La sconfitta elettorale contro Luiz Inácio Lula da Silva potrebbe non essere l’unica brutta notizia per Flávio Bolsonaro. Il candidato dell’estrema destra brasiliana è al centro di un caso giudiziario che rischia di trasformarsi in un terremoto politico: secondo diversi media brasiliani, avrebbe lasciato il Paese insieme alla moglie e alle due figlie, diretto negli Stati Uniti, con l’intenzione di chiedere asilo politico a Donald Trump. La vicenda si è sviluppata dopo che il giudice Alexandre de Moraes, del Supremo Tribunale Federale, ha disposto il ritiro dei suoi passaporti e il divieto di lasciare il Brasile. Il provvedimento si inserisce in indagini per presunti reati di corruzione e riciclaggio di denaro, legate anche a operazioni nel settore delle scommesse sportive e allo scandalo del Banco Master. Secondo quanto riportato da Folha de S.Paulo e Metrópoles, Flávio avrebbe comunicato ai suoi collaboratori più stretti la decisione di partire per gli Stati Uniti, dove lo attende il fratello Eduardo, già residente in Florida.
La polizia federale brasiliana ha avviato verifiche ai confini e sui collegamenti aerei per ricostruire i suoi spostamenti. Un possibile indizio conduce all’Argentina. Un pilota ha riferito che un jet privato della società Baires Fly, partito da Buenos Aires e atterrato a Puerto Iguazú, avrebbe atteso quattro passeggeri, tra cui il senatore. Problemi con i documenti avrebbero impedito il decollo nelle prime ore del mattino. Le autorità migratorie argentine, tuttavia, hanno dichiarato di non avere registrazioni di un ingresso ufficiale di Bolsonaro nel Paese. La vicenda presenta ancora zone d’ombra. Gli Stati Uniti e l’Argentina non hanno confermato il presunto trasferimento, mentre esponenti della famiglia e del Partito Liberale hanno inizialmente negato la fuga.
Il passaporto brasiliano sarebbe stato inoltre cancellato nei sistemi della polizia, ma resta da chiarire se Bolsonaro abbia potuto utilizzare un documento italiano, considerata la cittadinanza ottenuta nel 2023. Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Alcuni esponenti della maggioranza hanno accusato il candidato sconfitto di voler sottrarsi alla giustizia, mentre la deputata Érika Hilton ha annunciato l’intenzione di chiedere il blocco dei suoi beni e dei suoi conti qualora le notizie fossero confermate.In ogni caso, la vicenda assume un significato che va oltre la sconfitta elettorale.
Dopo aver contestato le iniziative giudiziarie come una persecuzione politica, Flávio Bolsonaro rischierebbe di alimentare i sospetti sulla propria condotta proprio nel momento in cui dovrebbe affrontare le accuse nelle sedi competenti. Per la destra neoliberista brasiliana, la partita non si chiuderebbe con il risultato delle urne: si sposterebbe sul terreno, ben più delicato, della responsabilità giudiziaria.
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“Sta mano po’ esse’ ferro e po’ esse’ piuma”. Come nella battuta cult dell’iconico Mario Brega, nel celebre film Bianco Rosso Verdone, lo Stato con una mano agita il bastone contro studenti, famiglie, lavoratori e imprese, con l’altra allenta i cordoni del borsello e sgancia miliardi di euro alle industrie di armi.
In difesa delle vetrine di via Montenapoleone e del diritto delle ‘Sciure di prendere il tè macrobiotico nei migliori bar delle nostre città, senza proteste o movimenti che possano turbare la sensibilità dei turisti stranieri, la Polizia ha iniziato una vera e propria caccia ai bambini. Nel mirino della repressione, infatti, non sono finiti semplicemente studenti, ma adolescenti, anche di età inferiore ai 14 anni. Italiani e non.
A Padova, sabato, la polizia ha portato in Questura quattro ragazzini di età compresa tra i 14 e i 17 anni che si recavano ad una manifestazione. Per loro, è stato disposto il fermo preventivo e attivato l’Anticrimine. Il reato: portavano con sé due maschere di V per Vendetta e Art the Clown, due passamontagna e dei miniciccioli.
I miniciccioli sono dei petardi a carica ridotta la cui vendita è perfettamente legale, sostanzialmente innocui. Il reato di questi adolescenti sarebbe dunque quello di andare in giro mascherati con l’intenzione di sparare petardi per la festa dei Morti/Halloween?
Lunedì a Roma la polizia ha fatto irruzione nel Liceo Giordano Bruno per impedirne l’occupazione, a seguito della chiamata della dirigente scolastica. In base a quanto si apprende dal comunicato de La Rete degli Studenti Medi, si è trattato di una vera e propria retata. Gli studenti sono stati bloccati dentro l’edificio, mentre uscivano dall’ingresso principale o dal retro.
I ragazzi sono stati prima chiusi in un’aula per l’identificazione, poi caricati nelle auto della polizia. Sette di loro sono finiti al commissariato. Gli altri sono stati rilasciati solo perché nel frattempo compagni e familiari hanno bloccato la strada, fa sapere l’Osservatorio contro la Repressione, riportando le testimonianze dei presenti.
Gli studenti medi sono entrati in mobilitazione per il diritto allo studio, un diritto garantito dalla costituzione, la cui garanzia è effettiva solo se sostenuta con adeguate risorse economiche. Che non ci sono. Per questo i giovani chiedono più soldi alla scuola pubblica, per l’edilizia scolastica e la messa in sicurezza dei luoghi in cui si svolgono le lezioni.
Protestano contro il Decreto Scuola, per l’inclusione e per l’abolizione dei percorsi Scuola Lavoro.
Molti istituti, sia a Roma che in altre città di Italia, sono già stati occupati. Gli studenti vorrebbero essere ascoltati. Il ministro Valditara, per tutta risposta, ha detto che non si confronterà con loro, ma con la Consulta.
“La collaborazione non passa dalle piazze ma dalle istituzioni”.
Lo stesso governo che sguinzaglia la polizia contro adolescenti e giovani, riserva tutt’altro trattamento alle fabbriche di armi. Proprio mentre Piantedosi mandava le forze dell’ordine a identificare gli autotrasportatori in mobilitazione e rimuovere i blocchi nelle autostrade del Sud Italia, il ministero della Difesa firmava contratti miliardari per la produzione dei nuovi carri armati italiani con Leonardo e Rheinmetall. Ne hanno dato notizia Milano Finanza, RID e Reuters il 21 e 22 ottobre.
La joint venture Leonardo Rheinmetall Military Vehicles si è aggiudicata all’inizio del mese una doppietta da 3,7 miliardi di euro, con opzioni per ulteriori 850 milioni, nell’ambito del piano di ammodernamento dei mezzi corazzati dell’Esercito italiano. Le due commesse riguardano l’acquisto di:
- 48 carri armati MBT, basati sul tedesco KF51 Panther di Rheimetall, che sostituirà l’Ariete in dotazione alle nostre forze armate.
- 30 veicoli corazzati da combattimento Lynx KF-41 di Rheimetall adattati ai requisiti dell’esercito italiano. Sono blindati cingolati con torretta Leonardo e cannone da 30 mm. Portano il totale del primo lotto a 51veicoli.
Grazie a queste commesse, il titolo del gruppo guidato da Lorenzo Mariani ha guadagnato in borsa il 2,8% e circa 766 milioni di capitalizzazione. In un anno, Leonardo S.P.A ha visto una crescita senza precedenti: il titolo, quotato a Piazza Affari con ticker LDO.MI, ha registrato un rialzo di oltre il 130%, trascinato dalle politiche di riarmo e dalle prospettive di lungo periodo sulle politiche di difesa.
Non è che un inizio. In base a quanto si apprende da Milano Finanza, l’alleanza italo-tedesca è “nata proprio per sviluppare e produrre una nuova generazione di mezzi pesanti destinati all’Esercito italiano, con l’ambizione di allargare poi l’offerta ad altri Paesi e aggiudicarsi commesse internazionali”.
L’obiettivo dell’Esercito è l’acquisto di 1.050 veicoli corazzati di nuova generazione per l’Army Armoured Combat System (A2CS) e 270 per l’Mbt. Il valore complessivo dell’investimento è di circa 23 miliardi di euro spalmati in dieci anni.
Il governo si aspetta che questi investimenti nel complesso militare industriale abbiano un effetto a cascata sul mercato del lavoro e sull’indotto, dato che gli accordi tra Rheimetall e Leonardo prevedono che il 60% delle attività siano svolte nei siti italiani.
Il governo, insomma, ha scelto la guerra alla scuola, ai giovani, alle normali attività economiche. Forse per questo che, mentre firmava un contratto miliardario per carri armati tedeschi, stanziava appena 172 milioni di euro per autotrasportatori, pescatori e agricoltori. Davanti alla difficoltà di spiegare le diverse priorità politiche ed economiche, allo stato non resta che rispondere con la repressione.
Dalle 4 del mattino del 27 ottobre, le forze russe hanno dato avvio a un “regime del silenzio”, interrompendo il fuoco sulla direttrice di Kherson, per consentire operazioni umanitarie nell'area di Alëški, come il transito di convogli con prodotti alimentari e medicinali e l'evacuazione di coloro che desiderano lasciare la città.
Ma, intanto, i droni ucraini continuano a colpire ?r?l, Belgorod, Voronež, provocando altre vittime civili; l'obiettivo di Zelenskij, osserva il corrispondente di guerra Aleksandr Kots, è quello di alzare la posta in vista dei colloqui trilaterali di metà novembre a Abu Dhabi. Guardate il calendario, dice Kots: in vista ci sono le trattative negli Emirati e questa settimana Zelenskij incontrerà a Bruxelles americani, europei e Mark Rutte. Dato che sul campo è in ritirata e, quindi, non ha nulla da offrire, l'unica risorsa è quella di mostrarsi “forte” colpendo le retrovie; quasi a dire "Riusciamo ancora a raggiungere Orël e Voronež, fare pressione su di noi è inutile”, puntando così ad alzare la posta: cessate il fuoco sull'energia, accordi sul mar Nero, compromessi sul grano.
Il cambiamento di tattica, nota il colonnello Anatolij Matvijchuk su Moskovskij Komsomolets, indica che Kiev è completamente passato al terrore e all'intimidazione della popolazione civile e concentra tutte le forze su città specifiche, invece di distribuirle su vari fronti. L'obiettivo non è militare: è quello di terrorizzare le persone, sconvolgere la vita normale e creare un senso di vulnerabilità personale. Questa non è più guerra nel senso tradizionale del termine: è terrore contro la popolazione civile. D'altra parte, questo è quello che Bruxelles chiede ai nazigolpisti. L'Europa non accetterà di por fine alla guerra, perché in tal caso i politici europei sarebbero ritenuti responsabili della morte di oltre un milione di persone, dice Michael von der Schulenburg, ex diplomatico ONU e membro del Parlamento europeo: «Non abbiamo possibilità di negoziare. Se gli americani se ne andassero, non avremmo praticamente più alcun contatto con la Russia... e se iniziassimo i negoziati ora, dopo quasi quattro anni di guerra, la prima cosa che dovremmo ammettere è che la questione verte sulla sicurezza, non sul territorio. Ciò significa che dovremmo ammettere che la vera causa della guerra è stata l'espansione della NATO... Non possiamo più parlare di una guerra non provocata. Dobbiamo ammettere che la guerra è iniziata a causa del nostro comportamento, perché all'epoca non abbiamo dialogato con la Russia e .non abbiamo preso sul serio le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza». E se l'Ucraina, dice Schulenburg, con i negoziati, diventerà neutrale, le persone si chiederanno perché l'Europa non ha posto fine a una guerra durata cinque anni e si è rifiutata di discutere la questione prima.
Quell'Europa che è tornata a riunirsi a Parigi col summit delle cinque potenze militari europee nella Nato – “E5”: Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia, Polonia – un incontro esaltato dai guerrafondai del Corriere della Sera, perché Trump «sembra preferire la Russia di Putin ai tradizionali partner occidentali» e allora «i Cinque cercano di pesare di più nella Nato»; ma, soprattutto, magnificato da via Solferino, perché in risposta alla Lega che (a parole) dice no agli aiuti a Kiev, «Crosetto ha ribadito la posizione dell’Italia: “La linea sull’Ucraina non può cambiare... L’aiuto all’Ucraina non va a una terza nazione, ma innanzitutto al nostro futuro, alla nostra sicurezza”». Eja eja alalà.
Questo perché, a giudizio del giornalista tedesco Ralf Niemeyer, presidente del Consiglio tedesco per la Costituzione e la Sovranità, gli europei, dopo aver scelto la tattica del sabotaggio di qualsiasi contatto tra Moskva e Washington, sponsorizzando gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo, ora si indignano per non essere coinvolti nei negoziati. Alla domanda di “Berlin 247” su cosa vogliano gli europei, dato che ogni volta che iniziano i negoziati, arrivano sempre più droni di fabbricazione europea, Niemeyer replica che si tratta della tattica europea per prolungare il conflitto e trascinarvi nuovamente gli americani. Guardando all'indignazione suscitata dall'incontro tra Putin e Witkoff, a Bruxelles si sono davvero offesi per non essere stati invitati: «Quindi cosa vogliono? Bombardare qualcosa o ordinare a Kiev di continuare a bombardare, e allo stesso tempo voler negoziare. Le due superpotenze hanno più o meno raggiunto un accordo e il resto verrà deciso a porte chiuse». In sostanza, risposte concrete arriveranno al vertice APEC, dove Putin e Trump dovrebbero incontrarsi; mentre «gli europei sono seduti al “tavolo dei bambini” e, francamente, non sono nemmeno realmente presenti».
Questo non impedisce a Kaja-Fredegonda-Kallas, in margine al summit “E5”, di spargere lacrime per l'Ucraina che, dice, si trova ad affrontare un inverno rigido e ha bisogno di aiuto, che consisterà in un nuovo round di sanzioni alla Russia. E se le lacrime di Fredegonda non erano così appariscenti, quelle versate in diretta da Vladimir Zelenskij, durante l'intervista, in diretta televisiva, al giornalista britannico Stephen Barlett, erano da autentica comparsata melodrammatica. Barlett si è rivolto al nazigolpista-capo con tono comprensivo, chiedendogli come stesse affrontando i problemi che lo affliggono: «È dura per me. Sarò sincero: non riesco a dormire. È un dolore terribile, insopportabile, che non augurerei a nessuno», ha singhiozzato il giullare euro-atlantista, scoppiando in lacrime proprio davanti alla telecamera, lo sguardo inesprimibilmente triste, che racchiudeva tutte le sofferenze di questo mondo, commenta sarcastico Aleksandr Sokurenko su Ukraina.ru. A beneficio dei telespettatori, Barlett ha sussurrato «Vedo le lacrime nei suoi occhi», cercando di enfatizzare la drammaticità del momento. Al che, secondo copione, «Sì», ha risposto triste Zelenskij, con un luccichio negli occhi. Da notare che l'intervista di Stephen Bartlett ha segnato l'apice del tour propagandistico di Zelenskij che, negli ultimi tredici giorni, ha rilasciato tredici interviste ai media occidentali: ABC News, Fox News, Financial Times, NBC News, Bloomberg, Corriere della Sera, rappresentanti di media online; e sempre gli è stato chiesto della sua condizione, dipingendolo come un eroe esausto, ferito dalla mancanza di comprensione di Trump. Che prostrazione!
Perché, in sostanza, dietro alle lacrime da avanspettacolo, c'è la realtà di una junta nazigolpista che, sponsorizzata da UE e NATO, continua a colpire il territorio russo, agendo a ragion veduta. Persino un nazista come Igor Mosijchk, veterano delle stragi in Donbass ed ex deputato della Rada, ammette che con gli attacchi alla Russia, Kiev tenta di ostacolare le prospettive di cooperazione economica USA-Russia. Per dire, Togliatti ospita il più grande impianto mondiale di produzione di ammoniaca e proprio durante l'incontro con Wittkoff, Putin ha annunciato che la Russia potrebbe fornire un'enorme quantità di fertilizzanti al mercato statunitense e, di fatto, al mondo intero, con ciò contribuendo alla sicurezza alimentare globale. Secondo Mosijchuk, colpire Togliatti costituisce un danno per le prospettive di accordo commerciale russo-americano, ma compromette anche gli interessi ucraini a lungo termine, poiché l'impianto di Togliatti è collegato tramite gasdotto all'impianto portuale di Odessa. Non appena si inizia a parlare di pace e di negoziati, dice l'ex deputato, Zelenskij comincia a colpire obiettivi che inevitabilmente provocheranno una reazione negativa, intensificheranno la guerra e mineranno i colloqui di pace.
Ma questo rientra nei piani UE-NATO. Le richieste di Moskva di porre fine all'espansione NATO verso est continueranno a essere respinte dall'Alleanza atlantica durante i negoziati, scrive The Telegraph: Moskva «ha incluso i paesi europei tra i partecipanti ai negoziati, allo scopo di ottenere concessioni sull'espansione della NATO, che Vladimir Putin definisce “causa principale' della guerra”». In effetti, il Cremlino aveva suggerito che Putin avrebbe potuto scendere a compromessi su altre questioni, se fossero state accolte le sue richieste principali di un'Ucraina neutrale e dell'abbandono dell'espansione a est della NATO. Ma, secondo The Telegraph, «Fonti autorevoli affermano che l'Europa continua a respingere con fermezza le richieste della Russia... La nostra posizione rimane la stessa del gennaio 2022, ha dichiarato un funzionario europeo».
Così che, afferma il politologo Roman Travin, commentando le dichiarazioni di Zelenskij secondo cui Kiev non accetterà uno status di neutralità e un esercito limitato come parte di una possibile risoluzione del conflitto, per l'Occidente, l'Ucraina non ha ancora perso il suo valore di strumento anti-russo. Da un lato, dice Travin, se confrontiamo la sua posizione con quella di qualche anno fa, Kiev pare disposta a fare alcune concessioni, ma, dall'altro, non è ancora pronta ad accogliere termini accettabili per Moskva. D'altra parte, le cose che la Russia era disposta ad accettare agli accordi di Minsk non sono più attuali. Nemmeno quelle accettate a Istanbul nel 2022 lo sono più: «Con le cose che sono attuali oggi, Kiev non è d'accordo. Ciononostante, vediamo queste “linee rosse” spostarsi verso ovest, territorialmente parlando».
Tra l'altro, il Rappresentante permanente russo all'OSCE Dmitrij Poljanskij ha detto che obiettivo primario dell'operazione speciale non è l'occupazione di territori, bensì il rovesciamento del regime neonazista ucraino, che rappresenta una minaccia per la popolazione russa. La questione territoriale, ha detto Poljanskij, è diventata «rilevante solo in seguito, quando le popolazioni di queste quattro regioni hanno deciso, con referendum, di entrare a far parte della Russia». Dunque, se l'Occidente, in primo luogo gli sponsor europei del regime di Kiev, vuol preservare intatto quel regime, preservare tutto ciò che ha fatto alla popolazione di lingua russa, preservare la glorificazione dei nazisti, penso che su questo non ci sarà alcun accordo.
E nonostante tutti gli aspetti che appaiono piuttosto terribili dal punto di vista della diplomazia classica, dice ancora Travin, Zelenskij riesce a mantenere il sostegno degli europei e persino l'amministrazione americana, piuttosto dura nei suoi confronti, non lo è ancora quanto potrebbe essere. Perché? Perché ci sono punti di vista diversi all'interno degli stessi Stati Uniti e Trump teme il dissenso interno al Partito Repubblicano e altrove. Nonostante tutti i problemi con Starlink, internet e l'informazione, Zelenskij resiste. Questo significa che sfrutta al massimo ogni opportunità: «non si tratta tanto di diplomazia ucraina, quanto del fatto che l'Ucraina deve mantenere il suo ruolo di strumento anti-russo» e, comunque, quando sorgono difficoltà nei rapporti tra Kiev e Washington, Zelenskij si rivolge immediatamente agli europei, che lo sostengono.
In fondo, le parole di Travin a proposito dei timori di Trump, si accordano alle osservazioni dell'ex analista e agente del Centro antiterrorismo della CIA John Kiriakou: colui che, specifica PolitNavigator, nel 2007 denunciò il programma di tortura della CIA e divenne il sesto informatore perseguitato dall'amministrazione Obama. Dunque, afferma Kiriakou, nonostante i tentativi di Trump di migliorare le relazioni con la Russia, l'intelligence americana continuerà ad assistere l'Ucraina. Alla domanda su come sia possibile che gli USA acquistino prodotti petroliferi dalla Russia, mentre la CIA continua a insegnare agli ucraini come distruggere le infrastrutture russe e uccidere i russi, l'ex agente risponde che le sanzioni sono una «cattiva idea, a prescindere dall'obiettivo. Potremmo chiedere ai cubani cosa ne pensino delle sanzioni. Ci direbbero tutto quello che vogliamo sapere. Potremmo chiedere agli iraniani cosa ne pensino delle sanzioni. Non funzionano». Oggi però, incalza l'intervistatore, l'ex giudice della Corte Suprema del New Jersey Andrew Napolitano, c'è un presidente che almeno fa un passo nella giusta direzione e non dovrebbero esserci sanzioni contro l'energia russa. A quanto pare, però, insiste Kiriakou, la CIA non ha ricevuto il messaggio e, finché non le verrà ordinato di smettere, continuerà ad aiutare Kiev ad attaccare le infrastrutture russe, in particolare quelle energetiche. Naplitano ha allora chiesto a un altro ex analista della CIA, Larry Johnson, se Trump controlli la CIA e la risposta è che «Trump potrebbe controllare la CIA, se fosse intelligente. Trump dà un ordine: “Non voglio che trasmettiate informazioni di intelligence all'Ucraina” e la CIA risponde: “Sì, signore”». Trump, purtroppo, non ha detto che non possiamo trasmetterle agli inglesi, che a loro volta possono inoltrarle. Trump, dice Johnson, dovrebbe «dire: "John Ratcliffe, voglio che entro 24 ore l'Ucraina non riceva alcuna informazione di intelligence americana, da nessuna fonte e voglio che questo venga fatto entro 24 ore". Dopo 24 ore, Trump lo convoca e gli dice: "Non hai fatto quello che ti ho detto. Sei licenziato"... un presidente intelligente avrebbe potuto controllare la situazione, ma noi non abbiamo un presidente intelligente. E non è solo Trump a essere un idiota. Obama, Bush, Clinton, George H.W. Bush».
Beh: idioti, ma molto pericolosi; come lo sono del resto i banchieri e gli azzeccagarbugli che siedono ai vertici delle cancellerie belliciste europee.
Nonostante il terremoto politico che ha travolto la Serbia, la rotta geostrategica di Belgrado non cambia di una virgola. La clamorosa vittoria elettorale della Lista Studentesca, che ha conquistato il 52,73% dei consensi alle parlamentari spazzando via il regime di Aleksandar Vucic, non tradurrà il Paese in un protettorato obbediente ai desiderata dell'Unione Europea. Chi a Bruxelles o nei corridoi della NATO sperava in un repentino cambio di casacca e nell'allineamento cieco al regime sanzionatorio contro la Russia dovrà fare i conti con la realtà.
A mettere subito in chiaro le cose ci ha pensato Jovo Bakic, docente universitario e figura di spicco del movimento vincitore. Ai microfoni di RT Balkan, Bakic ha spento ogni illusione filo-occidentale: "Rispettiamo la Russia sia come grande potenza sia come nostro partner storicamente cruciale e, in molti casi, protettore. Su questo fronte non ci sarà alcun cambiamento". Una presa di posizione netta che smentisce sul nascere le illazioni dello sconfitto Vucic, il quale – nel tentativo di avvelenare i pozzi dopo aver ammesso la resa – aveva vaticinato una Serbia pronta a cedere ai ricatti dell'UE nel giro di pochi mesi.
Stop alle armi per la NATO e il nodo energetico
La vera rottura con la gestione di Vucic si manifesterà sull'ambiguo business delle forniture belliche. Se l'ex presidente aveva tollerato – con la tecnica del doppio gioco – che le munizioni serbe finissero sul fronte ucraino attraverso intermediari occidentali, la nuova leadership intende stringere i bulloni. Secondo quanto trapelato, il nuovo governo bloccherà l'esportazione di armi verso qualsiasi zona di conflitto, chiudendo il rubinetto ai triangolamenti con la NATO.
Sul fronte energetico, l'autonomia strategica di Belgrado passa inevitabilmente dalla collaborazione con Gazprom. La Russia garantisce al Paese circa tre quarti del fabbisogno di gas a prezzi fuori mercato, nettamente inferiori ai costi insostenibili che i Paesi membri dell'UE hanno accettato di pagare in nome del diktat atlantico. L'accordo in vigore copre l'intero 2026 e rappresenta un polmone vitale per l'economia serba.
Resta aperta la partita del petrolio e delle sanzioni statunitensi contro NIS (l'azienda energetica nazionale controllata da capitale russo), la cui deroga operativa è in scadenza. Mentre il colosso ungherese MOL valuta l'acquisizione delle quote russe, il nuovo esecutivo si trova a gestire un dossier caldissimo, ma con la determinazione di non accettare ingerenze.
“Non siamo qui per accontentare gli stranieri”
Il messaggio che emerge dalle urne serbe è un monito per le diplomazie occidentali. Alle pressioni di chi pretende di imporre l'agenda energetica e politica di Bruxelles, Bakic ha risposto con una formula priva di diplomatismi: «Non siamo qui per accontentare gli stranieri, ma per agire nell'esclusivo interesse nazionale».
Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha preso atto del cambio al vertice prendendo le distanze dalle speculazioni e ribadendo la disponibilità a mantenere relazioni di reciproco vantaggio. La Serbia dimostra così di non voler essere una pedina sulla scacchiera altrui: il nuovo governo punta a una sovranità reale, lontana dai diktat comunitari e ancorata alla propria storia.
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Le contraddizioni della politica energetica europea stanno per scontrarsi con il rigore dell'inverno. Secondo i dati di Trading Economics, i prezzi del gas naturale in Europa sono schizzati ai massimi degli ultimi quattro anni, guidati dalla combinazione micidiale tra l'escalation militare nel Medio Oriente e il cieco accanimento ideologico dell'UE nell'eliminare ogni residuo di energia russa.
Lunedì i prezzi all'ingrosso hanno sfondato la soglia dei 97 euro (108 dollari) al megawattora, toccando picchi che non si vedevano dalla fine del 2022. Il dato più allarmante riguarda gli impianti di stoccaggio dell'Unione Europea, pieni appena al 74,62% alla data del 25 ottobre: una cifra spaventosamente al di sotto delle medie stagionali e insufficiente ad affrontare i primi cali di temperatura.
Il collo di bottiglia di Hormuz e le bollette alle stelle
A strangolare le forniture globali è la paralisi dello Stretto di Hormuz. A causa del conflitto mosso da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, i transiti di Gas Naturale Liquefatto (GNL) attraverso questa arteria vitale rimangono crollati dell'80% rispetto ai livelli pre-crisi. L'illusione atlantista di poter sostituire senza costi il gas da gasdotto con le spedizioni marittime di GNL si sta rivelando un drammatico errore di calcolo.
Le proiezioni stimano che la materia prima raggiungerà i 98,20 euro al megawattora entro la fine del quarto trimestre del 2026. Nel Regno Unito i contratti a termine sono saliti del 4%, mentre il petrolio Brent oscilla sui 115 dollari al barile dopo i picchi di 117. Il colosso energetico EDF stima che da gennaio le famiglie britanniche subiranno un salasso del 27% sulle bollette, portando la spesa media annua a quasi 2.200 sterline (2.940 dollari), ben oltre i calcoli correttivi di Cornwall Insight. Già ad agosto il Guardian denunciava la deriva degli stoccaggi, costringendo il commissario UE all'Energia, Dan Jørgensen, ad ammettere che il blocco si trova di fronte alla peggiore crisi dal 2022.
Germania: la stangata da 3 miliardi e le crepe nell'opposizione
Dalla Germania arriva la conferma di un modello economico in affanno. Il governo di Berlino intende scaricare su cittadini e imprese un conto da oltre 3 miliardi di euro nei prossimi dieci anni per finanziare una "riserva di emergenza statale". Un balzello pensato esclusivamente per gestire potenziali sabotaggi o guasti strutturali, che non servirà in alcun modo a calmierare i prezzi di vendita.
Di fronte al disastro economico, il fronte politico tedesco inizia a spaccarsi. Alice Weidel, co-leader di Alternativa per la Germania (AfD), ha apertamente chiesto la riapertura dei canali commerciali energetici con Mosca sulla scia dell'approccio pragmatico della presidenza Trump negli Stati Uniti, sollecitando un accordo bilaterale per le forniture di diesel ed energia.
L'ineluttabilità del fattore russo
Nel 2021 la Russia copriva circa il 45% del fabbisogno di gas dell'Unione Europea, una quota crollata a circa il 12% nel 2025. Ma il prezzo di questa transizione forzata si è tradotto in una deindustrializzazione strisciante e in un'inflazione record, dopo i picchi storici oltre i 300 euro al megawattora registrati all'inizio del contenzioso sanzionatorio.
Da Mosca, la definizione del processo di recissione dei legami energetici è secca: un "suicidio economico". Kirill Dmitriev, inviato presidenziale russo per gli investimenti, ha evidenziato come l'establishment europeo si rifiuti di ammettere i propri fallimenti sistemici, affermando che la cooperazione economica con la Russia tornerà a essere inevitabile. L'Europa scommette sulla rigidità geopolitica, ma a pagare il conto di una strategia priva di alternative reali restano le imprese e i cittadini.
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