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Elezioni di midterm, Trump mette le mani avanti: “Nessun presidente le vince”. E Vance (molto nervoso) passa agli insulti

Le elezioni di metà mandato non sono mai favorevoli al presidente in carica, ma nessun presidente si è mai speso quanto lui per fare campagna elettorale in quell’occasione. E’ questa in sostanza la tesi del comizio di Donald Trump a Corinth, in Mississippi, a sostegno della senatrice repubblicana Cindy Hyde-Smith, impegnata in una sfida elettorale contro il candidato democratico Scott Colom. Trump sottolinea che “abbiamo fatto il giro, abbiamo girato in lungo e in largo”, evidenziando il suo impegno personale nella fase conclusiva della campagna repubblicana per le elezioni di midterm del 3 novembre prossimo. Il presidente ha aggiunto poi come in questo appuntamento il partito al governo incontra spesso significative difficoltà e “non ottiene buoni risultati”. “Per qualche motivo, i presidenti non ottengono buoni risultati alle elezioni di metà mandato, a prescindere da quanto siano bravi – ribadisce – anche se sono eccezionali, come noi. Ma devo dire che nessuno ha mai fatto campagna elettorale come ho fatto io“. Gli ultimi sondaggi: repubblicani sotto di dieci punti rispetto ai democratici.

Trump, nel suo comizio nello Stato del Mississippi ha promesso di non ribattezzare il fiume Mississippi, diversamente da quanto ha detto per il Messico e il lago Ontario. “Sto pensando all’Oceano Atlantico. Lo chiamiamo Oceano Americano. Credo che all’Europa piacerà moltissimo. E sapete una cosa? Non lo farò. Lo prometto. Il fiume Mississippi: non gli cambierò il nome. Riuscite a immaginarlo, signore e signori? ‘Sono lieto di annunciare che cambieremo il nome del… Oh, in quale Stato ci troviamo? Oh, siamo nel Mississippi. Sono in un bel guaio'”, ha scherzato il tycoon. Trump, che si è impegnato a fondo nelle elezioni legislativedi midterm, aveva già detto in altri eventi della campagna elettorale che non intendeva cambiare il nome del fiume più imponente degli Stati Uniti.

Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha insultato un contestatore che in Kansas aveva interrotto il suo comizio elettorale. “Ecco un altro che dice str…”, ha reagito Vance scatenando la base Maga che ha risposto intonando il coro “Usa Usa”.

Un giudice federale, Ana Reyes, ha prorogato l’ordinanza che blocca i piani dell’amministrazione di Donald Trump per la ristrutturazione del campo da golf pubblico, costruito un secolo fa, nella capitale americana. Emessa, nell’ordinanza di 70 pagine firmata da Reyes, anche un’ingiunzione preliminare per bloccare l’abbattimento di 500 alberi e altri lavori presso l’East Potomac Golf Course. Il 18 ottobre, Trump ha annunciato sui social media l’intenzione di chiudere il campo da golf per 15 mesi e di riqualificarlo, a dispetto degli stop legali e del contenzioso in corso. In precedenza, lo stesso giudice aveva ordinato all’amministrazione di sospendere i lavori del progetto fino al 26 ottobre. Trump veva fatto un post sulla sua piattaforma social Truth Social dicendo che la ristrutturazione sarebbe iniziata a novembre.

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Come J.D. Vance sta preparando il terreno per il post-Trump

Vice President JD Vance arrives to speak at a midterm campaign rally at the LevelUp Training Complex in Monroe, Mich., Thursday, Oct. 15, 2026. (Daniel Heuer/Pool Photo via AP)

Prima scena. Il giornalista Mark Halperin chiede a J.D. Vance se, in caso di candidatura alla presidenza nel 2028, potrebbe contare sull’endorsement di Donald Trump. Il vicepresidente sorride: «Direi di sì, ma non lo so, amico mio». Del resto, il sostegno del presidente è fondamentale. E aggiunge che in effetti i due non ne hanno mai parlato. Seconda scena. L’indomani, nello Studio Ovale, Halperin fa la stessa domanda al presidente, gli chiede se è pronto dare l’endorsement al suo vice, e Trump abbozza un complimento, poi dice che non ne hanno parlato, fa il vago, si gira anche verso lo stesso Vance che ricambia con un altro sorriso. Un attimo dopo il vicepresidente perde l’espressione gioviale, si incupisce. Si aspettava una risposta più esauriente. Dal video si può vedere il momento esatto in cui gli si spezza il cuore. Ne era convinto, dovrebbe essere lui il candidato di punta del Partito Repubblicano, l’alfiere del trumpismo dopo Trump. Ma con un capo così, chi può avere delle certezze?

La scena tragicomica è della settimana scorsa e sintetizza bene il problema politico di Vance: è uno dei volti più riconoscibili dell’universo Maga, nonché il favorito per la nomination repubblicana, eppure non può dare per scontato il sostegno di Trump, cioè l’uomo che lo ha portato fin lì. Per diventare il futuro del partito deve dimostrare di poter fare a meno di Trump, senza perderlo.

Il 3 novembre ci sono le elezioni di metà mandato, si vota per rinnovare la Camera e un terzo del Senato. Il clima è sfavorevole ai repubblicani, c’è aria di riscatto dei democratici (ne aveva scritto il direttore Christian Rocca in questo editoriale). L’approvazione di Trump è al livello più basso dei suoi due mandati.

I sondaggi più recenti confermano una tendenza negativa che dura ormai da mesi, su cui pesano il costo della vita, i prezzi dell’energia e la guerra con l’Iran. Butta male per il Partito Repubblicano, e forse per Vance è una brutta notizia solo a metà: in caso di sconfitta, la base Maga ancora fedele a Trump potrebbe stringersi attorno al vicepresidente. Ma il condizionale è d’obbligo.

Vance avrebbe bisogno del sostegno degli elettori che si identificano con Trump e, insieme, di recuperare una parte di quelli che si sono allontanati da lui. Non può permettersi di fare campagna elettorale scaricando il trumpismo e non può nemmeno limitarsi a imitare Trump, rischiando di ereditarne l’impopolarità. Per questo il vicepresidente sta cercando di costruirsi una sua autonomia politica, anche in modi imprevedibili. Di recente ha evitato di appoggiare la candidatura di Benjamin Netanyahu alle elezioni in Israele, limitandosi a una risposta cerchiobottista: «Io sostengo i candidati americani», spiegando di essere concentrato sulle midterm, quindi non ha attaccato Netanyahu né sconfessato Trump che invece lo appoggia apertamente. La cautela è notevole ancor di più perché in primavera Vance aveva fatto campagna in Ungheria per Viktor Orbán. E non risulta un passaporto americano per l’ex autocrate di Budapest.

La successione a Trump non riguarda soltanto chi riceverà l’endorsement del presidente, riguarda soprattutto il tipo di partito che dovrà guidare. Sotto l’etichetta Maga convivono visioni diverse dell’economia, della religione, dello Stato e del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Trump ha potuto rinviare il confronto perché lui tiene tutti sotto la sua ala, fa da collante. Ma nessun altro, almeno per il momento, ha mostrato le stesse capacità.

La prima corrente con cui Vance deve fare i conti è quella dei national conservatives, i conservatori nazionali. Sono quelli che hanno progressivamente superato il vecchio conservatorismo reaganiano – libero mercato globale, interventismo militare – incanalando l’agenda del movimento Maga in una dottrina intellettuale e politica strutturata, ispirandosi anche alle linee nazionaliste promosse da Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation. Tutto fa perno sulla nozione di “Heritage American”, che privilegia chi discende da famiglie presenti nel Paese fin dalle origini.

La conversione cattolica sbandierata nel libro “Communion” avvicina Vance ai postliberali, che a differenza dei nazional-conservatori vogliono uno Stato impegnato a promuovere una visione morale della società. Il Claremont Institute, altra area di riferimento per Vance, punta invece a ridimensionare il potere federale.

Le differenze riemergono anche sui confini del Maga: ad AmericaFest, nel 2025, Vance ha messo in guardia dalle «prove di purezza» ideologica caldeggiate da una parte di mondo repubblicano, mentre la destra americana discuteva se isolare figure come il suprematista Nick Fuentes (di lui avevamo parlato qui), evitando di indicare chi escludere dal movimento. Insomma, tenere unita la coalizione significa convivere con contraddizioni che Trump poteva lasciare irrisolte, ma che il suo successore dovrà prima o poi affrontare.

Una rete attraversa quasi tutte queste correnti ed è decisiva per l’ascesa di Vance: quella di Peter Thiel, il miliardario della tecnologia che ne ha sostenuto la carriera. Il rapporto comincia a Yale nel 2011; attraverso Thiel, Vance incontra il pensiero di René Girard e un ambiente in cui cristianesimo, critica del liberalismo e innovazione tecnologica convivono. Dopo Yale Vance entra nel venture capital: lavora a Mithril Capital e avvia poi Narya Capital. Nel 2022, quando si candida al Senato dell’Ohio, Thiel versa quindici milioni di dollari a un Super Pac che lo sostiene. L’endorsement di Trump completa l’operazione e porta al Senato un uomo che fino a pochi anni prima era conosciuto soprattutto come autore di “Hillbilly Elegy” e critico del trumpismo.

Rispetto a Trump, Vance potrebbe quindi essere ancor più accondiscendente nei confronti degli oligarchi digitali. A settembre, il vicepresidente ha respinto le richieste di una regolamentazione internazionale della sicurezza dell’intelligenza artificiale, sostenendo che le aziende preoccupate dei rischi delle proprie tecnologie dovrebbero fermarne lo sviluppo, anziché chiedere nuove regole. Una posizione motivata anche dalla competizione con la Cina, che rivela però una tensione interna al mondo Maga: come conciliare la difesa dell’industria americana con la diffidenza verso il potere delle grandi imprese?

La politica estera mette a nudo le contraddizioni del Maga, dove convivono nazionalisti contrari alle guerre e sostenitori di un ruolo militare globale. Jonathan Chait sull’Atlantic scriveva a giugno che Vance aveva sconsigliato l’intervento in Iran, ma dopo la decisione ha difeso Trump, ritrovandosi a sostenere una guerra che contraddice la promessa di ridurre gli impegni americani.

Anche l’Ucraina mostra che “America First” non è necessariamente sinonimo di isolazionismo. Vance ha sostenuto la riduzione degli aiuti a Kyjiv, ma si è anche impegnato in prima persona per chiedere a Volodymyr Zelenky di fermare attacchi contro petroliere, impianti di raffinazione e altre infrastrutture critiche – mai alla Russia, ci mancherebbe. Perché va bene l’isolazionismo, ma quando c’è da difendere gli interessi nazionali allora si può derogare ai propri slogan e intervenire.

Vance ha una risorsa che Trump non ha mai posseduto nella stessa misura: una rete di intellettuali, finanziatori e organizzazioni che prova a dare al movimento una struttura e una dottrina. Questo potrebbe far emergere le contraddizioni e le divergenze tra nazional-conservatori, postliberali, ambienti di Claremont e imprenditori tecnologici. Frizioni che Trump è spesso riuscito a tenere sotto controllo, senza risolverle, perché il punto di convergenza era lui. Vance dovrà convincere il partito di poter custodire quell’eredità senza diventare una copia in sedicesimo del suo predecessore.

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Vance announces $57M grant boost for meatpacking facilities

Vice President Vance announced Monday that the Agriculture Department is investing millions of dollars in new grants toward meatpacking facilities. He made the announcement while campaigning for Sen. Roger Marshall (R) in Kansas. The vice president said the grants would go toward 10 meatpacking facilities in the state, adding that it “could not have happened…

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Exclusive — White House: Trump’s Energy Infusing Republicans with Midterm Boost

Trump’s relentless campaign schedule in the home stretch before the midterm elections is something the White House says gives Republicans their best shot at emerging victorious.

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