vucic e non il contrario, a causa il gioco russo a scacchi nella strategia internazionale. Putin ha bisogno di far vedere che ha un piede nei Balcani. Di contro Vucic con la sua esperienza politica e con un’autorevolezza che deriva dai 14 anni al potere, ha giocato sapientemente su due fronti, facendo l’occhiolino una volta al’Europa, una volta la Russia. Ora con questa nuova classe dirigente le problematiche legate all’energia rimangono intatte e la Russia è la via più facile per una fornitura energetica che continua ad essere a poco prezzo. Come Europa, dovremo essere bravi a metterci nelle condizioni di far risultare più attraente la sponda europea per la Serbia, quindi fare in modo che ci possano essere forniture alternative a buon prezzo. E quindi evitare che i serbi cadano nella provocazione per cui stare con la Russia vuol dire avere energia a poco prezzo e stare con noi significherebbe energia ad alto prezzo. Un’ultima annotazione: il Partito democratico italiano continua a gioire per le vittorie all’estero. Dopo l’Ungheria ora la Serbia, pur non essendo assolutamente famiglie politiche a loro ascrivibili.

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L’Ets è la strada per l’industria del futuro, non l’ostacolo. Parla Corrado (Pd)

Potere della transizione. O, meglio, della ceramica. Il M5S che vota con Fratelli d’Italia, Confindustria che ringrazia il Pd. Davvero quadro inedito tratteggiato dal voto del Parlamento europeo che ha approvato un aumento di quote gratuite di CO2 per le industrie più energivore di alcuni settori, a cominciare dalla ceramica. Detto più tecnicamente, l’eurocamera ha dato il via libera all’aggiornamento dei target Ets basati sul calore e sui combustibili per il periodo 2026-2030. Un passo indispensabile per portare avanti il negoziato europeo per rendere più equo il meccanismo per la tassazione delle emissioni che per molti governi, Italia in testa, rappresenta un’autentica strozzatura nella formazione del prezzo finale dell’energia.

Allargando lo spettro e andando nel pratico, le industrie europee potranno da ora contare su quasi 100 milioni di quote di emissione gratuite aggiuntive per il periodo 2026-2030, proprio grazie all’approvazione della revisione dei benchmark del sistema di scambio delle quote di emissione. Revisione che tocca come detto i parametri di riferimento utilizzati per calcolare le quote gratuite assegnate agli impianti industriali. L’obiettivo è contenere i costi per le imprese europee e ridurre il rischio di carbon leakage, cioè il trasferimento della produzione verso Paesi con vincoli climatici meno stringenti. In prima linea per questa piccola grande svolta c’è stata e c’è Annalisa Corrado, europarlamentare del Pd e responsabile dem per l’Ambiente.

Il voto dell’europarlamento sembra suggerire un primo, vero, ammorbidimento del sistema Ets, pur mantenendo inalterata la natura del meccanismo. Le pare una lettura corretta?

Non lo definirei un ammorbidimento, no. Anche se, come in ogni negoziato, ci si è dovuti aprire a una parte di quote gratuite trasversali in più, che comunque siamo riusciti a contenere, non è certamente questo il punto più importante.

E quale sarebbe?

Con un emendamento a mia prima firma, diventato parte centrale del compromesso condiviso in commissione Ambiente, abbiamo introdotto un approccio verticale per i settori industriali penalizzati dal calcolo del benchmark di riferimento settoriale: settori che finora hanno pagato più quote Ets di quanto dovuto. Quel testo, passato in commissione Ambiente con ampia maggioranza, è stato poi approvato anche dalla plenaria, senza che passasse nessuno degli emendamenti presentati, anche in modo scorretto perché rischiavano di far saltare tutto, da membri di forze che pure avevano sostenuto il compromesso.

Da tutto questo cosa possiamo evincere?

Non abbiamo abbassato l’ambizione climatica: abbiamo ripristinato una giusta richiesta di contributo alla decarbonizzazione, eliminando una pressione inadeguata su comparti fondamentali per le nostre economie. Per l’Italia è decisivo soprattutto per la ceramica, un settore cruciale per diversi territori.

L’Italia è da mesi in prima linea per una revisione profonda del meccanismo. Come giudica questa battaglia del governo Meloni?

La battaglia del governo Meloni è esattamente l’opposto del nostro approccio: loro vogliono sospendere e smantellare l’Ets, e con lui la transizione, in nome di un’ideologia che individua nella decarbonizzazione il nemico da abbattere. È una posizione miope, che di fatto protegge i grandi interessi degli idrocarburi, mentre il Paese paga l’energia più cara d’Europa proprio per la dipendenza dal gas. Decarbonizzare è la strada della competitività, non il suo ostacolo.

Il Pd invece va in una direzione diversa, anzi direi opposta. Vuole spiegarla?

Sì, noi lavoriamo in modo diametralmente opposto: rafforzare il sistema, correggerne le storture, renderlo più realistico e applicabile, e costruire un’Europa che investa fondi propri per sostenere i settori in difficoltà, verso un modello Next Generation Eu permanente a cui le destre nazionaliste continuano testardamente ad opporsi. E la narrazione della tassa sul clima è un pretesto: l’Ets diventa una tassa solo quando i proventi non vengono usati per decarbonizzare, come succede in Italia, dove finiscono nella fiscalità generale invece di aiutare le imprese. Detto questo sull’approccio generale, va detto che sul progetto specifico per salvare la ceramica c’è stata una convergenza trasversale, anche se non totale, tra forze di governo e di opposizione. Sono davvero fiera di aver contributo in primissima linea a questo risultato, frutto di un lavoro collettivo che viene da lontano tra Sindaci dei territori, Regione Emilia Romagna (De Pascale e Colla in testa), associazioni delle industrie ceramiche, tecnici e funzionari del parlamento e del gruppo S&D, oltre a colleghe e colleghi come Stefano Bonaccini.

Adesso cosa succede? Entra in gioco il governo italiano nel negoziato interno all’Ue, che cosa si aspetta?

Ora la palla passa al trilogo, dove servirà una posizione forte del Consiglio che il nostro governo deve saper costruire e difendere. Spero che Meloni la sostenga, senza provare a forzarla in chiave anti-Ets: sarebbe l’unico modo per essere certi di trovare lo scontro con la Commissione e affossare la proposta.

Il dibattito sull’Ets ha posto sullo stesso piano il tema della decarbonizzazione e dell’industria. Cosa risponde a chi dice che oggi decarbonizzare troppo spesso vuol dire deindustrializzare?

Che è esattamente il contrario. Lo ha detto già a inizio legislatura Mario Draghi, che certo non è un pericoloso sovversivo ecologista: la dipendenza da idrocarburi (che non possediamo) è un elemento di fragilità conclamato delle nostre economie, crisi dopo crisi. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, chi ha investito nella decarbonizzazione ha retto meglio, e ancora meglio ha retto quando è arrivata la nuova crisi, provocata dall’aggressione all’Iran di Trump e del genocida Netanyahu, che ha causato la chiusura dello stretto di Hormuz. Basti pensare alla ricetta di Sanchez e Tibera, in Spagna, che oggi ha bollette spesso pari alla metà o meno delle nostre. Noi invece siamo rimasti ancorati all’idea dell’hub del gas, che è diventata la principale fonte della nostra debolezza industriale. Si passa da una crisi all’altra, e se non siamo preparati non possiamo che fallire. Inoltre questi idrocarburi sono scambiati su mercati fortemente speculativi e instabili sul piano geopolitico, che non garantiscono stabilità nei costi di produzione: la cosa peggiore che possa capitare a un’industria.

L’errore da non commettere?

Allentare o azzerare l’Ets significherebbe sognare di tornare a un Novecento che non esiste più e indebolire la nostra autonomia strategica, cioè la capacità di tenere testa ai governi autocratici da cui dipendiamo per le fonti fossili. Decarbonizzazione e industria sana e di qualità vanno nella stessa direzione.

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