In the midst of Donald Trump's attempt to turn Russian diesel into a political asset to help him avoid disaster in November's midterm elections, the internet went out on the front lines.
Since the beginning of the full-scale invasion, Ukrainian forces have relied on Starlink to
TEHRAN, Oct. 26 (MNA) – After months of accompanying America's policies against Iran, European countries are now worried about the expansion of conflicts and the rise in oil and fuel prices.
La Cina è diventata ormai “la fabbrica del mondo” in larga parte grazie alla pianificazione dell’economia, sempre più affidata all’Intelligenza artificiale. La pianificazione flessibile e sperimentale di un sistema di impianto socialista governa mercati e imprese, dirigendo la forza vitale del capitalismo verso il benessere collettivo senza sacrificare il profitto. Ma è già in atto un prossimo passo, che consiste nel rendere superfluo il capitalismo automatizzando il sistema della produzione e del reinvestimento del surplus generato. Il sogno della “fabbrica unica” che sincronizza domanda e offerta tramite l’interazione di “agenti”, che rendono necessario l’intervento umano solo quando un agente segnala un caso che non sa risolvere: un cliente che contesta, un guasto anomalo, un materiale introvabile. Non stiamo parlando di un futuribile, ma di un traguardo che la Cina può raggiungere tra il 2035 e il 2040. Nel 2025 il Paese ha installato 354 mila robot industriali, il 59% del totale mondiale. Le consegne di robot umanoidi, destinati ai lavori manuali più vari che i robot tradizionali non riescono a svolgere, dovrebbero passare dalle 50 mila unità del 2026 a quasi mezzo milione all’anno nel 2030. Entro la fine del decennio gli agenti di AI coordineranno la grande industria, e nel decennio successivo elettronica, automobile, chimica e siderurgia funzioneranno “al buio”: dentro fabbriche prive di illuminazione, diventata superflua. La maggior parte del valore aggiunto manifatturiero uscirà da impianti senza presenza umana sistematica.
È la realizzazione di un sogno antico che il socialismo del '900 aveva inseguito senza successo. Nel 1945 Friedrich von Hayek aveva sostenuto che nessun pianificatore avrebbe mai potuto raccogliere le informazioni disperse tra milioni di produttori e consumatori, compito che solo il sistema dei prezzi sapeva svolgere. A metà degli anni 60 Oskar Lange gli rispose che il calcolatore avrebbe risolto in un istante le equazioni che il mercato risolve a tentoni, ma i computer di allora erano macchine da laboratorio. In Unione Sovietica Viktor Gluškov progettò una rete nazionale di elaboratori per governare l’economia, e fu la stessa burocrazia che avrebbe dovuto servire ad accantonarla. In Cile il governo di Salvador Allende affidò a Stafford Beer il progetto Cybersyn che collegava le fabbriche nazionalizzate a una sala di controllo centrale. Il colpo di Stato del 1973 lo spense prima che potesse mostrare di cosa fosse capace. Oggi il problema posto da Hayek trova una soluzione che non viene dalla teoria ma dalla tecnica. Gli agenti di AI non hanno bisogno di accumulare in un centro tutte le informazioni dell’economia perché lavorano dove le informazioni nascono: nel reparto, nel magazzino, nell’ufficio acquisti, nel rapporto tra fornitore e cliente. Leggono la domanda nel momento in cui si forma e la traducono in ordini, piani di produzione e acquisti di materiali, senza bisogno di un’autorità onnisciente. È una pianificazione diffusa che conserva la flessibilità del mercato senza dipendere dalla sua cecità.
La Cina è il primo Paese a disporre di tutti gli ingredienti per tentare l’impresa. Dispone della più grande base manifatturiera del pianeta, di una filiera che produce in casa i componenti delle macchine e di uno Stato capace di fissare obiettivi di lungo periodo, come il programma AI plus che punta a integrare l’AI nel 90% dell’economia entro il 2030. Nelle imprese il cambiamento è già cominciato. Piattaforme come quella della Black Lake mettono al lavoro agenti che interpretano i disegni tecnici, preparano i preventivi, programmano la produzione e controllano la qualità. Il passaggio decisivo, tuttavia, riguarda il reinvestimento del surplus. Per Braudel e per Arrighi, il capitalismo non coincide con il mercato. È lo strato superiore dell’economia in cui pochi soggetti decidono dove spostare i capitali in cerca del profitto più alto. Quando una rete di agenti saprà rilevare dove servono nuove capacità produttive, macchine e infrastrutture, destinandovi le risorse secondo criteri stabiliti dalla collettività, il capitalista come arbitro privato dell’accumulazione perderà la sua ragione d’essere. Il profitto non scomparirà, ma da padrone del processo diventerà uno dei suoi indicatori.
L’intervento umano ridotto all’eccezione non segna però la fine della politica, ma il suo ritorno al centro della scena. Le macchine sanno come produrre, non che cosa valga la pena produrre, per chi e a quale prezzo per l’ambiente e le generazioni future. Le società che avranno costruito la fabbrica unica si troveranno davanti alla sola domanda cui nessun agente può rispondere: a cosa serve tanta abbondanza? Su questa domanda, e non più sul costo del lavoro, ha iniziato a giocarsi la sfida tra i sistemi politici di questo secolo. Ed è qui che l’idea socialista viene chiamata a misurare la sua superiorità sullo spirito del capitalismo e sulla mistica dei mercati.
[di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 25 ottobre 2026]
di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano 25 ottobre 2026
I ragazzi che protestano vivono in tuguri di periferia, perché nelle grandi città del lusso, dei b&b, dei palazzoni sfitti, dei grattacieli vuoti, dei boschi verticali e delle mazzette orizzontali non c’è posto per il ceto medio, figurarsi per loro. I genitori, se hanno culo, cioè un lavoretto precario, guadagnano una miseria e non arrivano a metà mese. E ora ricevono bollette del gas e della luce da paura, per non parlare di quando tentano di fare benzina. Se sono autotrasportatori sono rovinati, se sono pescatori o agricoltori pure. Prima integravano col reddito di cittadinanza (550 euro al mese di media per arrivare a 750 col resto, roba da nababbi), ma ora gli han tolto pure quello, divanisti e fancazzisti che non sono altro. Un tempo la nonna dava una mano alla famiglia a sbarcare il lunario, ma ora s’è arresa: la sanità pubblica costa quasi quanto la privata. Passeggiano in centro e le vetrine gli sbattono in faccia un lusso sfrenato, che per loro è fantasy: non potranno mai neppure sfiorarlo. Ma c’è gente che entra, compra, striscia la carta ed esce con le borse griffate zeppe. Sono i miliardari stranieri, che la città “attrattiva” richiama più di Dubai, grazie alla tassuccia piatta del noto progressista Renzi; e quelli italiani, tutti ceo, founder, creator, merchandiser, stylist e influencer che parlano solo di figa, “ape” e soldi, anzi business, call, brainstorming, brand, warming, location, Rolex, Porsche, Maserati, chef stellati, fiumi di coca e mignotte à go go, pardon escort, e si arrapano per City Life, Expo, Fashion Week e tutte le altre Week.
I ragazzi li guardano e imparano dai social che i modelli di vita sono quelli, non loro sfigati senza speranza, neppure quella di avere la stessa vita sfigata dei genitori. A scuola vedono solo brutture e nulla che funzioni, a parte i crolli e i topi. Poi scoprono sul web che il governo non ha soldi per nulla che li riguardi, ma per il riarmo e Kiev i miliardi li trova sempre, a costo di indebitarsi (cioè di indebitarli). Sentono dire che Eni, Leonardo e le banche, grazie ai rincari dell’energia, cioè alle guerre, raddoppiano e triplicano gli utili, ma tosarli per i bisogni della gente è una bestemmia. Tutto intorno a loro non si parla che di guerre, armi, bunker, arruolamenti, esercitazioni, nemici da sconfiggere o da inventare. E tra i nemici ci sono pure loro. Li chiamano pure “maranza”, un po’ marocchino e un po’ melanzana, per farli sentire un po’ più diversi, sbagliati, estranei: “In galera!”. In tv Fazio e Serra, Scurati e Zoro parlano di loro con l’aria dei colonnelli in pensione e delle sciure all’ora del tè: il pane non gli manca, ma sono viziati, vogliono pure le sneakers e i libri mica li rubano, eh no, perché sono pure ciucci, signora mia. Quindi non si capisce proprio cosa abbiano da protestare. Ci dev’essere per forza qualcuno dietro.
Le proteste servono, per quanto Giorgia pare che stamattina abbia chiuso la questione con un piatto di lenticchie, 110 milioni agli autotrasportatori e una settantina tra agricoltura e pesca. Qualcuno sostiene che dal nostro meraviglioso paese siano usciti 27 miliardi all'anno, negli ultimi quattro anni, variamente connessi alla nostra decisione di seguire in tutto e per tutto il suicidio europeo nella guerra di Ucraina.
Le proteste servono come il pane, servono a cambiare il clima, a strappare, anche solo per un momento, la narrazione dalle mani dei camerieri. Le proteste servono anche quando vengono tacitate, minimizzate, filtrate, pervertite, strumentalizzate, annacquate, risignificate e tirate per la giacchetta.
Le proteste bucano il velo di un'irrealtà costruita a mezzo di mille finti conflitti identitari, connettono il piano del reale con quello della rappresentazione, riavvicinano il discorso pubblico a quello privato.
Le proteste servono perché fanno sentire chi soffre meno solo, perché danno la sveglia, perché bucano quel velo depressivo che indirizza le sofferenze sociali verso la dimensione privata.
Le proteste servono ma sono ancora una goccia nel mare e questo non è nemmeno il più grave dei problemi.
Le proteste servono ma sono confuse e questo è il più grave dei problemi. Sono confuse perché tutti vogliono spiluccare sulle proteste, ma non esiste, ad oggi, un attore politico che abbia legittimità di porre sul piatto le cause reali di un problema che invece ha nome, cognome, indirizzo e codice postale.
Le proteste servono perché di certe cose non si può parlare, non è data liceità nel dibattito pubblico. Le proteste servono ma serve ancor più una forza politica che provi a dare una spiegazione alle rabbie, alle sofferenze e alle proteste. Nessuno dei partiti e dei movimenti che stanno in parlamento può permettersi di farlo.
Le proteste servono perché dal primo giorno della guerra di Ucraina l'inflazione è salita del 27% e gli stipendi sono cresciuti in media del 6%, i mutui a tasso variabile sono aumentati del 30%. E si veniva dalla pandemia, non certo dal Bengodi.
Le proteste servono perché il nostro governo appoggia la coalizione Epstein che ha scatenato la guerra in Iran e ha fatto saltare il prezzo della benzina.
Le proteste servono perché in questi ultimi anni la gente ha attinto dal risparmio privato, dai finanziamenti, dalle rate dalla vendita dei propri immobili. Lo ha fatto per cercare di mantenere un tenore di vita che credeva le spettasse per diritto e a cui si era irrimediabilmente abituata, e non ce la sta più facendo, e molti stanno deragliando.
Le proteste servono perché non avere il coraggio di interpretare il collasso demografico come il segnale definitivo del suicidio del paese significa essere depressi in modo irrimediabile.
Le proteste servono perché non ci si può più tirare indietro rispetto alla nostra riduzione a colonia. Servono le proteste per creare una massa critica che ponga disperatamente il problema della sovranità popolare del paese.
Le proteste che servono sono quelle che invocano la fine dell'Unione Europea che è un aborto delinquenziale nella sua intima costituzione. Per far emergere davvero questa verità che sta lentamente venendo a galla, servono anche le proteste.
Le proteste servono per convincere la gente che è arrivato il momento, a pena della morte, di mettere in discussione un vincolo atlantico che abbiamo già abbondantemente pagato. Attenuarlo, assecondarlo, contrastarlo dall'interno, ricontattarlo, le abbiamo provate tutte e ci siamo anche riusciti, ma oggi la la tenaglia è troppo stretta e non si allargherà più. E questo, o lo capiamo o moriremo.
Le proteste servono perché la maggioranza del paese indossa schemi mentali che fanno apparire l'eventualità di autodeterminarci in opposizione agli americani e all'Unione Europea come un orrore. Solo se le proteste andranno a buon segno, capiranno che non è vero. Solo se puntiamo al massimo otterremo almeno qualcosa.
Le proteste servono perché la via parlamentare ce l'hanno preclusa, e prima di andarci a schiantare dobbiamo tentare la strada delle proteste.